Salvatore Fausto Maria Terranova (Agrigento, 1954) vive da sempre a Palermo. Innamorato di fumetti, soldatini, trenini, ed ogni tipo di modellismo navale e aerodinamico, consegue la maturità scientifica nel '72 presso il Liceo scientifico Cannizzaro e nel '79 si laurea in Medicina. Ha ereditato la stessa passione per la musica di suo padre e del padre di suo padre. Non aspira all'agone fanatico, ama invece l'aurea mediocritas, e ammira le rare persone semplici e sincere dagli obiettivi alla loro portata e dal temperamento sereno, umano e coerente, mentre si sforza di compatire: sfrontati opinion leaders "so tutto io", superbi, invidiosi, e quei bugiardi che minimizzando son soliti imbastire un traslato della menzogna ben consapevoli d'essere riconoscibilissimi, nonché: gli aridi, avari, arroganti, autoritari e violenti, così come i superficiali e coloro che si dicono atei per scelta o per reazione. Neanche per gli estremisti integralisti che non hanno mai dubbi ha molte simpatie. Ma…, si può stare da soli? Forse per questo vive con un occhio al futuro dei figlioli e uno al suo passato, in una condizione di perenne nostalgico ricordo di persone, parenti, luoghi cari e perfino di odori e sapori dimenticati. Golosissimo di dolci, specie quelli di Agrigento d'una volta, cui sostiene appartenere il primato siciliano, è sempre alla ricerca della "giambella" e dell'Amicizia perfetta…

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Odiavo le poesie (ricordi e profumi della mia Sicilia)
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Argomento
LetteraturaCategoria
PoesiaPrefazione
di Francesca Luzzio
La silloge poetica di Salvo Terranova si caratterizza per i contenuti realistici, legati alla vita e all’esperienza dell’autore. I familiari, gli amici, i sentimenti, le emozioni vissute in luoghi e circostanze particolari sono infatti la materia prevalente della narrazione poetica.
L’immediata capacità di intensa ed espressionistica proposizione del suo sentire e dei ricordi lontani in cui la sua vita si proietta e si identifica, si esplica in genere in forma lirico narrativa, tuttavia non mancano poesie dove il lirismo è corroborato da una versificazione attenta agli elementi tecnico-formali, tipici della costruzione metrica. Così nella lirica “Maggio” quando il poeta nel rimirare “raggianti\tutti i colori della natura\…” “raccoglie i ricordi…, respira più forte,\…” l’allitterazione della “r” contribuisce a rendere la pienezza vitale di lui e della natura in primavera, oppure in “San Leone” non mancano la quasi rima (viaggi… oggi, fiorito… vita, etc…) e la rima (ale… male), anche tra versi lontani tra loro, ma a prescindere da questo, ciò che conta è l’emergere in alcune poesie, come la citata San Leone, di un lirismo che, attraverso una mitica descrizione paesaggistica, si veste di emozioni sensitive in cui si scioglie il ricordo: “Ecco l’immagine! È chiarissima…\…\…rumore di passi lenti su zoccoli di legno,\profumi d’estate misti a odori d’olio, di pane…\…\al fresco perenne prepotente di vento\di ponente,\…\e che sul mare subito ritorna, per fare schiuma bianca di tutta sua fatica,\…
Il coinvolgimento dei sensi, rispettivamente di verso in verso dell’udito, dell’olfatto, del tatto, della vista, fa sì che il lettore, entrando in consonanza sentimentale con il poeta, riviva con lui le sue stesse emozioni.
Questi soli esempi bastano ad illustrare la poliedrica vena creativa di Salvo Terranova.
Quelle poesie che da un punto di vista formale hanno in modo più evidente un aspetto lirico-prosaico, possono, pur con le dovute distinzioni, essere accostate alla “prosa lirica” che nei primi del Novecento caratterizzò la seconda fase della rivista la Voce, oppure anche al ”realismo magico” di M. Bontempelli, per cui personaggi quali la zia Carmelina, il signor Giacchino, la zia Lillina, etc… si vestono di arcano mistero e diventano simboli, modelli archetipi di umanità, propositori di valori che diventeranno essi stessi: essenza vitale dell’indole del poeta.
Il legame del poeta al reale si evince anche dalle tre composizioni rispettivamente contro certi concorsi letterari, l’arida editoria e i critici saccenti e distaccati, insomma l’intero ingranaggio che gira intorno alla produzione letteraria, spesso limitato nel suo spessore culturale e limitante, di conseguenza, la creatività artistica.
Penso che proprio tale convinzione sia la causa prima che abbia indotto il poeta a titolare la sua raccolta “Odiavo le poesie”, anche se l’uso dell’imperfetto, evidenzia che trattasi di un sentire negativo ormai rimosso, visto che proprio alla versificazione Egli affida “Ricordi e profumi della sua Sicilia”, del sottotitolo, conseguendo validissimi risultati.
Testi pieni di ironia spesso malinconica sono le poesie dedicate alla professione medica, come “Filastrocca amara”, ove il poeta-medico ricorre al dialetto siciliano a meglio calarsi nel contesto della sua esperienza professionale.
La poliedricità stilistica coinvolge quindi anche la lingua, infatti oltre all’italiano usa non solo il siciliano, ma anche il romanesco e, nell’ambito dello stesso italiano, il poeta talvolta ama attingere al lessico o a forme grammaticali tipicamente ottocentesche.
Insomma Salvatore Fausto Maria Terranova è un artista contemporaneo, postmoderno e, in quanto tale, ama anche il citazionismo.
La predilezione per Dante potrebbe derivare dalla profonda religiosità del poeta chein poesie come “Prendimi” e “Speranza” fa emergere un modus vivendi costantemente guidato nel pensiero e nell’azione da quei principi morali ed etici che fanno della nostra religione cattolica anche il fondamento della civiltà occidentale.
Infine appare opportuno rilevare l’ interartisticità che caratterizza le poesie dell’intera opera tutte accompagnate da fotografie che concretizzano visivamente i personaggi e gli ambienti che sono stati la vera materia d’ispirazione.
Un padre
Troppo tardi saprai figlio mio quanto t’ho amato!

e quanto ho trepidato: tu piccolo e tu grande…

Quel che Benigni disse per dedica alla moglie,
Io lo ridico qui pensando a te, alla tua mamma
e alle sue doglie:
“quanto t’ho amato e quanto t’amo non lo sai!
E non lo sai perché non te l’ho detto mai,
ma in amore le parole non contano,
conta la musica!”
Quando non eri ancora, già mi mancavi,
così il buon Dio ti donò a me che ti volevo e ti sognavo:
chiaro, bello, buono e maschio,
e così t’ho ricevuto, per due volte tenerello ciucciatore.
Poi come in antico, nelle mie braccia al Cielo presentato,
tutte e due volte t’affidai a Lui, Che sempre t’ha guardato,
e sempre Lo ringrazio di tanto bene certamente immeritato.

…Figlio nacqui,
e quell’amore antico quanto l’uomo che ancor mi porto dentro,
lo stesso che papà mio dal suo già tenne,
(poi che non v’è figlio senza genitore alcuno),
da quand’anch’io fui padre, tutto su te lo riversai,
figliolo mio carissimo,
sicché mai nulla d’esso si disperderà,
quand’anche tu, di tanto ben che t’ho donato,
tutto il darai, ad un tuo pruciolo ribelle,
quel sacro dì che Iddio vorrà.
D’allora in poi, anche tu padre,
ogni mio gesto, parola o sguardo di nostra vita insieme,
sotto altra luce li rivedrai, quando che
il mio silenzio t’urlerà il senso d’ogni cosa.
Ma come natura vuole, niente e nessuno ti strapperà
fierezza e gioia dell’uomo vero,
quando con mio nipote accanto ripenserai:
a me, a tuo fratello, ai tempi andati, alla tua casa.
Anch’io fui piccolo, ma il tempo ch’è passato
non mi ricorda che rari e brevissimi momenti...
Indice dei contenuti
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- Odiavo_le_poesie-5
- Odiavo_le_poesie-6
- Odiavo_le_poesie-7
- Odiavo_le_poesie-8
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