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«Siamo la generazione Telemaco»
Nella società qualcosa sta davvero cambiando. Anche se i segnali sono ancora timidi e si scontrano con una forte resistenza. In Italia, dopo anni di «governo degli anziani», di dominio quasi assoluto della gerontocrazia, ecco il primo salto generazionale e una classe di quarantenni ai posti di comando. È sconfitta la «sindrome di Cicerone». Secondo il più grande oratore latino, «la vecchiaia ha una così grande autorità da valere molto più di tutti i piaceri della giovinezza». Ovunque in Europa l’anagrafe può diventare la variabile più significativa della politica, per dare quella salutare scossa a un vecchio sistema incapace di rigenerarsi da sé, dall’interno.
«Siamo la generazione Telemaco» ha detto Matteo Renzi, il più giovane presidente del Consiglio della Repubblica, aprendo il semestre europeo di presidenza italiana a Strasburgo il 1° luglio 2014. Una generazione che «ha il dovere di meritarsi l’eredità dei nostri padri». L’immagine ha avuto un forte impatto sul palcoscenico europeo, grazie alla capacità comunicativa del premier italiano. Il suo discorso era teso a sollecitare crescita e sviluppo in un continente stanco, che sacrifica al rigore dell’economia e dei conti pubblici il benessere delle famiglie e di interi popoli ormai allo stremo, se non addirittura alla fame, come in Grecia.
Di fronte ai flussi migratori e le migliaia di poveri cristi che cercano speranza nelle nostre terre, fuggendo dalla fame, da guerre e persecuzioni, «l’Africa deve vedere un protagonismo europeo non solo economico, ma anche umano». Alla «globalizzazione dell’indifferenza», espressione usata da papa Francesco nel suo primo viaggio a Lampedusa, che fa ignorare il dramma dei morti nel Mediterraneo, Renzi ha contrapposto la «civilizzazione della globalizzazione», che deve rappresentare il Parlamento europeo: «Se davanti a una donna che si chiama Asia Bibi, in carcere da anni in Pakistan perché cristiana, l’Europa non si indigna, significa che non stiamo facendo bene il nostro mestiere. Se non c’è reazione non possiamo definirci degni della grande responsabilità che abbiamo. Se di fronte a questi drammi continuiamo a usare frasi fatte, slogan vuoti senza avere il coraggio di affermare i nostri valori, non andremo da nessuna parte».
I valori, anzi l’eredità cui si fa riferimento è quella lasciata dai «padri fondatori» dell’Unione Europea: da Adenauer a Schuman, da De Gasperi a Spinelli, solo per fare qualche nome. Il loro sogno non era solo il traguardo della moneta unica, ma un cammino verso gli «Stati Uniti d’Europa», per dare pace e sviluppo a un continente segnato, nel secolo scorso, da due guerre mondiali, da violenze e odio, e dallo sterminio di milioni di persone nei campi di concentramento.
«C’è un’intera letteratura su Ulisse, ma nessuno parla del figlio, Telemaco» ha ricordato Renzi. «Che se ci pensiamo ha un compito difficile. Perché non poteva stare ad attendere. Come neanche noi possiamo attendere. Abbiamo il dovere di meritare, come Telemaco, l’eredità. L’invito non è semplicemente a ragionare di questioni economiche, su cui farci sentire con tutta la nostra forza. Il nostro destino non sta nelle monete che abbiamo in tasca, ma nell’eredità che ci hanno lasciato i nostri padri e che dobbiamo meritarci giorno per giorno.»
La «generazione Telemaco» sa di rappresentare una speranza per il futuro e di avere una grande responsabilità nel realizzare il sogno unitario dei «padri fondatori». Deve lavorare per costruire «più Europa», nonostante una crescente opposizione di forze nazionaliste ostacoli il cammino comune. Se gli ideali «alti» di un’Europa unita potranno essere più facilmente rinverditi e rilanciati dalle nuove generazioni (grazie anche a una loro migliore predisposizione, a seguito dei programmi Erasmus, che favoriscono scambi culturali, istruzione e formazione a livello europeo), più difficile sarà per loro gestire l’eredità sul piano dell’economia e dell’occupazione. In questi ultimi anni, i giovani sono cresciuti associando all’idea dell’Europa non parole affascinanti come sviluppo, futuro, speranza, pace, solidarietà tra nazioni e popoli… ma concetti più freddi, maledettamente concreti nella loro crudezza: debito pubblico, crisi finanziaria, recessione, spread, vincolo del tre per cento, patto di stabilità… che hanno frustrato le loro potenzialità, il desiderio e l’impazienza di mostrare quel che valgono.
I loro padri, come voraci cicale ispirate al consumismo più sfrenato, hanno bruciato risorse immense, che spettavano ai figli. Hanno vissuto al di sopra delle reali possibilità e necessità, senza alcuna sobrietà; hanno dilapidato e ipotecato il futuro dei giovani, affossandolo sotto una montagna di debito pubblico. Oggi, in Italia, un bambino appena nato, ancor prima di emettere il primo vagito, si ritrova sulle esili spalle un debito che va dai trenta ai quarantamila euro, che dovrà comunque onorare, pur non avendo usufruito nemmeno di un centesimo.
Una mina vagante si aggira per l’Europa. In Italia è peggio
C’è una mina vagante che si aggira per l’Europa, e ancor più in Italia, di cui non ci si preoccupa abbastanza. È lì, pronta a esplodere da un momento all’altro, con conseguenze deleterie e imprevedibili: è la disoccupazione giovanile. Sebbene i dati più recenti dicano che la febbre sia scesa di qualche linea, il malessere dei giovani senza lavoro è devastante. Basta qualche dato a significare la drammaticità della situazione, che dovrebbe spingere le forze politiche, al di là dei rispettivi schieramenti, a far fronte comune e porre l’economia reale al centro dell’attenzione, prima di qualsiasi altro interesse. Nella fascia d’età tra i quindici e i venticinque anni, la disoccupazione giovanile è quasi al trentasette per cento a livello nazionale. Ma nelle regioni del Sud la percentuale supera abbondantemente il cinquanta per cento. Quasi un giovane su due in Italia non ha futuro né speranza. «Dati agghiaccianti» li ha definiti il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi.
Come sempre, a farsene carico sono le famiglie, che tengono i figli in casa il più a lungo possibile, in una prolungata dipendenza e marginalità sociale che non ha riscontri in nessun altro Paese. Parcheggiati in una sorta di «sala d’attesa», che non si sa quanto lunga possa essere, i giovani aspettano rassegnati di salire sul treno giusto. Ammesso che passi. O cedono alla tentazione della consuetudine nazionale di affidarsi alla pratica della raccomandazione o della «scorciatoia», che fa ritenere inutile, talora una perdita di tempo, acquisire una seria preparazione professionale.
Nell’età di maggiore vivacità e creatività i nostri ragazzi vivono in recinti stretti e gabbie poco dorate. Stanno a languire in corsi e percorsi universitari interminabili, tra continue delusioni e l’invio di curriculum che nessuno prende in considerazione. I risparmi delle famiglie, ormai quasi estinti, o il patrimonio di casa, cioè i soldi di papà, permettono loro una vita meno grama. Anche se qualcuno, dall’alto delle proprie sicurezze, si permette di chiamarli, in modo sprezzante, bamboccioni. O, peggio, sfigati. Due milioni di giovani, dai quindici ai ventisei anni, né studiano né lavorano. Sono stati definiti «fantasmi» dai mass media, perché nessuno si occupa e si preoccupa di loro. Questi giovani hanno perso ogni speranza: il lavoro non lo cercano più. L’ultimo allarme l’ha lanciato Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione Europea, elaborando i dati del 2013. In Italia a seguito della grave crisi economica oltre sette milioni di ragazzi tra i diciotto e i trentaquattro anni vivono a casa con i genitori, più che nel resto d’Europa. La famiglia, esperta nell’arte del «tirare la cinghia», è diventata l’ultima frontiera del welfare. Ma nell’arco di sei anni, dal 2007 al 2013, secondo i dati di Banca d’Italia, la ricchezza delle famiglie italiane si è ridotta del dodici per cento.
Secondo un’altra ricerca della Coldiretti-Ixè, pubblicata nel febbraio 2015, sotto il peso della crisi economica e delle difficoltà di occupazione quasi quattro giovani su dieci (più esattamente il 37 per cento) hanno chiesto un aiuto a mamma e papà. Così come tendono a vivere a distanza ravvicinata dalle abitazioni dei genitori: il 42,3 per cento abita a una distanza non superiore ai trenta minuti a piedi. «La struttura della famiglia» si legge nell’indagine «si sta dimostrando fondamentale per non far sprofondare nelle difficoltà della crisi moltissimi cittadini.» Per il futuro del Paese, il fenomeno più grave è che i giovani rinunciano a formare nuove famiglie. E si arrangiano come possono.
Ma che Paese è questo che abbandona nel limbo le energie più fresche? Quei pochi giovani che, comunque, ce la fanno grazie alle risorse di famiglia, il futuro non lo vogliono più qui da noi, ma lo cercano all’estero, dove è più facile mettere a frutto talenti e preparazione. In genere ci riescono, e con ottimi risultati, fino a diventare vere eccellenze, di altissimo livello, in tanti campi professionali. La fuga dei cervelli italiani ha raggiunto cifre da esodo biblico: sono quasi centomila all’anno quelli che se ne vanno oltre i confini nazionali. Mentre l’Italia si impoverisce delle migliori energie e risorse, altre nazioni se ne giovano con grandi vantaggi e investimenti a costo zero.
Il mercato del lavoro non garantisce per nulla i giovani, anzi dedica loro scarsissime attenzioni e risorse. Il poco lavoro a disposizione, spesso, è precario o dequalificato; rende la loro condizione insostenibile. È una vera «emergenza etica e sociale in grado di minare la stabilità della società e di compromettere seriamente il suo futuro» ha scritto Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate. Non c’è nel Paese una visione di futuro, manca la capacità di saper investire sul principale capitale umano e sociale che sono i giovani.
È venuta meno la solidarietà tra le generazioni: ormai, la coperta è troppo corta. Ma a restare scoperti, quasi sempre, sono i giovani. Nel passaggio di consegne e nel susseguirsi delle generazioni qualcosa s’è spezzato, interrompendo le comunicazioni e il reciproco scambio. È come se stessimo costruendo un palazzo, ma senza ascensore e scale tra un piano e l’altro. Ogni piano pensa di poter o dover bastare a sé stesso, riducendosi a una triste e sterile autoreferenzialità. In assenza di solidarietà e in mancanza di chiari orizzonti, i più giovani guardano al futuro con preoccupazione, consapevoli che, comunque vada, saranno destinati a un benessere inferiore a quello raggiunto dai loro padri. Purtroppo, scrive su Famiglia Cristiana (4 novembre 2007) il sociologo Pierpaolo Donati, «i giovani adulti vengono tenuti in sfere di vita dove l’alienazione è scambiata per opportunità di godersi la vita. In termini estremi: una generazione che dovrebbe essere posta di fronte al problema di come potrà mantenere un solido Stato sociale per una popolazione che va rapidamente invecchiando, viene mantenuta per non fare niente o quasi».
Un Paese dalle mille rughe e un inverno senza primavera
È un tema di cui poco si parla, o che si ignora volutamente. Ma se fosse messo al centro dell’attenzione, sconvolgerebbe i piani della politica. O, per lo meno, darebbe un diverso ordine alle priorità delle questioni da affrontare. E con la massima urgenza. Siamo il Paese con il più basso tasso di natalità al mondo. Ma ciò non sembra destare alcuna preoccupazione in chi ricopre cariche istituzionali e dovrebbe operare per le sorti e il futuro dell’Italia. Siamo un Paese vecchio, dalle mille rughe, dove ormai nascono pochi bambini, oltre a essere un Paese affranto da mille fragilità: disoccupati, precari, senza casa, poveri, bisognosi di assistenza.
Nel totale silenzio, per non dire nell’assoluta indifferenza, in questi anni abbiamo assistito al rovesciamento della piramide della popolazione, che ora poggia sulla punta, in un equilibrio instabile, pronta a cadere in qualsiasi momento. Siamo di fronte a un gelo demografico impressionante, a un lungo inverno senza primavera. In altre parole, ci stiamo suicidando. Il divario tra anziani e giovani è sempre più in crescita. Secondo le previsioni, nel 2050 otto milioni di giovani saranno chiamati a portare sulle proprie spalle il peso di ventidue milioni di anziani e superanziani. La vita si è allungata, per fortuna, ma questo è l’unico dato positivo tra tanti primati negativi.
Da anni, in Italia, non si fanno più bambini. I dati Istat relativi al 2014 lanciano un serio allarme, quasi da ultima spiaggia. È a rischio il ricambio generazionale. Se non si cambia passo, non ce la faremo a risollevarci e a crescere come Paese. Nel 2014 sono nati appena 509mila bambini, cinquemila in meno rispetto all’anno precedente, la cifra più bassa dall’Unità d’Italia. Siamo in profondo rosso dal punto di vista demografico. Il saldo tra nati e morti è negativo. Ciò significa che, un domani, non ci saranno abbastanza italiani. Né la presenza degli immigrati è sufficiente a supplire questa deficienza, perché le nascite calano anche tra le mamme straniere, che finora avevano sostenuto il livello demografico. Un rapporto del Mulino (Rapporto sulla popolazione. L’Italia a 150 anni dall’Unità), quasi ad aggravare la situazione, ci ricorda che in Italia, negli ultimi dieci anni, le coppie che non hanno avuto figli sono aumentate del quaranta per cento. Andiamo verso famiglie non più con un figlio unico, ma addirittura senza figli.
E la politica latita. «La crisi economica, l’incertezza occupazionale sperimentata da molti giovani, la mancanza di reti di protezione adeguate e di servizi di conciliazione famiglia-lavoro» scrive la sociologa Chiara Saraceno (la Repubblica, 13 febbraio 2015) «fanno posticipare uscite dalla famiglia di origine, inizio di una vita di coppia, scelte riproduttive, accentuando le differenze storiche tra giovani italiani ed europei. Le donne e gli uomini italiani sono tra i più tardivi in Europa a diventare genitori e, quando lo diventano, più dei loro coetanei in altri Paesi dipendono dall’aiuto dei propri genitori sia per accedere a una abitazione, sia per accudire i figli.
«A loro volta» continua «le persone anziane parzialmente e non autosufficienti sono più che in altri Paesi dipendenti dalla disponibilità dei familiari, oltre che dalle proprie personali risorse economiche, per far fronte ai propri bisogni. Il sovraccarico di responsabilità che continua a essere assegnato alle famiglie, unitamente alla mancanza di sicurezze ragionevoli sul piano economico, non aiuta ad avere un figlio, tanto meno ad averne uno in più dopo il primo. Temo che non basterà il neo bonus bebè a modificare questa situazione.»
Che fare di fronte alla progressiva riduzione della popolazione e al suo invecchiamento? Chiara Saraceno indica alcune piste su cui operare, convinta che il Paese potrebbe mutare queste cattive notizie in possibilità di crescita e rinnovamento. Ma a determinate condizioni: a) «investendo nelle giovani generazioni che, proprio perché di dimensioni contenute, saranno sempre più una risorsa da non sprecare»; b) «investendo nelle donne giovani e meno giovani, perché possano conciliare una sempre più necessaria (soprattutto per il bilancio pubblico) partecipazione al mercato del lavoro con il desiderio di maternità»; c) «investendo nel benessere degli anziani, perché stiano bene il più a lungo possibile senza gravare eccessivamente sul bilancio sanitario»; d) «favorendo l’integrazione degli immigrati e la valorizzazione delle loro competenze». Anche se, conclude, i segnali in queste direzioni sono scarsi, confusi e contraddittori.
I giovani hanno una sola colpa grave: nessuno che li difenda
I giovani non trovano lavoro. Ma anche quando riescono ad averlo, purtroppo, neppure il lavoro li affranca dalla povertà. Siamo di fronte a un fenomeno nuovo: i «lavoratori poveri», che non possono pensare al futuro con tranquillità. Un tempo, negli anni dei nostri padri, il lavoro era garanzia di sicurezza e stabilità, permetteva di mettere su famiglia presto e generare dei figli. Il fenomeno attuale, invece, è quello che gli esperti, con linguaggio tecnico, chiamano working poor: vuol dire avere un’occupazione, ma vivere alle soglie della povertà, a causa della crisi che ha tagliato tanti posti di lavoro e schiacciato i redditi. In Italia il fenomeno riguarda quasi quattro milioni di persone. A essere colpiti duramente sono soprattutto i giovani sotto i trent’anni. Con stipendi mensili al di sotto dei mille euro, non godono di autonomia e sono costretti, nelle grandi città, a dover condividere una stanza in affitto con un’altra persona, se vogliono arrivare a fine mese.
I giovani sono o, meglio, dovrebbero essere l’emergenza per tutti. «Un’emergenza nazionale, urgente e grave» scrive Luigi La Spina sulla Stampa (28 giugno 2014) «che determinerà il futuro dell’Italia. Se la classe politica e dirigente non avrà la consapevolezza di quanto sia drammatica la loro condizione e non provvederà a un drastico spostamento di risorse, pubbliche e private, per affrontare quello che è davvero il primo problema nazionale, la sorte dell’Italia è già segnata. È quella di un Paese nella serie B del mondo. Dove i giovani più fortunati, quelli nati in famiglie abbienti, saranno costretti a emigrare. E, per gli altri, il destino sarà quello della sottoccupazione, sempre più precaria e meno qualificata.
«Abbiamo già tradito una volta i nostri figli e i nostri nipoti, durante gli ultimi due o tre decenni dello scorso secolo, quando abbiamo riversato sulle loro spalle il più grande debito pubblico di uno Stato occidentale, un cappio al collo che li sta soffocando, perché ha ridotto in maniera intollerabile l’investimento sulla loro vita. Se non riconosciamo l’enorme responsabilità di questo primo tradimento nei loro confronti, se non cercheremo urgentemente di limitare i danni di questa gravissima colpa generazionale e di salvare in qualche modo il loro futuro, li tradiremo una seconda volta. E in modo irreparabile. Occorre una ribellione della coscienza pubblica, in nome della nostra responsabilità più grande, quella di padri e mad...