parte prima
Sulle rovine della classe media emerge il mondo delle periferie
I politici si interessano solo di chi sta in alto nella società e continuano ad alimentare il mito di una classe media in ascesa e in espansione. In effetti, l’intrinseca vaghezza del concetto di “classe media” autorizza a un mescolamento di classi, in cui si possono includere senza distinzioni i perdenti e i vincenti di questo modello economico: i “proletari” e i “radical chic”, entrambi per lo più convinti di fare ancora parte della classe media. Di cosa parlano i politici quando parlano di “classe media tartassata”? Di una maggioranza o di una minoranza? Le analisi dimostrano che le classi medie rappresentano tra il 50 e il 70 per cento della popolazione. Tutte queste persone condividono lo stesso destino? Quando si ricorre a una categoria così ampia si è portati a concentrarsi su ciò che resta ai margini, sui più poveri, sui più ricchi. In questo modo non si mette però in discussione l’aspetto essenziale della questione, ovvero l’implosione di un modello non più capace di integrare le classi popolari, che costituivano lo zoccolo duro della classe media occidentale e ne incarnavano i valori.
Ammettere che la globalizzazione comporti effetti negativi non è più qualcosa di scandaloso. Purché si parli soltanto dei margini. Il tema della scomparsa della classe operaia a causa della deindustrializzazione, oppure quello della ghettizzazione delle minoranze godono di ampio consenso nell’opinione pubblica. È ben accetto anche l’argomento del pesante squilibrio tra un numero ingente di poveri e un 1 per cento (o anche uno 0,1 per cento) di straricchi. Pur portando alla luce le derive effettive del modello economico esistente, queste rappresentazioni non riescono però a rimettere in discussione il nocciolo della questione, cioè il fatto che la classe media è maggioritaria. E così, di fatto, riconfermano il modello, avallando l’idea che la classe media starebbe semplicemente evolvendo, adattandosi alle nuove norme economiche e sociali della società globale. Del resto, i politici e gli esperti preferiscono sempre usare parole come “mutazione” o “transizione”, invece che quelle troppo divisive di “rottura” e di “frattura”. Nella neolingua del “transitorio” e del “mutazionale”, allora, è più facile archiviare l’idea stessa che esistano interessi di classe divergenti.
Il mondo e le società occidentali stanno cambiando, si evolvono. Potremmo quasi dire che progrediscono, rifacendoci all’adagio per cui “il progresso non si ferma”. Ma questa “metafisica del progresso e del movimento” è la filosofia della classe dominante, della nuova borghesia. La stessa con cui, da mezzo secolo a questa parte, si giustificano i sacrifici economici e sociali in nome del bene comune. Le categorie minoritarie che appaiono temporaneamente escluse da questo movimento positivo sono solo eccezioni che confermano la regola di un modello economico e sociale generalmente “inclusivo”. Però! Proprio mentre la classe operaia ha tirato definitivamente i remi in barca, la classe media, intesa come classe sociale maggioritaria, culturalmente ed economicamente integrata, si è adattata e sta beneficiando del progresso. E così, nonostante i ricercatori parlino ormai da decenni dell’implosione o del crollo della classe media, stranamente c’è chi crede ancora che la maggioranza della popolazione occidentale resti agganciata a una società in mutazione.
Questa è l’analisi condivisa dalla classe politica, mediatica e accademica, con sporadiche eccezioni. È un’analisi che produce una rappresentazione sociale rassicurante e politicamente corretta, in cui gli inclusi sono maggioranza e gli esclusi una minoranza che è soltanto in attesa di accedere a un modello economico e sociale inclusivo, grazie alle sue politiche di integrazione (ah, la generosità!).
Ma la geografia è da sempre usata per fare la guerra. L’ipervisibilità mediatica che è stata riservata ai ghetti e alle crisi dei sobborghi metropolitani serviva appunto a sostenere questa costruzione sociale, facendo sì che i riflettori fossero puntati soltanto sulle disfunzioni sociali delle aree ai margini e dimenticando tutto il resto. È una storiella rassicurante per le società occidentali sempre più infantilizzate, e l’opinione pubblica ci si è crogiolata a lungo. Anzi, questa storia è anche servita a far sì che determinate categorie popolari oggettivamente indebolite credessero ancora di far parte della Storia con la “s” maiuscola.
Poi è arrivata la realtà a smentire questa favola della mutazione dolce delle società occidentali e della classe media e l’ha sostituita con il massacro di coloro che un tempo costituivano lo zoccolo duro di questa categoria maggioritaria. Dopo operai, impiegati e contadini, adesso è il turno dei quadri intermedi e dei pensionati di subire gli effetti negativi della globalizzazione. Le disfunzioni non si situano più solo nei territori marginali dei ghetti e delle zone deindustrializzate, ma si trovano anche in città di piccole e medie dimensioni, nel cosiddetto “suburbano imposto” e nelle aree rurali. Questa geografia sociale così disarticolata, sia urbana sia rurale, fatta di zone a prevalente attività agroindustriale ma anche di zone residenziali poco dinamiche, rappresenta un nuovo mondo. Il mondo dei territori periferici rispetto alle zone dove si concentra la maggior parte del lavoro e della ricchezza (le metropoli e le aree turistiche predilette dalla borghesia metropolitana) e dove vive la maggior parte delle categorie che un tempo facevano parte della classe media.
È in questi territori e su questa base sociale che è nata e continua a rafforzarsi l’ondata populista che attraversa l’Occidente da vent’anni a questa parte. Dalla Francia agli Stati Uniti, dalla Gran Bretagna all’Italia, dalla Germania alla Scandinavia, la dinamica populista mostra sempre la stessa geografia (le periferie urbane e rurali) e la stessa sociologia (le categorie umili che rappresentavano la maggioranza della classe media). Questo potente movimento culturale sta anche svelando quello che era il grande segreto della globalizzazione, ovvero la scomparsa della classe media occidentale.
Ovviamente, la classe dominante cerca di minimizzare, ricorrendo alla politica dello struzzo e/o della negazione e presentando questa contestazione dell’ordine dominante come una reazione irrazionale e marginale propria di una minoranza di miserabili, operai e gente con la terza media. È un’analisi che serve ben poco a descrivere il processo in corso di una massiccia disaffezione politica e culturale di una maggioranza di categorie popolari. Ma la vittoria del leave al referendum per la Brexit, l’elezione di Donald Trump, l’ondata populista in Europa, il permanere da oltre treant’anni in Francia di un elettorato del Front National parlano di ben altro che del mero risentimento della vecchia classe operaia condannata a morte dalla deindustrializzazione. Non sono solo i marginali, ma è l’intera società che si sta esprimendo, e usa le stesse categorie che prima si usavano per veicolare l’American o lo European way of life.
Sulle rovine della classe media occidentale è emerso il mondo delle periferie, guidato da categorie che una volta erano socialmente e culturalmente agli antipodi e che oggi condividono invece un’unica visione della globalizzazione. Lontano dalle grandi città, privi di coscienza di classe, questi operai, impiegati, agricoltori e liberi professionisti rappresentano ormai in tutti i Paesi sviluppati una maggioranza potenziale.
Non c’è niente di più forte che rivelare al mondo un segreto nascosto per decenni, anche se noto intuitivamente alla maggioranza dell’opinione pubblica. Il terremoto populista scuote le società occidentali non in modo isolato e irrazionale, ma come un vero e proprio movimento tettonico iniziato ormai quasi mezzo secolo fa con l’avvento di un modello economico e sociale che adesso sta provocando la scomparsa della classe media occidentale.
1. il mondo delle periferie
Ho cominciato a studiare la varietà sociale e culturale delle categorie popolari (che divido in povere, modeste e medie, di origine francese o immigrate) verso la fine degli anni Ottanta, mirando a evidenziare gli effetti della gentrificazione e della ghettizzazione imposta dall’alto sugli ambienti popolari in Francia. Questo approccio, che di fatto escludeva l’idea di un determinismo territoriale, mi ha presto spinto a tratteggiare una nuova geografia sociale basata sulla distribuzione delle classi popolari nello spazio.
Dalla Francia periferica al mondo delle periferie
Portando avanti questo lavoro di mappatura ho potuto mettere in luce l’importanza e la varietà delle classi popolari, determinando che di esse non fanno parte soltanto gli abitanti dei quartieri di edilizia popolare delle grandi città, dove si concentrano le categorie popolari dei poveri e degli immigrati, ma anche l’insieme molto più ampio degli abitanti dei territori deindustrializzati, delle zone rurali, delle città di piccole e medie dimensioni. Questa Francia non è né specificamente urbana, né specificamente rurale, né specificamente periurbana, ma è soltanto periferica. La tipologia tradizionale, fondata sull’opposizione tra urbano e rurale, è diventata inefficace per descrivere una situazione di ricomposizione sociale in cui l’opposizione ormai è tra grandi aree urbane globalizzate e in fase di gentrificazione, da una parte, e tutti gli altri territori dall’altra. Qui si trovano le radici del processo di ghettizzazione del mondo di sopra e, specularmente, della nascita della Francia periferica e popolare: il mondo di sotto.
La rottura violenta tra il mondo di sopra e quello di sotto è stata oscurata dalla sovraesposizione mediatica della crisi delle periferie, ma risulta evidente nel momento in cui si fa la mappa della distribuzione delle categorie popolari: operai, impiegati, persone a basso reddito e pensionati. Questa mappa, tuttavia, non veniva (negli anni Ottanta e Novanta) e tuttora non viene consultata dalla classe politica, mediatica o accademica. La cartina che lo stato maggiore della classe dominante usa, infatti, è l’esatto opposto di quella della distribuzione delle categorie modeste: è la mappa delle metropoli, del progresso e della globalizzazione felice… insomma è la mappa del mercato.
Proprio all’epoca in cui iniziavo le mie ricerche, a metà degli anni Ottanta, il Front National cominciò a decollare politicamente e pochi anni dopo, al principio dei Novanta, il filosofo Marcel Gauchet elaborava il concetto di “frattura sociale”. Espressione netta, per alcuni ansiogena, che contraddice totalmente l’idea di una transizione dolce della società francese verso il modello economico globalizzato, sottolineando invece che esiste una parte importante della popolazione che ne è rimasta fuori. Nelle aree più remote delle metropoli del mondo, in quelle delle città di piccole e medie dimensioni, del suburbano imposto e dei territori ...