Nel paese di Niccolò Machiavelli, all’interno del quale il fine giustifica sempre i mezzi, Aldo Capitini già durante il fascismo coglie la novità rivoluzionaria dell’insegnamento di Mohandas K.Gandhi: il fine sta all’albero come il mezzo sta al seme, tra i due c’è lo stesso inviolabile legame. I risultati delle nostre azioni non sono nella nostra disponibilità, solo i mezzi che usiamo dipendono direttamente da noi e di questi siamo responsabili. A partire da questa persuasione, Capitini apre una prospettiva diversa di azione politica, fondata su una originale ricerca filosofica, in un nutrimento reciproco tra teoria e prassi.
Il pensiero di Capitini, a cinquanta anni dalla morte, è ancora generativo per il nostro presente ed è l’oggetto di questo saggio introduttivo. Che, non a caso, ha in appendice l’ultimo testo di Capitini sulla nonviolenza, del 1968. Da riscoprire.

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Introduzione alla filosofia della nonviolenza di Aldo Capitini. Elementi per la liberazione dalla violenza
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Ethics & Moral Philosophy1.
In premessa, Aldo Capitini
e la via italiana alla nonviolenza
Avevo visto, nei dopoguerra della mia vita, le domeniche nella campagna frotte di donne vestite a lutto per causa delle guerre, sapevo di tanti giovani ignoranti ed ignari mandati ad uccidere e a morire da un immediato comando dall’alto, e volevo fare in modo che questo più non avvenisse, almeno per la gente della terra a me vicina
A. Capitini, In cammino per la pace, 1962
A. Capitini, In cammino per la pace, 1962
Di cosa parliamo quando diciamo nonviolenza? Nella risposta a questa domanda ci aiuta lo stesso Aldo Capitini che, ne Le tecniche della nonviolenza, scrive: “La nonviolenza è affidata ad un metodo che è aperto ed è sperimentale”[20] Un breve, primo, approfondimento intorno alle caratteristiche di questo affidamento ci introduce sia alla nonviolenza che alla figura del fondatore della via italiana alla nonviolenza.
Un metodo aperto e sperimentale
La nonviolenza è affidata ad un metodo di azione che si sviluppa su vari livelli – da quello educativo a quello sociale, da quello personale a quello politico – non come mero insieme di tecniche, ma come reciproca aggiunta tra prassi e teoria, tra azione e pensiero. Al contrario delle costruzioni ideologiche, la nonviolenza non è prima teorizzata e poi praticata, ma è prima vissuta come modalità di azione e di cambiamento di singoli e popoli; poi studiata e approfondita teoricamente e di nuovo sperimentata nell’azione, dove torna rinforzata da quelle aggiunte di pensiero. L’insieme di questa elaborazione collettiva ne costituisce il metodo.
Che è quindi metodo aperto, perché nessuno è custode di una dottrina, di un corpus di norme definitivo, di un “ismo”, ma ciascuno può apportare ad esso nuove aggiunte sia sul piano del pensiero che dell’azione, com’è avvenuto durante il ’900 – e anche in questo nuovo secolo – attraverso la pratica della nonviolenza sviluppata all’interno di ambiti culturali e religiosi differenti. Un metodo che può essere usato da tutti perché non si fonda sulla forza fisica o sugli armamenti, ma sulla forza d’animo[21].
Ed è un metodo sperimentale, un’approssimazione continua per prove ed errori, per le ragioni che lasciamo dire allo stesso Capitini: “Non c’è bisogno di dire che la nonviolenza è positiva e non negativa (non-violenza = amore, cioè apertura affettuosa alla esistenza, libertà, sviluppo di ogni essere), è attiva, lottatrice e richiede coraggio, è creativa e trova sempre nuovi modi di attuarsi, è inesauribile e non può essere attuata perfettamente, ma in continuo avvicinamento; e perciò ci diciamo amici della nonviolenza più che senz’altro nonviolenti”[22]. Ossia, appunto, sperimentatori di nonviolenza.
L’aggiunta di Capitini, tra azione e pensiero
Aldo Capitini è colui che, tra gli sperimentatori, ha dato alla nonviolenza italiana il maggior contributo di chiarificazione filosofica – creandone in qualche modo anche il lessico – all’interno di una produzione vastissima che intreccia elementi filosofici con altri religiosi, politici, pedagogici e poetici. Nella quale proviamo qui a mettere a fuoco, brevemente – in premessa – alcune tracce tematiche, legate a tappe significative della sua vita, che sono di orientamento per capirne gli snodi fondamentali del pensiero.
Perché sia opportuno legare i nuclei del pensiero capitiniano ad alcuni momenti della vita concreta di Aldo Capitini lo spiega bene Piergiorgio Giacchè che, nel presentare la figura del filosofo di Perugia, premette queste parole:
Azione e pensiero. Quando si racconta la vita di qualcuno è più corretto invertire la sequenza mazziniana. E non perché le azioni avvengano prima, avventate e irriflesse, ma perché avvengono per davvero, e perché – almeno nella vita ordinaria di poche persone straordinarie – sono esse stesse il pensiero che si concepisce come un atto. Poche sono le persone che hanno una vita così coerente da far seguire le parole ai fatti, o meglio da combinare le une e gli altri nei propri atti. Nel loro caso la vita equivale davvero alle opere, che non si distinguono dal loro primo significato di un effettivo e continuo operare[23].
Questo è appunto il caso di Aldo Capitini.
La persuasione, ossia il primato della coscienza
Capitini nasce nel 1899 a Perugia (la generazione di Gobetti e dei Rosselli, scriverà), figlio del campanaro del Municipio, e cresce in un’abitazione ricavata all’interno della torre campanaria del capoluogo umbro[24]. Dovendo presto trovare un’occupazione che contribuisse al reddito familiare, studia per diventare ragioniere, ma questo diploma nel profondo non lo soddisfa e due anni di studio matto e disperatissimo gli consentiranno di vincere una borsa di studio alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Qui si distingue per l’intelligenza vivace al punto che, una volta laureato e preso il diploma di perfezionamento, il direttore Giovanni Gentile gli offre il posto di segretario. Cosa che a trent’anni risolve i suoi problemi economici e gli consente di diventare assistente volontario del critico letterario Attilio Momigliano.
Nel ’32 a causa del suo sodalizio con Claudio Baglietto – giovane normalista che, ottenuta una borsa di studio per studiare a Friburgo con Heidegger, si dichiara obiettore di coscienza e non rientra più in Italia – Gentile gli chiede di fare un atto di adesione formale al regime prendendo la tessera del partito fascista. Capitini, che proprio alla Normale aveva approfondito quella persona...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Colophon
- Ringraziamenti
- Una “continua messa in questione” del mondo, per mutarlo: Aldo Capitini e la lotta nonviolenta – Prefazione di Thomas Casadei
- 1. In premessa, Aldo Capitini e la via italiana alla nonviolenza
- 2. Introduzione alla ricerca filosofica di Capitini
- 3. Conoscere il mondo è connesso al volerlo cambiare
- 4. Costruire la realtà di tutti
- 5. Liberazione e nonviolenza
- 6. Una teoria critica del potere: dalla democrazia all’omnicrazia
- 7. Infine, la lezione attuale in un Paese inattuale
- Attualità di un testo del 1968
- Postfazione di Daniele Lugli
- Galleria fotografica – Capitini informale in alcuni momenti della sua vita
- Lista dei nomi, dei luoghi e delle opere citate
Domande frequenti
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