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Magnets and miracles. Solitudine e nostalgia nei testi dei Pink Floyd
Informazioni su questo libro
Dopo I 10 brani da ascoltare almeno una volta nella vita e dopo i libri su Tim Burton e Hayao Miyazaki, il giovane autore Jacopo Caneva ci propone una breve ma approfondita analisi dei concetti di solitudine e nostalgia nei testi dei Pink Floyd, da The Dark Side of the Moon a The Wall. Il punto in comune tra liriche così diverse è il ricordo di Syd Barrett, primo, geniale leader della band, il diamante pazzo che ha dato il nome ai Pink Floyd e li ha consegnati al mito, per poi scomparire nell’anonimato dopo anni tormentati. Un omaggio alla leggendaria band inglese per celebrare l’insperata uscita di un nuovo album di inediti, The Endless River.
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Musica1. MEDDLE
Echoes
Meddle, album uscito nel 1971, è l’opera che definisce per la prima volta il Pink Floyd sound e le sue caratteristiche più riconoscibili, dagli assoli di chitarra di David Gilmour, misurati e non inu tilmente virtuosi, all’amalgama quasi sonoricamente tridimensionale creato dalle tastiere di Rick Wright, fino agli esperimenti sonori forse non all’avanguardia come nell’ingiustamente bistrattato Ummagumma, ma con maggiori qualità comunicative: il vento all’inizio dell’album che preannuncia il basso “ecoizzato” di One of These Days, l’uso del cane Seamus come esecutore di vocals, e infine il famoso suono “di sonar” creato da Wright quasi per caso e dal quale nacque Echoes, uno dei brani più importanti dei Pink Floyd, dal punto di vista musicale e letterario. Il Sì acuto suonato da Wright all’inizio della lunga suite evoca un mondo sottomarino (l’universo diametralmente opposto allo space rock con il quale erano stati catalogati i Pink Floyd di Piper e, soprattutto, di Saucerful of Secrets): si tratta quindi della rinascita di un importante cosmo musicale, abbandonato dalla musica rock e i cui modelli principali si trovano soprattutto nelle grandi opere di Claude Debussy, come La mer.
Meddle però non è solo la riscoperta del sotto – rispetto al sopra – (tema questo della sola Echoes), ma più in generale, come chiarisce il titolo, è il viaggio di un uomo al di là di quello che egli può capire e conoscere. Infatti to meddle in inglese significa immischiarsi, impicciarsi, interferire: in questo senso la critica che gli è stata fatta, di essere la colonna sonora di un film che non esiste, diviene quasi un valore aggiunto, perché siamo noi a creare una pellicola che si materializza nella nostra mente al momento dell’ascolto.
Echoes è uno dei primi brani in cui viene accentuata la presenza di una solitudine cosmica (ma non nel senso di spaziale) e metafisica, una solitudine insormontabile e incomprensibile per l’essere umano, ma ben lontana dall’autoisolamento e dal dramma autodistruttivo di opere successive come The Wall. È una solitudine più poetica, annunciata da quella nota, appunto solitaria, di pianoforte, alla quale segue una perfetta introduzione alla parte cantata. I quattro accordi, in successione quasi mistica, che precedono la prima strofa (Sibm7, La, G#sus4, G#) rappresentano null’altro se non la pura contemplazione di un mondo (in questo caso l’oceano) nel quale stiamo per avventurarci. Non a caso le prime parole di Echoes non sono dedicate all’ambiente acquatico, ma al cielo: è un’entrata in scena graduale, da un ambiente introduttivo a quello reale della vicenda umana e filosofica raccontata, un τόπος letterario. La lunga suite inizia con la parola overhead: in alto, in cielo. È il punto di vista di un albatros che scruta l’immenso oceano sotto di lui. Il narratore poi arriva gradualmente a un ambiente indefinito e sottomarino.
Overhead the albatross
Hangs motionless upon the air
And deep beneath the rolling waves
In labyrinths of coral caves
The echo of a distant tide
Comes willowing across the sand
And everything is green and submarine
Hangs motionless upon the air
And deep beneath the rolling waves
In labyrinths of coral caves
The echo of a distant tide
Comes willowing across the sand
And everything is green and submarine
In alto l’albatros
È appeso immobile all’aria
E nel profondo delle onde che scorrono
In labirinti di caverne di corallo
L’eco di una marea distante
Giunge piangendo attraverso la sabbia
E tutto è verde e sottomarino
È appeso immobile all’aria
E nel profondo delle onde che scorrono
In labirinti di caverne di corallo
L’eco di una marea distante
Giunge piangendo attraverso la sabbia
E tutto è verde e sottomarino
Questi primi folgoranti versi ci giungono come parole distanti, filtrate dal doppio cantato eseguito in modo eccellente da Gilmour e Wright, mentre le parole di Waters ci introducono ad un’altra parte del viaggio oltre il conosciuto, al viaggio dell’uomo che si immischia in trame universali spinto dal desiderio di conoscenza che solo una pacifica solitudine può dare. Che sia Ulisse l’uomo che parla? La sua solitudine sarebbe quindi anche nostalgia, tema fondante, insieme all’assenza, di brani come Shine on You Crazy Diamond, Wish You Were Here e High Hopes, pezzo che sembrava dovesse essere la perfetta chiusura della parabola floydiana. L’uomo di Echoes è invenzione di un Roger Waters ancora non disperato, non paranoico, non dittatoriale come quello di Animals o The Wall: la sua solitudine è melanconica, ma piacevole e necessaria al suo scopo: indagare nella profondità, fisica e metaforica, dell’oceano; cercare di comprendere cosa giunge intatto della marea attraverso la sabbia e come invece le onde che scorrono siano simbolo dell’immensità e dell’infinità dell’ambiente che sta esplorando.
La prima strofa di Echoes è quindi introduttiva alle due successive, meno impregnate di solitudine: Waters va a creare un rapporto tra due esseri umani che si vedono, si sfiorano e condividono tutto, ma paiono non parlarsi.
Strangers passing in the streets
By chance two separate glances meet
And I am you and what I see is me
By chance two separate glances meet
And I am you and what I see is me
Estranei che passano nelle strade
Due sguardi separati si incontrano per caso
E io sono tu e ciò che vedo sono io
Due sguardi separati si incontrano per caso
E io sono tu e ciò che vedo sono io
La filosofia watersiana e insieme floydiana assume qui un carattere spirituale, come se la solitudine pacifica della prima strofa non fosse interrotta dall’incontro casuale di due sguardi lontani, per poi giungere a una dichiarazione, io sono tu e ciò che vedo sono io, che sa quasi di buddismo, un ultimo rimasuglio di quegli anni Sessanta (si pensi solo al I am he as you are he as you are me and we are all together con cui si apre l’epocale I Am the Walrus dei Beatles) che i Pink Floyd di Syd Barrett erano riusciti comunque a segnare. Il narratore ipotizza qui una qualche forma di contatto, un contatto che può essere umano, ma anche cosmico, tra due mondi, due universi distanti come l’oceano e il cielo. La solitudine, dice Waters, quando non autodistruttiva, può portare l’uomo a essere vicino a comprendere ciò che è estraneo al suo sistema di pensiero razionale basato su dati oggettivi: l’universo che ipotizza Waters è l’impero della soggettività, dell’irrazionalità e dell’osservazione filtrata non solo attraverso gli echi, ma anche attraverso le emozioni. Le emozioni possono cambiare la stessa struttura portante dell’universo, e la solitudine è, per usare il lessico della morfologia delle fiabe, la prova da superare. Se il narratore/Ulisse raggiunge l’obiettivo per tradizione, nonostante il dolore e la nostalgia, il futuro Pink di The Wall si salva dalla tragedia autodistruttrice solo con una violenza perpetuata nei suoi stessi confronti (è obbligato da un tribunale fascista a abbattere il muro).
And no one calls us to the Lord
And no one forces down our eyes
And no one speaks and no one tries
And no one flies around the Sun.
And no one forces down our eyes
And no one speaks and no one tries
And no one flies around the Sun.
E nessuno ci chiama al Signore
E nessuno ci fa rivolgere in basso lo sguardo
E nessuno parla e nessuno fa un tentativo
E nessuno vola intorno al Sole.
E nessuno ci fa rivolgere in basso lo sguardo
E nessuno parla e nessuno fa un tentativo
E nessuno vola intorno al Sole.
Si tratta di quattro tra i versi più folgoranti dell’intero catalogo floydiano, da Barrett a Waters a Gilmour. In queste poche parole, caratterizzate da un’anafora che non fa che aumentare la tensione emotiva insieme al crescendo degli strumenti, prima della parte strumentale che occuperà i successivi dodici minuti della suite, c’è tutto l’universo poetico floydiano: la spiritualità, l’assenza di qualcuno (probabilmente, come sempre, di Syd Barrett)...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Colophon
- Presentazione
- Premessa
- 1. MEDDLE
- 2. THE DARK SIDE OF THE MOON
- 3. WISH YOU WERE HERE
- 4. THE WALL
- 5. A MOMENTARY LAPSE OF REASON
- 6. THE DIVISION BELL
- PLAYLIST
- Lista dei nomi e dei luoghi citati
Domande frequenti
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