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È macato ai vivi
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Il romanzo "È mancato ai vivi" narra gli orrori della Prima guerra mondiale. L'incalzante racconto sottrae alla dimenticanza le vicende di alcuni giovani che, tra il 1915 ed il 1918, partirono dalla Calabria verso i "campi della gloria". Descrive le angosce e le speranze dei padri e delle madri che avevano figli al fronte. Dipinge con tratti pungenti un'epoca marziale, la tracotanza dei generali, le sanguinose strategie. Tratteggia le mutevoli opinioni di chi incoraggiò, benedicendolo, l'immane conflitto.
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Information
1
Un piccolo eden
Nell’Annuario del Regno d’Italia, alla vigilia della Prima guerra mondiale San Sosti veniva descritto come un piccolo eden posto a libeccio di Castrovillari.
Secondo l’almanacco, in paese si producevano cereali, vino, olio e frutta. Si lavorava il legno, si allevava il bestiame grasso e minuto. Trote ed anguille sguazzavano felici nei fiumi. Abbondava il carbon fossile e la lignite. Si esercitava su larga scala la bachicultura con macchinari adatti alla filatura della seta.
La realtà era però diversa.
Le famiglie con lo scranno in paradiso erano poche.
La famiglia Guaglianone aveva la filanda a vapore, il mulino ed il frantoio; la famiglia De Simone possedeva il frantoio e il mulino; le famiglie La Cava, Malfona e Migaldi solamente il frantoio.
Medici, avvocati e agrimensori portavano gli stessi cognomi.
In paese c’era una caffetteria, una drogheria, un negozio di pellami ed uno di tessuti, l’ufficio postale e quello telegrafico.
San Sosti a quei tempi era il capoluogo di un mandamento di sedicimila abitanti che comprendeva altri cinque paesi: Mottafollone, San Donato di Ninea, Santa Caterina Albanese, Sant’Agata di Esaro e Malvito.
Il tribunale, la delegazione di pubblica sicurezza, l’ispezione forestale e l’ufficio metrico erano nel capoluogo di circondario, Castrovillari, che distava 41 chilometri. Il collegio elettorale, di cui il paese faceva parte era quello di Castrovillari, la diocesi quella di San Marco e Bisignano. Per la conservazione delle ipoteche i cittadini di San Sosti dovevano recarsi a Cosenza, per l’ufficio di registro a Lungro, per l’agenzia delle imposte a Cassano.
Nel capoluogo del mandamento si amministrava la sola giustizia spicciola.
La caserma dei reali carabinieri, la pretura e le carceri mandamentali godevano di una sovranità che ammoniva e incuteva timore: erano considerati luoghi dai quali stare alla larga.
I paesi tra loro erano mal collegati.
Solo a metà gennaio del 1913 venne inaugurato il servizio automobilistico che congiungeva l’alto Ionio cosentino con il Tirreno. Il percorso aveva inizio a Cerchiara. Lo percorreva tra mille difficoltà un’automobile della ditta ASTI di Amedeo Speciale. Attraversando strade polverose essa giungeva a San Sosti, proseguiva per Sant’Agata di Esaro, travalicava il passo dello Scalone e arrivava infine alla agognata stazione ferroviaria di Belvedere Marittimo.
Il costo del biglietto era alto: 12 centesimi al chilometro.
L’automobile rimase per molto tempo il mezzo di trasporto dei soli possidenti.
Il popolino per raggiungere Belvedere Marittimo, ove erano localizzati importanti gabinetti medici, preferiva utilizzare l’asino: collaborava con solerzia e non aveva particolari vincoli d’orario o costi elevati d’esercizio.
Nel 1913 alcuni paesi erano privi ancora di telegrafo e periodicamente si accendevano inconcludenti dimostrazioni.
A San Sosti e Mottafollone il servizio postale era affidato alla stessa persona che lo espletava in compagnia del suo malnutrito mulo. Nonostante si fosse passati dal trasporto mediante pedone a quello con cavalcatura, la corrispondenza d’inverno giungeva con grande ritardo. Ogni giorno il procaccia e il suo mulo si recavano alla stazione ferroviaria di San Marco-Roggiano per ritirare lettere, pacchi e vaglia in arrivo. Le piogge invernali trasformavano però l’Esaro da esangue fiumiciattolo in un corso borbottante, che il quadrupede si rifiutava di guadare. Il servizio veniva interrotto e i due paesi rimanevano per settimane intere senza posta.
Nel dicembre del 1914 a San Sosti mancava la levatrice e nessuno si preoccupava di risolvere il problema.
A far nascere i bambini ci pensava il medico condotto, don Raffaele Panebianco, coadiuvato da una praticona detta levatrice empirica.
Il sanitario in quello stesso anno fu chiamato a fronteggiare anche una infezione di morbillo, che per fortuna rimase allo stadio benigno.
Le scuole elementari maschili erano in pessime condizioni igieniche e l’amministrazione comunale veniva descritta sui giornali locali “col cervello tuffato nel Medioevo”. I detrattori sostenevano che gli amministratori non erano in grado di fornire alla scuola neanche il carbone per il riscaldamento che doveva essere perciò acquistato di tasca propria dagli stessi maestri.
In compenso era stata autorizzata dal governo e andava alla grande una scuola per emigranti che prevedeva un ciclo di trentacinque lezioni. Frequentata da aspiranti “mericani”, era diretta dal maestro delle classi superiori Domenico Iocca.
Gli agenti delle compagnie di navigazione a San Sosti facevano grandi affari e pubblicizzavano il viaggio verso gli Stati Uniti come una gioiosa traversata: soli quindici giorni, “tempeste comprese”.
Mentre l’Europa ribolliva, tra il mese di gennaio e quello di luglio del 1914, partirono per l’America, dai porti di Messina e di Napoli ventotto persone.
Altri pur desiderando una vita diversa, preferivano non sfidare la collera del mare e si accontentavano di sopravvivere in paese percependo misere paghe. Dicevano che l’acqua, specialmente quella salata, era traditrice. Avevano in mente il naufragio del piroscafo Sirio, avvenuto nell’agosto del 1906. Al largo di Gibilterra affogarono molti cosentini e tra essi anche Angela Martino, una bracciante sansostese di 49 anni.
Mesi dopo, alcuni di quelli che avevano avuto paura di imbarcarsi furono chiamati a combattere contro gli austriaci. Maledirono l’ancestrale terrore dell’acqua che li aveva resi prigionieri delle trincee, abissi infernali più maligni delle onde dell’Oceano.
2
La luce e la guerra
Durante l’inverno del 1914 nella valle dell’Esaro si udirono i primi rintocchi dell’epoca moderna.
Il 24 febbraio a San Sosti venne inaugurato un orologio da torre, posto sul campanile della chiesa di Santa Caterina Vergine e Martire: aveva due luminosi quadranti in porcellana e batteva il tempo ogni quindici minuti.
Nei mesi successivi fu progettata la costruzione delle condutture d’acqua potabile. Gli abitanti del paese si sarebbero potuti finalmente dissetare con le acque che scaturivano dalle montagne circostanti. La ditta Cordasco di San Donato di Ninea avviò la tensione dei fili della corrente elettrica. L’impresa risultò laboriosa e sarebbe stata portata a compimento solo dopo molto tempo.
Il primo comune illuminato del mandamento fu Sant’Agata di Esaro; per tale motivo i suoi abitanti lo consideravano con vanto il borgo più luminoso dell’Appennino Calabro.
A Sant’Agata per tutta l’estate del 1914 Amedeo De Cicco, montatore elettricista della Casa Marelli di Milano, aveva lavorato sodo ed era riuscito a costruire una moderna centrale elettrica battendo sul tempo i sansostesi. I capitali li aveva sborsati un ardito imprenditore del luogo che aveva fatto fortuna nelle Americhe: Carmelo Sirimarco. Localizzata in località Timpesa, dove sorgeva un mulino medioevale, il moderno marchingegno aveva il compito di addomesticare le acque feline dell’Esaro per trasformarle in pura energia. La centrale fu inaugurata domenica 15 novembre con un rito religioso simile al battesimo di una neonata. Alla turbina venne attribuito il nome di Artemisia. Come madrina venne scelta donna Elena Caglianone De Aloe, bella moglie del sindaco don Giovanni Caglianone. L’avvenimento è descritto con dovizia di particolari in un volumetto dal titolo: “L’inaugurazione della luce elettrica” dal quale apprendiamo che alla sontuosa manifestazione partecipò il cavaliere Michele Gizio, sotto prefetto di Castrovillari, incarnante l’autorità di Vittorio Emanuele III e perciò ritenuto per travaso anche lui faro di luce scientifica e politica. I presenti ascoltarono le dotte osservazioni di molte persone e tra queste anche quelle di don Domenico Calcarani, direttore della locale Banca Cooperativa di Credito. L’opera, edita dalla Tipografia Vincenzo Macrini di Castrovillari riporta in forma integrale, pause ed applausi compresi, il discorso che pronunciò il suo autore, don Rosario Grossi, dottore e canonico, nonché parroco di Sant’Agata di Esaro tra il 1910 ed il 1919. Vermiglio e già canuto, il prete parlò della luce con la saggezza dei teologi, la pignoleria dei filosofi e il rigore dei fisici. Sottolineò con verve come Tito Livio avesse tramandato ai posteri il culto che l’antica Roma riservava alla pace. Fece notare come le conquiste dell’umanità per materializzarsi avessero bisogno di fattiva concordia. La stessa costruzione della centrale idroelettrica, sottolineò con compiacimento, era stata possibile grazie allo slancio di una vera fratellanza, fatta di vicendevoli collaborazioni.
Le parole, via via che il discorso fluiva, iniziarono ad incontrare ostacoli e gorghi, trasformandosi in rivoli sofferti. Evocarono una guerra lontana, che già dagli inizi di agosto stava seminando rovine per l’intera Europa; sussurrarono di soldati e cavalli che cadevano a brandelli tra dune, squallide spiagge e dentro torbidi pantani. Accennarono a commerci e a comunicazioni interrotte, a campi lasciati incolti per via del conflitto. Implorarono pace. Ammonirono gli imperatori coinvolti nella carneficina: nel loro petto sembrava che la pietà fosse morta. Sul finire del fluviale sermone, il teologo evocò in un ispirato crescendo immagini che annichilirono i presenti. Descrisse la guerra che già infiammava una parte dell’Europa come una diabolica viandante. Non viaggiava mai da sola. Si muoveva sempre in compagnia della fame e della malattia. Le peripatetiche dell’orrore, c’era da starne sicuri, avrebbero ben presto bussato anche alle porte dell’Italia.
Le parole di don Rosario, nate per celebrare la luce, ebbero invece il potere di evocare il buio. A distanza di cento anni il libricino trasuda ancora oggi vapori tristi e ambigui. Il 25 dicembre del 1914, prima di essere pubblicato, ricevette dal vescovo della diocesi Salvatore Scanu l’imprimatur. C’è da supporre che fino a quella data la chiesa locale fosse schierata contro la prospettiva di una guerra che coinvolgesse anche l’Italia.
Nel giugno del 1915 però, quando le tre viandanti del terrore, guerra, fame e malattia scardineranno per davvero le porte dell’Italia, don Rosario Grossi e monsignor Salvatore Scanu abbandoneranno le loro passioni pacifiste e muteranno direzione con tempestiva celerità.
3
L’ultima Pasqua di pace
I poveri la guerra la ignoravano, forse per esorcizzarla, per tenerla lontana.
I ricchi ne erano affascinati. La masticavano in lunghe conversazioni; tra un bicchiere di assenzio ed un’annusata di tabacco ne enfatizzavano gli sviluppi positivi. Al contrario dei poveri, sapevano tutto su quanto stava succedendo nella Marna, nel Belgio e nella Prussia Orientale. Non avevano pensieri particolarmente sofisticati. Mettevano in fila solo semplici osservazioni. Consideravano i conflitti come occasioni di progresso: sarebbero circolate più merci, prodotte maggiori derrate, utilizzate tonnellate di cemento, fuso più bronzo, assemblate più traversine. Poiché frequentavano Napoli, citavano l’esempio della strada ferrata Battipaglia-Reggio Calabria. Solo con la guerra di Libia del 1911 era stata rinforzata e sopra di essa saetta...
Table of contents
- Premessa
- Prologo
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