L'edera
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L'edera

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Informazioni su questo libro

Annesa, figlia adottiva dei Decherchi, sarebbe disposta a fare qualunque cosa per i suoi "benefattori", anche macchiarsi di un delitto pensando di poterli aiutare economicamente, scoprendo in realtà di essersi sacrificata inutilmente.Ledizioni ripubblica quest'opera fuori diritti in formato cartaceo ed ePub.

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Informazioni

Editore
Ledizioni
Anno
2015
eBook ISBN
9788867053322

III.

«Annesa, Annesa!», chiamò il vecchio asmatico. La sua voce lontana, accompagnata da un gemito, svegliò Annesa dai suoi sogni: ella si scosse e rientrò in camera.
Ziu Zua, assalito da uno dei suoi frequenti accessi di soffocamento, cercava di sollevarsi e non poteva; le sue mani scarne si agitavano, come lottando penosamente contro un fantasma invisibile.
Annesa gli si avvicinò senza troppa premura, lo sollevò, gli mise un altro cuscino dietro le spalle. A poco a poco egli riprese a respirare meno penosamente e domandò da bere; e appena poté parlare, ricominciò a imprecare e a lamentarsi.
«Tu mi lasci sempre solo», insisteva con voce ansante, «e le zanzare mi pungono, e il lume si spegne, che ti si spengano gli occhi! Chiamami prete Virdis, almeno: voglio confessarmi, non voglio morire scomunicato, come un moro. Mi date il veleno, voi; tutti mi date il veleno, voi… per farmi morire lentamente, che siate maledetti voi e che sia maledetto il latte delle vostre madri. Ma arriverà presto il momento che desiderate: sì, sì, presto, prestissimo. Mi troverete morto come un cane, e allora sarete contenti…»
«Ma state zitto una buona volta», disse Annesa, minacciosa. «Vergognatevi di dire queste cose, vecchio ingrato, vecchio cattivo…»
Egli però continuò a brontolare, anche dopo che ella ebbe spento il lume e si fu coricata. Nel buio ella sentiva quella voce ansante e stridente, e le pareva che una sega le dividesse il cuore. E una parte di quel cuore si conservava buona e pura, e ardeva d’amore, di pietà, di gratitudine, mentre l’altra parte sanguinava e ardeva anch’essa ma come un tizzo verde, di una fiamma livida e puzzolente. La dolcezza e la tristezza dei ricordi erano sparite: quella voce di fantasma cattivo richiamava la donna alla realtà opprimente.
Le pareva di soffrire d’asma anche lei; e invece di compatire il vecchio per ciò che egli soffriva, ripeteva fra sé le imprecazioni e le male parole di lui.
Finalmente entrambi si calmarono e si assopirono. Una voce dolce e sonora cantò in lontananza una soave battorina d’amore, poi s’avvicinò, risonò nel silenzio della straducola, accompagnata da un coro melanconico di voci giovanili.
…Sos ojos, sa cara bella,
Su pilu brundu dechidu!
Pro me non bi torrat mai
Cuddu reposu perdidu…
«È Gantine, povero usignolo!», pensò Annesa, che nel dormiveglia cominciava già a sognare di Paulu. E, al solito, pensò con tenerezza e con rimorso al suo giovane fidanzato; ma quando la voce tacque, ella si assopì ancora e di nuovo la figura di Paulu le tornò vicina.
L’indomani mattina donna Rachele andò alla messa bassa e fece la comunione: e le altre donne anziane che erano in chiesa, la videro piangere e pregare fervorosamente, tutta chiusa nel suo scialle nero come in un manto di dolore.
Annesa invece andò con Rosa alla messa cantata delle nove. Col suo bel costume dalla gonna pieghettata e orlata di verde, il corsetto nero e rosso, il grembiule carico di ricami antichi, una benda gialla intorno al capo, ella rassomigliava ad una piccola madonna primitiva, mentre al suo fianco la bimba deforme, goffamente vestita di un abituccio borghese di cotonina rossa, pareva la caricatura d’una civiltà degenerata.
Dopo aver percorso la straducola in pendio, uscirono nella strada comunale che attraversa il paese, e proseguirono verso la chiesa.
Altre donne vestite come Annesa sbucavano da tutte le straducole: gruppi di bimbi laceri ma robusti e belli, coi luminosi occhi neri, giocavano qua e là sotto gli archi delle porticine, sulle scalette esterne, nei piccoli cortili insolitamente spazzati e inaffiati.
La chiesa di San Basilio, sebbene questo fosse il santo protettore del paese, restava fuori dell’abitato, un centinaio di metri distante dall’ultima casupola nella quale abitava una parente dei Decherchi.
Un cortile vastissimo, roccioso, coperto di fieno e di stoppie calpestate, circondava la chiesetta, addossate alla quale sorgevano alcune stanze e una tettoia dove si riunivano le persone incaricate del buon andamento della festa.
Vicino alla chiesa s’innalzava una specie di torre quadrata, con un rozzo belvedere, al quale si saliva per una scaletta esterna. La chiesa, le stanze, la torre, d’una costruzione primitiva, di pietre rozze e di fango, avevano preso il colore cupo e rugginoso delle roccie circostanti. A sinistra della chiesa, ai piedi del villaggio, si sprofonda la vallata granitica, di là della quale un grandioso panorama di valli e montagne, verdi e azzurre, sfuma sul cielo chiarissimo: a destra sorge il monte San Giovanni, coi suoi boschi, le brughiere, le roccie dai profili fantastici.
Quattro quercie secolari crescevano davanti alla chiesa, la cui facciata, intraveduta fra i rami delle piante poderose, pareva tagliata nella roccia. Uomini alti e forti, vestiti di rosso e di nero, paesani di altri villaggi, pastori e contadini, s’aggruppavano intorno ai banchi dei liquoristi, sotto le tettoie di frasche addossate alle roccie della spianata. Era la solita folla delle feste sarde: uomini allegri che pensavano a bere, donne in costume che andavano in chiesa per pregare e farsi vedere.
Annesa e Rosa scesero lentamente il sentiero che va dalla strada comunale alla chiesa: davanti alla casetta ultima del paese si fermarono a salutare zia Anna, la cugina di donna Rachele.
Questa cugina era una donna anziana, alta, magra e pallida come un fantasma; rassomigliava alquanto a donna Rachele, ma sosteneva d’essere più giovane e molto più bella della cugina nobile. E raccontava d’aver avuto e di aver ancora molti adoratori e pretendenti che ella respingeva per restar libera e potersi dedicare tutta a tre sue nipoti, orfane di padre e di madre.
Queste nipoti, infatti, vivevano con lei, ed una era già una ragazza da marito. E zia Anna le amava come sue figliuole, poiché era una donna affettuosa ed anche savia, che all’infuori dell’idea fissa della sua bellezza e dei suoi pretendenti non aveva altra debolezza.
Un cortiletto senza cancello, circondato di un muricciuolo, precedeva la casetta: dalla porticina spalancata usciva un buon odore di caffè. Annesa gridò:
«Zia Anna non venite alla messa?»
«Aspetto un ospite», disse la donna, affacciandosi alla porta con una caffettiera in mano. «Rosa, anima mia, come sei bella oggi! Venite avanti; vi darò il caffè. Sei sempre vecchia, Rosa? i dentini non vogliono spuntare, no?»
Rosa sorrise, mostrando le sue gengive sguarnite, e Annesa disse, per conto della bimba:
«Verranno di nuovo, i dentini, e poi cadranno ancora. Cadranno anche i vostri, zia Anna, e non ritorneranno più».
«Può darsi», rispose la donna, che aveva bellissimi denti. «Ma venite, belle mie; vi darò il caffè; per la messa è ancora presto. Ho veduto prete Virdis passeggiare davanti alla chiesa: era con un signore che mi è sembrato Paulu.»
Allora Annesa, che stava per entrare da zia Anna, cambiò parere e s’avviò verso la chiesa.
«Addio, addio, statevi bene e tanti saluti alle ragazze. Noi andiamo perché è tardi.»
«Avevo da raccontarti una cosa: verrò da voi domani», disse zia Anna, salutando con la mano. «Addio, Rosa, non mangiare molto torrone. Non mi hai detto neppure cosa ti ha dato il sorcio, in cambio dei tuoi dentini. Glieli hai poi messi, nel buco dietro la porta?»
«Sì», gridò la bimba. «Mi ha lasciato un po’ di nocciuole, in cambio dei denti.»
«A che servivano le nocciuole, se non avevi denti per schiacciarle?»
«Eh, le ho schiacciate con una pietra!»
«Addio.»
«Addio.»
Annesa trascinava Rosa e camminava in fretta, guardando fisso davanti a sé, come affascinata. La bimba disse:
«Sì, babbo è là, davanti alla chiesa, e passeggia con prete Virdis che è arrabbiato».
Infatti il vecchio prete gesticolava animatamente. La sua grossa pancia ansava. Era bruttissimo, grosso e gonfio; il viso color mattone, paffuto e rugoso nello stesso tempo, esprimeva un malcontento sdegnoso. Una parrucca dai lunghi peli che sulla nuca si mescolavano a qualche ciuffo argenteo di capelli veri, accresceva quell’orrida bruttezza.
Annesa abbassava gli occhi ogni volta che incontrava il prete: e anche quella mattina tentò di passare dritta, trascinandosi dietro la bimba, ma il vecchio sacerdote sollevò una delle sue grosse mani e cominciò a gridare:
«Rosa! Rosa!».
Annesa dovette fermarsi.
«Rosa», disse il prete, avanzandosi fino a coprire con la sua pancia il viso della bimba. «Ho piacere che tu venga alla messa. A quanto pare ci vengono persino le capre, oggi, persino le donne ebree e le donne moresche.»
Annesa andava raramente in chiesa; ma non si turbò per l’allusione. Guardava verso la spianata, fingendo d’interessarsi al quadro variopinto che le si stendeva innanzi e ascoltava i bandi che il messo,[1] ritto sopra una roccia, gridava alla folla.
Anche Paulu guardava laggiù. La figura del messo, alta e selvaggia, spiccava nera nel sole. Col suo tamburo scintillante, col suo costume metà da paesano, metà da cacciatore, col suo berretto di pelo che pareva la capigliatura naturale di quella testa nera e forte, il messo dava l’idea di un araldo primitivo sceso giù dai boschi della montagna per annunziare qualche cosa di terribile ai pacifici bevitori d’acquavite e di anisetta raccolti intorno ai furbi rivenditori della spianata. Tutti lo guardavano, ed egli gridava con voce stentorea da predicatore:
«Giovani e giovanette, andate a ritrattarvi dal fotografo che abita presso il falegname Francesco Casu. E chi vuole orzo a una lira il quarto corra dal signor Balentinu Virdis. E presso Maria detta la Santissima si vendono uova fresche e sorbetti fatti col ghiaccio…».
«Sì, anche le donne moresche», ripeté prete Virdis. «Quelle che si alzano la mattina col diavolo, e vanno a letto, la sera, col demonio. Va, va, Rosa, prega per questa gente, che si converta. Mi racconterai poi la storia del Signore morto. La sai ancora?»
«Sissignore.»
«Meno male: tu non sarai un’ebrea. Va, va.»
E riprese a camminare, sbuffando, Paulu lo seguì, ma prima scambiò con Annesa uno sguardo rapido e ardente che la riempì di gioia.
«Anghelos santos!», ella disse piano, con ironia, ripetendo l’intercalare favorito di prete Virdis. E la piccola Rosa, che amava poco il grosso prete, si mise a ridere, col suo risolino triste di vecchietta.
Annesa ascoltò la messa pensando a Paulu, al suo sguardo appassionato. Ella provava un senso di ebbrezza quando il vedovo le dava quei rapidi segni d’amore: le pareva che uno sguardo scambiato così, di giorno, tra la gente che li separava come non avrebbe potuto separarli una muraglia di macigni, valesse più che tutti i loro abbracci notturni.
E le parole pungenti di prete Virdis le sembravano un lontano rumore di vento: uno sguardo di Paulu la ricompensava di ogni affronto e di ogni umiliazione.
Dopo la messa egli l’attese sotto le querce e prese Rosa per mano.
«Andiamo da quel venditore di torrone», disse a voce alta, poi aggiunse piano: «prete Virdis è arrabbiato con te perché non hai fatto la comunione. Ti ho scusata con lui, dicendogli che avevi molto da fare. Egli non è cattivo: tutt’altro! È simile all’alveare; brutto di apparenza, ma colmo di miele. Mi ha promesso d’intercedere ancora per noi presso ziu Zua. Verrà oggi da noi; non essere sgarbata con lui, ti prego. Se poi non si riesce a nulla con ziu Zua, fra giorni io vado al paese di Ballore Spanu. Egli mi ha promesso di presentarmi ad una sua parente, sorella del rettore del suo paese: una vecchia danarosa che forse mi presterà qualche migliaio di lire. Vuoi bere un liquore, Annesa?».
«Ah, speriamo dunque», ella disse, sospirando. «Dov’è il tuo amico?»
«Non so: ha promesso di venire a raggiungermi qui», rispose Paulu, guardando intorno per la spianata.
Intanto s’erano avvicinati al banco del venditore di torroni.
Gli uomini, dopo essere stati in chiesa, si affollavano di nuovo intorno ai liquoristi: e non si contentavano di un solo bicchierino, ma compravano intere bottiglie di liquore che bevevano, in compagnia degli amici e degli ospiti, fino all’ultima goccia. Quegli uomini vestiti di pelli, dai lunghi capelli unti, alti e rudi come uomini primitivi appena sbucati dalle foreste della montagna, erano avidi di bevande, alcooliche e dolci, e si leccavano le labbra con voluttà infantile.
Annesa accettò da Paulu un bicchierino di menta. Accorgendosi d’essere osservata da un gruppo di amici di Gantine si mostrava triste e rigida come del resto lo erano tutte le donne che in quel momento attraversavano il cortile della chiesa.
D’un tratto si sentì presa per la vita da un braccio d’uomo, e si vide accanto a sé il piccolo ziu Castigu, vestito a nuovo, pulito, allegro come un fanciullo.
«Come», egli disse, tenendo Annesa abbracciata, ma rivolgendosi a Paulu, «ve ne andate così, senza far visita ai priori della festa? Le par ben fatto, questo, piccolo don Paulu mio? No, no, lei non vorrà offendere San Basilio, andandosene senza visitare i priori. Io sono fra questi, e ci tengo alla sua visita. Andiamo, Rosa, rosellina mia, vuoi che ziu Castigu ti prenda in braccio? O sulle spalle, come un agnellino?»
«Io devo andar a casa», protestò Annesa. «Donna Rachele mi aspetta.»
«Tu verrai, pili brunda: prenderò sulle spalle anche te, se vuoi! Andiamo. Gantine è venuto da me stamattina per tempo, ed ha preso il cavallo per recarlo al pascolo. Non è ancora tornato?»
«No; diventa sempre più poltrone quel giovine», disse Paulu. «Fa sempre il comodo suo.»
«Ssss!», sussurrò ziu Castigu, accennando ad Annesa.
Ma ella non pareva molto preoccupata per le parole di Paulu: aveva ripreso nella sua la mano di Rosa, e ritornava verso la chiesa, precedendo i due uomini.
«Fra giorni voglio mandare Gantine in una lavorazione di scorza, nella foresta di Lula», riprese il vedovo. «Mi hanno offerto di tenerlo lassù fino al tempo delle seminagioni: così almeno guadagnerà qualche cosa.»
«Sì, è un ragazzo molto allegro», convenne ziu Castigu. «Ma tutti siamo stati allegri, da ragazzi…»
«Tutti, sì», ripeté Paulu.
«Anche lei, sì, don Pauleddu mio. Era molto allegro. Ora non più!»
«Volati gli uccelli!», disse Paulu, guardando in alto e facendo un segno di addio con la mano. «Volati, volati…»
«Eh, diavolo, qualcuno ne resterà», disse il pastore, ridendo col suo riso caratteristico, un po’ sciocco, un po’ beffardo.
«Ecco, passiamo di qui: entriamo nella cucina grande.»
Entrarono nella cucina grande, ove i promotori della festa preparavano un banchetto omerico.
«Ohè, Miale Corbu, eccoci qui», gridò, con orgoglio ziu Castigu, avanzandosi a fianco di Paulu.
Il priore maggiore, cioè il presidente del Comitato per le feste, parve sbucare da una nuvola di fumo denso e grasso, che copriva come un velario lo sfondo della cucina. Ed era un uomo degno di esser circondato di nuvole come un dio selvaggio: una specie di gigante, vestito di un corpetto rosso e di un paio di brache di saja, così larghe che sembravano una gonnella corta ricadente sulle uose di lana nera. Sotto il berretto lungo ripiegato sulla sommità del capo, e fra due bande di lunghi capelli neri unti di grasso, il viso d’un rosso terreo, dal naso aquilino, il mento sporgente, la barba rossiccia ondulata, pareva scolpito nella creta. Sorrise quasi commosso, poiché Paulu Decherchi onorava d’una sua visita quella riunione di pastori semplici e poveri; e condusse il giovine attraverso le cucine e le stanze facendogli osservare ogni cosa come ad un forestiero.
«Buona festa, quest’anno?», domandò Paulu, guardandosi attorno.
«Non c’è male. Siamo cinquanta promotori; e altri cento pastori hanno concorso alla festa, portando ognuno una pecora e una misura di frumento.»
Nei grandi focolari ardevano tronchi interi di quercia, e dentro i paiuoli di rame cuocevano intere pecore. Alcuni uomini, seduti per terra, infocati in viso e con gli occhi lacrimosi per il fumo, facevano girare lentamente, sopra le brace, intere coscie di montone, infilate in grossi spiedi di legno. Una quantità enorme di carne rosseggiava sulle panche disposte lungo le pareti; e nei recipienti di legno e di sughero fumavano ancora le viscere, e qua e là s’ammucchiavano le pelli nere e giallastre delle cento e più pecore sgozzate per festeggiare degnamente il piccolo San Basilio protettore di Barunèi.
Mentre Miale Corbu conduceva Paulu in una specie di loggia coperta, dove una donna serviva caffè e liquori alle persone che si degnavano di visitare il priore, ziu Castigu introduceva Rosa ed Annesa nelle stanze attigue alla cucina. In una di queste stanze dovevano pranzare gli uomini, in un’altra le donne e i fanciulli; in una terza detta la stanza dei confetti, stavano i dolci, in un’altra il pane. Ed in tutte le stanze, basse e fumose, s’agitavano strane figure di uomini barbuti, che preparavano i taglieri e i coltelli per il banchetto.
«Quanto pane! Ce n’è per cento anni», disse Rosa, con la sua vocina di vecchia, fermandosi davanti ai larghi canestri colmi di focacce bianche e lucide.
«Magari, rosellina mia», disse ziu Castigu, che ascoltava religiosamente ogni parola della bimba.
«Chi mangia tutto questo pane? L’orco?», domandò Rosa, chinando su un cestino l’enorme testa che pareva dovesse da un momento all’altro staccarsi dall’esile busto.
Ziu Castigu rise, poi disse che buona parte del pane veniva consumata durante il banchetto, e il resto distribuito ai mendicanti ed ai fedeli che visitavano il priore.
«Se tu ritornerai fra due ore, rosellina mia, vedrai che gli uomini mangiano più dell’orco. Eccone uno, per esempio, che sfiderebbe l’orco a mangiar più di lui…»
Un uomo grosso e tarchiato, con una abbondante barba rossastra, entrava in quel momento nella stanza del pane. Teneva in mano una fetta di carne bollita, fumante, e un coltello a serramanico: e ogni tanto strappava un boccone coi denti, e se qualche tendine resisteva lo tagliava col coltello, senza toglier la carne di bocca, e masticava con avidità, mentre i suoi occhi d’un cupo turchino, luminosi e freddi, esprimevano una voluttà ferina.
«Sì, ricordo», disse Annesa: «l’anno scorso passai di qui mentre pranzavate, e sembravate tanti lupi. Ognuno di voi teneva sulle ginocchia un tagliere colmo di ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Pagina del Titolo
  3. Colophon
  4. Sommario
  5. I.
  6. II.
  7. III.
  8. IV.
  9. V.
  10. VI.
  11. VII.
  12. VIII.
  13. IX.
  14. X.
  15. XI.
  16. Digital Classics