La questione della tecnica
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Informazioni su questo libro

“Il mondo si trasforma in un completo dominio della tecnica. Di gran lunga più inquietante è che l’uomo non è affatto preparato a questo radicale mutamento del mondo”. Così si esprimeva Martin Heidegger in una lezione del 1955, L’abbandono (1959), che ci ricorda come il tema della tecnica sia centrale in tutta la sua opera, e non solo in questo cruciale saggio del 1953, La questione della tecnica (qui edito insieme a Scienza e meditazione). Il grande e controverso pensatore tedesco non è un tecnofobo come si tende, talvolta, a rappresentarlo.

La sua meditazione sulla tecnica non è una riflessione che può essere compresa nello schema tecnofobia vs. tecnofilia o tecnopessimisti vs. tecnottimisti. Quella di Heidegger, infatti, non è una critica alla tecnica, piuttosto una critica della tecnica, in quanto questa, insieme all’arte al linguaggio, è una via del disvelamento dell’Essere. Come tale è una questione eminentemente metafisica. Proprio per questo l’essenza della tecnica non è per niente tecnica. Un’affermazione densa di conseguenze.

Torna finalmente disponibile, con un’approfondita introduzione di Federico Sollazzo, il più importante lavoro filosofico dedicato alla tecnologia, un testo ormai introvabile in lingua italiana.

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Informazioni

Editore
goWare
Anno
2017
eBook ISBN
9788867977246
Argomento
Filosofia

Martin Heidegger

Riflessione sulla tecnica
e sulla scienza

Traduzione e note di Gianni Vattimo

La questione della tecnica

In queste pagine, noi poniamo la domanda circa la tecnica. Il domandare lavora a costruire una via. Perciò occorre badare anzitutto alla via, e non restare attaccati a proposizioni, termini particolari. La via è una via del pensiero. Tutte le vie del pensiero, più o meno percepibilmente, conducono in un modo peculiare a muoversi attraverso il linguaggio. Noi poniamo la domanda circa la tecnica e intendiamo con ciò procurarci un rapporto libero con essa. Tale rapporto è libero quando apre il nostro esserci all’essenza della tecnica. Se corrispondiamo a tale essenza, ci mettiamo in condizione di esperire la tecnicità nella sua delimitazione.
La tecnica non si identifica con l’essenza della tecnica. Quando cerchiamo l’essenza dell’albero non possiamo non accorgerci che ciò che governa ogni albero in quanto albero non è a sua volta un albero che si possa incontrare tra gli altri alberi come uno di essi.
Allo stesso modo, anche l’essenza della tecnica non è affatto qualcosa di tecnico. Non possiamo quindi esperire veramente il nostro rapporto con l’essenza della tecnica finché ci limitiamo a rappresentarci la tecnicità e a praticarla, a rassegnarci ad essa o a fuggirla. Restiamo sempre prigionieri della tecnica e incatenati ad essa, sia che la accettiamo con entusiasmo, sia che la neghiamo con veemenza. Ma siamo ancora più gravemente in suo potere quando la consideriamo qualcosa di neutrale; infatti questa rappresentazione, che oggi si tende ad accettare con particolare favore, ci rende completamente ciechi di fronte all’essenza della tecnica.
Secondo un’antica dottrina, l’essenza di qualcosa è il che cosa una certa cosa è. Poniamo il problema della tecnica quando domandiamo che cosa essa sia. Tutti conoscono le due risposte che si danno alla nostra domanda. La prima dice: la tecnica è un mezzo in vista di fini. L’altra dice: la tecnica è un’attività dell’uomo. Queste due definizioni della tecnica sono connesse. Proporsi degli scopi e apprestare e usare i mezzi in vista di essi, infatti è un’attività dell’uomo. All’essenza della tecnica appartiene l’apprestare e usare mezzi, apparecchi e macchine, e vi appartengono anche questi apparati e strumenti stessi, come pure i bisogni e i fini a cui essi servono. La totalità di questi dispositivi è la tecnica. Essa stessa è un dispositivo o, in latino, un instrumentum.
La rappresentazione comune della tecnica, per cui essa è un mezzo e un’attività dell’uomo, può perciò denominarsi la definizione strumentale e antropologica della tecnica.
Chi vorrà negare che sia esatta? Essa si conforma chiaramente a ciò che si ha davanti agli occhi quando si parla di tecnica. La definizione strumentale della tecnica è così straordinariamente esatta che vale anche per la tecnica moderna, la quale peraltro viene generalmente considerata, e con una certa ragione, qualcosa di completamente nuovo e diverso rispetto alla tecnica artigianale del passato. Anche una centrale elettrica, con le sue turbine e i suoi generatori, è un mezzo apprestato dall’uomo per uno scopo posto dall’uomo. Anche l’aereo a reazione, anche il generatore di alte frequenze sono mezzi in vista di fini. Naturalmente, una stazione radar è meno semplice di un anemoscopio a banderuola. Naturalmente la costruzione di un generatore di alte frequenze richiede il coordinarsi di diversi procedimenti operativi della produzione tecnico-industriale. Naturalmente, una segheria in una valle sperduta della Selva Nera è un mezzo primitivo in confronto alla centrale idroelettrica sul Reno.
Ma resta esatto che anche la tecnica moderna è un mezzo in vista di fini. Perciò, la rappresentazione strumentale della tecnica condiziona ogni sforzo di condurre l’uomo nel giusto rapporto con la tecnica. Tutto consiste nell’adoperare la tecnica come mezzo nel modo adeguato. Si usa dire che bisogna «prendere in mano» la tecnica «per farla servire allo spirito». Si vuole dominare la tecnica. Questa volontà di dominio diventa tanto più urgente, quanto più la tecnica minaccia di sfuggire al controllo dell’uomo.
Ma nell’ipotesi che la tecnica non sia un puro mezzo, che ne sarà della volontà di dominarla? E tuttavia abbiamo già riconosciuto che la definizione strumentale della tecnica è esatta. Certo. Ciò che è esatto constata sempre qualcosa di giusto a proposito di ciò che gli sta di fronte. La constatazione, tuttavia, per essere esatta non deve necessariamente svelare ciò che le sta di fronte nella sua essenza. Ora, solo dove un tale svelamento si dà accade il vero. Perciò, quello che è puramente esatto non è ancora senz’altro il vero. Solo quest’ultimo ci conduce in un rapporto libero con quello che ci concerne a partire dalla sua essenza. L’esatta definizione strumentale della tecnica non ci mostra ancora, perciò, la sua essenza. Per poter raggiungere tale essenza, o almeno arrivare nella sua vicinanza, dobbiamo cercare, attraverso e oltre l’esatto, il vero. Dobbiamo domandarci: che cos’è la strumentalità in se stessa? A che cosa ci riportano elementi come mezzo e fine? Un mezzo è ciò mediante cui qualcosa è effettuato e così ottenuto. Ciò che ha come conseguenza un effetto (Wirkung) è detto causa. Tuttavia, causa non è solo ciò mediante cui qualcos’altro è effettuato. Anche il fine conformemente al quale si determina la natura del mezzo vale come causa. Là dove si perseguono dei fini e si usano dei mezzi, dove domina la strumentalità, là anche domina la causalità.
Da secoli, la filosofia insegna che vi sono quattro cause: 1. la causa materialis, per esempio la materia con cui si fa un calice d’argento; 2. la causa formalis, la forma o figura, in cui la materia entra; 3. la causa finalis, lo scopo, per esempio il rito sacrificale per cui il calice deve servire, e che lo determina nella sua materia e nella sua forma; 4. la causa efficiens, che produce l’effetto, ossia il calice reale compiuto, e cioè l’orafo. Ciò che la tecnica è, rappresentata come mezzo, si svela quando noi riportiamo la strumentalità alle quattro cause.
Ma che accade se la causalità, a sua volta, rimane nascosta nel suo essere? Invero, da secoli si usa fare come se la dottrina delle quattro cause fosse una verità chiara come il sole, caduta dal cielo. Può darsi invece che sia giunto il momento di chiedersi: perché ci sono proprio quattro cause? Che cosa significa propriamente, in relazione ai quattro elementi nominati, il termine «causa»? In base a che cosa il carattere di causa delle quattro cause si definisce così unitariamente da far sì che esse siano reciprocamente connesse?
Fino a che non ci dedicheremo a questi problemi, la causalità, e con essa la strumentalità, e insieme con questa la definizione corrente della tecnica, resteranno qualcosa di oscuro e di non-fondato.
Da lunga data si usa rappresentarsi la causa come ciò che opera (das Bewirkende). Operare (wirken) significa in tal caso produrre dei risultati, degli effetti. La causa efficiens, una delle quattro cause, diventa così il modello per definire ogni causalità. Si arriva addirittura al punto che la causa finalis, la finalità, non è più in generale considerata come una causa. Causa, casus è connesso al verbo cadere, e significa ciò che fa sì che qualcosa, nel suo risultato, riesca, accada in questo o quel modo. La dottrina delle quattro cause risale ad Aristotele. Tuttavia, nell’ambito del pensiero greco e per questo pensiero, tutto ciò che le epoche successive hanno cercato presso i greci sotto la rappresentazione e il nome di «causalità» non ha assolutamente nulla da fare con l’operare e l’effettuare (Wirken e Bewirken). Ciò che noi chiamiamo causa, e che si chiama causa per i romani, si chiama, per i greci, αἴτιον, ossia ciò che è responsabile di qualcos’altro (ein anderes verschuldet). Le quattro cause sono i modi, tra loro connessi, dell’esser-responsabile. Si può chiarirlo con un esempio.
L’argento è ciò di cui il calice è fatto. In quanto materia (ὕλη) di esso, è corresponsabile del calice. Questo deve all’argento ciò in cui consiste. Ma l’oggetto sacrificale non rimane debitore solo dell’argento. In quanto calice, ciò che è debitore dell’argento appare nell’aspetto di calice e non di fibbia o di anello. L’oggetto sacrificale è quindi anche debitore dell’aspetto (εἶδος) di calice. L’argento, in cui l’aspetto di calice è fatto entrare, e l’aspetto in cui l’argento appare, sono entrambi a loro modo corresponsabili dell’oggetto sacrificale.
Responsabile di esso rimane però, anzitutto, un terzo. Questo è ciò che preliminarmente racchiude il calice nel dominio della consacrazione e dell’offerta. Da questo esso è circoscritto come oggetto sacrificale. Ciò che circoscrive de-finisce (beendet) la cosa. Ma con tale fine la cosa non cessa, anzi a partire da essa comincia ad essere ciò che sarà dopo la produzione. Ciò che de-finisce e compie (das Vollendende), in questo senso, si chiama in greco τέλος, termine che troppo spesso si traduce con «fine» o «scopo» travisandone il senso. Il τέλος risponde di ciò che, come materia e come aspetto, è corresponsabile dell’oggetto sacrificale.
C’è infine un quarto corresponsabile della presenza e dell’esser disponibile dell’oggetto sacrificale compiuto: è l’orafo; ma non in quanto egli, operando, causi (bewirkt) il calice compiuto come effetto di un fare, cioè non in quanto causa efficiens.
La dottrina di Aristotele non conosce né la causa che si indica con tale nome, né usa un termine greco corrispondente.
L’orafo considera e raccoglie i tre modi menzionati dell’esser responsabile. Riflettere, considerare, in greco si dice λέγειν, λόγος. Questo si fonda sull’ἀποφαίνεσθαι il far apparire (zum Vorschein bringen). L’orafo è corresponsabile come ciò da cui la produzione (das Vorbringen) e il sussistere del calice sacrificale ricevono la loro prima emergenza (Ausgang) e la conservano. I tre modi dell’esser responsabile menzionati prima devono alla considerazione dell’orafo il fatto e il modo del loro apparire ed entrare in gioco nella produzione (Hervorbringen) del calice sacrificale.
Nell’oggetto sacrificale presente e disponibile si dispiegano quindi quattro modi dell’esser responsabile. Sono distinti fra loro e tuttavia connessi. Che cos’è che li tiene preliminarmente uniti? A che livello si costituisce la connessione dei quattro modi dell’esser responsabile? Donde proviene l’unità delle quattro cause? Che cosa significa, insomma, pensato in modo greco, questo esser responsabile?
Noi moderni siamo troppo facilmente inclini all’essere responsabile in senso morale, come .una mancanza, oppure a interpretarlo come un operare (wirken). In entrambi i casi ci precludiamo la via a capire il senso originario di ciò che più tardi è stato chiamato causalità. Finché questa via non è aperta, neppure potremo scorgere che cosa sia propriamente la strumentalità che si fonda sulla causalità.
Per difenderci da tali fraintendimenti dell’esser-responsabile, cerchiamo di chiarire i suoi quattro modi a partire da ciò di cui e...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Presentazione
  5. Federico Sollazzo – Heidegger e la tecnica. Una introduzione
  6. Martin Heidegger – Riflessione sulla tecnica e sulla scienza – Traduzione di Gianni Vattimo
  7. Indice dei nomi

Domande frequenti

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