Amartya K. Sen
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Amartya K. Sen

Tra economia ed etica

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Amartya K. Sen

Tra economia ed etica

Informazioni su questo libro

La necessità di tornare a formulare le esigenze etiche anche nel campo economicoha richiesto la rimessa in discussione della relazione tra etica ed economia. Un contributo significativo teso a conferire alla visione della «ricchezza» e dello «sviluppo» una declinazione antropologica ed etica è certamente quello di Amartya K. Sen, economista indiano, premio Nobel per l’economia nel 1998. Il confronto con la visione di Amartya K. Sen intende contribuire alla elaborazione di una proposta teorica in grado di rendere conto della prospettiva dello sviluppo umano sulla base di principi non esclusivamente economici.
 

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Informazioni

Anno
2017
Print ISBN
9788838245169
eBook ISBN
9788838246074
Argomento
Business

I. ECONOMIA ED ETICA OLTRE IL «PRINCIPIO DI UTILITÀ» E IL «FETICISMO DEI BENI»

Il riferimento al modello di relazione tra economia ed etica formulato da Amartya K. Sen è motivato dal fatto che nel pensiero di questo economista è forte la sottolineatura della rilevanza etica dei comportamenti economicamente motivati [1] . Per Amartya K. Sen, infatti, l’economia avrebbe molto da guadagnare se prestasse più attenzione ai temi di carattere etico, così come anche l’etica progredirebbe come disciplina se considerasse maggiormente i presupposti economici che sono alla base delle scelte umane [2] . Dato che la letteratura etica è abituata a considerare la bontà delle azioni umane in base a regole o principi che valgono indipendentemente dai risultati e l’analisi economica insiste sulla valutazione delle conseguenze, Amartya K. Sen, non abbandonando il conseguenzialismo, fondato sulla considerazione dei risultati [3] , sostiene che l’apporto etico che può portare l’economia è proprio nella capacità di valutare realisticamente le conseguenze, in ragione del fatto che le conseguenze delle azioni o delle scelte pubbliche, secondo Amartya K. Sen, non possono essere valutate, come nel caso degli utilitaristi e del welfare economics, in termini di utilità e di benessere, bensì nei termini di un’ideale ampio di «fioritura umana» orientato alla realizzazione piena, ricca e compiuta della vita umana, intesa, aristotelicamente, come vita riuscita.
Amartya K. Sen, infatti, critica l’utilitarismo sulla base della convinzione che gli effetti delle decisioni e delle scelte pubbliche non possono essere valutati unicamente in riferimento al ristretto parametro del principio di utilità o da una felicità di tipo esclusivamente quantitativo [4] . Ora, poiché «le varie interpretazioni dell’utilità hanno problemi diversi, ma sono accomunate dal progetto di effettuare la valutazione indirettamente tramite una matrice psicologica come la felicità o il desiderio» [5] , a giudizio di Amartya K. Sen, «per una più completa valutazione di tipo welfarista, occorre qualcosa di più che la semplice verifica dell’esistenza dell’utilità, ovvero, specificamente, occorre misurare e confrontare, in un modo o nell’altro, l’utilità. A tal fine – continua Sen – devono essere confrontate le intensità dei desideri, se si vuole fondare l’approccio sul collegamento fra l’importanza dell’appagamento dei desideri e la forza dei medesimi. Invero, la matrice mentale del desiderio in quanto tale deve essere massicciamente utilizzata per poter ricorrere alla visione dell’utilità come appagamento dei desideri nelle valutazioni utilitaristiche o comunque basate sull’utilità» [6] .
Dichiarando l’impossibilità di considerare l’utilità come unica fonte di valore e affermando che questa può essere nel migliore dei casi un riflesso del benessere di una persona, ma che il successo di questa persona non può essere giudicato esclusivamente nei termini del suo benessere, Amartya K. Sen sostiene che «giudicare il benessere di una persona esclusivamente sulla base della felicità o dell’appagamento dei desideri ha alcune ovvie limitazioni» [7] , in quanto «sono particolarmente nocive nel contesto dei raffronti interpersonali di utilità, dato che sulla misura della felicità si riflettono sia ciò che ci si aspetta che la vita possa dare, sia ciò che si pensa di aver ricevuto» [8] .
Dato che il comportamento degli uomini non mira unicamente alla ricerca di un tipo di benessere materiale, giacché vi sono una pluralità di beni e di finalità che gli uomini ricercano per una qualità di vita piena e compiuta, a giudizio di Amartya K. Sen, il problema «dell’influenza delle circostanze contingenti sulla misurazione dell’utilità è solo un riflesso di un problema più fondamentale, vale a dire l’insufficiente profondità del criterio della felicità o dell’appagamento dei desideri nel giudicare il benessere di una persona» [9] . Pertanto, poiché «il benessere è in ultima analisi una questione di valutazione, e se la felicità e l’appagamento dei desideri possono essere ben dotati di valore per il benessere della persona» questi «non possono – separatamente o anche insieme – rispecchiare il valore del benessere stesso», in quanto, siccome «‘essere felice’ non è nemmeno una attività valutativa, e il ‘desiderare’ è nel migliore dei casi una conseguenza della valutazione» [10] , è necessario qualificare il termine con altre categorie che non possono essere riconducibili al criterio del principio di utilità. Da questo punto di vista, per Amartya K. Sen, l’identificazione tra utilità e benessere fondata sull’affermazione che considera l’utilità come l’unica forma di valore va criticata «[...] sulla base del fatto che il benessere non è l’unica cosa che può avere valore; [...] sulla base del fatto che l’utilità non rappresenta adeguatamente il benessere» [11] . Questo in ragione del fatto che è possibile rilevare una difficoltà generale che riguarda la misurazione dell’utilità di un individuo, e che l’identificazione del benessere con l’utilità non è in grado di cogliere il fenomeno delle «preferenze adattative», cioè il fenomeno dell’adattamento mentale delle preferenze o dei desideri, delle sensazioni di piacere o di felicità, alle situazioni estreme.
Secondo Amartya K. Sen questa difficoltà è data dal fatto che l’utilitarismo ha una concezione ristretta della persona che si evidenzia nell’adozione di un modello di motivazione basato esclusivamente sul benessere e sulla ricerca dell’utilità come una realtà dotata di valore [12] . Pertanto, non avendo una concezione adeguata della persona come agente morale, l’utilitarismo considera le persone solamente come «localizzazioni delle loro rispettive utilità» [13] . A tal proposito, poiché «può assegnare valore alla promozione di certe cause al verificarsi di certe cose, anche se l’importanza riconosciuta ai successi in questa materia non si riflette sull’avanzamento del benessere personale» [14] , la persona, per Amartya K. Sen, non va considerata solamente nei termini dell’interesse personale e del raggiungimento di tale benessere, ma nei «termini di facoltà di agire, riconoscendo e rispettando le sue capacità di dar forma a obiettivi, impegni, valori, ecc.» [15] . Questo vuol dire che il benessere personale non costituisce l’unica informazione rilevante per la qualità dell’agire umano. In altri termini, per Amartya K. Sen, la persona va concepita come un agente razionale, le cui scelte e attività possono essere dirette a scopi e obiettivi diversificati, indipendentemente dal fatto che siano in relazione diretta con il benessere personale. Questo perché «una persona in quanto agente non è necessariamente fondata solo dal proprio benessere e le acquisizioni della facoltà di agire si riferiscono ai successi acquisiti nel perseguire la totalità degli obiettivi e fini che essa prende in considerazione» [16] . Anche se, per Amartya K. Sen, il perseguimento del benessere personale può costituire uno degli obiettivi da raggiungere da parte della persona, tuttavia, «nella misura in cui il calcolo del benessere basato sull’utilità di sofferma solo sul benessere della persona, ignorando l’aspetto della facoltà di agire, o addirittura non fa distinzione fra l’aspetto della facoltà di agire e l’aspetto del benessere, va perduto veramente qualcosa di importante» [17] nella considerazione della pienezza antropologica.
A tal proposito, prendendo decisamente le distanze dalla linea di pensiero moderna che vede nel sapere economico una realtà neutra e indipendente dai valori [18] , Amartya K. Sen sostiene che occorre tornare a pensare insieme etica ed economia, mediante la riscoperta della rilevanza della domanda di «come bisogna vivere», anche per quanto riguarda l’ambito della descrizione dei comportamenti economici [19] , in quanto gli effetti delle decisioni e delle scelte pubbliche non possono essere unicamente valutati sulla base del parametro ristretto costituito dell’utilità o dall’aspirazione e realizzazione di una vita felice meramente quantitativa [20] . In particolare, l’inadeguatezza dell’interpretazione utilitarista la quale, pretendendo di essere moralmente neutrale, fa dell’interesse al proprio benessere individuale l’unica motivazione degli agenti [21] e considera il raggiungimento di una condizione di benessere sociale come il risultato della somma delle preferenze dei singoli individui che costituiscono una determinata società [22] , appunto perché si basa su un percorso di valutazione esclusivamente soggettivo che non prende in considerazione nessuna informazione al di fuori di ciò che gli individui razionali fanno o provano [23] , a giudizio di Amartya K. Sen, genera anomalie nella distribuzione delle risorse tra gli individui e fragilità sul piano dei diritti in quanto rende impossibile il loro inserimento nel calcolo morale che stabilisce i criteri del benessere sociale [24] .
In riferimento a queste considerazioni, senza porre, però, in discussione l’accettabilità della forma conseguenzialista dell’utilitarismo [25] , in quanto egli non distingue tra utilitarismo come teoria etica individuale e utilitarismo come etica pubblica, tra utilitarismo morale e utilitarismo politico, individuando una specie di «struttura utilitaristica» presente nelle varie forme di utilitarismo, composta da due elementi espressi dal conseguenzialismo e dell’utilitarismo del risultato, che «identifica la bontà di uno stato con la somma complessiva delle utilità individuali ad esso associate» [26] , Amartya K. Sen critica l’utilitarismo del risultato perché, a suo giudizio, presenta difficoltà nei principi dell’ ordinamento-somma e del welfarismo che lo costituiscono, allorché sono in contrasto con i principi fondamentali di uguaglianza e libertà.
Il principio dell’ ordinamento-somma, costituendo il criterio distributivo sostenuto implicitamente dall’utilitarismo, prescrive di massimizzare la somma delle utilità individuali perché il metodo di aggregazione adeguato nella valutazione dell’utilità di un’azione, di una regola, di una motivazione, in una data situazione è costituito dalla somma totale di tutte le utilità individuali che si hanno in quella situazione. Tale principio suppone il principio di massimizzazione che prescrive di realizzare la massima somma possibile di utilità. Questo vuol dire che, a causa della non possibilità di distribuire ugualmente le risorse a tutti gli individui e, dunque, di garantire equamente la completa soddisfazione di tutte le utilità individuali, la distribuzione delle risorse deve avvenire sempre sul calcolo della massimizzazione in modo da garantire il massimo livello possibile della soddisfazione. È facile intuire che questo criterio distributivo contrasta con quello di uguaglianza anche perché non prende in considerazione come moralmente rilevante una distribuzione iniqua delle utilità. Avendo l’interesse di massimizzare la somma delle utilità individuali, la conseguenza dell’applicazione di questo principio è di operare una ripartizione delle risorse a disposizione in modo diseguale. A tal proposto Amartya K. Sen, precisando che in questo modo l’utilitarismo non rispetta gli elementari criteri di giustizia distributiva, osserva che il principio dell’ ordinamento-somma contrasta con il «nostro interesse per l’uguaglianza delle utilità» [27] e, per questo motivo, entra in conflitto con un principio morale che comunemente viene ammesso da tutti. Questo perché, nell’utilitarismo, l’attenzione all’uguaglianza non è sufficientemente elaborata, in quanto l’uguale trattamento delle preferenze e dei desideri di ciascun individuo rischia di avere conseguenze inique e risultati antiegualitari verso particolari minoranze o ristretti gruppi di individui.
Anche il welfarismo, limitandosi a indicare come obiettivo il benessere, cioè l’utilità individuale, giacché considera «l’utilità come l’unica cosa di valore intrinseco» [28] , per cui, a giudizio di Amartya K. Sen, «l’utilitarismo è la combinazione di welfarismo, ordinamento-somma e conseguenzialismo» [29] , nella procedura di valutazione comporta l’assunzione di vincoli informativi troppo stretti [30] . Infatti, allorché «ogni principio morale necessita di qualche tipo di informazione e il suo uso, e – in maniera non meno importante – esclude l’uso diretto di altri tipi di informazione», e poiché «i principi morali impongono “vincoli informativi”, i quali richiedono che a certi tipi d’informazione non dovrebbe essere concesso di influenzare i giudizi morali» [31] , il welfarismo considera come informazione fondamentale esclusivamente la nozione di benessere individuale e identifica il benessere con l’utilità. A tal proposito Amartya K. Sen ritiene che al welfarismo potrebbero essere accompagnate altre informazioni quali ad esempio il principio di uguaglianza che potrebbe assicurare un uguale livello di utilità dando così spazio all’importanza intrinseca del rispetto delle libertà personali. Pertanto, dato che l’utilità non può essere considerata come l’unico criterio sufficiente per determinare il valore di una situazione, il welfarismo, secondo Amartya K. Sen, va rifiutato, perché la valutazione di una situazione nei termini della sola utilità individuale non è in grado di spiegare il modo in cui si articolano i giudizi morali che danno grande peso al rispetto delle libertà personali.
Sia il principio dell’ ordinamento-somma sia il welfarismo, a giudizio di Amartya K. Sen, contrastano, dunque, con le intuizioni morali d...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. AMARTYA K. SEN
  3. Indice dei contenuti
  4. INTRODUZIONE
  5. I. ECONOMIA ED ETICA OLTRE IL «PRINCIPIO DI UTILITÀ» E IL «FETICISMO DEI BENI»
  6. II. L’«APPROCCIO DELLE CAPACITÀ» NEL RAPPORTO TRA ETICA ED ECONOMIA
  7. III. «TRA» ECONOMIA ED ETICA: LA «GIUSTIZIA» COME CATEGORIA PER LO SVILUPPO UMANO
  8. IV. UN CANTIERE ANCORA APERTO
  9. INDICE DEI NOMI

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