Operazione Shylock
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Operazione Shylock

Una confessione

Philip Roth, Vincenzo Mantovani

  1. 472 pages
  2. Italian
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Operazione Shylock

Una confessione

Philip Roth, Vincenzo Mantovani

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In questo libro perversamente ingegnoso (che potrebbe o meno essere un libro di fiction), Philip Roth incontra un uomo che potrebbe o meno essere Philip Roth. Perché qualcuno con quel nome sta girando per Israele, promuovendo un bizzarro esodo alla rovescia degli ebrei. Roth è deciso a fermarlo, anche se questo significa impersonare il proprio impersonatore. Con una suspense straziante, speculazioni filosofiche sfrenate e un cast di personaggi che include agenti dei servizi segreti israeliani, esuli palestinesi, un criminale di guerra sotto accusa e la seducente fondatrice di un'organizzazione chiamata Antisemiti Anonimi, Operazione Shylock si mantiene sempre in bilico sul crinale tra realtà e finzione, serietà e comicità raffinata, storia e incubo.
Operazione Shylock ha vinto il PEN/Faulkner Fiction Award per il 1993. Inoltre è stato scelto da «Time» come il miglior romanzo americano del 1993.

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Information

Publisher
EINAUDI
Year
2013
ISBN
9788858411308

Parte seconda

VI.

La storia di lui

Quando mi avvicinai al banco per chiedere la chiave della mia stanza, il giovane portiere sorrise e disse: – Ma ce l’ha lei, signore.
– Se l’avessi, non gliela chiederei.
– Gliel’ho data prima, signore, quando è uscito dal bar.
– Non ci sono mai stato, al bar. Sono stato dappertutto, in Israele, tranne che al bar. Guardi, ho sete. Ho fame. Sono tutto sporco e ho bisogno di lavarmi. Sono stanco morto. La chiave.
– Sí, una chiave! – cinguettò lui, fingendo di ridere della propria stupidità, e mi voltò le spalle per cercarmene una mentre io afferravo lentamente il senso di ciò che avevo appena udito.
Mi sedetti con la chiave in una delle poltrone di vimini nell’angolo dell’atrio. Dopo una ventina di minuti il portiere che mi aveva confuso le idee mi si avvicinò in punta di piedi e mi chiese sottovoce se avevo bisogno di aiuto per salire in camera mia; temendo che stessi poco bene, aveva portato, su un vassoio, una bottiglia di acqua minerale e un bicchiere. Presi l’acqua e la bevvi fino all’ultima goccia, poi, quando vidi che non se ne andava, che anzi sembrava preoccupato, gli assicurai che stavo bene e che ero perfettamente in grado di salire da solo in camera mia.
Erano quasi le undici. Se avessi aspettato un’altra ora, non poteva darsi che se ne andasse per conto suo? O si sarebbe messo il mio pigiama e sarebbe andato a letto? Forse la soluzione era questa: prendere un taxi, andare al King David Hotel e chiedere la sua chiave con la stessa noncuranza con la quale, evidentemente, lui si era allontanato con la mia. Sí, andare là a dormire. Con lei. E domani lui si incontra con Aharon per completare la nostra conversazione mentre io e lei continuiamo a batterci per la causa. Devo solo riprendere da dove ho smesso quando ero sulla jeep.
Rimasi a sonnecchiare in quella poltrona d’angolo, pensando vagamente che fosse ancora l’estate prima e che quella che scambiavo per realtà – l’aula del tribunale militare di Ramallah, la moglie e il figlio disperati di George, l’imitazione che gli avevo fatto di Moishe Pipik, il farsesco viaggio in taxi con l’autista che cagava, il mio allarmante confronto con l’esercito israeliano, l’imitazione di Moishe Pipik che avevo fatto a Gal – fosse tutta un’allucinazione prodotta dall’Halcion. Lo stesso Moishe Pipik era un’allucinazione prodotta dall’Halcion; come Jinx Possesski; come questo albergo arabo; come la città di Gerusalemme. Se questa era Gerusalemme, io sarei stato dove stavo sempre, nella foresteria municipale, Mishkenot Sha’ananim. Lí avrei visto Apter e tutti i miei amici...
Tornai a galla con un sobbalzo e là, a destra e a sinistra, c’erano due grandi felci in vaso; c’era anche il portiere che, gentile, mi offriva di nuovo dell’acqua e mi chiedeva se ero certo di non avere bisogno di aiuto. Consultai l’orologio e vidi che erano le undici e mezzo. – Mi dica, per piacere, il giorno, il mese e l’anno.
– Martedí, 26 gennaio 1988. Fra trenta minuti, signore, sarà il ventisette.
– E questa è Gerusalemme.
Sorrise. – Sissignore.
– Grazie. È tutto.
Infilai una mano nella tasca interna della giacca. Era stata anche quella un’allucinazione prodotta dall’Halcion, l’assegno circolare da un milione di dollari? Doveva essere cosí. La busta era sparita.
Invece di dire al portiere di chiamare il direttore o l’incaricato della sicurezza per informarli che un intruso che si spacciava per me, e che forse era pazzo e pure armato, si era introdotto nella mia stanza, mi alzai, attraversai l’atrio ed entrai nel ristorante per scoprire se era ancora possibile, a quell’ora, procurarsi qualcosa da mangiare. Prima indugiai sulla soglia per vedere se per caso Jinx e Pipik non stessero cenando proprio lí; la ragazza poteva benissimo averlo accompagnato quando lui, prima, era uscito dal bar per farsi dare la chiave dal portiere: forse non erano ancora su a scopare nella mia stanza, ma giú a mangiare insieme a spese mie. Perché non questo, anche?
Ma, tolto un gruppo di quattro uomini ancora seduti davanti a una tazza di caffè a un tavolo rotondo nell’angolo piú lontano del ristorante, la sala era vuota anche di camerieri. I quattro avevano tutta l’aria di spassarsela, ridendo piano insieme di qualcosa, e solo quando uno di essi si alzò in piedi riconobbi il figlio di Demjanjuk e vidi che i tiratardi che lo accompagnavano erano gli avvocati difensori di suo padre, Chumak il canadese, Gill l’americano e Sheftel l’israeliano. Probabilmente durante la cena avevano elaborato la strategia per l’indomani, e ora stavano augurando la buonanotte a John junior. Che non portava piú l’abito scuro che gli avevo visto in aula, ma un paio di calzoni e una camicia sportiva; e quando vidi che teneva in mano una bottiglia di plastica di acqua minerale mi ricordai di aver letto nel mio pacco di ritagli che, tranne Sheftel, la casa e l’ufficio del quale erano a quarantacinque minuti da lí, a Tel Aviv, gli avvocati e i membri della famiglia Demjanjuk stavano all’American Colony; doveva aver preso l’acqua per portarsela in camera.
Lasciando la sala da pranzo, il giovane Demjanjuk passò proprio davanti a me e, come se la persona che aspettavo fosse lui, mi voltai e lo seguii, pensando, proprio come avevo fatto il giorno prima, quando lo avevo visto uscire dall’aula nella strada: come si fa a lasciare questo ragazzo senza protezione? E se qualche superstite dei campi dove gli hanno assassinato i figli, o la sorella o il fratello o i genitori o il marito o la moglie, se qualcuno che vi è stato mutilato nel corpo o rovinato nello spirito per sempre fosse pronto a vendicarsi di Demjanjuk senior su Demjanjuk junior? Se qualcuno avesse deciso di tenere il figlio in ostaggio finché il padre non avesse confessato? Non era facile spiegare cosa fosse a consentirgli di girare sano e salvo per quel paese, popolato com’era dai superstiti della generazione alla cui decimazione il suo omonimo era accusato di aver dato un cosí generoso contributo. Non esiste un solo Jack Ruby in tutto lo stato d’Israele?
Poi mi venne un’idea: e tu?
Tenendomi a quattro o cinque passi di distanza, seguii il giovane Demjanjuk attraverso l’atrio e su per le scale, soffocando l’impulso di fermarlo per dirgli: «Senti, per quanto mi riguarda, io non ce l’ho con te perché tu credi che tuo padre sia vittima di un complotto. Come potresti credere un’altra cosa ed essere il buon figliolo americano che sei? La fiducia che hai in tuo padre non ti rende mio nemico. Ma qui ci sono delle persone che potrebbero pensarla diversamente. Tu stai correndo un grossissimo rischio ad andare in giro cosí. Tu, le tue sorelle e tua madre avete già sofferto abbastanza. Ma ricordati che anche molti ebrei hanno sofferto abbastanza. Per quante illusioni tu ti possa fare, non guarirai mai da questa malattia, ma anche un mucchio di ebrei non si sono ancora completamente ripresi da quello che hanno passato, loro e le loro famiglie. Potresti chiedere un po’ troppo, a questi ebrei, andandotene in giro con quella bella camicia sportiva, con quel bel paio di pantaloni stirati, e con in mano una bottiglia piena di acqua minerale... Cosa abbastanza innocua dal tuo punto di vista, non ne dubito: che c’entra l’acqua con tutto il resto? Ma non evocare inutili ricordi, non indurre qualche anima esasperata e sconvolta a perdere il controllo e a fare qualcosa di spiacevole...»
Quando la mia preda, dal pianerottolo, svoltò nel corridoio, io proseguii su per le scale fino all’ultimo piano dell’albergo, dove la mia stanza si trovava a metà del corridoio. Procedetti il piú silenziosamente possibile fino alla porta della mia camera e rimasi là davanti con le orecchie tese per cogliere eventuali rumori dall’interno, mentre alle mie spalle, vicino alla tromba delle scale, qualcuno si era fermato e guardava dalla mia parte: qualcuno che mi aveva seguito, tenendosi solo a qualche passo da me, mentre io seguivo il figlio di Demjanjuk. Un agente in borghese, naturalmente! Messo lí dalla polizia a vigilare sulla sicurezza di John junior. E se invece questo agente stesse pedinando me, credendo che io fossi Moishe Pipik? O se stesse pedinando Pipik, scambiandolo per me? O se fosse venuto a investigare perché siamo in due e cosa stiamo complottando?
Anche se dall’interno della stanza non veniva alcun suono, e anche se forse lui se n’era andato, dopo aver già rubato o distrutto quello che cercava, ero convinto che, anche se c’era solo una remotissima possibilità che fosse dentro, sarebbe pur sempre stato stupido entrare da soli; perciò mi voltai per tornare sui miei passi, proprio mentre la porta della stanza si apriva di due spanne e Moishe Pipik metteva la testa fuori, guardando a destra e a sinistra. In quel momento, lungo il corridoio, io stavo allungando il passo per allontanarmi, ma poiché non volevo che capisse la paura che ormai mi incuteva, mi fermai e feci addirittura due o tre lenti passi indietro verso il punto dove adesso era lui, mezzo dentro e mezzo fuori dalla porta. E ciò che vidi, mentre mi avvicinavo, fu per me una sorpresa cosí grande che dovetti fare un terribile sforzo su me stesso per non voltarmi e correre a gambe levate in cerca di aiuto. La sua faccia era quella che ricordavo di aver visto nello specchio durante i mesi in cui i miei nervi stavano cedendo. Si era tolto gli occhiali, e nei suoi occhi io vidi il mio stesso orribile panico dell’estate prima, gli occhi piú atterriti che avessi mai visto, quando non riuscivo a pensare quasi ad altro che alla maniera di uccidermi. Gli si scorgeva sul viso ciò che aveva cosí spaventato Claire: la mia aria di eterna sofferenza.
– Tu! – disse. Tutto qui. Ma per lui quella era l’accusa: io, io che ero io.
– Entra, – disse, debolmente.
– No, esci tu. Prendi le scarpe, – aveva i piedi infilati nei calzini e la camicia fuori dai pantaloni, – prendi tutto ciò che è tuo, dammi la chiave ed esci di lí.
Senza neppure curarsi di rispondere, mi voltò le spalle e rientrò nella stanza. Mi avvicinai fino alla porta e guardai dentro per vedere se Jinx era con lui. Ma lui era disteso sul letto, di traverso, tutto solo, e con aria addolorata contemplava le volte imbiancate del soffitto. I cuscini erano ammucchiati vicino alla testata, il copriletto era stato rivoltato e pendeva sulle piastrelle del pavimento, mentre sul letto, accanto a lui, c’era un libro aperto, la mia copia di Tzili, il romanzo di Aharon Appelfeld. Nella piccola stanza sembrava che null’altro fosse stato toccato; io sono ordinato con la mia roba, anche in albergo, e tutte le mie cose avevano l’aria di essere dove le avevo lasciate. Tanto per cominciare, non avevo molta roba con me: sul piccolo scrittoio vicino al finestrone ad arco c’erano la cartella con gli appunti delle mie conversazioni con Aharon, i tre nastri che fino a quel momento avevamo registrato insieme, e i libri di Aharon tradotti in inglese. Poiché il registratore a nastro era nella mia unica valigia e la valigia chiusa nell’armadio, la cui chiave si trovava nel mio portafoglio, non poteva aver ascoltato i nastri; forse aveva rovistato tra le camicie, i calzini e la biancheria che avevo messo nel cassetto di mezzo del comò, forse piú tardi avrei scoperto che li aveva addirittura insozzati in qualche modo, ma purché non avesse sacrificato una capra nella vasca da bagno, ne sapevo abbastanza per considerarmi fortunato.
– Guarda, – gli dissi dalla soglia, – io vado a chiamare il detective dell’albergo. E lui chiamerà la polizia. Sei entrato illegalmente nella mia stanza. Hai commesso una violazione di domicilio. Non so cosa tu possa avere preso...
– Cos’ho preso? – E cosí dicendo si voltò e si mise a sedere sulla sponda del letto, pigliandosi la testa tra le mani in modo tale che per il momento non riuscii a vedere né quella faccia sofferente né la sua somiglianza con la mia, dalla quale ero ancora frastornato e inorridito. E lui non poteva vedere né me né la somiglianza dalla quale era stato sopraffatto per un motivo che, nei suoi dati personali, era ancora tutt’altro che chiaro. Sapevo che la gente cerca sempre di trasformarsi: il bisogno universale di essere diversi. Pur di non avere l’aspetto che hanno, pur di non avere la voce che hanno, pur di non essere trattati come sono, di soffrire come soffrono, eccetera, eccetera, cambiano pettinatura, sarto, coniuge, accento, amici, cambiano indirizzo, naso, carta da parati, addirittura forma di governo, solo per essere piú simili a se stessi o meno simili a se stessi, o piú simili o meno simili a quel prototipo esemplare la cui immagine sono destinati a emulare o ripudiare ossessivamente per tutta la vita. Non era neppure che Pipik fosse andato piú in là di tanti altri: si era, nello specchio, già inverosimilmente trasformato in un’altra persona; c’era ancora ben poco, per lui, da imitare o su cui fantasticare. Potevo capire la tentazione di annullarsi e diventare imperfetti o posticci in modi nuovi e divertenti: vi avevo ceduto anch’io, e non solo qualche ora prima con gli Ziad e poi con Gal, ma ancora piú ampiamente di cosí nei miei romanzi: dove avevo la mia faccia, la mia voce, dove rivendicavo addirittura utili brani della mia biografia, e tuttavia, sotto la maschera di me, ero una persona completamente diversa.
Ma questo non era un romanzo, e non andava bene. – Scendi dal mio letto – gli intimai, – fuori!
Ma lui aveva raccolto il libro di Aharon, Tzili, e mi stava mostrando dov’era arrivato. – Questa roba è veleno, – esclamò. – Tutto ciò contro cui si batte il diasporismo. Perché hai tanta stima di quest’uomo quando è l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno? Questo non rinuncerà mai all’antisemitismo. È la roccia sulla quale edifica tutto il suo mondo. Eterno e incrollabile antisemitismo. Quest’uomo è irreparabilmente danneggiato dall’Olocausto: perché vuoi incoraggiare la gente a leggere la roba di quest’uomo tormentato dalla paura?
– Non hai capito: io voglio solo incoraggiarti ad andar via.
– Mi stupisce che tu, proprio tu, dopo tutto quello che hai scritto, abbia sentito il bisogno di rafforzare il cliché della vittima ebrea. L’hanno scorso, sul «Times», ho letto il tuo dialogo con Primo Levi. Ho saputo che hai avuto un collasso quando si è tolto la vita.
– Da chi l’hai saputo? Da Wałęsa?
– Da tuo fratello. Sandy.
– Sei in contatto anche con mio fratello? Non me l’ha mai detto.
– Entra. Chiudi la porta. Abbiamo molte cose di cui parlare. Siamo stati intrecciati per decenni in mille modi diversi. Tu non vuoi sapere com’è strana tutta questa storia, vero? Tu vuoi una cosa sola: liberartene. Invece risale, caro Philip, indietro nel tempo fino alla scuola di Chancellor Avenue.
– Sí? Tu sei andato alla Chancellor?
Sommessamente lui cominciò a cantare, con una voce dolce e baritonale – una voce il cui tono mi era spaventosamente familiare – alcune battute dell’inno della scuola di Chancellor Avenue, parole che erano state adattate all’aria di On Wisconsin all’inizio degli anni Trenta. – ... Metteteci alla prova... Saremo vittoriosi... Sia che tiri vento sia che piova! Viva, viva, viva... – Su quel volto afflitto si dipinse un pallido sorriso. – Ti ricordi del poliziotto che ti faceva attraversare la strada all’angolo di Chancellor e Summit? Millenovecentotrentotto: l’anno in cui sei andato all’asilo. Ti ricordi come si chiamava?
Mentre parlava mi voltai verso le scale, e là, con mio sollievo, vidi proprio la persona che cercavo. Era ferma sul pianerottolo, un uomo basso e robusto in maniche di camicia, con i capelli neri tagliati a spazzola e un volto inespressivo molto simile a una maschera, o cosí almeno sembrava da lontano. Allora lui guardò verso di me senza tentare in alcun modo di nascondere il fatto che era lí e che anche lui avvertiva che stava succedendo qualcosa di sospetto. Era l’agente in borghese.
– Al, – stava dicendo ancora una volta Pipik, mentre tornava ad adagiare la testa sui cuscini. – Al il Poliziotto, – ripeté con aria assorta.
Mentre Pipik, sul letto, continuava a cianciare, il detective in borghese, senza nemmeno che io gli facessi un cenno, si incamminò lungo il corridoio verso il punto dove mi trovavo, sulla soglia della stanza.
– Tu saltavi per toccargli le braccia, – mi stava ricordando Pipik. – Lui teneva le braccia tese per fermare il traffico, e voi bambini piccoli, mentre attraversavate la strada, facevate un salto per toccargli le braccia. Ogni mattina, «Ciao, Al!», e un salto per toccargli le braccia. Millenovecentotrentotto. Ricordi?
– Certo, – dissi, e mentre il detective in borghese si avvicinava gli sorrisi per fargli capire che, pur essendoci bisogno di lui, la situazione non era ancora sfuggita al mio controllo. Lui accostò la bocca al mio orecchio e mormorò qualcosa. Parlava inglese, ma a causa dell’accento quelle parole pronunciate cosí sommessamente in un primo momento mi riuscirono incomprensibili.
– Cosa? – bisbigliai.
– Vuoi che ti faccia un pompino? – rispose lui, sempre bisbigliando.
– Oh, no... Grazie, no. Pardon –. Entrai nella stanza e chiusi saldamente la porta alle mie spalle.
– Scusa l’intrusione, – dissi.
– Te lo ricordi, Al?
Mi sedetti nella poltrona accanto alla finestra,...

Table of contents

  1. Copertina
  2. Operazione Shylock
  3. Prefazione
  4. Parte prima
  5. Parte seconda
  6. Epilogo
  7. Di solito le parole non fanno altro che rovinare le cose
  8. Nota per il lettore
  9. Il libro
  10. L’autore
  11. Dello stesso autore
  12. Copyright