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Affettività, suggestionabilità, paranoia
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Affettività, suggestionabilità, paranoia
Informazioni su questo libro
Affektivität, Suggestibilität, Paranoia (1906) prepara il campo al capolavoro di Eugen Bleuler: Dementia praecox o il gruppo delle schizofrenie, che uscirà cinque anni dopo. In che senso lo prepara? Nel senso che, sulla scia di Kraepelin, sgombra il terreno dall’equivoco di confondere la demenza della schizofrenia paranoide con la comune e “quasi normale” affezione paranoica. A che scopo? Presentare la specificità della psicosi intellettuale per eccellenza: la paranoia, intesa come patologia del sapere. In cosa, si chiede Bleuler, il delirio paranoico differisce dai nostri “normali” deliri quotidiani, individuali e collettivi: le fedi religiose, che producono guerre di religione, le ideologie politiche, che producono sanguinose rivoluzioni, le superstizioni magiche, che muovono miliardi nei più disparati movimenti (omeopatia, scientology, fitness…)? In nulla, semplicemente nel grado di certezza. L’idea delirante, persecutoria o megalomane che sia, indotta per suggestione affettiva individuale o collettiva, è paranoica per la forma, non per il contenuto; è paranoica perché è un’idea tanto certa quanto è incorreggibile. Non proviene dalla realtà empirica; forse è innata, nel senso dell’idealismo classico, e perciò nessuna realtà empirica potrà mai modificarla. La paranoia ignora il dubbio cartesiano. Bleuler tace sull’insorgere e stabilirsi della sua incorreggibilità. Tocca a noi, allora, riprendere e portare avanti il discorso sulla “psicosi intellettuale” per antonomasia, cercando di capire il mistero di come il paranoico riesca là dove l’idealista fallisce: pensare il falso con certezza.
In occasione della pubblicazione cartacea, questa seconda edizione digitale è stata interamente rivista e arricchita di un Indice analitico dotato di collegamenti ipertestuali.
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Informazioni
Argomento
PsychologyCategoria
Abnormal PsychologyC. Paranoia
«D’altra parte però esiste senza dubbio un gruppo di casi in cui le rappresentazioni deliranti formano, se non proprio l’unico, il sintomo morboso di gran lunga più saliente. Qui si sviluppa molto lentamente un duraturo e incrollabile sistema delirante, mantenendo perfettamente chiarezza e ordine nel pensiero, nella volontà e nell’azione»1.
In quanto segue l’espressione “paranoia” va usata solo in questo senso.
Applicando alla teoria della paranoia il concetto di affettività precisato all’inizio, quella teoria deve giustamente sembrarci bisognosa di revisione. Come campione vorrei illustrare un po’ il lavoro di Specht2, uno dei più validi che, come mi sembra, fallisce per mancanza di chiarezza sul concetto di affettività. L’autore mi perdonerà se a causa della brevità passerò sotto silenzio il molto di buono che trovo nel suo lavoro e mi soffermo solo sui punti che deviano dal mio punto di vista. Mi è lecito farlo in quanto le mie strade, benché si muovano in direzioni diverse, non finiscono molto distanti dalle sue.
Affetto della diffidenza
Il lavoro di Specht fa emergere la paranoia dal patologico “affetto di diffidenza”, che consiste in una mescolanza di sentimenti di piacere e avversione, ragione per la quale si arriva alla guarigione o al suo contrario anche nelle transizioni dalla mania alla melanconia. La paranoia va postulata teoricamente come terza psicosi accanto alla mania e alla melanconia.
In proposito ho da obiettare principalmente che
1. il diffidare non è un affetto;
2. il diffidare non è una mescolanza di piacere e avversione;
3. la paranoia non si può affiancare alle psicosi affettive.
A suo tempo nutrii qualche speranza di aver sistemato le cose, almeno con una parte dei colleghi grazie ad alcune osservazioni sulla Psychiatrische Wochenschrift3. A quanto pare mi sono sbagliato, sebbene non abbia avuto giustificate obiezioni contro quegli argomenti. Entro quindi nei dettagli.
In un ambiente poco rassicurante incontro un giovane uomo. Sembra un primario; porta con sé una scatola da erborista. Non ho ancora alcuna idea se fidarmi oppure no. Incontro un contadino che sembra ordinario e che ha con sé i suoi attrezzi di lavoro; ha le mani callose; così ho di che fidarmi; mi sento più sicuro di andare con lui che da solo. Incontro un uomo che per il vestito, la postura, il volto, sembra uno decaduto; allora non mi fido di lui. Non so se mi vuole fare qualcosa; forse è solo un viandante non pericoloso, ma potrebbe volere i miei soldi. Se un uomo del genere fosse in qualche modo più chiaro, farebbe vedere in modo inequivocabile un revolver, quindi mi predispongo a un attacco.
In tutti questi processi l’essenziale sono percezioni e interpretazioni, quindi processi cognitivi, cioè intellettuali. Con il primario non penso né a un pericolo né a difendermi. Del contadino so che non è pericoloso. Del minaccioso so che è pericoloso per tutte le ricche osservazioni e potenziali conclusioni che non mi consentono di decidere: contro di esse nutro diffidenza. Posso descrivere i processi senza parlare di un affetto, ma solo in termini intellettuali.
Ora è ovvio che a queste esperienze possono associarsi degli affetti come a ogni altro processo psichico. L’affetto è però qualitativamente e quantitativamente variabile, mentre ciò che si designa con la parola “diffidenza” rimane uguale.4
Se, per esempio, soffrissi di dementia praecox, che scinde i miei affetti, potrei anche essere completamente indifferente alle minacce della vita; l’affetto corrispondente può mancare, mentre la diffidenza come tale continua a essere presente. Nel sano gli affetti non verranno mai meno, perciò in nessun uomo sono del tutto uguali. Il coraggioso, il vigliacco, l’amante della vita, chi ha la vita in uggia, come si chiamano tutte queste predisposizioni, sono sentimenti del tutto diversi accompagnati dallo stesso processo intellettuale. L’annoiato della vita può provare una certa gioia nella situazione, anche se in un senso diverso dal bellicoso, anche quando ritiene il pericolo molto grande.
Inoltre gli affetti cambiano secondo il contenuto intellettuale della diffidenza, cioè secondo il male temuto, anche se la diffidenza, come tale, rimane uguale. Se presumo che mi prenderanno la borsa o la vita, la congettura è la stessa. Se diffido di qualcuno che attenta alla mia borsa, allora ho un altro affetto rispetto a quando quel qualcuno può attentare alla mia vita o a quella di uno dei miei cari. Se egli attenta al mio onore, sono affettivamente in una posizione molto diversa rispetto a lui e a questo fatto, come se, nella competizione con me, egli avesse nel suo arsenale un mezzo altrimenti sospetto.
Nella diffidenza gli affetti ci sembrano pertanto abbastanza inessenziali. Possono essere straordinariamente diversi per qualità e quantità, addirittura possono non aver luogo senza che la diffidenza scompaia o anche solo si modifichi. Eliminando però la conoscenza del processo intellettuale, non rimane alcun affetto unitario da poter designare come diffidenza.
La diffidenza stessa non va quindi designata come processo affettivo, ma come processo intellettuale. La parola diffidenza non significa infatti altro che il verificarsi di un evento che comunemente si considera in qualche senso sgradevole, che non si può prevedere ma neppure escludere. Congetturare, sapere, confidare, attendere, dubitare, esser chiaro, esser certo, sospettare, attribuire a qualcuno, sono processi che stanno sullo stesso piano.
Negli esempi mi sono limitato a eventi che al diffidente stesso fanno prevedere qualcosa di sgradevole. Secondo l’uso linguistico avrei dovuto adottare un significato più ampio del termine. Si può diffidare della solidità di una roccia, anche se il suo crollo non danneggia nessuno, proprio perché la solidità è proprietà comune della roccia. Un Roué può diffidare della virtù di una donnetta, anche se lo diverte. Si può diffidare di un nemico, anche quando, grazie all’atteso attacco, ci offre l’occasione augurata per renderlo inoffensivo. Si può diffidare che qualcuno danneggi il nostro nemico, anche se è così malvagio che ne godrebbe. In tutti questi casi l’affetto è ancora molto secondario, perché la congettura sgradevole non riguarda noi stessi e l’affetto cambia completamente quando l’oggetto della diffidenza sono le cose. Per fare una concessione alle concezioni di Richard Sandberg e Gustav Specht, vogliamo restare al significato più ristretto. Allora parliamo di diffidenza solo in riferimento al danno alla propria persona da parte di un’altra persona. Quanto ne ricaviamo vale a maggior ragione per la concezione comune del termine.
Come ho già detto, naturalmente anche la diffidenza è per lo più accompagnata da un processo affettivo; l’abbiamo inoltre definita aspettativa incerta di qualcosa di sgradevole. Quando è presente un affetto concomitante, nella maggior parte dei casi esso è naturalmente negativ...
Indice dei contenuti
- Indice generale
- Presentazione
- Frontespizio
- Colophon
- Presentazione della psicosi intellettuale per eccellenza (A. S.)
- AFFETTIVITÀ, SUGGESTIONABILITÀ, PARANOIA
- A. Affettività
- B. Suggestione
- C. Paranoia
- D. Riassunto
- Postfazione di Antonello Sciacchitano
- Indice analitico
- Indice dei nomi
- Bibliografia
- Indice digitale dei nomi e analitico