La ragazza dello Sputnik
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La ragazza dello Sputnik

Murakami Haruki, Giorgio Amitrano

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  1. 248 páginas
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La ragazza dello Sputnik

Murakami Haruki, Giorgio Amitrano

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Murakami Haruki in uniform edition Super ET, con le copertine di Noma Bar. *** Sumire è una ragazza impulsiva, disordinata, generosa, con il mito di Kerouac e della scrittura. Myu è una donna matura, sposata, molto ricca e molto bella. Sumire ama Myu come non ha mai amato nessun ragazzo. E Myu parrebbe provare lo stesso sentimento, ma uno schermo invisibile sembra separarla dal sesso, e forse dal mondo. Riusciranno a incontrarsi o si perderanno senza lasciare traccia come lo Sputnik, condannato a vagare nello spazio per sempre? A raccontarci la storia è un giovane senza nome, prima studente, poi maestro elementare, innamorato di Sumire innamorata di Myu. E cosí i destini dei nostri tre protagonisti s'inseguono ma non si congiungono mai, simili a satelliti alla deriva per l'eternità.

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Información

Editorial
EINAUDI
Año
2013
ISBN
9788858407868
Categoría
Letteratura

1.

Nella primavera del suo ventiduesimo anno, Sumire si innamorò per la prima volta nella vita. Fu un amore travolgente come un tornado che avanza inarrestabile su una grande pianura. Spazzò via ogni cosa, trascinando in un vortice, lacerando e facendo a pezzi tutto ciò che trovò sulla sua strada, e dietro non si lasciò nulla. Poi, senza aver perso nemmeno un grado della sua forza, attraversò il Pacifico, distrusse senza pietà Angkor Wat e incendiò una foresta indiana con le sue sfortunate tigri. In Persia si trasformò in una tempesta del deserto e seppellí sotto la sabbia un’esotica città-fortezza. Fu un amore straordinario, epocale. La persona di cui Sumire si era innamorata aveva diciassette anni piú di lei ed era sposata. E come se non bastasse, era una donna. È da qui che tutto cominciò, ed è qui che tutto (o quasi) finí.
In quel periodo Sumire stava lottando con tutte le sue forze per diventare una scrittrice di professione. Anche se sapeva bene che in questo mondo ci sono infinite possibilità, per lei non vi era altra strada praticabile se non quella per diventare scrittrice, una scrittrice di romanzi. Questa determinazione era piú dura delle rocce mesozoiche, e non lasciava spazio a compromessi. La sua fede era cosí assoluta che tra lei e la letteratura non passava nemmeno un capello.
Sumire, dopo essersi diplomata in un liceo della prefettura di Kanagawa, si era iscritta alla Facoltà di Lettere di una piccola e tranquilla università privata di Tōkyō. Tuttavia era evidente che non si trattava di una scuola adatta a lei. La mancanza di fantasia e personalità e l’inutilità pratica – almeno per quanto riguardava gli obiettivi di Sumire – che caratterizzavano quell’università, le tolsero presto qualsiasi illusione. La maggior parte degli studenti erano di una noia e di una banalità senza scampo, roba di seconda scelta (categoria della quale, a essere onesti, facevo parte anch’io). Per questa ragione, prima di passare al terzo anno, decise in fretta di ritirarsi, chiudendo per sempre la sua carriera universitaria. Era giunta alla conclusione che stare in un posto del genere fosse per lei solo una perdita di tempo. E penso anch’io che in fondo avesse ragione. Però, se mi è concessa un’osservazione banale, in questa vita imperfetta abbiamo bisogno anche di una certa quantità di cose inutili. Se tutte le cose inutili sparissero, sarebbe la fine anche di questa nostra imperfetta esistenza.
Detto in sintesi, Sumire era un’inguaribile romantica, testarda e cinica, completamente inesperta della vita e del mondo. Una volta che cominciava a parlare, poteva andare avanti anche all’infinito, ma quando l’interlocutore non le andava a genio (come le accadeva con la quasi totalità del genere umano), non apriva bocca. Fumava troppo, e quando prendeva la metropolitana perdeva regolarmente il biglietto. Aveva la tendenza, se era colta da una delle sue ispirazioni, a dimenticarsi di mangiare, e infatti era magra come gli orfani di guerra dei vecchi film italiani, e aveva gli occhi eternamente spalancati. Una foto renderebbe l’idea meglio di qualsiasi spiegazione, ma purtroppo non ne ho nemmeno una. Aveva un’avversione viscerale a farsi fotografare, e il desiderio di lasciare ai posteri un «ritratto dell’artista da giovane» non la sfiorava nemmeno. Ma se ci fosse una foto di Sumire in quel periodo, sicuramente potrebbe fornire una preziosa testimonianza delle caratteristiche uniche di cui possono essere dotate alcune persone.
Il nome della donna di cui Sumire si era innamorata – non riesco a raccontare le cose per ordine – era Myū. O almeno è cosí che la chiamavano tutti. Quale fosse il suo vero nome non l’ho mai saputo (una lacuna che mi avrebbe causato in seguito qualche problema, ma di questo dirò a suo tempo). Di nazionalità era coreana, ma il coreano non lo parlava quasi per niente, almeno finché non decise, intorno ai venticinque anni, di studiarlo. Nata e cresciuta in Giappone, aveva poi frequentato il conservatorio in Francia, e perciò oltre al giapponese parlava correntemente francese e inglese. Era sempre vestita con un’eleganza straordinaria, indossava con disinvoltura accessori piccoli ma costosi, e guidava un dodici cilindri Jaguar blu scuro.
La prima volta che incontrò Myū, Sumire le parlò dei romanzi di Jack Kerouac. In quel periodo, era completamente immersa nel mondo di questo scrittore. I suoi idoli letterari cambiavano periodicamente, e adesso a farle compagnia era un autore un po’ «fuori stagione» come Kerouac. Portava sempre una copia di Sulla strada o Viaggiatore solitario ficcata nella tasca della giacca, e quando aveva un po’ di tempo ne divorava le pagine. Quando trovava un passaggio per lei significativo, lo sottolineava con la matita, e poi lo imparava a memoria devotamente come una preghiera. Tra questi, quello che l’aveva piú incantata era un passo di Viaggiatore solitario nel quale Kerouac parlava della sua esperienza come vedetta antincendio. Egli aveva trascorso tre mesi in completa solitudine, in una capanna sulla cima di una montagna, impegnato in quell’occupazione.
Sumire citò il passo.
«Nessun uomo dovrebbe vivere senza aver sperimentato almeno una volta la sana anche se noiosa solitudine di una dimora tra i boschi, scoprire di dover dipendere solo da se stessi, e per questo tirar fuori la vera forza interiore».
– Non ti sembra stupendo? – mi disse Sumire. – Stare tutti i giorni in cima a una montagna, volgere intorno lo sguardo di 360 gradi, e accertarsi che da nessuna montagna si levi un filo di fumo nero. Nient’altro che questo, per tutta la giornata. E per il resto, leggere tutti i libri che si vuole, e scrivere. Con dei grandi orsi pelosi che la notte vagano intorno alla tua capanna. A confronto, la Facoltà di Lettere mi sembra di uno squallore totale.
– Il problema è che chiunque prima o poi deve scendere dalla montagna, – obiettai. Ma come sempre lei non sembrò particolarmente colpita dalla mia realistica e banale osservazione.
Sumire si chiedeva con apprensione cosa avrebbe potuto fare per diventare eccessiva, e possibilmente wild e cool, come un personaggio dei romanzi di Kerouac. Con le mani ficcate in tasca, i capelli studiatamente in disordine e un paio di occhiali dalla montatura nera di plastica come quelli di Dizzy Gillespie (anche se non aveva nessun problema di vista), guardava il cielo con un’espressione vacua. Di solito indossava una giacca di tweed troppo larga che sembrava comprata in un negozio di abiti usati, e dei rozzi stivali da lavoro. Se avesse potuto farsi crescere la barba, sicuramente l’avrebbe fatto.
Sumire non si poteva definire una gran bellezza nel senso usuale del termine. Aveva le guance scavate e la bocca un po’ troppo grande. Il naso, piccolo, era leggermente all’insú. La sua espressione era intensa, e aveva un forte senso dell’umorismo, ma non capitava quasi mai che ridesse forte. Era piccola di statura, e anche quando era di buon umore aveva un modo di parlare come se volesse fare a botte. Credo che in tutta la sua vita non avesse mai preso in mano un rossetto o una matita per gli occhi. Dubito perfino sapesse che esistono reggiseni di diverse misure. E tuttavia c’era qualcosa di speciale in Sumire che ti conquistava. È difficile spiegare a parole in che cosa consistesse questa sua speciale qualità, ma bastava guardarla negli occhi per vederla, riflessa nelle sue pupille.
A questo punto forse farei meglio a dirlo chiaramente: ero innamorato di Sumire. Ne fui subito attratto, dalla prima volta che ebbi occasione di scambiare qualche parola con lei, e questa simpatia a poco a poco si trasformò in un amore senza ritorno. Per molto tempo nella mia vita non ci fu altro che Sumire. Naturalmente pensai molte volte di esprimerle questo mio sentimento. Però per qualche ragione, quando mi trovavo davanti a lei non riuscivo a trovare le parole giuste per dare voce a quello che sentivo. E forse dopotutto per me è stato meglio cosí. Se fossi riuscito a esprimere i miei sentimenti, sono certo che lei avrebbe liquidato tutto con una risata.
Nel periodo in cui frequentai Sumire come «amico», ebbi delle storie con due o tre ragazze. Non è che non mi ricordi il numero esatto, ma la cifra può variare a seconda del modo di contare. Se aggiungo anche quelle con cui sono andato a letto una o due volte, la lista si allunga un po’. Mentre i nostri corpi si stringevano, io pensavo spesso a Sumire. O per meglio dire, la sua immagine era piú o meno continuamente presente in un angolo della mia mente. Arrivavo anche a immaginare che la donna con cui facevo l’amore fosse lei. Mi rendo conto che ciò non era leale nei confronti di quelle donne. Ma giusto o ingiusto che fosse, non potevo in nessun modo evitarlo.
Ma torniamo all’incontro tra Sumire e Myū.
Myū aveva già sentito nominare Jack Kerouac, e sapeva vagamente che era uno scrittore. Ma non riusciva a ricordare di che tipo.
– Kerouac… Kerouac… non c’entrava qualcosa con gli Sputnik?
Sumire non capí che cosa intendesse Myū. Rimanendo con forchetta e coltello sospesi a mezz’aria, provò a riflettere. – Sputnik? Ma lo Sputnik è il satellite artificiale, il primo lanciato nello spazio dall’Unione Sovietica negli anni Cinquanta, no? Jack Kerouac è uno scrittore americano. Va bene che come periodo ci siamo…
– Appunto, non è cosí che chiamavano un gruppo di scrittori di quel periodo? – disse Myū, e con la punta delle dita disegnò dei cerchi sul tavolo come se frugasse il fondo di un vaso, di chissà quale forma, alla ricerca di un ricordo lontano.
– Sputnik?
– Era il nome di una corrente letteraria. Sai, quei gruppi di scrittori… come in Giappone lo Shirakabaha1.
Fu a quel punto che Sumire finalmente capí.
– Beatnik!
Myū si asciugò delicatamente le labbra con il tovagliolo.
– Beatnik, Sputnik… Mi confondo sempre con questo tipo di parole. Come, che so, la Restaurazione Kenmu o il Trattato di Rapallo. Cose che appartengono al passato.
Ci fu una breve pausa, che sembrò evocare lo scorrere del tempo.
– Il Trattato di Rapallo? – chiese Sumire.
Myū sorrise. A Sumire quel sorriso sembrò familiare, intimo, come una cosa tirata fuori dopo tanto tempo dal fondo di un cassetto dove era stata a lungo, gelosamente, custodita. Aveva un modo delizioso di socchiudere gli occhi. Poi Myū allungò la mano, e con le sue dita lunghe e sottili scompigliò un po’ i già scompigliati capelli di Sumire. Fu un gesto cosí spontaneo e naturale che Sumire, di rimando, istintivamente sorrise.
Da allora Sumire ribattezzò dentro di sé Myū «la mia ragazza dello Sputnik». Amava il suono di quell’espressione. Le faceva pensare alla cagnetta Laika. Il satellite artificiale che attraversa silenzioso il buio del cosmo. Gli occhi neri e lucidi di Laika che si affacciano da un minuscolo oblò. Che cosa avrà visto, la cagnetta, in quello spazio sconfinato e deserto?
Il discorso sullo Sputnik era venuto fuori al banchetto per le nozze di una cugina di Sumire, in un lussuoso albergo di Akasaka. Non era una cugina a cui fosse particolarmente legata (per essere precisi, la detestava), e per lei partecipare a un banchetto di nozze equivaleva a una tortura, ma in quella particolare occasione, per varie ragioni non aveva potuto sottrarsi. Sumire e Myū si trovarono sedute allo stesso tavolo, l’una accanto all’altra. Myū non entrò in particolari, ma sembrava che avesse dato lezioni di piano alla cugina di Sumire, quando questa si era diplomata al conservatorio, o qualcosa del genere. Sebbene non ci fosse tra loro un’amicizia lunga o intima, c’erano stati comunque rapporti tali per cui Myū si sentiva in debito con lei.
Nel momento in cui Myū le sfiorò i capelli, Sumire si innamorò di lei immediatamente. Fu questione di un attimo, come quando uno, attraversando un campo sconfinato, viene all’improvviso colpito da un fulmine. Fu per lei una rivelazione artistica, un’illuminazione divina. Per questo, almeno in un primo momento, che la persona in questione fosse una donna, non sembrò costituire un problema.
Per quanto ne sappia io, Sumire non aveva mai avuto nessuno che si potesse definire un partner. Ai tempi del liceo aveva avuto diversi amici maschi, gente con cui andava al cinema o in piscina. Ma mi ero fatto l’idea che non si fosse mai trattato di legami profondi. Quasi tutto il suo spazio mentale era occupato da quell’unico ardente pensiero, diventare una scrittrice, ed era improbabile che potesse lasciarsi conquistare dal fascino di qualcuno. Ammesso che negli anni del liceo Sumire avesse avuto qualche esperienza sessuale (o quasi sessuale), era stata quasi certamente spinta, piú che dal desiderio o dalla passione, da una sorta di curiosità letteraria.
– A essere sincera, il desiderio sessuale è una cosa che mi sfugge completamente, – mi confessò un giorno Sumire con una faccia serissima (ciò accadde poco tempo prima che lasciasse l’università, una volta che era piuttosto ubriaca dopo aver bevuto cinque bicchieri di Banana Daiquiri). – Da che cosa nasce eccetera. Tu che ne pensi?
– Il desiderio sessuale non è qualcosa che si capisce, – dissi io, esponendo come al solito il mio punto di vista saggio e moderato. – O c’è o non c’è.
A queste parole, Sumire scrutò il mio viso per alcuni istanti, con l’aria di chi guarda un macchinario dal funzionamento incomprensibile. Poi, come se avesse perso interesse, alzò lo sguardo verso il soffitto. Il discorso finí lí. Probabilmente doveva aver pensato che non valeva proprio la pena di discutere con me su quel tema.
Sumire era nata a Chigasaki. La sua casa era vicina al mare, e a volte un vento carico di sabbia colpiva i vetri delle finestre producendo un suono secco. Suo padre aveva uno studio dentistico nel centro di Yokohama. Era un uomo straordinariamente bello: basti dire che col suo naso perfetto ricordava il Gregory Peck di Io ti salverò. Sfortunatamente – era lei a dirlo – Sumire non aveva ereditato quel naso. E non lo aveva ereditato nemmeno suo fratello piú piccolo. A volte Sumire si chiedeva stupita dove diavolo fossero andati a finire i geni che erano riusciti a produrre un naso cosí meraviglioso. Talmente bello che se erano andati perduti nel fiume della trasmissione genetica, sepolti sul fondo, si poteva parlare di un danno al patrimonio culturale dell’umanità.
Ovviamente il papà di Sumire, con il suo splendido aspetto, era un mito tra le donne di Yokohama e dintorni che avessero un qualche problema ai denti. Nel suo studio, indossava un berretto calato fino alla fronte e una maschera che gli nascondeva gran parte del viso. Di lui le pazienti non riuscivano a scorgere che gli occhi e le orecchie. E ciò nonostante, non c’era modo di camuffare la sua bellezza. Il suo splendido naso si ergeva, virile ed evocativo, attraverso la maschera, facendo arrossire, e innamorare all’istante, la quasi totalità delle sue pazienti di sesso femminile – che la mutua rimborsasse o meno le spese passava del tutto in secondo piano.
La madre di Sumire era morta a soli trentun anni, di una insufficienza cardiaca congenita. Quando era morta, Sumire non aveva nemmeno tre anni. Della madre, tutto quello che ricordava era il lieve profumo della pelle. Anche di foto ne erano rimaste appena un paio: la foto-ricordo del matrimonio e un’istantanea scattata subito dopo la nascita di Sumire. Infinite volte aveva tirato fuori il vecchio album con quelle foto e le aveva guardate. Di aspetto, sua madre era, per usare un eufemismo, un tipo insignificante: una donna piccola di statura, con una pettinatura qualsiasi, abiti su cui è meglio stendere un velo, e un sorriso incerto sulle labbra. Sembrava che, se avesse fatto solo un passo indietro, si sarebbe completamente fusa con il muro alle sue spalle. Sumire aveva cercato con tutte le forze di imprimersi bene in mente i suoi lineamenti. Pensava che cosí prima o poi sarebbe riuscita a vederla in sogno. Magari anche a stringerle la mano, e a parlare con lei. Ma non funzionò. La madre aveva un tipo di faccia che, per quanto si tentasse di memorizzarla, non faceva presa sulla memoria. Altro che sognarla! Anche se l’avesse avuta davanti per strada in pieno giorno, difficilmente l’avrebbe riconosciuta.
Suo padre non aveva quasi mai raccontato nulla della moglie morta. Prima di tutto era un uomo che parlava poco, e inoltre, in qualunque occasione, rifuggiva dal manifestare le emozioni, che trattava alla stregua di infezioni del cavo orale. Ma la stessa Sumire non ric...

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