La psicoanalisi non è chiamata a svelare i rapporti segreti e inconfessati tra la vita del poeta e l'opera, ma a reperire nella sublimazione poetica la verità da essa scoperta nella propria esperienza clinica. Non si tratta calare su Dante un'interpretazione a lui estranea, ma di leggere la Commedia come anticipazione della psicoanalisi: Dante precede da veggente Freud e Lacan sul cammino della parola e del linguaggio.Nel tempo presente le tecniche del controllo cognitivo, poste a guardia dello psichico, promuovono un'ortopedia linguistica che mette sotto silenzio l'esperienza di parola. Riproporre il gesto di Dante, affrontando la questione della lingua nella sua radicalità, significa restituire la parola al soggetto, affinché questi possa dire quale pena lo costringe alla ripetizione: quel godimento a-semantico e mortifero che, dannato, lo separa dal dolce mondo.Nella Commedia si annodano l'esistenza singolare e il tempo politico di Dante, la cifra unica e irripetibile dell'esperienza del poeta e il destino escatologico dell'umanità. Seguire i passi di Dante richiede la disponibilità a una lettura sintomale del poema. Il percorso della Commedia è teleologico: sappiamo dove vada a finire ma non abbiamo la certezza di avere capito. Tuttavia ci accorgiamo, leggendo, che qualcosa si trova già al lavoro… Allor si mosse, e io li tenni dietro.

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Argomento
PsychologyCategoria
Italian Literary CriticismCapitolo primo
Soggetto e struttura
Il soggetto diviso
In un passaggio intenso del Canto III dell’Inferno Dante piange prima di capire. I suoni che giungono alle sue orecchie irrompono mentre entra nell’oscurità dell’Inferno. Essi sono indistinti e indecifrabili: arrivano prima del senso.
Quivi sospiri, pianti e alti guai
risonavan per l’aere sanza stelle,
per ch’io al cominciar ne lagrimai.
(Inf. III, 22-24)
risonavan per l’aere sanza stelle,
per ch’io al cominciar ne lagrimai.
(Inf. III, 22-24)
Tale situazione interrompe in una maniera inaspettata il circolo ermeneutico. L’assoluto imporsi dell’oggetto voce nella densa e magmatica materialità dei suoni induce il poeta al pianto. L’incontro del soggetto con il reale fa tacere l’interpretazione: giunge al proprio destinatario senza offrirgli un senso. L’angoscia di fronte alla lettera muta non viene attenuata dal richiamo ai versi virgiliani a cui il poeta si aggrappa: Hinc exaudiri gemitus et saeva sonare / verbera, tum stridor ferri, tractaeque catena.1 Al contrario, l’esegesi rende eloquente la condizione di soggezione a cui il poeta è esposto: la moltiplica, le fa eco nel testo.
L’ingresso di Dante nell’Inferno suggerisce una considerazione sulla struttura della Commedia prima ancora che sullo stile: sulla lettera prima che sul lavoro poetico. Dante è un soggetto diviso: se da una parte è l’autore del poema, dall’altra si pone nel poema come colui che cerca la verità e, dunque, come lettore. Questa duplice iscrizione è sottolineata da Gianfranco Contini, secondo cui nella Commedia siintersecano due piani: «Io trascendentale (con la maiuscola), diremmo oggi, e “io” (con la minuscola) esistenziale».2 La coesistenza di un livello empirico, immediato, e di un altro piano, che agisce alle spalle del primo rendendo possibile l’esperienza, rimanda alla divisione radicale che attraversa la soggettività umana. «È nel linguaggio e mediante il linguaggio – come ha scritto in proposito Émile Benveniste in un articolo coevo a quello di Contini – che l’uomo si costruisce come soggetto»,3 poiché è «nella situazione di discorso in cui io designa il parlante che quest’ultimo si enuncia come “soggetto”».4 Tale considerazione richiede un giudizio articolato sull’esperienza a cui è esposto il soggetto nella Commedia. Occorre chiarire, innanzi tutto, la posizione di colui che parla nel poema, il senso a cui ci riporta l’altra scena, ossia il luogo da dove si parla, e infine la decifrabilità della parola nella struttura nelle tre cantiche.
Stati di dannazione: l’opacità della pena
Nell’Inferno il peccato è una condizione non attraversabile, che si presenta in tutta la sua opacità. I dannati patiscono la pena loro assegnata senza capirla: ne provano dolore ma non ne conoscono il senso. Pur essendo iscritta nella Legge del contrappasso, che prevede l’analogia o il contrasto, essa rimane a loro indecifrabile: lettera chiusa nella propria opacità a-semantica. Il dolore inflitto non muta la condizione di chi vi sia sottoposto, la pena infernale non redime ma condanna semmai alla ripetizione sintomatica. È una condizione immutabile ed eterna a cui non è possibile sottrarsi. Di fronte ad essa i dannati invocano l’annientamento (la seconda morte ciascun grida, Inf. I, 117; «Or accorri, accorri, morte», Inf. XIII, 118). Dante ne evidenzia la terribile materialità: una crudeltà che è resa ancora più forte dall’uso insistente dei fonemi. Cerbero graffia li spirti, ed iscoia ed isquatra (Inf. VI, 18) in una scena che si ripete all’infinito e che, come tale, «non cessa di scriversi».
Il «carattere letale» della lettera, di cui la pena è portatrice, cancella la funzione del messaggio. L’Inferno è il cieco mondo (Inf. IV, 13), il cieco carcere (Inf. X, 58), in quanto i dannati sono colpiti da una sorta cecità, da un oscuramento del senso. Iscritti nell’ordine della punizione, essi non hanno alcuna possibilità di capire la pena e, in questo modo, di assumersela. Nel Canto VI Ciacco storce gli occhi e reclina il capo nello sforzo disperato e insostenibile di guardare Dante.
Li diritti occhi torse allora in biechi;
guardommi un poco, e poi chinò la testa:
cadde con essa a par de li altri ciechi.
(Inf. VI, 91-93)
guardommi un poco, e poi chinò la testa:
cadde con essa a par de li altri ciechi.
(Inf. VI, 91-93)
Una differenza di sguardi separa pertanto il dannato da Dante. Se il poeta chiama ciechi i golosi che affondano il viso nel fango, la condizione di accecamento riguarda in universali tutti i dannati: così avari e prodighi fuor guerci / sì de la mente in la vita primaia (Inf. VII, 40-41). Il versante oscuro del peccato, con la sua cifra di godimento, si presenta nell’opacità della pena che assoggetta il dannato, costringendolo, per analogia o per contrasto, alla ripetizione del proprio impossibile. «Sebbene rappresentato», il dannato «si trova così diviso»5 dal sapere che riguarda la sua storia. Non conosce il senso della pena a cui è sottoposto, ma l’iscrizione nel peccato parla al suo posto, in quanto «è assente» proprio «là dove è rappresentato». Così ’l modo de la pena non si traduce per lui in un sapere sulla pena, ma lo rende simile allo schiavo «che porta sotto la capigliatura il codicillo che lo condanna a morte, non sa il senso né il testo né in che lingua è scritto, e nemmeno che è stato tatuato sulla sua pelle rasata mentre dormiva».6 Ciò che si scrive sul capo dello schiavo-messaggero è un sapere indecifrabile. La pena presenta un versante opaco, una cifra a-semantica. Se essa è da una parte la metafora enigmatica che custodisce la verità del soggetto (ma intelligibile per Dante lettore), dall’altra è il godimento impossibile (e fuori-senso) che si sottrae all’interpretazione. Il versante metaforico del sintomo non lascia nell’incertezza Dante ma gli rende chiaro ’l modo de la pena. Lo stato di dannazione è (e resta) una condizione decifrabile per lui ma non per il dannato. Nel Canto X dell’Inferno, il poeta non dubita un solo istante che l’interlocutore che gli sta di fronte sia Cavalcante, il padre dell’amico Guido:
Le sue parole e ’l modo de la pena
m’avean di costui già letto il nome.
(Inf. X, 64-65).
m’avean di costui già letto il nome.
(Inf. X, 64-65).
La lettera del peccato scritta come cifra incancellabile e sintomatica, ’l modo de la pena a cui il dannato non può sottrarsi, svela a Dante il nome di colui che è emerso all’improvviso dall’avello infuocato. Lacan ci invita tuttavia a non «confondere la lettera con lo spirito»; infatti «l’una uccide se l’altro vivifica», in quanto il significante «materializza l’istanza della morte».7 La lettera non è il messaggio ma la modalità di godimento che il dannato non può evitare. Così ’l modo de la pena di Cavalcante è separato dal messaggio che questi rivolge a Dante (e che riguarda la ricerca del figlio). La lettera «arriva sempre a destinazione»,8 giunge senza che il soggetto ne abbia consapevolezza, in quanto è «il supporto materiale che il discorso concreto prende dal linguaggio».9 La lettera è la «struttura localizzata del significante».10 Essa tocca la singolarità del soggetto,11 ma è separata dagli effetti di senso. Cavalcante cerca di conoscere il destino del figlio, ma non afferra il senso delle parole di Dante. Il soggetto è dannato non perché sia morto, ma è con-dannato su di una scena in cui è introdotto da un significante che lo tratta come morto.12 Una volta che venga registrato nell’ordine della punizione, subisce lo svuotamento del proprio essere. Così Dante mostra il momento di tale iscrizione:
Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l’intrata;
giudica e manda secondo ch’avvinghia.
Dico che quando l’anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata
vede qual luogo d’inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa.
Sempre dinanzi a lui ne stanno molte:
vanno a vicenda ciascuna al giudizio;
dicono e odono, e poi son giù volte.
(Inf. V, 4-15)
essamina le colpe ne l’intrata;
giudica e manda secondo ch’avvinghia.
Dico che quando l’anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata
vede qual luogo d’inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa.
Sempre dinanzi a lui ne stanno molte:
vanno a vicenda ciascuna al giudizio;
dicono e odono, e poi son giù volte.
(Inf. V, 4-15)
Il conoscitor de la peccata assegna il luogo della pena. Gli avvolgimenti della coda di Minosse corrispondono al cerchio in cui l’anima mal nata sarà inviata, senza alcuna possibilità di replica. «L’alienazione consiste in quel vel che – se il termine condannato non suscita obiezioni da parte vostra, lo riprendo – condanna il soggetto ad apparire solo in quella divisione che ho appena, così mi sembra, articolato sufficientemente, dicendo che, se esso appare da un lato come senso, prodotto dal significante, dall’altro appare come afanisi».13 Il dannato è assoggettato all’azione del vel, che lo lega a una doppia condizione: sul versante del senso è sussunto sotto i significanti dell’Altro, su quello dell’essere è colpito dalla scomparsa introdotta dal linguaggio, che lo con-danna, facendo di lui il vuoto scavato dall’incidenza del significante. Tuttavia la domanda di Dante fa emergere, sia pure per breve tempo, il dannato dalla mortificazione della pena: lo richiama, nel momento di dirsi, dall’afanisi in cui è stato inghiottito. L’insensato della pena non è l’insensibile. Pier della Vigna, parlando a Dante, svelandosi, si sottrae agli effetti di cancellazione prodotti su di lui dal significante che lo pone in eterno tra i suicidi. Le sue parole escono dal silenzio, come se fossero trattenute dalla stessa violenza che il soggetto ha fatto subire al proprio corpo. Solo allora la singolarità del dramma trova una via d’accesso. Egli ripropone la propria storia e parla della fedeltà a Federico II:
Io son colui che tenni ambo le chiavi
del cor di Federigo, e che le volsi,
serrando e disserrando, sì soavi,
che dal secreto suo quasi ogn’uom tolsi:
fede portai al glorioso offizio,
tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e’ pols...
del cor di Federigo, e che le volsi,
serrando e disserrando, sì soavi,
che dal secreto suo quasi ogn’uom tolsi:
fede portai al glorioso offizio,
tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e’ pols...
Indice dei contenuti
- Cover
- Frontespizio Collana
- Title
- Copyrights
- Dedication
- Indice
- Introduzione
- Nota al testo
- Linguaggio Ed Esperienza Nella Commedia
- Transumanar: I Modi Della Sublimazione
- Dolce Padre: L’accesso Al Desiderio
- La Vesta: Il Corpo E Il Suo Sembiante
- Indice dei nomi
- Back Cover
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