Il tuo capo è un algoritmo
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Il tuo capo è un algoritmo

Contro il lavoro disumano

Antonio Aloisi, Valerio De Stefano

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  1. 248 pages
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Il tuo capo è un algoritmo

Contro il lavoro disumano

Antonio Aloisi, Valerio De Stefano

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Automazione, algoritmi, piattaforme, smart working: il mondo del lavoro sta vivendo una vera e propria rivoluzione. La paura è che crolli il numero degli occupati e che il lavoro umano venga riconosciuto e apprezzato sempre meno. Si teme la capacità di controllo dei software di intelligenza artificiale. Ma non esistono tecnologie buone e tecnologie cattive; esistono usi distorti e usi consapevoli delle invenzioni e delle innovazioni.

La tecnologia cambia rapidamente e incide in profondità in tutti gli ambiti, con esiti spesso preoccupanti. È quello che accade al mondo del lavoro, tra trasformazione digitale, utilizzo dei robot e dell'intelligenza artificiale e diffusione delle piattaforme. Che cosa sta accadendo alle professioni che non sono state spazzate via dalla tecnologia? Come ci si confronta con strumenti di sorveglianza dei lavoratori sempre più pervasivi? Quante possibilità ci sono che il modello della gig-economy si affermi come nuovo paradigma produttivo? Che cosa potranno fare le parti sociali e le forze politiche per mettere in campo protezioni efficaci? La qualità del lavoro presente e futuro dipende da come esso è concepito, contrattato e organizzato. La trasformazione digitale può essere infatti un alleato indispensabile, dalla fabbrica alla scrivania, dal magazzino all'ufficio, ma va messa alla prova sul terreno della convenienza sociale e politica e non solo su quello della convenienza economica. Questo libro è uno strumento prezioso per orientarsi con coordinate precise sui nuovi scenari, sui rischi che corriamo e sulle scelte necessarie per affrontare il futuro.

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Informations

Éditeur
Editori Laterza
Année
2020
ISBN
9788858143261

1.
Quale futuro?

Henry Ford II: «Walter, come convinci
tutti quei robot a iscriversi al tuo sindacato?»
Walter Reuther, leader sindacale: «Già, Henry,
e tu come li convinci a comprare le tue macchine?»
aneddoto apocrifo

1. Niente panico, sono false le voci sulla fine del lavoro

Quella del “futuro del lavoro” sembra diventata una materia a sé, feconda di titoli e convegni (arriveranno presto anche gli scaffali dedicati nelle librerie), ma avara di progetti e investimenti. Fatto sta che il lavoro del futuro è più studiato che vissuto o – meglio ancora – plasmato. Non c’è parlamento, università, multinazionale, think tank o sindacato che non abbia inaugurato un gruppo di ricerca sul mondo del lavoro ai tempi della quarta rivoluzione industriale.
La cosa non deve sorprendere: il lavoro occupa un posto centrale nelle nostre vite. Oltre che mezzo di realizzazione personale, il lavoro è garanzia di relazioni, veicolo di mobilità e chiave di riscatto: contribuisce a definire un pezzo consistente della nostra identità, individuale e collettiva. In molti sistemi giuridici un lavoro – principalmente di natura subordinata, a tempo pieno e indeterminato – è canale privilegiato, talvolta esclusivo, di accesso a un sistema integrato di diritti, obblighi, tutele e welfare. Il lavoro è l’attività che, per un numero cospicuo di cittadini, occupa gran parte del tempo della giornata e assicura la disponibilità di risorse e garanzie economiche.
Uno spettro, oggi, si aggira in molte delle riflessioni che ruotano attorno alla rivoluzione digitale: quello dell’imminente scomparsa del lavoro (umano). Il dibattito è pressoché monopolizzato da una prospettiva meramente contabile sul numero di lavori che andranno persi per via dell’automazione e da ragionamenti compensatori1. Si finisce così per affidarsi alle sole statistiche, brindando o disperando a seconda di un saldo positivo o negativo sui fogli di calcolo delle trimestrali. L’ansia trova riparo nei pallottolieri. Questa lettura angosciosa dei cambiamenti in corso ha rubato il campo all’analisi approfondita: molte delle congetture sulla trasformazione (soprattutto tecnologica) del lavoro hanno spesso una natura iperbolica. Accerchiati da metafore di ogni sorta, le analisi sugli usi concreti delle tecnologie, oppure sulla possibilità di “aumentare” senza sostituire le capacità umane vengono quasi del tutto ignorate2. Peggio ancora va alle riflessioni su come ridisegnare l’ambiente di lavoro, ripensare il contenuto dei mestieri e la loro articolazione pratica, aggiornare gli inquadramenti contrattuali e reinventare le tradizionali tecniche di azione collettiva.
In questo contesto cacofonico, ogni dettaglio di cronaca, persino quello più insignificante, smette di essere parte del tutto e diventa segno incontrovertibile di una qualche tendenza inedita e inarrestabile. I microchip sottocutanei per controllare i dipendenti, la miriade di mestieri soppiantati dai computer, i big data che licenzieranno i fannulloni, i dilemmi sulla responsabilità in caso di incidenti causati dalle auto che si guideranno da sole, i robot che si sostituiranno ai nostri capi, l’ambiente di lavoro immateriale e permeabile tanto da essere a portata di smartphone, le intelligenze artificiali che scateneranno sanguinosi conflitti mondiali, la carta di “credito sociale” per stilare la classifica degli umani più affidabili, lo shopping e il design a domicilio grazie ai potenti mezzi della realtà aumentata... Sono solo alcuni dei racconti – verissimi o verosimili – che si alternano, accendendo gli animi nelle conversazioni pubbliche e private.
È giusto che se ne discuta così tanto. Ma quando i governi intervengono sulle questioni sollevate in questi dibattiti, le reazioni sono troppo spesso scomposte, figlie di una logica emergenziale, e per lo più effimere. Eppure, le stesse inquietudini si riaffacciano sul palcoscenico della storia economica con sospetta ricorrenza catalizzando le attenzioni dei più. A tal proposito, circola una significativa cartolina in cui sono giustapposte tre diverse copertine di «Der Spiegel», il famoso settimanale tedesco. La serie contiene le prime pagine di edizioni rispettivamente risalenti a marzo 1964, aprile 1978 e settembre 2016. Nei titoli a corredo dell’immagine si passa da un allarmante Automazione in Germania, l’arrivo dei robot, a un accigliato La rivoluzione dei computer: come il progresso causa disoccupazione, fino a un disastroso Sei licenziato! Come computer e robot ci rubano il lavoro – e quali professioni saranno al sicuro. In tutti e tre i casi, un robot dai connotati umani è rappresentato nell’atto di sbarazzarsi di un lavoratore umano. L’unica differenza sostanziale tra la copertina del 1978 e quella di pochi anni fa riguarda il lavoratore protagonista: nella prima si tratta di una tuta blu, nella seconda di un colletto bianco.
Nessun mestiere infatti è intrinsecamente immune alla rivoluzione digitale e, anzi, la classica visione polarizzante (da un lato lavori manuali, dall’altro quelli di concetto) non è in grado di fotografare la complessità del presente. Un avvocato, un medico, una consulente, un broker e una manager corrono rischi simili o anche peggiori di quelli che si trovano a fronteggiare un metalmeccanico, un’infermiera, un postino, un cuoco o un autista. Le aree protette, con ogni probabilità, si trovano all’intersezione dei mestieri. Dalla contaminazione tra saperi tradizionalmente appartenenti a diversi campi, infatti, stanno nascendo o nasceranno professioni ibride: operai altamente specializzati in processi innovativi, architetti di big data, analisti di algoritmi, ingegneri informatici della conoscenza giuridica, linguisti computazionali, allenatori e terapisti di protesi robotiche3. Accanto a questi, tanti lavori più antichi eppure resistenti: professionisti di vendite e marketing, addetti ai servizi di sicurezza, pulizie, ristorazione, o ancora assistenti sanitari e domestici.
È certo che l’uomo conserverà aree d’imbattibile vantaggio competitivo nei confronti delle macchine, e in parte riuscirà a essere l’azionista di maggioranza di alleanze originali con i robot e le intelligenze artificiali4, ma come ci si assicura che questa primogenitura non vada dissipata in nome di misure scellerate e valutazioni spregiudicate? È in corso una neanche troppo silenziosa corsa mondiale tra potenze rivali per assicurarsi una posizione di avanguardia e prestigio in campi nuovi, e l’Europa sta rimanendo indietro in settori in ascesa. Per evitarlo, avremmo bisogno di investire in infrastrutture immateriali a rendimento sicuro e diffuso nel tempo: istruzione e formazione, le uniche armi in grado di contrastare l’avanzata delle disuguaglianze. Il guaio, però, è che sembra più scontato perpetuare la ricchezza a partire dalle rendite e non, invece, investendo sul talento di chi lavora.
Allo stesso tempo, è pressoché impossibile anticipare la domanda di competenze che saranno richieste negli anni a venire, considerata l’incertezza sulle traiettorie di sviluppo del mercato del lavoro. Sappiamo quali attività potrebbero scomparire, ma non abbiamo idea di quelle che potrebbero sorgere. L’unica certezza è la carenza di competenze digitali che saranno chiave nel futuro, digitali ma anche non formali. E allora, solo investendo massicciamente in formazione di base e professionale e incoraggiando modelli come quello dell’apprendistato degnamente retribuito, si avrà la possibilità di realizzare il dettato costituzionale, che all’art. 3 garantisce «il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
Il grosso problema con cui ci si confronterà negli anni a venire sarà proprio che i lavoratori più vulnerabili e precari sono gli stessi che avranno meno opportunità di accedere a programmi di formazione e aggiornamento. È così da decenni, purtroppo. In più, molti dei modelli organizzativi che passano per innovativi e altamente tecnologici hanno la tendenza a generare lavoro precario e privo di valore: regolatori e analisti dovrebbero essere più consapevoli di questo circolo vizioso in cui rischiamo di restare incastrati.
È stato dimostrato che nell’ultimo ventennio l’accelerazione digitale ha agito a tenaglia, stritolando chi si trova nel mezzo5. Mentre accresceva la fascia alta e quella bassa della distribuzione dei redditi, ha compresso il numero di lavoratori nella fascia media determinando una forte polarizzazione. Stando ai dati, infatti, l’effetto sostituzione sembra avere molte più chance nella fascia media, mentre guardando le zone in basso e in alto nella mappa del lavoro e delle competenze è più facile imbattersi nell’effetto complementarità. Anche in questo caso, lo scenario non è poi tanto rassicurante. Solo i lavoratori altamente qualificati assistono all’incremento della propria produttività grazie alle tecnologie e ne traggono benefici diretti. Per tutti gli altri le notizie sono molto meno buone.
Allargando lo sguardo, emerge uno squilibrio ancora più preoccupante: chi perde il lavoro ha scarsissime possibilità di ritrovarlo in un altro settore. Per uscire da questo vicolo cieco, c’è bisogno di coraggio e di investimenti. Non basta però delegare allo Stato questo compito, anche le imprese – di fatto istituzioni sociali di prossimità – devono farsi carico di un percorso costante di aggiornamento delle competenze della propria forza lavoro. Ne va, tra l’altro, della loro capacità di avere successo in un mercato sempre più competitivo e affamato di novità.

1.1. La «robocalisse» è rinviata a data da destinarsi?

A che ora è la fine del lavoro? L’apocalisse, o meglio la robocalisse, è alle porte e i lavoratori in carne e ossa rischiano di cavarsela piuttosto male. Molti analisti non fanno che ripetere che la corsa selvaggia dell’innovazione ha imboccato una direzione senza ritorno alla volta della sostituzione del lavoro umano6. Anche di recente alcuni commentatori hanno sostenuto che la pandemia avrebbe favorito un aumento senza precedenti dell’automazione, dal momento che «le macchine non si ammalano».
Questi messaggi – per quanto in buona fede, almeno alla fonte – sono spesso serviti da arma retorica con cui giustificare interventi di deregolamentazione del mercato del lavoro. Più di frequente, hanno contribuito a diffondere il luogo comune secondo cui istituzioni sociali “inflessibili” e tutele sul lavoro “desuete” finirebbero per soffocare l’innovazione nella culla. Quel che è peggio, la narrazione dominante ha associato a questo scenario un ricatto più o meno esplicito: se l’automazione promette di rendere “superfluo” il contributo umano, l’uni...

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