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L'argine
Informazioni su questo libro
Nel suo penultimo romanzo, Grazia Deledda narra con la consueta maestria la storia di Noemi Davila, ricca vedova di mezza età, che ha ormai abbandonato ogni desiderio di amore e passione per dedicarsi alla pacatezza e all'ordine casalingo, per rispetto alla memoria del marito ormai morto ma la cui presenza aleggia ancora ovunque.Ledizioni pubblica quest'opera fuori diritti in formato cartaceo ed ePub.
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Informazioni
eBook ISBN
9788867053278Parte Seconda
Noemi, permettimi di scriverti. Ho bisogno assoluto di parlarti, di difendermi, se è proprio vero che delle tristi cose accadute sia in parte io il responsabile. Ti assicuro che inutili disquisizioni e facili filosofemi saranno da me evitati. Ti parlerò solo dei fatti. Tu saprai certamente ch’ella è morta. Si è avvelenata la mattina del nostro ultimo colloquio. Quando tornai a casa subito dopo, ella giaceva composta nel suo letto, col viso coperto da un fazzolettino ricamato. Sulle prime credetti che dormisse: ma attraverso la trasparenza del fazzoletto si vedeva il suo viso come di pietra livida: sul comodino una boccetta di veronal vuota. Compresi tutto. Moltissime volte, anche la notte avanti, ella aveva minacciato di uccidersi. Io non ci credevo, ancora non posso credere ch’ella sia morta di sua volontà.
Aveva riposto accuratamente le sue vesti, la sua calzatura: aveva una lunga camicia da notte, come in una sua fotografia da bambina, un nastro bianco intorno ai capelli. Tutto era in ordine, nella camera; tutto silenzioso. Provai la stessa impressione che si ha nei cimiteri, in qualche angolo verde e ombroso dove, sopra una lastra che pare di neve, un angelo di marmo vigila con un dito sulle labbra sottili. Silenzio: non disturbate i dormenti. Eppure tentai di rianimarla. Ella rimase fredda, rigida, bianca e scalza, simile in tutto all’angelo della morte.
Chiamai subito un medico, per telefono, senza neppure avvertire la cameriera. Venne il medico e constatò la morte per avvelenamento. In un attimo, non so come, come si spande un odore di incendio, la notizia si diffuse per il palazzo, per la strada, per la città. Rifiutai di aprire alle persone che suonavano alla porta; ma bisognò aprire agli agenti e al funzionario della giustizia: fui sospettato, fermato in casa, interrogato. Ore di mortale umiliazione. Per fortuna, sinistra fortuna, fu rinvenuto il suo testamento, scritto pochi momenti prima del suo sonno mortale. Dichiarava di uccidersi perché tormentata dalla paura d’impazzire: lasciava a me la legittima del suo patrimonio: il resto per la costruzione di opere pubbliche nel suo paese natio; possibilmente, prima di ogni cosa, di un argine per frenare la fiumana che ogni tanto inonda i campi e rovina i contadini poveri. Io, esecutore testamentario. Era, forse, questa, una forma di castigo e di espiazione per me. Ed io ho accettato. Il testamento non è del tutto valido: ad ogni modo io sono qui, nel suo paese, per difendere la sua ultima volontà.
Ed anche lei è di nuovo qui. L’ho ricondotta, col suo vestito bianco, coi capelli annodati come il giorno della sua prima comunione: scalza ha rifatto la lunga strada dalla città pestilenziale al silenzio puro delle alte colline in mezzo alle quali si culla al rumore della fiumana il suo paesetto di contadini, di cacciatori, di carbonai. I suoi parenti, i nonni, i genitori, sono venuti ad incontrarla, hanno accompagnato i funerali, senza salutarmi. È giusto. Adesso ella riposa tra la vecchia parrocchia e la villa dei suoi, nel piccolo cimitero dove fioriscono le viole selvatiche, e gli uccelli non hanno paura di amarsi. Ha raggiunto la pace che non poteva trovare in vita, ed io vorrei non parlarti più di lei per non turbarla oltre.
Intanto io abito presso un contadino il cui campo è periodicamente allagato dalla fiumana: eppure egli non lo ha mai voluto abbandonare; anzi s’è costruito da sé, anno per anno, una specie di terrapieno, intorno alla sua casa: ha cioè addossato ai muri del pianterreno i tronchi, i detriti, la sabbia, la ghiaia e il fango portati dalla corrente, in modo che il piano sovrastante è ormai al sicuro del pericolo; così l’abitazione ha l’aria di un piccolo fortilizio preistorico, con una scaletta esterna, di assi e di pietre, una porticina verso occidente, le finestruole alte con sportelli tutti di un pezzo.
Le camere sono due, e guardano a oriente, verso la fiumana, che adesso è calma e lambisce appena il campo del mio padrone: la cucina, grandissima, serve di ingresso, di dispensa, di legnaia, e anche, all’occasione, per dormirci: c’è un camino che sembra una grotta, col fuoco sempre acceso. Ghirlande di cipolle violette, di piccoli pomidori che sembrano imbalsamati, di salsiccie nere, decorano il soffitto, e l’antica madia graffita nasconde la farina come un tesoro inestimabile.
In una delle camere abito io: e non mi manca nulla di quello che può bisognare a un eremita di lusso: coperte di lana, tavola per scrivere, lenzuola con enormi cifre rosse, e l’asciugamano casalingo che graffia il viso come un gatto carezzevole. Il soppedaneo me lo sono dovuto comprare io; perché quello che c’era non mi convinceva (prima di me c’è stato un altro inquilino); l’ho trovato nel bazar del paese; è una specie di aiuola di lana verde con un bordo di margheritine rosa; e nel bel mezzo sdraiato un mansueto cane fulvo che mi fa guardia e compagnia.
Del resto non mi mancano le più strette comodità: ho a mia disposizione un gabinetto che pare un osservatorio astronomico, con un impianto idraulico – l’acqua non manca di certo, – che i castelli medioevali avrebbero invidiato: e ci si può fare il bagno caldo, con la buona volontà della signora padrona e della sua capace caldaia per il bucato: d’estate, poi, c’è la fiumana, con la relativa spiaggia di sabbia vellutata. Ma l’estate è lontana…..
Ho scelto questo posto, come punto, dirò così, di studio; ma ho anche una specie di ufficio, nel centro del paese, tra la farmacia, la cartoleria, la posta e il macellaio; nella piazza, infine, dove, dietro una fila di casette nuove, basse, s’affaccia la vecchia casa comunale, nera e corrosa. Ha una tradizione: dicono ci sia stato Machiavelli e, in ultimo, Garibaldi in fuga verso l’Adriatico.
Nel mio ufficio non posso lavorare stabilmente, perché ancora devo fare alle competenti autorità la domanda del permesso legale per la costruzione dell’argine; ma già ricevo qualche postulante per l’impresa dei lavori.
Passo buona parte della giornata qui, nella casa sull’acqua. Posto di studio, ho detto. Anzitutto uno studio di me stesso: poiché sono anch’io come questi luoghi devastati, queste acque irregolari e violente che hanno finora portato dolore e rovina senza averne colpa, per fatalità della natura. Ho bisogno anch’io di argini, che regolino il corso della mia vita e la rendano benefica e feconda.
Questa casa del vecchio contadino, Paolo Maffei detto il Palo, che ha vissuto sempre in lotta con gli elementi, che considera suoi nemici personali l’acqua, il gelo, il vento, la tempesta e la siccità, ed anche il terremoto; ma non ha mai abbandonato il suo posto, anzi ci si è fortificato dentro, e non cede un millimetro di terra neppure alla furia della corrente, questa casa è quasi simbolica.
E che pace, in questi primi giorni di tregua, di promesse di una stagione migliore! Mi sembra di essere anch’io come i semi sotto terra: c’è buio, c’è odore di sepolcro entro di me; eppure non è la morte; e forse il germoglio della vita vincerà ancora.
Il vecchio Paolo ha settantadue anni, ma è ancora dritto e forte, direi anche virile, capelli grigi intatti, i denti sani, il viso rugoso colorito come i suoi pomidori invernali; gli occhi neri vivi e furbi, sono quelli di un uomo che ha conosciuto il bene e il male. La moglie ha venti anni meno di lui, ma sembra più vecchia, a giudicare dal poco del viso che si vede nella nicchia di un grande fazzoletto giallastro che le avvolge sempre la testa: la punta del naso ossuto e un occhio scialbo da idiota. Ancora non ho sentito la sua voce: sempre china sul focolare pare non abbia altra preoccupazione se non quella di tenere il fuoco acceso: in realtà cucina; fa il caffè, la polenta, le focacce senza lievito, cuoce le castagne e le patate fra la cenere; gioca con le brage come i bambini con le pietruzze della strada. Il vecchio lavora nel campo; ha una distesa di rape e di verze che è il suo orgoglio e la sua ricchezza. Niente animali in casa, – per via delle alluvioni, – egli dice con coraggio. – Non si possono tenere nel piano di sopra. E poi, che me ne faccio? Il somaro sono io, il cane sono io. Il porco, va bene, è comodo; ma se dò da mangiare a lui, non ne resta per noi.
La quiete quindi è completa, qui, finché almeno non si sveglia il leone della fiumana: il silenzio, a volte, è quasi allucinante. Da quando ci sono io non ha mai soffiato il vento; ed è fortuna perché quando piove, e spesso a dirotto, l’acqua vien giù compatta, come una cascata che guai se dovesse sbattersi di traverso. Allora la fiumana s’ingrossa e si gonfia, con un rumore cupo che pare sotterraneo, come se l’acqua, invece di precipitare dai declivi dell’orizzonte, sgorghi dal sottosuolo della valle, per un effetto quasi vulcanico; e si allarga rapidamente, dando ai campi un aspetto di lago turbolento: poi si ritira d’un tratto, come è venuta, ma lasciando i segni terribili del suo passaggio.
Adesso siamo in uno stato di armistizio; il tempo è tiepido, sciroccale, ma senza vento; si ha l’illusione di essere al principio della primavera, e le nuvole bianche, ramate, sopra i monti di là delle colline sembrano alberi in fiore; qui però tutto ancora è spoglio, e i fusti dei pioppi, in certi tratti d’acqua stagnante, emergono scuri e umidi come alberi di imbarcazioni naufragate.
Il vecchio guarda dalla porta della cucina il pezzo di terra, verso la strada comunale, cioè il più alto del suo campo, dove ha seminato il grano; e spera in Dio.
– Anche nei piattini, a Pasqua, per ornare il Sepolcro di nostro Signore, spunta il grano, senza terra, ma solo con un po’ d’acqua. Spunterà anche qui.
Io gli dico:
– Eppoi quest’anno la raccolta, per voi, sarà buona poiché il terreno vi sarà espropriato per la costruzione dell’argine: a buon prezzo: ed anche la casa.
Egli non risponde; ma neppure si turba. Egli spera in Dio.
E tuttavia sarà necessario snidare di qui questa brava gente: ne provo rimorso, ho quasi vergogna di essere venuto ad abitare presso di loro, a introdurmi nella loro vita come un verme nel frutto sano. Sana è la vita di questi umili che hanno per amico il sole, e credono, sebbene non ci pensino troppo, in una esistenza futura, ancora più felice di questa. Vivere al loro contatto fa bene: s’imparano molte cose, più che dai libri anche se esemplari.
Verso sera è il vecchio Paolo che attizza il fuoco; e a questo solo chiarore la donna, dopo aver meglio legato il fazzoletto sotto il mento aguzzo, impasta la farina e compone una focaccia sulla quale stende qualche sottile fetta di lardo. La fa cuocere in una padella nera, che ella tiene sempre avvolta nella carta, e l’odore del lardo fritto, dice il vecchio, fa ballare i topi della soffitta. Questa è la cena, condita d’acqua fresca: se ci sono le castagne arrostite, dorate e fragranti come pasticcini, la festa è completa. Ho regalato ai miei ospiti un fiasco di vino, e il vecchio s’è messo a cantare pezzi d’opera, come un baritono da grammofono sfiatato.
– Una volta, – racconta, – sono andato a Roma, a piedi, in cerca di lavoro. Volevo fare il giardiniere, o il guardiano di qualche bosco. M’immaginavo tante cose straordinarie. E appena arrivo, stanco, coi piedi macerati come in un mortaio, mi investe un temporale, con vento furioso: e una tegola mi cade sul capo spaccandomi una tempia. Ah, Cristo Signore! Questa era la bella accoglienza della capitale d’Italia. Mai più Paolo ha rimesso piede dove non sia terra sua, gente sua, mestiere suo. Qui sono nato, qui voglio morire. Se vossignoria mi porta via il campo e la casa, ebbene, c’è un campo, lì accanto alla parrocchia, del quale nessuno ci può espropriare.
– Ma, – prosegue, dopo il secondo bicchiere di vino, mentre io mi scaldo le spalle davanti al focolare, –vossignoria crede forse che la mia vita sia stata sempre quella del gatto domestico? Oh, senta, ogni uomo ha la sua storia, e la mia è che con la mia prima moglie non si andava d’accordo. Aspra lei, come una mela acerba, aspro io come un ramo vecchio spinoso. Lei aveva diciassette anni; io trentatre anni più di lei. Faccia un po’ il conto. Poi c’era un’altra cosetta: un suo cugino, rosso e lungo, veniva troppo spesso a gironzolare da queste parti. Pareva la volpe. Allora erano sorbe, che la ragazzina si pigliava da me. Che vuole mai? La natura non si può cambiare. Allora un giorno lei mi scappa di casa e torna dai suoi. Furono brutti giorni e brutte notti, finché non riuscii a sorprenderla col rosso, nella castagnaia. Il miserabile fuggì: lei, la presi per i capelli, e giù, botte da orbi. Ma fu un guaio il peggiore di tutti; poiché l’infelice si ammalò e, dicono, morì per lo spavento. I parenti mi fecero causa; fui assolto, ma per molto tempo, e ancora adesso sogno la ragazza travolta dalla fiumana, coi capelli che si tirano appresso i fuscelli, i rami, i pesciolini. Fu la volta che andai lontano, in cerca di lavoro. Ma il Signore mi rimandò a casa: la casa l’avevo affittata a questa donna qui, che ci viveva col genitore. Mi presero a dozzina; il vecchio morì, la donna rimase mia: e tale è ancora. E il Signore ha messo una pietra sul passato.
La donna, tranquilla, non smette di mangiare; non pronunzia una parola, ma si è allargato il fazzoletto sulle orecchie, come per sentire meglio. L’uomo la guarda; con uno sguardo dritto che pare un raggio di luce: e comincia a parlare bene di lei, commosso, ma di quel turbamento artificiale che dà il vino: finché lei, finalmente scatta, e con voce di gelosia dice:
– Ma va là, Paolone; mi hai sposato perché io ti svegli, alla notte, quando fai i cattivi sogni.
Ecco Noemi: la vita dell’uomo, anche di quello che sembra il più lineare, ha il suo tempo di inondazione devastatrice: poiché ogni uomo, ripete il vecchio Paolo, ha la sua storia.
Al contrario di quest’abitazione palustre, il mio ufficio, nel centro del paese, dunque, è circondato di movimento e spesso, nei giorni di mercato, di allegro chiasso. È uno stanzone a pian terreno, fra la succursale di una piccola banca, la farmacia, l’ufficio postale e altri locali d’importanza per la vita cittadina. La piazzetta è, dopo tutto, uno spiazzo terroso, a volte fangoso; non manca però di alberi, di panchine, e, nell’angolo, la vetrina di un caffè con belle torte e scatole di cioccolattini. Il paese è civile: il macellaio tiene, sul suo banco di marmo, un vaso di fiori freschi; i cestini della fruttivendola sono, anche di questa stagione, coperti di veli rossi. E, gloria e trionfo del luogo, sopra il portoncino di una casa che ha pretese di palazzetto, verdeggia una targa con su scritto a grandi lettere rosse «Circolo della Caccia». Fa piacere guardarla: si pensa ai boschi di castagni e di querce, qui sopra le colline e più in là sui monti; alla vita di sane emozioni dei bravi cacciatori dei dintorni.
Alle finestre dei primi ed unici piani di queste casette che sarebbero il quartiere nuovo del paese, si affacciano le belle ragazze, tutte belle, di bellezze diverse, tutte sorridenti, ma tutte a bocca chiusa perché per lo più hanno i denti guasti, – causa, dicono, l’acqua troppo fredda che qui si beve. Non bisogna credere che queste graziose e civettissime figliuole siano del tutto popolaresche: hanno i capelli corti, ondulati o a boccoli, o perfettamente lisci e aderenti alla testa, ossigenati le bionde, lucidi di brillantina le brunette: e sono tinte fin dalla mattina presto con le sopracciglia rase, le calze di seta: ma scendono nella strada, per la spesa, in ciabatte e zoccoli, e poche sanno parlare bene l’italiano. Il loro punto di mira, presentemente sono io, sebbene la signorina della posta, la più tinta di tutte, – una vera oleografia incorniciata dal melanconico finestrino del suo ufficio, – abbia già sparso la voce che io, nonostante la mia recente sventura, sono in corrispondenza con una «ricca signora di Roma».
Gli uomini, invece, sono brutti; assomigliano ai ladroni crocefissi con Gesù; scarni, ossuti, neri ma coi piccoli occhi chiari, color ghianda acerba, la bocca maliziosa e furba. Furbi sono, questi uomini, coi quali ho già iniziato qualche trattativa per i possibili lavori: alcuni, giornalieri e manovali, lavorano intorno a un caseggiato scolastico un po’ fuori del paese; hanno paghe misere, ma da me pretenderebbero addirittura stipendi straordinarî; e c’è, fra di loro, una intesa segreta, quasi una parola d’ordine; quando mi fissano ho l’impressione che sappiano, che conoscano, insomma, lo scopo preciso della mia missione, che è quello di obbedire anch’io ad una parola d’ordine: e pare mi dicano:
– È così: se tu ci vuoi nella tua opera, è necessario pagare caro.
D’altronde non potrei far venire operai di altri paesi, poiché la spesa sarebbe la stessa e qui mi renderei ancora più ostile la popolazione: infine, provo un triste senso di gioia a combattere con questa gente, che è la sua gente; a cercare di ridurla, a instillare nelle loro coscienze un senso di onestà, di fiducia in me e nella mia opera. Qui sta il principio dell’argine: azione umana, che mi riempie di energia, di volontà, anche di bontà.
Illusioni? Saranno, ma illusioni che non fanno male a nessuno.
Ma ho bisogno di aiuto. Oh, Noemi, non ti allarmare; non a te chiedo aiuto: già è abbastanza quello che mi dai, permettendomi di scrivere queste pagine dove fermo, in qualche modo, il mio incessante tormento. Sono dunque andato dal podestà, per i definitivi accordi burocratici. La mia domanda d’offerta per la costruzione dell’argine è già stata inoltrata al rappresentante del Genio civile, e da questo al prefetto della provincia, che a sua volta la inoltrerà al Ministero dei lavori pubblici: ma non è di questo che voglio scriverti; piuttosto del podestà. È un uomo che sento, in qualche modo, affine a me, in senso però, dirò così, negativo: un mancato, un fallito della vita, anche lui, ma senza luce di speranze o d’illusioni che non siano materiali. Questa almeno, è stata la mia impressione dopo un nostro primo colloquio. È giovane, forse giovanissimo; ma a volte sembra vecchio, secondo l’espressione del suo viso: un viso pallido, sofferente, con un largo mento che dimostrerebbe un segno di forza di volontà, mentre il resto del viso è quello di un abulico, con una bocca amara di bambino bastonato, gli occhi castanei bellissimi, sì, dolci, quasi languidi, ma che non dànno confidenza né conforto: gli occhi dell’uomo che guarda solo dentro di sé, e pensa alla sua sorte. Se a me si può interessare, è per quello che lo riguarda, in questo mio affare: ha già capito che per lui non c’è margine di guadagno, che il mio affare è forse campato nel vuoto; – il testamento, mi ha subito dichiarato, non è valido, sebbene la famiglia della povera morta non intenda di opporsi alla sua estrema volontà; – e quindi mi accoglie per semplice forma di cortesia; forse, nel suo intimo, burlandosi di me.
Eppure mi piace: è raffinato, intellettuale: ha studiato fino al terzo anno di lettere, e di tanto in tanto fa lunghi soggiorni a Firenze o a Roma, con la scusa di finire i suoi studî e laurearsi: ma non fa altro che mangiarsi il poco patrimonio che gli rimane, e quando è a corto di denari torna al paese natio. Lo hanno eletto podestà contro il suo volere, – dice lui, – e compie le sue mansioni con una indifferenza che sembra diplomatica e che gli conferisce una dignità straordinaria, agli occhi dei suoi dipendenti. Del resto c’è poco da fare, in questo luogo tranquillo, dove tutti lavorano tenacemente e sono di una sobrietà per non dire avarizia, tradizionale e atavica. Mai un delitto, mai una vicenda contro la legge, mai un furto che non sia appunto legale. Lui solo, con la sua vita alquanto irregolare, fa eccezione. Ma non è nato precisamente qui: il padre era un contadino emigrato in Francia, dove sposò una donna, dicono alcuni, di cattivi costumi: fecero fortuna, e, dopo la morte della moglie, l’uomo, col bambino nato da lei, tornò in paese.
La casa del podestà è, dopo la villa della povera morta, la più bella dei dintorni: e poiché alle undici del mattino egli non era ancora al suo posto, nella casaccia sgangherata dove ha sede il Municipio, ho avuto l’idea di andare a trovarlo nel suo nido. Veramente nido, poiché la villetta si sporge, al riparo di una china piantata a vigna e oliveto, a metà costa della collina, che a sua volta vigila il paese. Percorro la strada che si dirama dalla piazza, e, diventata poi stradone provinciale, scende in dolce declivio costeggiando il fiume, fra macchie e pioppi che cominciano a mettere le foglie: del resto è la mia solita passeggiata, perché non posso percorrere l’altro ramo della strada ad ovest del paese, bella e pittoresca, sempre lungo il fiume, ma che troppo mi fa soffrire: strada sopra la quale, dopo l’antichissima parrocchia si stende al sole il piccolo cimitero dove ella dorme; e più oltre, fra i grandi alberi di un parco, sorge la villa della sua famiglia: e più oltre ancora il convento ove ella è stata educata. Boschi di querce e di castagni s’infittiscono su per le colline intorno, e le ghiandaie e i chiurli, le cornacchie e i corvi li riempiono di gridi e di lamenti. Là il paesaggio è quasi montano, e il fiume, incassato fra due rialti rocciosi, non offre pericolo, anzi pare soggetto alla grandiosità severa del luogo: qui, invece dal paese in giù, la valle si allarga, si distende quasi in prateria: per questa ragione gli abitanti, sedotti dalla facilità del terreno, vi coltivano e seminano, e vi hanno costruito le loro casette, i mulini, i frantoi: ed è qui che ogni anno, anzi più volte all’anno, le acque turbolente, scappate dagli argini naturali, allagano e distruggono ogni cosa. Lasciate appena le ultime case del paese, vedo la fortezza del mio vecchio Paolone: egli è intento a zappettare il campo per la seconda semina delle patate, e la moglie lo segue come la sua ombra. La giornata è mite, azzurrina, con venature di nuvole bianche che sembrano trine: il silenzio è grande, chiaro: si sentono i lontani gridi delle gazze, come ripetuti da un’eco metallica. Lungo il velo dell’acqua, oggi tutta buona, bassa e lucente, i pioppi sono uniti gli uni agli altri da incessanti voli di uccelli. E poiché qui non esiste neppure un ponticello, vedo alcune donne attraversare il fiume camminando di pietra in pietra senza bagnarsi; eppure tutte hanno involti sulla testa, o in mano: una tiene in braccio un bambino vestito di rosso che ride di felicità chinandosi a guardare l’acqua corrente.
Arrivato al bivio, dove la strada si biforca e da una parte prosegue verso una specie di sobborgo abitato solo da contadini poveri, io prendo un viottolo ben tenuto, ben battuto, tanto che ci si cammina meglio che nella piazza centrale del paese, e salgo fino alla casa del podestà. Come dissi, la villetta si affaccia al sole, tutta gialla, con le persiane azzurre, una loggia di marmo sopra il portichetto d’ingresso. Lo spiazzo, davanti, è fortificato come un piccolo bastione, e sul suo parapetto fanno bella mostra de...
Aveva riposto accuratamente le sue vesti, la sua calzatura: aveva una lunga camicia da notte, come in una sua fotografia da bambina, un nastro bianco intorno ai capelli. Tutto era in ordine, nella camera; tutto silenzioso. Provai la stessa impressione che si ha nei cimiteri, in qualche angolo verde e ombroso dove, sopra una lastra che pare di neve, un angelo di marmo vigila con un dito sulle labbra sottili. Silenzio: non disturbate i dormenti. Eppure tentai di rianimarla. Ella rimase fredda, rigida, bianca e scalza, simile in tutto all’angelo della morte.
Chiamai subito un medico, per telefono, senza neppure avvertire la cameriera. Venne il medico e constatò la morte per avvelenamento. In un attimo, non so come, come si spande un odore di incendio, la notizia si diffuse per il palazzo, per la strada, per la città. Rifiutai di aprire alle persone che suonavano alla porta; ma bisognò aprire agli agenti e al funzionario della giustizia: fui sospettato, fermato in casa, interrogato. Ore di mortale umiliazione. Per fortuna, sinistra fortuna, fu rinvenuto il suo testamento, scritto pochi momenti prima del suo sonno mortale. Dichiarava di uccidersi perché tormentata dalla paura d’impazzire: lasciava a me la legittima del suo patrimonio: il resto per la costruzione di opere pubbliche nel suo paese natio; possibilmente, prima di ogni cosa, di un argine per frenare la fiumana che ogni tanto inonda i campi e rovina i contadini poveri. Io, esecutore testamentario. Era, forse, questa, una forma di castigo e di espiazione per me. Ed io ho accettato. Il testamento non è del tutto valido: ad ogni modo io sono qui, nel suo paese, per difendere la sua ultima volontà.
Ed anche lei è di nuovo qui. L’ho ricondotta, col suo vestito bianco, coi capelli annodati come il giorno della sua prima comunione: scalza ha rifatto la lunga strada dalla città pestilenziale al silenzio puro delle alte colline in mezzo alle quali si culla al rumore della fiumana il suo paesetto di contadini, di cacciatori, di carbonai. I suoi parenti, i nonni, i genitori, sono venuti ad incontrarla, hanno accompagnato i funerali, senza salutarmi. È giusto. Adesso ella riposa tra la vecchia parrocchia e la villa dei suoi, nel piccolo cimitero dove fioriscono le viole selvatiche, e gli uccelli non hanno paura di amarsi. Ha raggiunto la pace che non poteva trovare in vita, ed io vorrei non parlarti più di lei per non turbarla oltre.
Intanto io abito presso un contadino il cui campo è periodicamente allagato dalla fiumana: eppure egli non lo ha mai voluto abbandonare; anzi s’è costruito da sé, anno per anno, una specie di terrapieno, intorno alla sua casa: ha cioè addossato ai muri del pianterreno i tronchi, i detriti, la sabbia, la ghiaia e il fango portati dalla corrente, in modo che il piano sovrastante è ormai al sicuro del pericolo; così l’abitazione ha l’aria di un piccolo fortilizio preistorico, con una scaletta esterna, di assi e di pietre, una porticina verso occidente, le finestruole alte con sportelli tutti di un pezzo.
Le camere sono due, e guardano a oriente, verso la fiumana, che adesso è calma e lambisce appena il campo del mio padrone: la cucina, grandissima, serve di ingresso, di dispensa, di legnaia, e anche, all’occasione, per dormirci: c’è un camino che sembra una grotta, col fuoco sempre acceso. Ghirlande di cipolle violette, di piccoli pomidori che sembrano imbalsamati, di salsiccie nere, decorano il soffitto, e l’antica madia graffita nasconde la farina come un tesoro inestimabile.
In una delle camere abito io: e non mi manca nulla di quello che può bisognare a un eremita di lusso: coperte di lana, tavola per scrivere, lenzuola con enormi cifre rosse, e l’asciugamano casalingo che graffia il viso come un gatto carezzevole. Il soppedaneo me lo sono dovuto comprare io; perché quello che c’era non mi convinceva (prima di me c’è stato un altro inquilino); l’ho trovato nel bazar del paese; è una specie di aiuola di lana verde con un bordo di margheritine rosa; e nel bel mezzo sdraiato un mansueto cane fulvo che mi fa guardia e compagnia.
Del resto non mi mancano le più strette comodità: ho a mia disposizione un gabinetto che pare un osservatorio astronomico, con un impianto idraulico – l’acqua non manca di certo, – che i castelli medioevali avrebbero invidiato: e ci si può fare il bagno caldo, con la buona volontà della signora padrona e della sua capace caldaia per il bucato: d’estate, poi, c’è la fiumana, con la relativa spiaggia di sabbia vellutata. Ma l’estate è lontana…..
Ho scelto questo posto, come punto, dirò così, di studio; ma ho anche una specie di ufficio, nel centro del paese, tra la farmacia, la cartoleria, la posta e il macellaio; nella piazza, infine, dove, dietro una fila di casette nuove, basse, s’affaccia la vecchia casa comunale, nera e corrosa. Ha una tradizione: dicono ci sia stato Machiavelli e, in ultimo, Garibaldi in fuga verso l’Adriatico.
Nel mio ufficio non posso lavorare stabilmente, perché ancora devo fare alle competenti autorità la domanda del permesso legale per la costruzione dell’argine; ma già ricevo qualche postulante per l’impresa dei lavori.
Passo buona parte della giornata qui, nella casa sull’acqua. Posto di studio, ho detto. Anzitutto uno studio di me stesso: poiché sono anch’io come questi luoghi devastati, queste acque irregolari e violente che hanno finora portato dolore e rovina senza averne colpa, per fatalità della natura. Ho bisogno anch’io di argini, che regolino il corso della mia vita e la rendano benefica e feconda.
Questa casa del vecchio contadino, Paolo Maffei detto il Palo, che ha vissuto sempre in lotta con gli elementi, che considera suoi nemici personali l’acqua, il gelo, il vento, la tempesta e la siccità, ed anche il terremoto; ma non ha mai abbandonato il suo posto, anzi ci si è fortificato dentro, e non cede un millimetro di terra neppure alla furia della corrente, questa casa è quasi simbolica.
E che pace, in questi primi giorni di tregua, di promesse di una stagione migliore! Mi sembra di essere anch’io come i semi sotto terra: c’è buio, c’è odore di sepolcro entro di me; eppure non è la morte; e forse il germoglio della vita vincerà ancora.
Il vecchio Paolo ha settantadue anni, ma è ancora dritto e forte, direi anche virile, capelli grigi intatti, i denti sani, il viso rugoso colorito come i suoi pomidori invernali; gli occhi neri vivi e furbi, sono quelli di un uomo che ha conosciuto il bene e il male. La moglie ha venti anni meno di lui, ma sembra più vecchia, a giudicare dal poco del viso che si vede nella nicchia di un grande fazzoletto giallastro che le avvolge sempre la testa: la punta del naso ossuto e un occhio scialbo da idiota. Ancora non ho sentito la sua voce: sempre china sul focolare pare non abbia altra preoccupazione se non quella di tenere il fuoco acceso: in realtà cucina; fa il caffè, la polenta, le focacce senza lievito, cuoce le castagne e le patate fra la cenere; gioca con le brage come i bambini con le pietruzze della strada. Il vecchio lavora nel campo; ha una distesa di rape e di verze che è il suo orgoglio e la sua ricchezza. Niente animali in casa, – per via delle alluvioni, – egli dice con coraggio. – Non si possono tenere nel piano di sopra. E poi, che me ne faccio? Il somaro sono io, il cane sono io. Il porco, va bene, è comodo; ma se dò da mangiare a lui, non ne resta per noi.
La quiete quindi è completa, qui, finché almeno non si sveglia il leone della fiumana: il silenzio, a volte, è quasi allucinante. Da quando ci sono io non ha mai soffiato il vento; ed è fortuna perché quando piove, e spesso a dirotto, l’acqua vien giù compatta, come una cascata che guai se dovesse sbattersi di traverso. Allora la fiumana s’ingrossa e si gonfia, con un rumore cupo che pare sotterraneo, come se l’acqua, invece di precipitare dai declivi dell’orizzonte, sgorghi dal sottosuolo della valle, per un effetto quasi vulcanico; e si allarga rapidamente, dando ai campi un aspetto di lago turbolento: poi si ritira d’un tratto, come è venuta, ma lasciando i segni terribili del suo passaggio.
Adesso siamo in uno stato di armistizio; il tempo è tiepido, sciroccale, ma senza vento; si ha l’illusione di essere al principio della primavera, e le nuvole bianche, ramate, sopra i monti di là delle colline sembrano alberi in fiore; qui però tutto ancora è spoglio, e i fusti dei pioppi, in certi tratti d’acqua stagnante, emergono scuri e umidi come alberi di imbarcazioni naufragate.
Il vecchio guarda dalla porta della cucina il pezzo di terra, verso la strada comunale, cioè il più alto del suo campo, dove ha seminato il grano; e spera in Dio.
– Anche nei piattini, a Pasqua, per ornare il Sepolcro di nostro Signore, spunta il grano, senza terra, ma solo con un po’ d’acqua. Spunterà anche qui.
Io gli dico:
– Eppoi quest’anno la raccolta, per voi, sarà buona poiché il terreno vi sarà espropriato per la costruzione dell’argine: a buon prezzo: ed anche la casa.
Egli non risponde; ma neppure si turba. Egli spera in Dio.
E tuttavia sarà necessario snidare di qui questa brava gente: ne provo rimorso, ho quasi vergogna di essere venuto ad abitare presso di loro, a introdurmi nella loro vita come un verme nel frutto sano. Sana è la vita di questi umili che hanno per amico il sole, e credono, sebbene non ci pensino troppo, in una esistenza futura, ancora più felice di questa. Vivere al loro contatto fa bene: s’imparano molte cose, più che dai libri anche se esemplari.
Verso sera è il vecchio Paolo che attizza il fuoco; e a questo solo chiarore la donna, dopo aver meglio legato il fazzoletto sotto il mento aguzzo, impasta la farina e compone una focaccia sulla quale stende qualche sottile fetta di lardo. La fa cuocere in una padella nera, che ella tiene sempre avvolta nella carta, e l’odore del lardo fritto, dice il vecchio, fa ballare i topi della soffitta. Questa è la cena, condita d’acqua fresca: se ci sono le castagne arrostite, dorate e fragranti come pasticcini, la festa è completa. Ho regalato ai miei ospiti un fiasco di vino, e il vecchio s’è messo a cantare pezzi d’opera, come un baritono da grammofono sfiatato.
– Una volta, – racconta, – sono andato a Roma, a piedi, in cerca di lavoro. Volevo fare il giardiniere, o il guardiano di qualche bosco. M’immaginavo tante cose straordinarie. E appena arrivo, stanco, coi piedi macerati come in un mortaio, mi investe un temporale, con vento furioso: e una tegola mi cade sul capo spaccandomi una tempia. Ah, Cristo Signore! Questa era la bella accoglienza della capitale d’Italia. Mai più Paolo ha rimesso piede dove non sia terra sua, gente sua, mestiere suo. Qui sono nato, qui voglio morire. Se vossignoria mi porta via il campo e la casa, ebbene, c’è un campo, lì accanto alla parrocchia, del quale nessuno ci può espropriare.
– Ma, – prosegue, dopo il secondo bicchiere di vino, mentre io mi scaldo le spalle davanti al focolare, –vossignoria crede forse che la mia vita sia stata sempre quella del gatto domestico? Oh, senta, ogni uomo ha la sua storia, e la mia è che con la mia prima moglie non si andava d’accordo. Aspra lei, come una mela acerba, aspro io come un ramo vecchio spinoso. Lei aveva diciassette anni; io trentatre anni più di lei. Faccia un po’ il conto. Poi c’era un’altra cosetta: un suo cugino, rosso e lungo, veniva troppo spesso a gironzolare da queste parti. Pareva la volpe. Allora erano sorbe, che la ragazzina si pigliava da me. Che vuole mai? La natura non si può cambiare. Allora un giorno lei mi scappa di casa e torna dai suoi. Furono brutti giorni e brutte notti, finché non riuscii a sorprenderla col rosso, nella castagnaia. Il miserabile fuggì: lei, la presi per i capelli, e giù, botte da orbi. Ma fu un guaio il peggiore di tutti; poiché l’infelice si ammalò e, dicono, morì per lo spavento. I parenti mi fecero causa; fui assolto, ma per molto tempo, e ancora adesso sogno la ragazza travolta dalla fiumana, coi capelli che si tirano appresso i fuscelli, i rami, i pesciolini. Fu la volta che andai lontano, in cerca di lavoro. Ma il Signore mi rimandò a casa: la casa l’avevo affittata a questa donna qui, che ci viveva col genitore. Mi presero a dozzina; il vecchio morì, la donna rimase mia: e tale è ancora. E il Signore ha messo una pietra sul passato.
La donna, tranquilla, non smette di mangiare; non pronunzia una parola, ma si è allargato il fazzoletto sulle orecchie, come per sentire meglio. L’uomo la guarda; con uno sguardo dritto che pare un raggio di luce: e comincia a parlare bene di lei, commosso, ma di quel turbamento artificiale che dà il vino: finché lei, finalmente scatta, e con voce di gelosia dice:
– Ma va là, Paolone; mi hai sposato perché io ti svegli, alla notte, quando fai i cattivi sogni.
Ecco Noemi: la vita dell’uomo, anche di quello che sembra il più lineare, ha il suo tempo di inondazione devastatrice: poiché ogni uomo, ripete il vecchio Paolo, ha la sua storia.
Al contrario di quest’abitazione palustre, il mio ufficio, nel centro del paese, dunque, è circondato di movimento e spesso, nei giorni di mercato, di allegro chiasso. È uno stanzone a pian terreno, fra la succursale di una piccola banca, la farmacia, l’ufficio postale e altri locali d’importanza per la vita cittadina. La piazzetta è, dopo tutto, uno spiazzo terroso, a volte fangoso; non manca però di alberi, di panchine, e, nell’angolo, la vetrina di un caffè con belle torte e scatole di cioccolattini. Il paese è civile: il macellaio tiene, sul suo banco di marmo, un vaso di fiori freschi; i cestini della fruttivendola sono, anche di questa stagione, coperti di veli rossi. E, gloria e trionfo del luogo, sopra il portoncino di una casa che ha pretese di palazzetto, verdeggia una targa con su scritto a grandi lettere rosse «Circolo della Caccia». Fa piacere guardarla: si pensa ai boschi di castagni e di querce, qui sopra le colline e più in là sui monti; alla vita di sane emozioni dei bravi cacciatori dei dintorni.
Alle finestre dei primi ed unici piani di queste casette che sarebbero il quartiere nuovo del paese, si affacciano le belle ragazze, tutte belle, di bellezze diverse, tutte sorridenti, ma tutte a bocca chiusa perché per lo più hanno i denti guasti, – causa, dicono, l’acqua troppo fredda che qui si beve. Non bisogna credere che queste graziose e civettissime figliuole siano del tutto popolaresche: hanno i capelli corti, ondulati o a boccoli, o perfettamente lisci e aderenti alla testa, ossigenati le bionde, lucidi di brillantina le brunette: e sono tinte fin dalla mattina presto con le sopracciglia rase, le calze di seta: ma scendono nella strada, per la spesa, in ciabatte e zoccoli, e poche sanno parlare bene l’italiano. Il loro punto di mira, presentemente sono io, sebbene la signorina della posta, la più tinta di tutte, – una vera oleografia incorniciata dal melanconico finestrino del suo ufficio, – abbia già sparso la voce che io, nonostante la mia recente sventura, sono in corrispondenza con una «ricca signora di Roma».
Gli uomini, invece, sono brutti; assomigliano ai ladroni crocefissi con Gesù; scarni, ossuti, neri ma coi piccoli occhi chiari, color ghianda acerba, la bocca maliziosa e furba. Furbi sono, questi uomini, coi quali ho già iniziato qualche trattativa per i possibili lavori: alcuni, giornalieri e manovali, lavorano intorno a un caseggiato scolastico un po’ fuori del paese; hanno paghe misere, ma da me pretenderebbero addirittura stipendi straordinarî; e c’è, fra di loro, una intesa segreta, quasi una parola d’ordine; quando mi fissano ho l’impressione che sappiano, che conoscano, insomma, lo scopo preciso della mia missione, che è quello di obbedire anch’io ad una parola d’ordine: e pare mi dicano:
– È così: se tu ci vuoi nella tua opera, è necessario pagare caro.
D’altronde non potrei far venire operai di altri paesi, poiché la spesa sarebbe la stessa e qui mi renderei ancora più ostile la popolazione: infine, provo un triste senso di gioia a combattere con questa gente, che è la sua gente; a cercare di ridurla, a instillare nelle loro coscienze un senso di onestà, di fiducia in me e nella mia opera. Qui sta il principio dell’argine: azione umana, che mi riempie di energia, di volontà, anche di bontà.
Illusioni? Saranno, ma illusioni che non fanno male a nessuno.
Ma ho bisogno di aiuto. Oh, Noemi, non ti allarmare; non a te chiedo aiuto: già è abbastanza quello che mi dai, permettendomi di scrivere queste pagine dove fermo, in qualche modo, il mio incessante tormento. Sono dunque andato dal podestà, per i definitivi accordi burocratici. La mia domanda d’offerta per la costruzione dell’argine è già stata inoltrata al rappresentante del Genio civile, e da questo al prefetto della provincia, che a sua volta la inoltrerà al Ministero dei lavori pubblici: ma non è di questo che voglio scriverti; piuttosto del podestà. È un uomo che sento, in qualche modo, affine a me, in senso però, dirò così, negativo: un mancato, un fallito della vita, anche lui, ma senza luce di speranze o d’illusioni che non siano materiali. Questa almeno, è stata la mia impressione dopo un nostro primo colloquio. È giovane, forse giovanissimo; ma a volte sembra vecchio, secondo l’espressione del suo viso: un viso pallido, sofferente, con un largo mento che dimostrerebbe un segno di forza di volontà, mentre il resto del viso è quello di un abulico, con una bocca amara di bambino bastonato, gli occhi castanei bellissimi, sì, dolci, quasi languidi, ma che non dànno confidenza né conforto: gli occhi dell’uomo che guarda solo dentro di sé, e pensa alla sua sorte. Se a me si può interessare, è per quello che lo riguarda, in questo mio affare: ha già capito che per lui non c’è margine di guadagno, che il mio affare è forse campato nel vuoto; – il testamento, mi ha subito dichiarato, non è valido, sebbene la famiglia della povera morta non intenda di opporsi alla sua estrema volontà; – e quindi mi accoglie per semplice forma di cortesia; forse, nel suo intimo, burlandosi di me.
Eppure mi piace: è raffinato, intellettuale: ha studiato fino al terzo anno di lettere, e di tanto in tanto fa lunghi soggiorni a Firenze o a Roma, con la scusa di finire i suoi studî e laurearsi: ma non fa altro che mangiarsi il poco patrimonio che gli rimane, e quando è a corto di denari torna al paese natio. Lo hanno eletto podestà contro il suo volere, – dice lui, – e compie le sue mansioni con una indifferenza che sembra diplomatica e che gli conferisce una dignità straordinaria, agli occhi dei suoi dipendenti. Del resto c’è poco da fare, in questo luogo tranquillo, dove tutti lavorano tenacemente e sono di una sobrietà per non dire avarizia, tradizionale e atavica. Mai un delitto, mai una vicenda contro la legge, mai un furto che non sia appunto legale. Lui solo, con la sua vita alquanto irregolare, fa eccezione. Ma non è nato precisamente qui: il padre era un contadino emigrato in Francia, dove sposò una donna, dicono alcuni, di cattivi costumi: fecero fortuna, e, dopo la morte della moglie, l’uomo, col bambino nato da lei, tornò in paese.
La casa del podestà è, dopo la villa della povera morta, la più bella dei dintorni: e poiché alle undici del mattino egli non era ancora al suo posto, nella casaccia sgangherata dove ha sede il Municipio, ho avuto l’idea di andare a trovarlo nel suo nido. Veramente nido, poiché la villetta si sporge, al riparo di una china piantata a vigna e oliveto, a metà costa della collina, che a sua volta vigila il paese. Percorro la strada che si dirama dalla piazza, e, diventata poi stradone provinciale, scende in dolce declivio costeggiando il fiume, fra macchie e pioppi che cominciano a mettere le foglie: del resto è la mia solita passeggiata, perché non posso percorrere l’altro ramo della strada ad ovest del paese, bella e pittoresca, sempre lungo il fiume, ma che troppo mi fa soffrire: strada sopra la quale, dopo l’antichissima parrocchia si stende al sole il piccolo cimitero dove ella dorme; e più oltre, fra i grandi alberi di un parco, sorge la villa della sua famiglia: e più oltre ancora il convento ove ella è stata educata. Boschi di querce e di castagni s’infittiscono su per le colline intorno, e le ghiandaie e i chiurli, le cornacchie e i corvi li riempiono di gridi e di lamenti. Là il paesaggio è quasi montano, e il fiume, incassato fra due rialti rocciosi, non offre pericolo, anzi pare soggetto alla grandiosità severa del luogo: qui, invece dal paese in giù, la valle si allarga, si distende quasi in prateria: per questa ragione gli abitanti, sedotti dalla facilità del terreno, vi coltivano e seminano, e vi hanno costruito le loro casette, i mulini, i frantoi: ed è qui che ogni anno, anzi più volte all’anno, le acque turbolente, scappate dagli argini naturali, allagano e distruggono ogni cosa. Lasciate appena le ultime case del paese, vedo la fortezza del mio vecchio Paolone: egli è intento a zappettare il campo per la seconda semina delle patate, e la moglie lo segue come la sua ombra. La giornata è mite, azzurrina, con venature di nuvole bianche che sembrano trine: il silenzio è grande, chiaro: si sentono i lontani gridi delle gazze, come ripetuti da un’eco metallica. Lungo il velo dell’acqua, oggi tutta buona, bassa e lucente, i pioppi sono uniti gli uni agli altri da incessanti voli di uccelli. E poiché qui non esiste neppure un ponticello, vedo alcune donne attraversare il fiume camminando di pietra in pietra senza bagnarsi; eppure tutte hanno involti sulla testa, o in mano: una tiene in braccio un bambino vestito di rosso che ride di felicità chinandosi a guardare l’acqua corrente.
Arrivato al bivio, dove la strada si biforca e da una parte prosegue verso una specie di sobborgo abitato solo da contadini poveri, io prendo un viottolo ben tenuto, ben battuto, tanto che ci si cammina meglio che nella piazza centrale del paese, e salgo fino alla casa del podestà. Come dissi, la villetta si affaccia al sole, tutta gialla, con le persiane azzurre, una loggia di marmo sopra il portichetto d’ingresso. Lo spiazzo, davanti, è fortificato come un piccolo bastione, e sul suo parapetto fanno bella mostra de...
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- Parte Prima
- Parte Seconda
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