Presentazione del card. Angelo De Donatis.
La presente raccolta di studi esamina la preparazione, i contributi e la recezione del Vaticano II nelle diciassette diocesi laziali. Dopo un saggio sulla nascita e il cammino storico del “Lazio ecclesiastico” e della Conferenza episcopale regionale, costituitasi all’indomani del Concilio, il volume si suddivide in tre parti, dedicate rispettivamente alla diocesi di Roma, alle diocesi suburbicarie e alle altre diocesi della Regione.
All’opera hanno collaborato ben ventuno studiosi di diversa competenza scientifica e impegno ecclesiale, alcuni dei quali personalmente coinvolti nel cammino – entusiasmante e difficile a un tempo – della recezione conciliare. Recezione che, come ha affermato pure papa Francesco, è per molti versi ancora agli inizi. Né potrebbe essere diversamente, trovandoci di fronte a un evento che ha profondamente riplasmato l’autocoscienza della Chiesa nel contesto di un mondo in rapida trasformazione.
Il volume vuole appunto inserirsi nel cammino della recezione del Concilio, cioè della sua appropriazione vivente e creativa all’interno delle Chiese locali, partendo da quelle che, per singolare privilegio, costituiscono la Provincia romana, di cui il papa è «arcivescovo e metropolita».
Pasquale Bua (1982), presbitero della diocesi di Latina, è professore straordinario di teologia dogmatica nell’Istituto Teologico Leoniano (Anagni) e professore invitato nella Facoltà di teologia della Pontificia Università Gregoriana. Tra le sue pubblicazioni si segnala Sacrosanctum Concilium. Storia/Commento/Recezione, Studium, Roma 2013.

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Theology & Religion1. Il Lazio civile, una regione in cerca d’identità
La regione civile del Lazio è il risultato di un’organizzazione amministrativa relativamente recente, che per molti aspetti contrasta con l’assetto territoriale precedente. Lo stesso utilizzo del termine «Lazio», se riferito a periodi storici antecedenti all’unità d’Italia, appare anacronistico.
Fino al 1814 la parte dello Stato pontificio che oggi denominiamo Lazio era suddivisa in sei circondari: Roma, Tivoli, Velletri, Frosinone, Viterbo e Rieti. La riforma amministrativa di Pio VII, successiva all’età napoleonica, distinse invece fra il distretto di Roma (la cosiddetta “Comarca”), le delegazioni di Viterbo e Civitavecchia a nord (coincidenti con il Patrimonium Sancti Petri o la “Tuscia romana”) e la delegazione di Frosinone a sud (comprendente le antiche province di Marittima e Campagna, corrispondenti la prima ai Castelli Romani e all’Agro pontino, la seconda alla Ciociaria). Con l’ulteriore riorganizzazione amministrativa voluta da Gregorio XVI nel 1833, Campagna e Marittima furono nuovamente separate e quest’ultima, come delegazione a se stante, ebbe per capoluogo Velletri [1] . Al di là del confine meridionale dello Stato pontificio, situato fra la cittadina portuale di Terracina e la valle del fiume Liri, si estendeva la provincia più settentrionale del Regno delle Due Sicilie, denominata Terra di Lavoro, che includeva, oltre all’alta Campania, il circondario di Sora e Gaeta, quest’ultima importante piazzaforte borbonica [2] .
Il termine Latium (da latus, territorio ampio), documentato a partire dal VI secolo a.C., indicava in origine solo l’area a sud di Roma, compresa fra il Tevere e il Circeo, occupata dai Latini. Questo territorio, esteso per circa cinquanta miglia, sarebbe stato denominato in seguito Latium vetus e distinto dal Latium novum o adiectum, costituito dalle aree conquistate dai Latini a sud e a est, fino all’altezza del fiume Liri-Garigliano, abitate da Volsci, Aurunci, Equi ed Ernici.
Di fatto, l’organizzazione territoriale del XIX secolo non faceva che ricalcare approssimativamente quella antichissima d’epoca augustea, aggiornata nel corso dei secoli senza novità sostanziali, finendo per rispecchiare in modo del tutto naturale la percezione delle stesse popolazioni locali. Suddivisione che, considerando la penisola italica come ager romanus, cioè come immediata pertinenza della capitale dell’Impero, distingueva al suo interno undici regiones, fra cui l’ Etruria, comprendente l’attuale Toscana e il Lazio nord, e il Latium et Campania, che si estendeva invece a sud di Roma [3] .
In un certo senso, il Lazio come oggi lo intendiamo fece la sua comparsa solo nel 1860 come «regione residuale» rispetto ai territori contermini, cioè semplicemente come la somma delle aree rimaste a costituire lo Stato pontificio dopo l’annessione della Romagna, delle Marche e dell’Umbria al nascente Regno d’Italia [4] . Si tratterebbe dunque di una regione “artificiale”, frutto di un processo di regionalizzazione forzato: una regione storicamente «introvabile» e culturalmente «indefinibile» [5] . Essa non rappresenterebbe una «regione naturale», come la maggior parte delle altre regioni del Belpaese, ma un «territorio regionalizzato» in seguito a interventi “calati dall’alto” [6] .
Il 15 ottobre 1870, dopo la presa di Roma del 20 settembre, il Lazio – cioè l’ultimo territorio pontificio a passare al Regno sabaudo – venne a costituire l’unica grande provincia di Roma (detta pure «Lazio di Roma»), in cui confluivano le quattro delegazioni di Viterbo, Civitavecchia, Velletri e Frosinone, ridenominate circondari. La scelta di un’unica provincia venne giustificata con lo scarso numero di abitanti e l’arretratezza economica delle ex delegazioni pontificie, ma fu pure determinata dalla volontà di dare all’Urbe un circondario adeguato al suo prestigio di nuova capitale d’Italia [7] , nonché dall’esigenza di arginare le rivendicazioni delle periferie di fronte alla possibile esplosione della “questione sociale” [8] . A seguito dell’accentramento amministrativo a Roma, e della conseguente costituzione di un’unica prefettura, i quattro vecchi capoluoghi di delegazione si trovarono declassati a sedi di sottoprefetture, dove furono dislocati alcuni uffici periferici. Insieme ad essi, continuavano a rappresentare un punto di riferimento anche le sedi episcopali, in cui, nonostante il basso livello di alfabetizzazione, sopravvivevano spesso fiorenti tradizioni religiose e culturali [9] .
Soltanto il 2 gennaio 1927, dopo che nel 1923 il circondario di Rieti era passato dalla provincia di Perugia a quella di Roma, il governo Mussolini decretava la nascita della regione Lazio come la conosciamo oggi, attraverso l’istituzione, accanto alla provincia di Roma, delle province di Viterbo, Rieti e Frosinone. A queste quattro si sarebbe aggiunta il 4 ottobre 1934 Littoria (ribattezzata Latina nel 1945), la prima delle cinque città fondate dal Duce sui territori bonificati a sud di Roma [10] . Contestualmente veniva ripristinato l’antico confine meridionale sul fiume Liri-Garigliano, sottraendo all’abolita provincia di Caserta il comprensorio di Sora e Gaeta, mentre il circondario di Cittaducale, sugli Appennini, passava dalla provincia abruzzese de L’Aquila a quella di Rieti. Con tale provvedimento, insomma, il Lazio veniva ad acquisire la sua fisionomia territoriale pressoché definitiva [11] , riassumendo in sé i due volti contrastanti della politica fascista: quello ruralista in periferia, che propagandava per ragioni tanto ideologiche quanto economiche il “ritorno alla terra”, e quello urbanista al centro, che all’opposto esaltava i fasti dell’Urbe “neo-imperiale” [12] .
Quali motivazioni indussero il Regime a trasformare la provincia di Roma in ciò che possiamo denominare il Lazio contemporaneo? In primo luogo, l’istituzione a raggiera di alcune province attorno a Roma serviva a porre un freno alla corsa migratoria verso la capitale, iniziata subito dopo l’Unità nazionale: la cosiddetta “romocentrizzazione” [13] . In secondo luogo, si trattava di immettere anche nelle periferie le strutture burocratiche dello Stato e del Partito (prefetture, federazioni dei fasci, sindacati, opere assistenziali, ecc.): assistiamo cioè a «un’operazione strategica nel quadro della costruzione del Regime», che si prefiggeva di raggiungere concretamente «i luoghi della vita reale dei gruppi sociali» per intensificare il controllo capillare del territorio [14] . In terzo luogo, l’iniziativa avrebbe permesso al Regime di guadagnarsi l’appoggio delle classi dirigenti locali, i cui esponenti vennero investiti delle cariche politiche e amministrative collegate all’istituzione provinciale [15] .
Dopo la seconda guerra mondiale, che determinò terribili devastazioni su gran parte del territorio regionale – oltre al bombardamento di Roma [16] , si pensi alle incursioni subite dalle città marittime di Anzio, Nettuno, Civitavecchia e Terracina, senza dimenticare Formia e Gaeta; oppure ai bombardamenti di Cassino (ridotta con la sua abbazia a un cumulo di macerie) e di numerose altre località, alcune delle quali letteralmente rase al suolo –, il Lazio venne ufficialmente istituito come regione italiana a statuto ordinario con la Costituzione repubblicana del 27 dicembre 1947. Tuttavia, come tutte le altre regioni a statuto ordinario, esso non avrebbe avuto un proprio organo politico rappresentativo fino alle elezioni amministrative del 7-8 giugno 1970: «Sotto molti aspetti, si può affermare che il Lazio, fino al 1970, è stato semplicemente una regione inesistente» [17] .
Fino al 1951, anno del primo censimento generale della popolazione italiana dopo la guerra, Roma rappresentava (insieme al massimo alla cittadina portuale di Civitavecchia) l’unica realtà compiutamente urbana della Regione. A quella data, infatti, il 99,5% dei comuni laziali e il 49,6% della popolazione regionale risultavano appartenere ancora a contesti rurali, semirurali o al più semiurbani [18] . Senza considerare l’Urbe, che come capitale d’Italia aveva conosciuto un incontenibile sviluppo del settore terziario, il Lazio del secondo Ottocento e del primo Novecento basava fondamentalmente la sua economia su agricoltura e allevamento, spesso nel quadro di una gestione latifondistica e in definitiva feudale del territorio. Una parziale eccezione era rappresentata dai poli manifatturieri di Isola del Liri, Sora, Tivoli e Civita Castellana, come pure dai cementifici e dalle fabbriche chimiche di Civitavecchia, Colleferro e Fontana Liri.
Solo a partire dagli anni Cinquanta e Sessanta, mentre l’alto Lazio conservava una forte vocazione agricola e Roma consolidava il settore dei servizi, le provvidenze statali determinarono lo sviluppo industriale dell’area meridionale, soprattutto lungo l’asse Roma-Latina, nella valle del Sacco, in quella del Liri e nel Cassinate (dove, agli inizi degli anni Settanta, si insediò la Fiat), senza comunque dimenticare più a nord il comprensorio di Cittaducale e la basse valle del Tevere. In seguito, tuttavia, la chiusura della Cassa del Mezzogiorno nel 1984 e le ricorrenti crisi economiche degli anni Novanta e Duemila hanno ovunque provocato serie difficoltà al settore secondario, sommandosi ai problemi cronici del settore primario e accrescendo il fenomeno del pendolarismo verso Roma, oltre a quello ben più preoccupante della disoccupazione [19] .
Ancora oggi, a distanza di centocinquant’anni dalla nascita del Lazio, il rischio resta quello di uno sviluppo incontrollato della testa a fronte del perdurante rachitismo delle membra. Due paiono, in sintesi, le caratteristiche fondamentali della Regione, fra loro strettamente connesse. La prima è la mancanza di omogeneità territoriale, cui si collega l’eccezionale varietà di storie locali, tradizioni culturali e assetti socio-economici. La seconda è la presenza soffocante ma al contempo essenziale di Roma, che funge da «calamita sociale, economica e politica» dell’intera Regione [20] . Per la sua importanza storica, simbolica, politica, l’Urbe si configura come un capoluogo regionale del tutto singolare: una metropoli che per un verso regge le sorti del territorio che la circonda, ma che per un altro verso se ne disinteressa a causa della sua connaturata vocazione nazionale e internazionale. Non stupisce, in fondo, che «Roma appare paradossalmente più vicina al mondo (in quanto realtà cosmopolita, centro della cristianità) che alla sua regione» [21] .
[1] Cfr. A. Ventrone, L’amministrazione dello Stato pontificio dal 1814 al 1870, Edizioni universitarie, Roma 1942, pp. 39-45; C. Ghisalberti, Lo Stato pontif...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Roma, il Lazio e il Vaticano II
- Indice
- Presentazione, Angelo card. De Donatis
- Introduzione, Pasquale Bua
- I. Il Vaticano II, il Lazio e la Conferenza episcopale regionale, Pasquale Bua
- I. Il cammino storico del Lazio ecclesiastico e lo “snodo” del Concilio
- 1. Il Lazio civile, una regione in cerca d’identità
- 2. L’erezione delle regioni ecclesiastiche nel Lazio fra Ottocento e Novecento
- 3. Il nuovo assetto giuridico delle diocesi suburbicarie
- 4. I cardinali suburbicari e la preparazione del Vaticano II
- 5. Dal Concilio alla nascita della Conferenza episcopale laziale
- 6. La fatica della Cel a elaborare un progetto pastorale unitario
- 7. I primi accorpamenti tra le diocesi del Lazio dopo il Vaticano II
- 8. Il riordinamento generale delle diocesi nel 1986 e gli interventi successivi
- 9. Le parole del metropolita della Provincia romana nelle visite ad limina
- II. La recezione del Vaticano II e la Conferenza episcopale laziale
- 1. Fermenti e turbolenze del primo post-Concilio romano
- 2. La “primavera” dei movimenti ecclesiali a Roma e nel Lazio
- 3. La Cel tra novità conciliare e difficile dialogo con il “mondo”
- 4. La “rievangelizzazione” del Lazio e il faticoso cambio di passo della catechesi
- 5. La riforma liturgica di fronte alla “crisi” della pratica sacramentale
- 6. Il ministero ordinato tra diminuzione dei preti e ripristino del diaconato
- 7. Il lancio tardivo ma coraggioso della pastorale della carità
- 8. La riflessione sulla vocazione dei laici negli anni Ottanta e Novanta
- 9. Il nuovo promettente focus sul laicato degli anni Duemila
- Conclusione
- I PARTE - LA DIOCESI DI ROMA
- II. La Chiesa di Roma nel primo Sinodo diocesano e nel Concilio Vaticano II, Michele Manzo
- 1. Lo stato della diocesi alla fine degli anni Cinquanta
- 2. L’avvento di Giovanni XXIII
- 3. Gli annunci del 25 gennaio 1959 e il primo Sinodo diocesano
- 4. La preparazione all’evento conciliare e l’apertura dell’11 ottobre 1962
- 5. La diocesi durante le sessioni conciliari, p. 143
- III. La recezione del Concilio nella Chiesa di Roma fino al secondo Sinodo diocesano (1965-1993), Luigi Storto
- 1. Nel dopo-Concilio Roma prende coscienza di essere Chiesa diocesana
- 2. Il convegno del ’74 e la denuncia dei mali di Roma
- 3. La Caritas romana e l’opera di don Luigi Di Liegro
- 4. Il secondo Sinodo romano
- 5. La vocazione alla carità della Chiesa di Roma
- 6. Conclusione
- IV. La recezione del Concilio nella Chiesa di Roma dopo il secondo Sinodo diocesano (1993-2017), Walter Insero
- 1. La prima fase di attuazione del Sinodo diocesano (1993-2008)
- 1.1. Un cammino “sinodale” per l’attuazione del Sinodo
- 1.2. «La paziente edificazione di una Chiesa comunione meglio in grado di evangelizzare»
- 1.3. «La nuova evangelizzazione costituisce il grande compito della Chiesa di Roma»
- 1.4. La missione della Chiesa di Roma nella Città
- 1.5. La pastorale della famiglia e la missione educativa
- 2. La seconda fase di attuazione del Sinodo diocesano (2008-2017)
- 2.1. La verifica per «aggiornare la pastorale ordinaria»
- 2.2. «Appartenenza ecclesiale e corresponsabilità missionaria»
- 2.3. La sfida dell’evangelizzazione e l’iniziazione cristiana
- 2.4. «L’animazione cristiana degli ambienti di vita e dell’ordine temporale»
- V. La diocesi di Roma e i papi: da Paolo VI a Giovanni Paolo II, Antonio Scornajenghi
- 1. Il pontificato di Paolo VI (1963-1978)
- 2. Il pontificato di Giovanni Paolo II (1978-2005)
- 3. Le visite alle parrocchie dei vescovi di Roma
- 4. Roma, modello del magistero wojtyłiano
- VI. Il papa, vescovo di Roma: un excursus storico-teologico, Marcello Semeraro
- 1. Papa perché vescovo di Roma
- 2. Dall’episcopato romano al centralismo romano
- 3. Attenzioni papali alla Chiesa di Roma prima del Vaticano II
- 3.1. Giuseppe Sarto – Pio X (1903-1914)
- 3.2. Giacomo della Chiesa – Benedetto XV (1914-1922)
- 3.3. Achille Ratti – Pio XI (1922-1939)
- 3.4. Eugenio Pacelli – Pio XII (1939-1958)
- 4. I vescovi di Roma dal Concilio a oggi
- 4.1. I sinodi diocesani
- 4.2. Il Vicariato di Roma
- 4.3. Le visite pastorali alle parrocchie romane
- VII. Il «vescovo di Roma» al Concilio Vaticano II: una presenza-assenza, Dario Vitali
- 1. La lezione della storia
- 2. Dalla Pastor aeternus al I schema de Ecclesia
- 3. Il cambio di prospettiva
- 4. «Episcopi [...] cum romano episcopo communicabant» (LG 22)
- 5. «Salvo restando il primato della cattedra di Pietro» (LG 13)
- Conclusione
- VIII. Il vescovo di Roma nell’ecclesiologia postconciliare, Giovanni Tangorra
- 1. Il potere di servire
- 2. La difficile via della collegialità
- 3. Il vescovo di Roma
- 4. Condizioni di una riforma
- II PARTE - LE DIOCESI SUBURBICARIE
- IX. La diocesi di Albano, Gian Franco Poli
- 1. Preparazione (1959-1962)
- 2. Celebrazione (1962-1965)
- 3. Recezione (1966-2015)
- 3.1. Mons. Raffaele Macario (1966-1977)
- 3.2. Mons. Gaetano Bonicelli (1975- 1981)
- 3.3. Mons. Dante Bernini (1982-1999)
- 3.4. Mons. Agostino Vallini (1999-2004)
- 3.5. Mons. Marcello Semeraro (2004)
- 3.5.1. Essere «preti del Concilio»
- 3.5.2. Vivere la consacrazione religiosa in sintonia col Concilio
- 3.5.3. Laici protagonisti nella comunità ecclesiale
- 3.5.4. Una Chiesa viva nella storia
- 3.5.5. Trasmettere il vero senso della liturgia
- 3.5.6. Rivitalizzare la parrocchia
- Conclusione
- X. La diocesi di Frascati, Valentino Marcon
- 1. La preparazione del Concilio in diocesi
- 2. Durante lo svolgimento del Concilio: i “resoconti”
- 3. L’invito dei papi
- 4. L’entusiasmo un po’ caotico del primo post-Concilio
- 5. Il “riflusso” o meglio il “periodo di riflessione”
- 6. Il quarantesimo del Concilio e l’ultimo tratto del cammino
- XI. La diocesi di Palestrina, Massimo Sebastiani
- 1. La diocesi suburbicaria di Palestrina
- 1.1. Una storia antica
- 1.2. Un cambiamento epocale
- 1.3. I presuli prenestini al Concilio
- 1.3.1. Il card. Benedetto Aloisi Masella
- 1.3.2. Mons. Pietro Severi
- 2. La preparazione del Concilio
- 2.1. Un annuncio sorprendente
- 2.2. La fase antepreparatoria
- 2.3. Proposte e aspettative del card. Aloisi Masella
- 2.4. Proposte e aspettative del vescovo Severi
- 2.5. La fase preparatoria
- 3. Durante il Concilio
- 3.1. Aloisi Masella
- 3.2. Severi
- 3.3. Il Concilio e i futuri presbiteri prenestini
- 4. Il post-Concilio nella diocesi prenestina
- 4.1. Il Concilio nel magistero del card. Aloisi Masella
- 4.2. Il Concilio nel magistero di mons. Severi
- 4.3. Il Concilio negli episcopati successivi
- 4.3.1. Renato Spallanzani
- 4.3.2. Pietro Garlato
- 4.3.3. Vittorio Tomassetti
- 4.3.5. Eduardo Davino
- 4.3.6. Domenico Sigalini
- Conclusione
- XII. La diocesi di Porto-Santa Rufina, Roberto Leoni
- Premessa. La rinascita di una Chiesa
- 1. Tisserant, il “padre” della diocesi
- 2. Il Sinodo diocesano, un “concilio” ante litteram
- 3. Il card. Tisserant al Concilio
- 4. Andrea Pangrazio: un vescovo dal Concilio
- 5. Il nuovo corso dei vescovi residenziali
- Conclusione. Memoria e identità
- XIII. La diocesi di Sabina-Poggio Mirteto, Alberto Cecca
- 1. Verso il Concilio
- 2. Durante il Concilio
- 3. Dopo il Concilio
- 3.1. La liturgia
- 3.1.1. Nuove chiese e adeguamento liturgico
- 3.1.2. Il calendario particolare
- 3.1.3. Il diaconato permanente
- 3.2. La pastorale della famiglia
- 3.3. La pastorale della carità
- 3.4. Associazioni e movimenti
- 3.4.1. L’Azione Cattolica
- 3.4.2. L’Unitalsi
- 3.5. L’ecumenismo e il dialogo interreligioso
- XIV. La diocesi di Velletri-Segni, Dario Vitali
- 1. La preparazione al Concilio
- 2. La partecipazione al Concilio
- 3. La recezione del Concilio
- III PARTE - LE ALTRE DIOCESI LAZIALI
- XV. La diocesi di Anagni-Alatri, Pasquale Bua
- 1. Gli interventi di Compagnone e Ottaviani in Concilio
- 2. Gli anni del Concilio ad Anagni
- 3. Gli anni del Concilio ad Alatri
- 4. Il primo post-Concilio e l’unione in persona episcopi
- 5. Il graduale avvio di un cammino comune tra le due diocesi
- 6. Il “salto di qualità” del secondo post-Concilio
- XVI. La diocesi di Civita Castellana, Roberto Baglioni
- 1. La preparazione del Concilio nelle diocesi (1959-1962)
- 1.1. Giuseppe Gori e le diocesi di Nepi e Sutri
- 1.2. Roberto Massimiliani e le diocesi di Civita Castellana-Orte-Gallese
- 2. Il contributo dei vescovi al Concilio e le iniziative ecclesiali (1962-1965)
- 2.1. Giuseppe Gori (Nepi e Sutri)
- 2.2. Roberto Massimiliani (Civita Castellana-Orte-Gallese)
- 3. La recezione del Vaticano II (1965-2015)
- 3.1. Roberto Massimiliani (Civita Castellana-Orte-Gallese: 1965-1975)
- 3.2. Giuseppe Gori e Tito Mancini (Nepi e Sutri: 1965-1969)
- 3.3. Marcello Rosina e la nascita della diocesi di Civita Castellana (1969-1989)
- 3.4. Divo Zadi (1989-2007)
- 3.5. Romano Rossi (2007)
- XVII. La diocesi di Civitavecchia-Tarquinia, Augusto Baldini
- 1. Mons. Giulio Bianconi
- 2. Mons. Luigi Rovigatti
- 3. Mons. Filippo Franceschi
- 4. Mons. Antonio Mazza
- 5. Alcuni “preti del Concilio”
- Per concludere
- XVIII. La diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino, Sergio Antonio Reali
- 1. I vota dei vescovi di Veroli-Frosinone e di Ferentino nel 1959
- 2. Gli interventi conciliari del vescovo di Veroli-Frosinone Luigi Morstabilini
- 3. Gli interventi conciliari del vescovo di Ferentino Costantino Caminada
- 4. Gli interventi conciliari del nuovo vescovo di Veroli-Frosinone Giuseppe Marafini
- 5. La recezione del Vaticano II nella diocesi di Ferentino
- 6. La recezione del Vaticano II nella diocesi di Veroli-Frosinone
- 7. Un breve confronto tra le due realtà ecclesiali
- 8. Due diocesi e un vescovo
- 9. Una nuova diocesi
- XIX. L’arcidiocesi di Gaeta, Emanuele Avallone
- 1. La Chiesa gaetana negli anni del Concilio e del primo post-Concilio
- 2. Luigi Maria Carli: «Il programma ce lo dà il Concilio»
- 3. Alcune attenzioni di Carli: le vocazioni e la spiritualità del clero diocesano
- 4. La recezione del Concilio continua: Farano, Mazzoni e D’Onorio
- XX. La diocesi di Latina-Terracina-Sezze-Priverno, Pasquale Bua
- 1. La preparazione diocesana e l’intervento conciliare di Pizzoni
- 2. Le lettere del vescovo dal Concilio
- 3. Il primo post- Concilio nel passaggio da Pizzoni a Pintonello
- 4. Compagnone e il vero avvio della recezione conciliare
- 5. Pecile e il «piccolo concilio pontino» del 1986
- 6. Petrocchi e il primo Sinodo diocesano come “manifesto” della recezione del Concilio
- In conclusione
- XXI. La diocesi di Rieti, Alfredo Pasquetti
- 1. La Chiesa reatina alla vigilia del Concilio
- 2. Gli esordi di Cavanna e l’avvio della stagione conciliare
- 3. Durante il Concilio
- 4. L’immediato post-Concilio
- 5. Trabalzini: il Concilio prende “corpo”
- Una prima conclusione
- XXII. La diocesi di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo, Luigi Gulia
- 1. Dall’annuncio del Concilio al «principio della rinascita cristiana »
- 2. Organismi di partecipazione, istituzioni e strutture di formazione, promozione e sostegno
- 3. In cammino: per una Chiesa di comunione, servizio e speranza, matura nella fede
- 4. Chiamati a servire: una Chiesa tutta ministeriale
- 5. La transizione: educare all’appartenenza per una nuova evangelizzazione
- 6. Il rinnovamento dell’abbazia di Montecassino e il Sinodo diocesano
- XXIII. La diocesi di Tivoli, Angelo Maria Cottarelli
- 1. La situazione precedente e la preparazione al Concilio
- 1.1. I decenni che precedettero il Concilio
- 1.2. L’episcopato di mons. Luigi Faveri e la preparazione conciliare
- 2. L’apporto di Faveri ai lavori conciliari e le iniziative diocesane
- 2.1. Il contributo di mons. Faveri ai lavori conciliari
- 2.2. L’immediato post-Concilio a Tivoli: le iniziative
- 3. La recezione del Concilio in diocesi
- 3.1. L’episcopato di mons. Guglielmo Giaquinta
- 3.1.1. Il lavoro per l’adeguamento della diocesi al dettato conciliare
- 3.1.2. Le opere letterarie
- 3.1.3. Le visite pastorali
- 3.2. L’episcopato di Garavaglia, il Sinodo mai iniziato e la recezione fino ai nostri giorni
- Conclusione
- XXIV. La diocesi di Viterbo, Fabio Fabene
- 1. I vescovi dell’alta Tuscia negli Acta conciliari
- 2. La prima recezione del Concilio con mons. Luigi Boccadoro
- 3. Mons. Fiorino Tagliaferri e la Chiesa come comunione missionaria
- 4. La visita pastorale e il Sinodo diocesano nel solco del Concilio
- 5. Mons. Lorenzo Chiarinelli e l’immagine della Chiesa pellegrina
- 6. In cerca della valorizzazione ecclesiale di tutti i battezzati
- Conclusione
- Conclusione aperta, Dario Vitali
- 1. Dal romano pontefice al vescovo di Roma
- 2. La Ecclesia romana
- 3. Una Chiesa “costitutivamente sinodale”
- 4. Il vescovo di Roma in una Chiesa “tutta sinodale"
- 5. Conclusione aperta sul vescovo di Roma
- Abbreviazioni e sigle
- Gli autori
- Indice dei nomi
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