La Giustizia del Buonsenso
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La Giustizia del Buonsenso

Informazioni su questo libro

Dopo aver suscitato l'interesse di un ampio pubblico con il volume "Etica del Buonsenso", l'autore riprende il discorso sul comportamento umano alla ricerca di un metodo che aiuti a scegliere ed agire in modo buono e giusto. Il presente saggio è dedicato alla giustizia come concetto direttamente connesso all'etica e si rivolge sia al lettore comune che a tutti i professionisti le cui decisioni incidono sulla vita degli altri. L'analisi si svolge partendo dal concetto di giustizia come virtù alla quale l'uomo propende in modo naturale per poi spostarsi sul piano del rapporto tra diritto e morale che vede l'etica essere la fonte primaria del diritto. Sul piano normativo, poi, l'indagine approfondisce il tema delle leggi, di come comportarsi di fronte a norme ingiuste, e di come le leggi debbano occuparsi della giustizia sociale correggendo conflitti e disuguaglianze. Infine, l'autore scende sul piano giudiziario occupandosi, in particolare, delle professioni legali e di come esse debbano avere come fine la produzione di giustizia. Il testo, impreziosito da numerosi riferimenti e aneddoti filosofici, si propone con un linguaggio semplice e accessibile a tutti perché "la giustizia è una cosa che ci riguarda tutti".

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Informazioni

Anno
2018
Print ISBN
9788833000657
eBook ISBN
9788833000725

XVIII - Per una giustizia del buonsenso

Siamo arrivati alla fine di questo breve viaggio alla scoperta del significato di giustizia e di come dovremmo praticarla. Nel tentare di fare il punto su alcuni principi cardine toccati finora, sia nel volume dell’etica che in questo, ritengo utile proporre un breve saggio che ho scritto per introdurre il volume “ Giusto processo e depenalizzazioni ”, pubblicato nel 2016, appena terminata la stesura della prima edizione di “ Etica del Buonsenso ”. Nel saggio che segue, dal titolo proprio “ La giustizia del buonsenso ”, anticipavo la visione che ha poi prodotto le pagine che avete appena finito di leggere. Credo si tratti, per il presente volume, di un’esaustiva e degna conclusione, una sorta di breve manifesto culturale per poter ambire ad una giustizia sempre più giusta, sul piano etico e pratico.
Nelle parole che seguono, troverete anche alcuni riferimenti al concetto di “ giusto processo” e, soprattutto, un utile cenno alla “ giustizia riparativa”, un modello finora utilizzato in particolare sui minori che commettono reati, ma che potrebbe in futuro, estendendosi a tutto l’ambito giudiziario, cambiare radicalmente il modo di intendere e fare giustizia, in favore di una vera giustizia del buonsenso.
Grazie a tutti voi per l’attenzione che avete dedicato alle mie parole e riflessioni.

È meglio subire un’ingiustizia che commetterla”. In questo principio Socrate [1] includeva due elementi fondamentali per una vita giusta: la ricerca della virtù attraverso la conduzione di una esistenza sana e onesta che tenda al bene comune come obiettivo finale e la piena fiducia, oltre che il massimo rispetto, verso le leggi e le istituzioni della democrazia.
Difendendo questi principi Socrate rifiutò la possibilità di fuga, messa a punto da alcuni suoi discepoli in seguito ad una delle sentenze più ingiuste della storia, quella che condannò il filosofo greco alla morte.
Socrate rimase lì a difendersi fino alla fine, accettando qualsiasi esito, anche il più ingiusto, come difatti avvenne.
Il senso della giustizia per Socrate andava oltre le decisioni dei giudici; attraversava la coscienza e l’anima e si esplicitava attraverso una vita onesta e coerente. Non poteva quindi tradire ciò che egli stesso aveva insegnato per tutta la vita ad una moltitudine di giovani ateniesi, tra i quali molti di essi avrebbero continuato a diffondere il pensiero socratico tramandandolo di scuola in scuola, di generazione in generazione, fino ai giorni nostri.
La condanna a bere la cicuta e quindi a morire fu vissuta da Socrate come un’ingiustizia esattamente come le folli accuse dei suoi accusatori ma, nonostante ciò, egli non si sottrasse alla condanna e all’esecuzione, pur avendone avuto possibilità.
Socrate fu il primo filosofo ad aprire il dibattito etico nel diritto e all'interno degli ordinamenti giuridici. Fu uno dei primi, sicuramente il più celebre, ad aver subìto un processo ingiusto, sia per limiti tecnici dell’ordinamento ateniese dell’epoca, sia (soprattutto) per limiti etici.
A dargli man forte nella discussione intorno alla giustizia poco dopo negli anni arrivò Aristotele [2] , il quale esprimeva il concetto che è giusto rispettare le leggi ma occorre indagare quanto siano giuste le leggi e quanto siano giusti gli uomini che le hanno decise. Aristotele fu anche il primo a distinguere in modo netto il diritto normativo dal diritto naturale, ovvero dei princìpi preesistenti alle leggi stesse.
Del giusto in senso politico, poi, ci sono due specie, quella naturale e quella legale: è naturale il giusto che ha dovunque la stessa validità, e non dipende dal fatto che venga o non venga riconosciuto; legale, invece, è quello che originariamente è affatto indifferente che sia in un modo piuttosto che in un altro, ma che non è indifferente una volta che sia stato stabilito” (Etica Nicomachea).
Il grande merito di Aristotele è certamente quello di aver esplicitato la parola “etica” e di averne analizzato l’applicazione nei vari campi sociali. Il filosofo greco fu anche il primo a introdurre il concetto di “equità” definita come “ un correttivo della legge, laddove è difettosa a causa della sua universalità”. Le leggi hanno un carattere universale e sono giuste ma l’equo è un tipo di giusto più giusto delle leggi in quanto interviene laddove la legge non è in grado di esaminare un caso particolare rischiando di essere applicata ad esso producendo effetti ingiusti. Per certi aspetti Aristotele introduce un primo elemento di “ buon senso” correttivo del rischio di produrre ingiustizia pur applicando norme valide nell'ordinamento.
Ma il dibattito etico su cosa sia la giustizia “ giusta” è tutt’oggi al centro di un’intensa e a tratti aspra discussione filosofica, e non solo, tant’è che il binomio diritto e morale è divenuto imprescindibile nell’analisi giuridica [3] .
La storia di Socrate apre le porte a molteplici riflessioni sul senso della giustizia. Ognuno di noi ha un senso di giustizia e ogni persona giusta può concordare sul fatto che non vanno commesse ingiustizie e che sia meglio difendersi per un’ingiustizia subìta che per un’ingiustizia commessa. Ma il senso di giustizia e il rispetto per le istituzioni giudiziarie non può correre il rischio di essere indebolito da un’eventuale difficoltà della macchina giudiziaria a produrre giustizia, ovvero decisioni giuste siano esse sentenze o altri tipi di provvedimenti (es. cautelari, rinvio a giudizio, etc.).
Il senso di giustizia si accompagna così alla domanda di giustizia. In ogni ordinamento democratico la fiducia verso le leggi e le istituzioni è proporzionale alla capacità che l’ordinamento giuridico assume di restituire risposte giuste a tale domanda di giustizia.
Per questo oggi, quando si parla di giusto processo [4] , più che far riferimento ad elementi formali nello svolgimento del processo occorrerebbe pensare ad un “ senso del giusto [5] che accompagni l’amministrazione della macchina giudiziaria in ogni fase del procedimento.
Sto parlando di un criterio etico assumibile dai princìpi generali del diritto: ciò che è giusto non è per forza ciò che recitano le norme. L’unico criterio etico capace di derogare una norma in funzione di un bene maggiore è il buon senso, concetto con cui abbracciamo un senso del giusto molto più ampio del concetto di equità [6] primariamente espresso da Aristotele.
Ma il buon senso ci deve accompagnare anche fuori dal contesto meramente processuale e deve pervadere tutto l’iter giudiziario, dall’apertura delle indagini fino alla sentenza in ultimo grado e, se necessario, anche oltre (e vedremo in che modo).
Non è sufficiente, come detto, limitare la visione di un giusto processo solo ad aspetti formali, per quanto fondamentali. Essi sono la terzietà ed imparzialità del giudice; il rispetto della parità tra accusa e difesa; lo svolgimento del processo nel contraddittorio tra le parti; la ragionevole durata del processo che deve essere assicurata dalla legge; la garanzia di una veloce informazione all'imputato della pendenza del processo a suo carico; la possibilità di interrogare o far interrogare le persone che lo accusano o che lo possono discolpare; la garanzia del contraddittorio anche nella formazione della prova, con conseguente impossibilità di condannare un imputato in base ad accuse formulate da un soggetto che per libera scelta si è sottratto all'interrogatorio; l’ausilio di un interprete per lo straniero.
Il rispetto di tutte le garanzie a favore dell’imputato non implica automaticamente la soddisfazione della domanda di giustizia che nel processo penale è soprattutto pubblica, quindi soggetta al rischio di influenza mediatica e dell’opinione pubblica, mentre nel processo civile è privata.
Quante volte ci siamo trovati di fronte a sentenze sbagliate, nel metodo con cui sono state formulate o addirittura nel merito oppure a sentenze che, pur trovando conforto nelle norme, vengono percepite comunque come ingiuste dalle parti e/o dall’opinione pubblica? È quindi evidente che la definizione di giustizia che stiamo ricercando non è solo quella che rispetta le regole del formalismo giuridico quanto piuttosto quella che trova soddisfazione nel più elevato buon senso, ovvero la capacità di arrivare a decisioni giuste senza alcun dubbio, le quali creano effetti giusti per tutti e non recano danno ingiusto ad alcuno.
Premesso che sbagliare è umano ciò non può costituire un alibi, soprattutto quando sul piatto c’è la domanda di giustizia di persone vittime di reati così come la domanda di giustizia di imputati intenti a dimostrare la propria innocenza. Per questo la macchina giudiziaria deve essere in grado di partorire le decisioni giuste, in un tempo ragionevole e preservando la dignità di ogni individuo in corso di giudizio.
La domanda di giustizia e il diritto ad avere un processo giusto non è solo una questione riguardante la sfera penale ma è traslabile sul piano civile. E anche qui ci accorgiamo come le questioni sul funzionamento della macchina giudiziaria non siano molto diverse oggi dal passato. Isocrate raccontava, ad esempio, come l’inaffidabilità del giudizio spingesse molti cittadini a scegliere la via della risoluzione stragiudiziale delle controversie. Già nell'antica Grecia, quindi, si sviluppò un sistema transattivo di risoluzione privata delle liti per evitare i rischi di un sistema giudiziario giudicato inefficiente e iniquo. Tali sistemi, oggi conosciuti come ADR, stanno conoscendo nuova luce, in particolar modo la mediazione, seppur in un percorso pieno di ostacoli. Non è in discussione, chiaramente, la validità di tali strumenti che premiano la volontà delle parti e innovano in senso consensuale una cultura giuridica da troppo tempo bloccata sulla logica dello scontro ma, piuttosto, il motivo principale per cui si ricorre a tali strumenti oggi come nell'antichità ovvero l’inefficienza del sistema giudiziario e l’insoddisfazione della domanda di giustizia. È importante che gli strumenti alternativi di risoluzione delle controversie funzionino e vengano scelti dai cittadini per la loro utilità, per questo è importante che la scelta sia libera tra sistemi efficienti e che la scelta verso un sistema non sia influenzata dalla mancanza di affidabilità prodotta dall'altro sistema. Una giustizia giusta, quindi, funziona se funzionano bene tutti i suoi istituti, siano essi giudiziali o stragiudiziali. È il livello di cultura giuridica di una società che accompagna gli uomini alla ricerca del giusto e dell’utile senza bloccare per forza le parti in una logica di contrapposizione.
L’excursus sui sistemi ADR in campo civile ci permette di tornare ad analizzare la sfera penale con un approccio ancor più scrupoloso riguardo al concetto di giustizia e di giusto processo. Partiamo dal concetto di pena. Mentre nel processo a Socrate l’accusa indica il capo di imputazione e chiede il tipo di pena, nel caso del filosofo la pena di morte, senza alcuna valutazione circa la proporzionalità di essa all'eventuale portata del reato, è nel diritto romano che si inizia a consolidare una cultura giudiziaria che apre le porte al complesso di princìpi conosciuti come giusto processo, nonostante l’origine del giusto processo venga attribuito all'esperienza anglo-americana.
In realtà, come detto, nel periodo della libera res publica è già presente un chiaro concetto di giusto processo basato sulla distinzione tra “ diritto al processo” e “ diritto al processo equo”.
Il primo si traduce nel cosiddetto “ nulla poena sine iudicio” ovvero non può essere inflitta alcuna pena ad un essere umano senza che vi sia stato un giudizio prodotto attraverso un procedimento disciplinato dall’ordinamento.
Il secondo, aequum iudicium, implica buona parte di quelle caratteristiche che entreranno a far parte dell’art.6 della CEDU, adottata il 4 novembre del 1950 ovvero: presunzione di innocenza dell’imputato, aequa condicio fra accusato e accusatore, ragionevole durata del processo, indipendenza e imparzialità del giudice.
L’equo giudizio non ammette influenze esterne. I giudici devono sapersi guardare dalle pressioni dell’opinione pubblica in quanto essa basa le proprie opinioni spesso su pregiudizi e consuetudini che nulla hanno a che fare con le necessità di un giudizio giusto.
L’opinione altrui è un concetto che preoccupa molto sia i greci che i romani nella costruzione di meccanismi giudiziari imparziali, terzi, equi e incorruttibili. Ma ancora oggi è un problema noto, basti pensare ai cosiddetti “processi mediatici” su cui torneremo a breve.
Esemplare a questo proposito fu Cicerone nell’appassionata difesa di Cluenzio, riportata nel “ Pro Cluentio”: “ Nihil innocenti sucepta invidia tam optandum, quam aequum iudicium” ovvero “ Nulla è più desiderabile, per un innocente vittima di ostilità, quan...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. La Giustizia del Buonsenso
  3. Indice
  4. I - Dove eravamo rimasti
  5. II - L'anello dell'ingiustizia
  6. III - Eh, sì, ma non è giusto
  7. IV - Bugie e promesse
  8. V - Uno è meglio di cinque?
  9. VI - Il giusto e il buono
  10. VII - La teoria del buonsenso
  11. VIII - L'orsa e il dilemma morale
  12. IX - Il casco di banane
  13. X - Disobbedire
  14. XI - Questo è mio, no, è di tutti
  15. XII - Fortuna o merito?
  16. XIII - Il sottile confine tra diritto e torto
  17. XIV - Il grado di civiltà
  18. XV - La legge è (dis)uguale per tutti
  19. XVI - Ti faccio causa, anzi no
  20. XVII - L'ora della verità
  21. XVIII - Per una giustizia del buonsenso
  22. Bibliografia

Domande frequenti

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