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Una volta Norberto Bobbio, in un’intervista a L’Unità, dichiarò che (la citazione non è testuale), nel Novecento è avvenuta tacitamente una delle più grandi rivoluzioni della storia: la Rivoluzione Femminista. È davvero così? Posto che, come ormai c’insegna l’epistemologia contemporanea, non c’è niente di assolutamente vero o assolutamente falso, in quanto la scienza tanto più è tale (“vera”), quanto più alto è il grado che essa ha di avvicinarsi alla verità, dirò che l’affermazione di Bobbio è, per così dire, vera al cinquanta per cento. Ma procediamo con ordine.
Aldilà del concetto di “rivoluzione” comunque lo si voglia intendere (nel senso di Cristo o di Marx, di Freud o di Rousseau, di Darwin o di Einstein, ecc.), il Movimento Femminista è da ricondurre, secondo autorevoli studiosi, all’epoca della Rivoluzione Francese. Risale ad allora, infatti, e precisamente al 1791, il primo Cahier des doléances des femmes (Quaderno delle rimostranze delle donne), di Louise De Kéralis. A questo fece sèguito Le prince philosophe (Il principe filosofo), di Olympe de Gouges, “romanzo volto a rivendicare i Diritti della Donna [e in sèguito a cui la De Gouges] organizzò società popolari femminili come la Société des femmes révolutionnaires e la Société fraternelle, conducendo un’energica campagna presso l’Assemblea costituente, a cui presentò una Déclaration des droits des femmes” (Tilde GIANI GALLINO). Sempre in pieno clima rivoluzionario, uno dei più convinti difensori dei Diritti delle Donne fu il Condorcet. Sennonché, in sede assembleare, prevalsero le tesi del Mirabeau e del Robespierre, decisi sostenitori del mantenimento dello status quo, e a ciò fece sèguito lo scioglimento di tutti i circoli femminili. Questo tuttavia non impedì che, nel frattempo (l’idea ormai si andava diffondendo sempre più), altri circoli si formassero in altre parti d’Europa: in Inghilterra, per esempio, dove Mary Wollstonecraft nel 1792 dava alle stampe A Vindication of the Rights of Women (La rivendicazione dei Diritti della Donna); e in Germania dove, nello stesso anno, Theodor von Hippel pubblicava Über die bürgerliche Verbesserung der Weiber (Sul miglioramento civile delle Donne). Ma, certo, siamo ancora agli albori: si tratta infatti di anticipazioni (se vogliamo dire così) di quella che già si potrà cominciare a chiamare – con o senza Bobbio – la Rivoluzione Femminista.
Vorrei far notare, però, come di ‘anticipazioni’, sia pure isolate, si possono trovare anche in epoche passate. Platone, per esempio, nella sua Repubblica, proponeva un modello di educazione assolutamente paritaria fra i sessi. Nel secolo precedente la stessa Rivoluzione Francese, poi, l’abate François de la Mothe Fénelon pubblica il Traité de l’éducation des filles (Trattato sull’educazione delle fanciulle), il quale costituisce certamente una tappa importante verso una concezione sessuo-paritaria progressista (ovviamente tenendo conto dei tempi), sicché non ci pare di poter condividere il giudizio di Dario Cecchetti, per il quale “Fénelon affronta il problema dell’educazione delle ragazze in una prospettiva che non si discosta dalla visione dell’inferiorità mentale della Donna, ma che tale visione – sembra ammettere a denti stretti il Cecchetti – si inserisce in un quadro educativo organico e razionale”.
Di tutt’altro avviso che Bobbio è invece Franca Ongaro Basaglia, secondo cui la Rivoluzione Femminista non solo non si è affatto realizzata, ma, al contrario, non è neppure ancora iniziata. Per meglio sostenere la sua tesi, l’insigne Studiosa fa un lungo elenco di citazioni: dalla Genesi a Freud, passando per Pitagora, Platone, Agostino d’Ippona, il Corano, Petrarca, Molière, Kant, Rousseau, Schopenhauer, Lombroso e numerosi altri personaggi (e testi); citazioni tutte volte ad argomentare come i rispettivi autori tendano a considerare la Donna inferiore all’Uomo. “Cosa cambia – si domanda infatti Ongaro Basaglia – dalla Genesi a sant’Agostino, da Catone a Fichte, da Petrarca a Nietzsche, da Pitagora a Lombroso? Usano tutti le stesse parole, perché la natura, contro cui l’Uomo ha pur sempre lottato, esprima nella Donna il suo pieno potere. Solo schiava della natura, la Donna sarà schiava dei bisogni dell’Uomo; ma dovrà sentirsi schiava della natura, per accettare di essere schiava dell’Uomo; dovrà sentirsi ostile e nemica, per esserne prigioniera. E il dio della Genesi lo aveva certo capito quando lanciava il suo doppio messaggio: generare la vita – da lui stesso creata come il massimo bene – sarà una condanna che la Donna deve espiare se dovrà essere soggetta al potere del maschio che la dominerà”.
Sennonché, almeno dal mio punto di vista, non tutti gli Autori citati da Ongaro Basaglia sembrano essere decisamente maschilisti/misogini. La citazione da Kant, per esempio, almeno nella sua seconda parte, sembra essere più una constatazione di fatto, un rilievo, una (sorta di) ‘presa visione’. Nella citazione ongaro-basagliana infatti il Filosofo tedesco avrebbe scritto: “la Donna non si preoccupa della continenza dell’Uomo prima del matrimonio; all’Uomo importa infinitamente molto la cosa da parte della Donna”. Se si pensa che ancora oggi e siamo ormai in pieno Terzo Millennio, in certe zone del Pianeta (e, tanto per limitarci all’Italia, penso ad alcune aree del Sud), una mentalità siffatta continua ad avere salde radici (anche nel modus operandi) di tantissime persone come se fosse una cosa ovvia, si comprende come molto probabilmente Kant per l’appunto si sia limitato a prendere atto di una situazione di fatto. Dopotutto, egli non dice che la Donna non si deve preoccupare…, ecc., né che all’Uomo deve importare, ecc.: da qui la mia perplessità. Il che tuttavia non esclude che, sul piano personale, il Filosofo di Koenigsberg potesse essere misogino, se non addirittura sessuofobo, se è vero, come riferiscono i suoi biografi, che ai suoi allievi egli suggeriva di praticare la masturbazione, e nonostante che qualcun altro, più ipocritamente, si limiti a dire che egli “di divagazioni sentimentali non sentì mai il bisogno” (Vittorio MATHIEU). Ma chi ha scritto questo era un filosofo spiritualista, e tanto basti.
Anche altri autori citati, come Rousseau, Nietzsche e Freud, mi convincono poco nella chiave di lettura ongaro-basagliana: ma di loro diremo più avanti. Ritengo invece più utile, a questo punto, riportare alcuni passaggi che mi sono sembrati particolarmente importanti del lungo – ancorché eccellente – articolo scritto da Ongaro Basaglia per Enciclopedia di Einaudi. Anzitutto: “la Donna non è mai stata e non si è mai considerata un soggetto storico sociale, ed è questo che rende ardua e pressoché impossibile una ricerca antropologica che tenti di ricostruire le tappe dell’evoluzione della sua presenza nel mondo. Se la storia dell’Uomo è la storia delle alterne vicende del suo potere sulla natura e del potere di gruppi di uomini su altri uomini, quale può essere la storia della Donna, preda del potere della natura in cui è stata identificata e oggetto del potere dell’Uomo? Di quale potere è stata il soggetto, per riuscire a ricostruire la propria storia?” Di certo, non si può dire in assoluto che non vi siano state e non vi siano tuttora donne (anche mitologico-leggendarie) che ‘non hanno fatto storia’, nel bene come nel male. Tanto per fare qualche nome: Cleopatra, Lucrezia Borgia, Giovanna d’Arco, Margaret Tatcher (sto citando senz’ordine alcuno), Maria madre di Gesù, Maria Maddalena, le Faraonesse, le Vestali, le Etère, Aspasia, Saffo, Maria Montessori, Maria Boschetti Alberti, Isabella di Castiglia, Magherita di Savoia, Anna Freud, Anna Frank, Agrippina, Messalina, le Amazzoni, le Valchirie, le Baccanti, Matilde di Canossa, Elena di Troia, Elena di Montenegro, la Monaca di Monza (quella ricordata dal Manzoni nei Promessi sposi), Erodiade, Novella Callegaris, Valentina Tereshkova e, tanto per finire, Ipazia: matematica e filosofa vissuta fra i secoli IV e V e che sarebbe stata “barbaramente uccisa in una dimostrazione popolare perché avversa al Cristianesimo” (Eugenio CORSINI), ma secondo me uccisa anche (o forse soprattutto) perché colpevole di... insegnare filosofia. Ma come? Lei, una DONNA! Epperò si tratta, com’è evidente, di ‘brandelli’, per così dire, di storia al femminile, spesso di casi sporadici o anche, come nel caso delle antiche Regine egizie, di fenomeni esclusivi di culture locali. “Corpo per l’Uomo – scrive sempre Ongaro Basaglia – e per la procreazione, la sua soggettività è ridotta e imprigionata in una sessualità essenzialmente per altri: corpo di cui non è mai padrona, attorno al quale si incentra una vita che non può che essere la storia della sua espropriazione. La Sessualità della Donna – enfatizzata ed esaltata come funzione essenziale – deve venire contenuta all’interno di limiti che impediscano che sessualità e riproduzione siano veramente ‘sue’. Chi sarebbe l’Uomo se sessualità e riproduzione fossero della Donna? Di chi sono i figli che partorisce? Quali garanzie ha l’Uomo di essere padre del figlio? La Donna ha la certezza della sua maternità, all’Uomo resta solo il dubbio, se la Donna è libera; sono i recinti, le mura, i confini, che possono dare questa certezza: la prigione, la reclusione, la schiavitù”. Un altro passaggio recita: “educata a non pensare, la Donna è definita stupida per natura; stimolata a essere bella per il piacere dell’Uomo, è ritenuta, per natura, frivola e sessualmente insaziabile; impedita a partecipare a incidere sulla realtà sociale, le si rinfacciano le sue naturali inabilità e impotenza. Prigioniera dei limiti fabbricati per lei, non può che essere naturalmente limitata”.
Parleremo più avanti di ninfomania, cui la dottoressa Ongaro Basaglia certamente si riferisce con l’espressione “sessualmente insaziabile”. Qui piuttosto mi preme fare un rilievo. Le riflessioni della Studiosa recano la data 1978. Bene: ora le cose non stanno più proprio così (come dicevo prima, stiamo ormai nel Terzo Millennio inoltrato). Già ben prima di quell’anno, avevano visto la luce: L’Uomo a una dimensione (1964), di Herbert Marcuse; la Lettera a una professoressa (1967), del prete Lorenzo Milani e dei suoi Allievi, e Descolarizzare la società (1971), di Ivan Illich (i rispettivi anni di pubblicazione si riferiscono alle edizioni in lingua originale). Ma già, nel 1963, era apparso in traduzione anche La Rivoluzione sessuale, di Wilhelm Reich, di cui ci occuperemo ampiamente più in là (e la cui edizione originale in lingua tedesca e con un titolo un po’ diverso, risale al 1936). In tale contesto si situa un anno che non sarà più dimenticato: il SESSANTOTTO.
E non posso esimermi, a questo punto, dal dover fare un’altra osservazione. Tutto quanto detto fin qui (e anche oltre) da Ongaro Basaglia è condivisibile nel modo più ampio. Ma… come si chiamava costei in realtà? A noi risulta che fosse la consorte del dottor Franco Basaglia. Se ne deduce che il suo cognome da nubile fosse soltanto Ongaro, e non Ongaro Basaglia. E allora: tutte le belle – anzi, bellissime – parole da lei scritte nel contesto citato assumono un significato paradossalmente… antifemminista: se, per essere espresse, richiedono che le si avalli con un cognome che non è solo quello personale, ma anche quello del proprio partner. Questo è tutt’altro che femminismo: è, se mi è consentito, “invidia del pene”, intesa in un senso sociologico più ampio possibile, come sarà chiarito più avanti. I casi come quello di Franca Ongaro Basaglia, in ambito intellettual-culturale non sono purtroppo infrequenti. Penso per esempio alla pedagogista Franca Pinto Minerva, il cui cognome vero pare che sia soltanto Pinto; alla stessa Tilde Giani Gallino (v. sopra), compagna di vita del sociologo Luciano Gallino; ad Anna Oliverio Ferraris, moglie dello psicobiologo Alberto Oliverio; a Silvia Vegetti Finzi che, se le nostre informazioni sono esatte, dovrebbe chiamarsi soltanto Finzi. Per non tacere della scrittrice Maria Bellonci: il cui vero cognome è Villavecchia, ma che non ha esitato a servirsi di quello del marito, Goffredo Bellonci (per l’appunto), per crearsi la notorietà. E così di sèguito. Elsa Morante, invece, non pensò mai minimamente di chiamarsi Morante Moravia, o Moravia Morante, pur essendo stata moglie dell’Autore degli Indifferenti e della Ciociara. E nemmeno l’ha fatto Dacia Maraini, anche lei moglie (dopo Morante) dello Scrittore romano. Diverso il caso di Natalia Ginzburg. Il suo vero cognome era Levi. Era stata sposata col rivoluzionario russo (ma stabilitosi in Italia fin dall’infanzia) Leone Ginzburg. Costui, incarcerato dal regima fascista, morì in carcere per le torture subìte. Ed è per onorare la sua memoria di eroe antifascista e vittima del Fascismo, che l’Autrice di Lessico famigliare e di Le piccole virtù (di cui parleremo tra breve) adotterà, in quanto scrittrice, il cognome Ginzburg, che manterrà anche dopo essere passata a seconde nozze con l’anglista Gabriele Baldini. Se così non fosse, vale a dire: se si fosse comportata come le cinque donne suddette (escludendo cioè Morante e Maraini e, per motivi del tutto opposti, Maria Bellonci), avrebbe di certo adottato il cognome Levi Baldini o Baldini Levi.