L'economia della reputazione
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L'economia della reputazione

Il lavoro della conoscenza nella società digitale

  1. 140 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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L'economia della reputazione

Il lavoro della conoscenza nella società digitale

Informazioni su questo libro

Il volume esplora le nuove forme di lavoro nell'economia della conoscenza. Attraverso una ricca galleria di dati, studi di caso ed esempi, il libro documenta l'ascesa del lavoro freelance e delinea il ruolo centrale della reputazione nei mercati del lavoro della società digitale; racconta inoltre come l'arrivo delle tecnologie digitali stia trasformando i processi produttivi e organizzativi, consentendo nuove opportunità d'incontro tra domanda e offerta di lavoro e portando all'emergere di nuove concezioni culturali del lavoro e del valore. Lo studio si basa sull'assunto teorico che il lavoro della conoscenza, così come lo intendiamo oggi, rappresenta il prodotto di un decennio nel quale i concetti di "creatività" e "lavoro creativo" hanno travalicato il loro significato originario di "espressione artistica" per essere integrati all'interno delle modalità di organizzazione e produzione del valore tipiche dell'economia digitale. Questo ha portato all'emergere di nuove forme di lavoro e di nuove professioni, pratiche e concezioni culturali.

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Informazioni

Editore
Ledizioni
Anno
2019
Print ISBN
9788867059249
eBook ISBN
9788867059256
Argomento
Business

NOTE

[1] Gina Neff. Venture Labor. Cambridge, Mass: MIT Press, 2012; Angela McRobbie, “Clubs to Companies: Notes on the Decline of Political Culture on Speeded-Up Creative Worlds,” Cultural Studies 16.4 (2002): 516–31; Angela McRobbie, “Everyone is creative. Artists as pioneers of the new economy,” in Contemporary culture and everyday life, ed. E. Silva, T. Bennett (Durham, UK: Sociologypress, 2004), 186-199.
[2] Per la transizione da fordismo a postfordismo si prega di far riferimento a Giovanni Arrighi, The Long Twentieth Century (London: Verso, 1994). Per una definizione di “società postindustriale”, fare riferimento a Daniel Bell, The Coming of Post-Industrial Society (New York, Basic Books, 1973).
[3] Per la definizione di “lavoro della conoscenza” si faccia riferimento a Peter Drucker, The Future of Industrial Man (New York: John Day, 1942) e Peter Drucker, Landmarks of Tomorrow: A Report on the New “Post-Modern” World (New York: Harper & Row, 1957).
[4] Karl Marx, Capital: a critique of political economy. Vol. 1. (Harmondsworth: Penguin in association with New Left Review, 1976).
[5] Per un’ampia discussione sul neoliberismo si veda David Harvey, “Flexible accumulation through urbanization reflections on “post-modernism” in the American city,” Perspecta 26 (1990): 251-272; David Harvey, A brief history of neoliberalism (Oxford, New York: Oxford University Press, 2005); David Harvey, The enigma of capital: and the crises of capitalism (London: Profile Books, 2011).
[6] Manuel Castells, The Rise of the Network Society, Volume I of The Information Age: Economy, Society and Culture (Massachusetts: Blackwell Publishing, 1996).
[7] Robert Reich, The Work of Nations: Preparing Ourselves for 21st Century capitalism (New York: Knopf, 1992).
[8] Sulle politiche economiche per le industrie creative nel Regno Unito si veda DCMS, Creative Industries Mapping Document (Department of Culture, Media and Sport, UK, London, 1998) e DCMS, Creative Industries Mapping Document (Department of Culture, Media and Sport, UK, London, 2001). Per una revisione critica delle politiche culturali durante la “cool Britannia” si faccia riferimento a David Hesmondhalgh e Andy Pratt, “Cultural industries and cultural policy,” International Journal of Cultural Policy 11.1 (2005): 1-14.
[9] Richard Florida, The Rise of the Creative Class ( New York: Basic Books, 2002).
[10] Sul tema della città creativa, si veda Charles Landry, The creative city: A toolkit for urban innovators (London: Comedia, Earthscan, 2000); Sako Musterd e Alan Murie (eds), Making Competitive Cities (Oxford: Wiley-Blackwell, 2010); Dominic Power e Tobias Nielsén, Priority Sector Report. Creative and Cultural Industries. European Cluster Observatory, (2010) ultimo accesso 28 ottobre 2015, http://ec.europa.eu/enterprise/newsroom/cfr/_getdocument.cfrm?doc_id=7070.
[11] Per una critica al concetto di “classe creativa” si veda Jamie Peck, “Struggling with the Creative Class,” International Journal of Urban and Regional Research 29.4 (2005): 740-70; Andy Pratt, “Creative Cities. The Cultural Industries and the Creative Class,” Geografiska Annaler: Series B, Human Geography 90.2 (2008): 107-117; Andy Pratt, Rosalind Gill e Volker Spelthann, “Work and the City in the E-society: A Critical Investigation of the Socio-spatially Situated Character of Economic Production in the Digital Content Industries, UK,” Information, Communication & Society 10.6 (2007): 921-41.
[12] Michael Storper and Allen J. Scott, “Rethinking human capital, creativity and urban growth,” Journal of Economic Geography 9.2 (2009): 147-167.
[13] Si veda Brett Neilson e Ned Rossiter, “From Precarity to Precariousness and Back Again: ...

Indice dei contenuti

  1. Cover
  2. L'economia della reputazione
  3. Colophon
  4. Indice
  5. Ringraziamenti
  6. Introduzione
  7. La “classe creativa”: una breve storiografia
  8. La crisi economica e la “new economy”
  9. L’ascesa dell’economia freelance
  10. Reputazione, il capitale sociale di una società digitale
  11. Lavoro digitale urbano
  12. Lavorare online
  13. Il lavoro digitale come “lavoro d’impresa”
  14. Coworking
  15. Conclusione
  16. Riferimenti bibliografici
  17. Note