L'uomo che correva vicino al mare
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L'uomo che correva vicino al mare

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L'uomo che correva vicino al mare

Informazioni su questo libro

Un uomo corre vicino al mare per sfuggire alla malattia, alle iatture della vita e alla morte.Il protagonista tenta ogni giorno di perpetuare le sue abitudini anche dopo la morte della moglie, come un pazzo che, crollata la casa, rimane fuori a governare il giardino come se nulla fosse successo.La sua vita si sgretola pian piano, la sua corsa lo porta dentro i suoi ricordi, mentre la mente si sfoca e si perde nella nebbia di un precoce invecchiamento.In questa corsa all'indietro ritrova innanzi a sé i dilemmi mai risolti: la perdita della madre quand'era ancora bambino, il ricordo del padre, abbandonato troppo frettolosamente dentro una morte improvvisa e rapida, come uno schiaffo talmente forte da ammazzare persino il dolore.Tenta di ricostruirsi un futuro, ma l'impresa si presenta più ardua di quanto previsto e sullo sfondo una verità che non vuole accettare.Una storia d'intima sofferenza, con riflessioni e spunti.I temi del ricordo, della famiglia e della riflessione sulla vita molto intensi e toccanti si sviluppano attraverso luoghi e momenti diversi, seguendo la trama del romanzo.La storia termina con la proiezione nel futuro di qualche anno, che dona alla fine una luce di speranza: la possibilità che l'umanità ha di tramandare se stessa rende possibile il perpetuarsi della vita e il superamento della morte

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Informazioni




A Tu per Tu



Ciro Pinto





L’uomo che correva vicino al mare










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Indice



Prefazione
Parte Prima
Capitolo I
Capitolo II
Capitolo III
Capitolo IV
Capitolo V
Capitolo VI
Capitolo VII
Capitolo VIII
Capitolo IX
Capitolo X
Capitolo XI
Capitolo XII
Parte Seconda
Capitolo XIII
Capitolo XIV
Capitolo XV
Capitolo XVI
Capitolo XVII
Capitolo XVIII
Capitolo XIX
Capitolo XX
Capitolo XXI
Capitolo XXII
Capitolo XXIII
Capitolo XXIV
Capitolo XXV
Capitolo XXVI
Parte Terza
Capitolo XXVII
Capitolo XXVIII
Capitolo XXIX
Capitolo XXX
Capitolo XXXI
Capitolo XXXII
Capitolo XXXIII
Capitolo XXXIV
Capitolo XXXV
Capitolo XXXVI
Capitolo XXXVII
Capitolo XXXVIII

Prefazione



L’uomo che correva vicino al mare non è un libro qualunque, ma un libro che ti lascia diverso da come ti ha trovato, sicché anche il lettore più distratto non può non convenire che ha davanti un testo di eccezione, che tocca le corde più intime e risveglia da quel sopore emotivo nel quale talora ci sembra di scivolare.
In un secolo superbo e sciocco quale il nostro, con Pinto si ritorna ai valori sani della vita, incorniciati entro quadri familiari di profondo spessore umano e sentimentale.
Il testo esprime tutto il vitalismo dell’autore, e la consapevolezza del dolore legato al “mestiere di vivere” non spegne l’ardore dei personaggi che non si danno per vinti, nonostante il rimpianto o la nostalgia o forse proprio grazie a questi.
Il tema del mare accompagna il romanzo come archetipo a cui si cerca disperatamente di tornare, come se nel mare il personaggio, Giorgio Perna, inseguisse il mito dell’immortalità.
Questo elemento fa da collante in una narrazione che come il mare fluisce; correndo lungo di esso il protagonista sfida il tempo, aspirando ad una rigenerazione della vita. Il mare tuttavia non si lascia domare, ma anzi s’impone con la sua forza, anche infida, perché il tempo è tiranno e ci strappa a noi stessi, sottraendoci gli affetti più cari.
Ciò nonostante Giorgio combatte, contro la morte della moglie Eva, contro la sua stessa malattia e cerca di piegare il mare alle sue volontà. Tenta, come un novello Odisseo, di trasformare il mare infecondo in mare navigabile e cavalcare così l’onda. Lo sforzo dell’impresa lo rende un eroe tragico, perché, benché sia circondato da amicizie consolidate e rapporti parentali forti, titanicamente si trova solo ad elaborare il dolore per la morte prematurissima della madre, per quella del padre poi, per quella della moglie Eva, per i problemi del nipote.
L’uomo Giorgio è solo davanti al suo destino, solo a combattere la sua ardimentosa e ardua impresa di resistenza alla vita. Fino ad arrivare al crollo, quando si rende conto che ha bisogno di aiuto; di qui il tentativo di crearsi una seconda opportunità di vita che tuttavia non sortirà gli effetti desiderati per disavventure di varia natura e per il suo stato di salute molto precario.
Ciro Pinto alterna parti descrittive, narrative e dialogiche perfettamente dosate e ne viene fuori un personaggio molto ben delineato e approfondito psicologicamente in un plot articolato, che si snoda in diversi ambienti (Rimini, Bologna, Ferrara, Napoli) che diventano vivi e vegeti davanti ai nostri occhi di spettatori.
Leggere Pinto è come trovarsi nel mezzo del gran palcoscenico che è questa vita, dove si può pirandellianamente dire che i personaggi hanno davvero trovato l’autore in grado di dare loro vita. Vero è Giorgio, forte nella disperazione, vera è sua figlia, tutta assorbita nella cura del figlio e nell’ansia per il padre malato, ma più in generale sono smascherati tutti i personaggi o le comparse di questo romanzo che fa ricorso anche all’idioletto napoletano per conferire verità, cuore, forza, potenza ad un romanzo che trasuda umanità da tutti i pori.
Il destino di Giorgio, per quanto infelice, ha un senso alto su questa terra. C’è della religiosità in tutta l’opera, in cui forte e pungolante è il rispetto per la vita e per le tradizioni da tramandare.
La missione dell’uomo pellegrino sulla nera terra non si esaurisce con la sua esistenza, ma la supera in una dimensione altra in cui c’è qualcuno che afferra il testimone che abbiamo voluto passare. Sta a noi lettori abbracciare questa eredità che lo scrittore artisticamente elabora in una prosa che tragicamente commuove e liricamente stupisce.
Giovanna Albi






Parte Prima



Ognuno sta solo sul cuore della terra
trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera.
Salvatore Quasimodo


Capitolo I



Rimini, 12 gennaio 2011
Il gabbiano si staccò dal mare e cominciò a salire in alto con potenti battiti d’ali, a una certa quota si assestò e continuò nel volo orizzontale.
Avanzava nel cielo terso di quel mattino d’inverno con l’abnegazione e il sacrificio della fatica e con l’armonia del movimento.
Alternava vigorosi colpi d’ali, che apparivano leggere e delicate, a pose immobili quando smetteva la fatica e godendo dell’abbrivio s’incuneava nell’aria. Allora il suo corpo poderoso si assottigliava fino a diventare una linea continua tra il becco e la coda, mentre le ali ampie e distese parevano enormi.
A vederlo volare così, sembrava felice come il gabbiano Jonathan, il suo volo racchiudeva il segreto di tutte le vite.
Sofferenza, dolore e gioia sembravano alternarsi in ogni suo movimento.
Persino l’aria prendeva corpo attorno al suo volo.
Sotto di lui, un uomo correva con un’andatura media di 8 km l’ora. Era partito da casa, in via Curzio Malaparte, intorno alle 7.00 del mattino, aveva girato su via Aleardi e imboccato varie strade fino a risalire il Corso di Augusto, poi aveva oltrepassato l’Arco e di lì era arrivato in piazza Cavour dopo circa mezz’ora, proprio sotto la traiettoria di volo del gabbiano.
Fece un giro lento della piazza, il gabbiano lo vide scomparire sotto i portici del Palazzo dell’Arengo. Incuriosito, si abbassò tenendo il becco inclinato all’ingiù e arrivò quasi a sfiorare i merli ghibellini del palazzo medievale. Poi l’uomo riapparve, fiancheggiò il Palazzo del Podestà, girò intorno alla fontana della Pigna e si addentrò nella Pescheria; il gabbiano sorvolò in tondo la piazza in attesa che rispuntasse.
Quando riapparve, continuò sul Corso fino alla Darsena, poi scese per i Bastioni e arrivò alla via Destra del Porto, diretto sul lungomare Tintori. Il gabbiano lo seguì per un po’, poi lo lasciò raggiungere il mare, mentre lui virava in un ampio giro puntando verso il ponte di Tiberio.
L’uomo arrivò in una ventina di minuti, imboccò il lungomare Di Vittorio, passò davanti alla sua vecchia villa e subito dopo deviò in spiaggia.
Appena arrivò a ridosso del mare, sentì i piedi affondare nella sabbia e provò un senso di liberazione, come se davanti a sé si schiudesse una visuale diversa e ogni volta nuova, come se la vita potesse regalargli inaspettatamente qualcosa.
Quell’uomo si chiamava Giorgio Perna e correva vicino al mare tutte le mattine, ormai da due anni.
Quella mattina di gennaio si sentiva strano.
Si era svegliato elettrizzato, come in preda a una smania. Aveva affrettato tutti i preparativi. Aveva indossato in fretta la tuta, messo le scarpe da corsa, calato il cappellino di lana sulla testa, chiuso la porta e iniziato a correre.
Aveva subito accelerato, sperando di sedare un po’ la frenesia che lo aveva invaso sin da quando aveva aperto gli occhi. Appena aveva sentito il fiato appesantirsi, aveva rallentato e verso l’Arco finalmente si era sentito più tranquillo. Nella piazza aveva ripreso fiducia.
Raggiunta la spiaggia, ritrovò tutta la sua forza; la salsedine gli riempì le narici e lo iodio gli rinfrancò la gola. Avrebbe dovuto smettere di fumare ma non era il momento, non era mai il momento negli ultimi tempi, pensò.
Controllò il monitor al polso, 90 battiti, 6 km l’ora. Incominciò a sudare, prese dalla tasca un paio di mentine e se le infilò in bocca per liberare la gola e poter ingoiare tutto lo iodio dell’Adriatico. Gli salirono un po’ di muchi, li sputò sulla sabbia e si diresse all’altezza del bagnasciuga, continuò a correre a distanza dall’acqua per non bagnare le scarpe, a un mezzo metro circa dalla risacca.
Rivolse lo sguardo al mare, lo carezzò fino all’orizzonte.Mare aperto, placido e infido, si poteva camminarci dentro per più di cento passi, poi d’improvviso sprofondava e diventava una trappola; e quando si alzava il vento, le onde s’increspavano e d’un tratto si gonfiavano fino a diventare...

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