Ripensare il Sessantotto. I movimenti di protesta negli USA, Europa e Terzo mondo
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Ripensare il Sessantotto. I movimenti di protesta negli USA, Europa e Terzo mondo

Informazioni su questo libro

La cultura conservatrice ama parlare del ’68 come di una esperienza fallimentare, oppure come di una pesante eredità della quale occorre liberarsi. Si trattò invece di un fenomeno unico nella storia del ’900 in quanto movimento di rivolta che coinvolse milioni di giovani, durò per un intero decennio e si propagò simultaneamente in aree geografiche le più lontane tra loro: da Calcutta a Berkeley, da Città del Messico a Parigi.
Che cosa determinò l’esplosione? A 50 anni di distanza non è ancora possibile rispondere in modo definitivo a una domanda del genere.
Questo libro traccia un’inedita e stimolante panoramica mondiale dei movimenti e delle idee del ’68, compiendo un primo passo in una direzione che si annuncia promettente.

Scelto da 375,005 studenti

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Informazioni

Editore
goWare
Anno
2018
eBook ISBN
9788867979851
Argomento
Storia

capitolo 1
Apartheid

Ho riflettuto a lungo sulla opportunità di iniziare un libro che tratta della rivolta giovanile nei ’60 raccontando del movimento dei neri per i diritti civili.
Vero che dal punto di vista cronologico quel turbinose decennio iniziò con i sit-in contro la segregazione nei locali pubblici, ma la battaglia contro il razziamo riguardò una intera popolazione, e non solo i giovani; inoltre cominciò ben prima degli anni ’60.
Il movimento studentesco in senso proprio iniziò coi fatti di Berkeley dell’ottobre 1964 perché fu quella la scintilla dalla quale ebbero origine, per imitazione, le forme di lotta che caratterizzarono il Sessantotto sia in America che altrove: sit-in, occupazioni di sedi universitarie, contestazioni delle autorità accademiche, utilizzo dei campus come punti di organizzazione per attività politiche che avevano per oggetto anche tematiche estranee alla vita studentesca.
Tuttavia sono stati proprio i leader di Berkeley, gli esponenti del Free Speech Movement, a segnalare che senza la battaglia dei neri contro la segregazione razziale, essi non avrebbero imparato quelle tecniche di mobilitazione che poi sarebbero state applicate nella rivolta contro l’amministrazione universitaria. Alcuni di quei leader parteciparono a esperienze come la cosiddetta Freedom Summer, dell’estate 1964, nella quale “beneficiarono” di una iniziazione alla vita politica che sarebbe stata decisiva per le battaglie radicali che negli anni successivi caratterizzarono il Sessantotto americano.
Un pamphlet scritto dopo il moto nel campus californiano è significativamente intitolato the Free Speech Movement and the Negro Revolution e in esso Mario Savio, uno dei leader di Berkeley scrive tra l’altro:
L’energia apparentemente inesauribile che gli studenti di Berkeley hanno impiegato per così lungo tempo nella lotta per i diritti dei Neri venne ora dirottata contro la vasta, anonima amministrazione dell’ateneo[22].
Se dunque è accertabile questo tipo di genealogia, prendere le mosse dal problema nero permette di far coincidere l’aspetto cronologico con la rilevanza politica e culturale che esso esercitò sull’intera serie degli avvenimenti successivi.
Proviamo dunque ad affrontarlo partendo ab imis fundamentis.
Alla fine della seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti si trovarono ad essere la nazione più avanzata per la sua tecnologia e per il suo benessere.
Nello stesso tempo erano anche, in una sua parte, il “profondo Sud”, uno stato razzista, che tollerava una forma esplicita di apartheid nei confronti della popolazione di colore.
Il movimento giovanile dei ’60 si trovò ad agire nel contesto di una così stridente contraddizione e dovette fare i conti con essa.
Dapprima non fu difficile: i neri si battevano per ottenere diritti fondamentali come l’integrazione dei servizi pubblici o la partecipazione effettiva al processo elettorale. Solidarietà e mobilitazioni per una così giusta causa abbondarono.
Poi le cose presero una piega diversa.
Una volta vinta la battaglia per i diritti, si scoprì che una parte consistente della minoranza afroamericana viveva in condizioni di abietta miseria. Lo si scoprì perché nei ghetti di Harlem, Detroit o Los Angeles i sottoproletari esplosero in manifestazioni di violenza, distruzione, saccheggio. E affrontare il problema della miseria si rivelò molto più difficile che non ottenere l’accesso alle scuole o ai locali pubblici.
Il movimento dei neri si frantumò in una serie di gruppi sempre più inclini all’estremismo. E le componenti bianche della rivolta giovanile dinanzi a questa evoluzione della lotta contro il razzismo restarono disorientate, oscillando tra una solidarietà tutta ideologica nei confronti delle posizioni più rivoluzionarie e un atteggiamento di relativo disinteresse, che vedeva nella ribellione delle minoranze solo una delle tante cause per le quali ci si batteva.
I gruppi neri estremisti praticarono la separazione dai militanti bianchi anche perché questi ultimi non seppero trovare una strategia comune delle forze antagoniste che erano interessate a cambiare lo status quo.
Vi fu dunque una incapacità politica e soggettiva che spiega l’insuccesso finale del movement. Ma esistevano anche cause strutturali che resero impossibile quella alleanza politica.
In questo capitolo verrà narrato il percorso del movimento dei diritti civili nella sua fase non violenta e “istituzionale”, in un capitolo successivo si dirà della fase ulteriore, caratterizzata dai race riot e dal prevalere del “nazionalismo nero”.
Seguiremo la fase dei diritti civili partendo dalla situazione iniziale: il contesto della società razzista e la battaglia per l’integrazione. L’idea è che fu proprio il modo con cui fu condotta questa battaglia a determinare le caratteristiche del periodo successivo, quello dello scontro frontale.

1. Nel profondo Sud

Il profondo sud dell’America non era solo una società razzista, era, in senso proprio, una società di casta, ossia che si basava su un ordinamento della vita associata che della distinzione tra le razze faceva un obbligo di legge – s’intende, dalle leggi approvate dagli organismi di governo degli stati meridionali, il cosiddetto “potere bianco”[23].
Ma non solo dalle leggi del Sud. Nel 1857 la Corte Suprema degli Stati Uniti emanò la sentenza Dredd Scott vs Stanford che dichiarava senza mezzi termini: “I neri sono una subordinata e inferiore classe di esseri umani […] soggiogata alla razza superiore”. Certo si trattava di una sentenza emessa all’epoca della schiavitù, ma su di essa si fondò il potere bianco negli stati meridionali anche dopo la Guerra Civile[24].
Al Sud per istituire una società di casta occorreva anzitutto che fosse proibita la mescolanza delle razze. Dunque, leggi che dichiarassero illegali i matrimoni misti, la miscegenation.
“Tutti i matrimoni tra un bianco e un Negro o persona discendente da razza ispanica o tra un bianco e una persona discendente da un Negro dalla quarta generazione inclusa, sono d’ora in avanti proibiti per sempre” recitava una legge della Florida e disposizioni analoghe erano previste negli altri stati (e non solo del sud)[25].
Un secondo non meno importante fondamento della società razzista riguardava l’istruzione. Era del tutto indispensabile per il potere bianco impedire ai neri l’accesso alle scuole destinate al ceto privilegiato, così da costringerli a livelli di istruzione inferiori.
“Separate libere scuole devono essere istituite per l’istruzione di ragazzi di discendenza africana ed è dichiarato illegale per ogni ragazzo di colore iscriversi a qualsiasi scuola per bianchi o per qualsiasi bianco di iscriversi in una scuola di colore nel Missouri” – così la legge di questo stato, del tutto simile a quella di una serie di altri stati[26].
“Scuole separate” significava costringere i ragazzi di colore a una pseudo-istruzione. Le condizioni di degrado degli edifici e delle attrezzature loro destinati erano al di là di qualsiasi descrizione. Un ministro del culto disse: “Abbiamo dovuto studiare le stel...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Presentazione
  5. Prefazione – Il ’68, l’utopia di un secolo lungo (di Salvatore Sechi)
  6. Prologo
  7. Introduzione
  8. Parte prima – Il movement in America
  9. Capitolo 1. Apartheid
  10. Capitolo 2. Berkeley
  11. Capitolo 3. Vietnam
  12. Capitolo 4. Lordstown
  13. Capitolo 5. Black power
  14. Capitolo 6. Il senso di una rivolta
  15. Prte seconda – L’Europa “arretrata”
  16. Capitolo 1. Berlino Ovest: all’ombra del muro
  17. Capitolo 2. Francia: il maggio degli studenti
  18. Capitolo 3. Francia: una nazione sottosopra
  19. Capitolo 4. Italia: il movimento studentesco
  20. Capitolo 5. Italia: l’altro lato della rivolta
  21. Parte terza – Nei paesi emergenti
  22. Capitolo 1. corea: sulla pelle degli studenti
  23. Capitolo 2. Messico: i giovani e lo stato
  24. Capitolo 3. India: il futuro ha un cuore antico
  25. Conclusione
  26. Lista dei nomi e dei luoghi citati

Domande frequenti

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