La mossa del varano
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La mossa del varano

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La mossa del varano

Informazioni su questo libro

Filippo Mazzei è nato a Pistoia nel 1970 e vive ad Artimino nella campagna toscana. Sposato con un figlio, imprenditore, giornalista, scrittore, il suo romanzo d'esordio è stato Inferno (2004), prima opera di una trilogia cui sono seguiti Purgatorio (2006) e Paradiso (2010) tutti editi presso MEF – Firenze.
L'autore è contattabile alla pagina facebook "Filippo Mazzei Scrittore".

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Informazioni

Anno
2014
Print ISBN
9788859118251
eBook ISBN
9788859119845
Argomento
Letteratura
Categoria
Poesia
DODICI
Ivo seguì l’istinto e l’istinto lo condusse verso lo studio da cui aveva sentito provenire i colpi; raggiunse la porta spalancata col cuore in gola, poteva vedere l’interno della stanza, al buio, completamente al buio, solo la tenue luce della luna ad inquadrare la finestra spalancata.
Luna rossa, quella sera, presagio di morte.
E poi un gemito, dal buio, dentro la stanza.
O meglio, un rantolo.
Accese la luce guardingo, sapendo già cosa avrebbe visto.
Nel centro della stanza, faccia in su, stava uno sconosciuto, lineamenti duri, marcati, barba ispida.
Capì che era l’uomo col revolver, l’uomo che aveva parlato durante il rapimento.
Sulla pancia, poco sotto il cuore, il giubbotto era squarciato e dal foro colava un liquido denso che aveva formato una chiazza scura sul parquet del pavimento: era una chiazza di sangue, il suo sangue, nel quale l’uomo si girava con le poche energie che gli erano rimaste.
La pistola, quella terrificante pistola che era servita per portare via Andrea, persa ogni pericolosità, giaceva ora abbandonata un metro più in là sul pavimento.
L’uomo rantolava con l’ultimo fiato di una misera esistenza, ma dalla bocca gli uscivano solo suoni indistinti e sangue; soprattutto sangue.
Cercò Ivo con gli occhi, forse per dire qualcosa, forse per cercare un aiuto; o forse per chiedere perdono.
Non la trovò mai, qualunque cosa fosse.
Nella fissità delle pupille dell’altro, un attimo dopo, dette addio alla vita.
* * *
Ivo raccolse la pistola proprio nel momento in cui una sagoma appariva sulla soglia della finestra.
“Tutto a posto?”.
L’Eroe entra in scena, pensò Ivo, e riconobbe Mario, una delle guardie giurate che prestavano servizio di ronda nella sua zona.
In un attimo capì tutto: il suono del campanello, la breve sparatoria, la morte del rapitore; che incredibile fortunata coincidenza, si disse.
Solo in quel momento si accorse che Annalisa non era con lui: pensò all’altro rapitore, ad Andrea e fu di nuovo assalito dal terrore.
Non sentiva più il pianto del bambino, non sentiva nulla, e sentì montargli un terrore cieco; non era normale, quel silenzio.
“Ce n’è un altro, ha preso mio figlio; vieni!” sibilò a Mario, tornando verso il corridoio: in cucina si vedeva sempre la luce accesa, ma gli parve anche di udire un rumore dal piano di sopra.
Capì che per far presto dovevano dividersi; in fondo avevano una pistola per uno: “Tu sali – sussurrò a Mario – io guardo di là”.
* * *
Ad Ivo bastarono pochi passi guardinghi per raggiungere la luce, la cucina, la speranza.
Pochi passi e le vide, e fu una scena che non avrebbe dimenticato mai più.
Irreale come un film, come solo i film sanno esserlo.
Un film dell’orrore.
Sua moglie gli dava le spalle, era ferma, immobile, in silenzio, e chissà da quanto tempo stava così.
Eppure anche senza vederla in faccia poteva intuirne i lineamenti contratti, i muscoli in tensione, il ghigno ferino che le stava solcando il volto.
Il ghigno della leonessa cui stanno minacciando la cucciolata.
Di fronte a lei stava l’altra, Paola, la figlia della colf, la sua amante, ed immediatamente, in un attimo, capì tutto: il silenzio obbligato del secondo rapitore, il movimento noto che gli era parso di scorgere in quel corpo, quella corporatura più esile.
Paola, quella Paola di cui tanto aveva desiderato il corpo e le attenzioni, Paola con cui aveva passato momenti coinvolgenti: Paola.
Paola stava di fronte ad Annalisa con in braccio il loro bambino, e tutto era agghiacciante; i due caschi da moto abbandonati per terra, l’espressione disperata di Andrea, il nastro adesivo che gli serrava la bocca e gli impediva di piangere, quel silenzio maledetto.
Ma soprattutto erano agghiaccianti le due donne, quella che non vedeva, di spalle, e di cui immaginava il ghigno, la rabbia; e quella che vedeva, Paola, con il viso trasfigurato, l’espressione trionfante negli occhi, nonostante fosse palese ormai che aveva perso, ora che suo marito giaceva di là, morto, ora che il rapimento era andato a vuoto, ora che erano stati scoperti.
Nonostante tutto questo Paola aveva l’espressione di chi ha vinto, Andrea in braccio e gli occhi fissi dentro quelli di Annalisa in atteggiamento di sfida vinta, di rivalsa.
E non lo aveva degnato di uno sguardo.
Semplicemente, lui non c’era.
Come se non c’entrasse.
Come se quella fosse una cosa privata tra due femmine.
* * *
Stavolta non deve fallire, è la sua occasione.
E poi c’è in gioco un bambino, mica storie.
La fine dei gradini, il buio, nessun rumore.
Click, luce, corridoio, la pistola spianata ad aprirgli la via.
Ala destra: una porta chiusa ed un’altra distesa per terra, sganasciata, in mezzo al pavimento.
Ecco il tonfo che aveva udito.
Dietro, un pertugio stretto, lo sgabuzzino che era chiuso da quella porta, vuoto.
Avanza; l’altra porta, ora, quella chiusa, quella in piedi.
Apre piano: buio, silenzio, nulla.
Luce: un bagno vuoto.
Torna in corridoio e va verso l’ala sinistra della casa.
* * *
Ora, il trofeo tra le mani, ora finalmente la donna riprese a pensare.
Pensava che era meraviglioso avere in braccio la creatura di qu...

Indice dei contenuti

  1. * * *
  2. PROLOGO
  3. * * *
  4. * * *
  5. UNO
  6. DUE
  7. TRE
  8. QUATTRO
  9. CINQUE
  10. SEI
  11. SETTE
  12. OTTO
  13. NOVE
  14. DIECI
  15. UNDICI
  16. DODICI
  17. TREDICI
  18. ULTIMO
  19. EPILOGO
  20. …E POI…
  21. LA GENESI DI QUESTA STORIA