Breve storia dell'ubriachezza
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Breve storia dell'ubriachezza

  1. 296 pagine
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Breve storia dell'ubriachezza

Informazioni su questo libro

Secondo una leggenda africana, le donne persero coda e pelliccia quando il dio della creazione insegnò loro a fare la birra. Fu così che ebbe origine l'umanità. Da allora, incontriamo l'alcol ovunque, dai primi insediamenti neolitici fino alle astronavi che sfidano l'ignoto spazio profondo, e insieme al bere troviamo la sua compagna più sfrenata, allegra e sovversiva: l'ubriachezza.L'ubriachezza è universale e sempre diversa, esiste in ogni tempo e in ogni luogo. Può assumere la forma di una celebrazione o di un rituale, fornire il pretesto per una guerra, aiutare a prendere decisioni o siglare contratti; è istigatrice di violenza e incitamento alla pace, dovere dei re e sollievo dei contadini. Gli esseri umani bevono per sancire la fine di una giornata di lavoro, bevono per evasione, per onorare un antenato, per motivi religiosi o fini sessuali. Il mondo, nella solitudine della sobrietà, non è mai stato sufficiente.Breve storia dell'ubriachezza osserva il nostro passato dal fondo di una bottiglia, da quello spazio vitale – il bar – che è abolizione temporanea delle regole dominanti, festa del divenire e convegno di gioie. Grazie alla scrittura colta ed esilarante di Mark Forsyth, vivremo l'ebbrezza di un viaggio che dalle bettole degli antichi sumeri penetra nelle stanze di un simposio ateniese; assisteremo al sorso di vino che ha cambiato il mondo per sempre, quello bevuto da Cristo nell'ultima cena; entreremo nella taverna in cui è nata la letteratura inglese e ascolteremo il crepitio dei revolver nei peggiori saloon del Selvaggio West. Infine, come in quell'antica leggenda africana, scopriremo che la nostra civiltà nasce grazie al sacro dono dell'alcol: perché bere è umano, ubriacarsi è divino.

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Informazioni

Anno
2018
Print ISBN
9788842824671
eBook ISBN
9788865766576
Argomento
History
Categoria
World History

1. L’evoluzione

Dobbiamo ricordare che le leggi della Natura
Sono in genere ragionevoli.
E ovunque, per valide ragioni,
Si può trovare un po’ d’alcol.
C’è alcol nelle piante e negli alberi:
Dev’essere il piano della Natura,
Il fatto che debba esserci, in qualche misura,
Un po’ d’alcol nell’Uomo.
A.P. Herbert (1956)
Prima ancora di essere umani, siamo stati dei bevitori. L’alcol esiste in natura ed è sempre esistito. Quando la vita è cominciata, quattro miliardi e rotti di anni fa, c’erano microbi unicellulari che sguazzavano felicemente nel brodo primordiale, nutrendosi di zuccheri semplici ed espellendo etanolo e anidride carbonica. Pisciavano birra, in sostanza.
La vita, per fortuna, si è evoluta e sono comparsi gli alberi e la frutta – e la frutta, se lasciata marcire, fermenta con grande disinvoltura. La fermentazione produce zucchero e alcol, che i moscerini della frutta cercano e divorano. Non sappiamo se i moscerini della frutta si ubriachino in una maniera che noi umani potremmo in qualche modo comprendere. Ahimè, sono incapaci di parlare, o di cantare canzoni, o di guidare le automobili. Quel che sappiamo per certo è che se le avances romantiche di un moscerino della frutta maschio vengono respinte da un crudele e sdegnoso moscerino della frutta femmina, il maschio aumenterà drasticamente il suo consumo alcolico.
Sfortunatamente per gli animali, l’alcol non si presenta in natura in quantità sufficienti da permettere loro di organizzare una festa come si deve. Anzi, a volte capita. Su un’isola al largo di Panama, l’aluatta dal mantello ha la possibilità di banchettare allegramente con i frutti caduti dalle palme di astrocaryum (4,5% vol.). Le aluatte diventano turbolente e rumorose, poi sonnolente e maldestre, e può capitare che cadano dagli alberi e si feriscano. Calcolando il rapporto tra il consumo d’alcol e il loro peso corporeo, è come se si scolassero l’equivalente di due bottiglie di vino in trenta minuti. Ma sono una rarità. Per la maggior parte degli animali, semplicemente, non c’è abbastanza alcol in giro, a meno che uno scienziato gentile non li catturi, non li trasferisca in un laboratorio in condizioni controllate e non li faccia bere fino a strozzarsi.
Gli animali ubriachi sono piuttosto spassosi. Non possiamo fare a meno di sospettare che gli scienziati se la ridano sotto i baffi dall’inizio alla fine mentre impiegano il loro tempo ad architettare meticolosi esperimenti per verificare in che modo l’alcol influenzi il cervello e il comportamento dei nostri cugini quadrupedi. Cosa succede quando dai un cicchetto a un ratto, o addirittura una fornitura inesauribile d’alcol? Cosa succede se metti un open bar a disposizione di un’intera colonia di ratti?
In realtà, sono abbastanza civili. A parte i primi giorni. Nei primi giorni perdono un po’ la testa, ma poi la maggior parte di loro si stabilizza su due drink: uno appena prima di mangiare (gli scienziati la chiamano «ora dell’aperitivo») e uno appena prima di andare a letto (il cicchetto della buonanotte). Ogni tre o quattro giorni si verifica un picco nel consumo d’alcol, quando tutti i topi si riuniscono per delle minifesticciole rattesche. Sembra tutto abbastanza idilliaco e, nel caso vi steste augurando di essere nati ratti, vi perdoneremmo. Ma dovete tenere a mente due cose: primo, non tutti i ratti sono così fortunati da diventare oggetto di esperimenti in laboratorio; secondo, l’ubriachezza murina ha un lato oscuro. Nelle colonie di topi c’è solitamente un maschio dominante, il re Ratto. Il re Ratto è astemio. Il consumo d’alcol è più alto tra i maschi di basso status sociale. Bevono per calmare i nervi, bevono per dimenticare le loro preoccupazioni, bevono – sembrerebbe – perché sono dei falliti.
Questo è uno dei problemi più grandi da affrontare quando si cerca di studiare il consumo d’alcol fra gli animali. Essere rinchiusi, pungolati e punzecchiati è così stressante, che i poveretti saranno pronti ad assumere qualsiasi sostanza inebriante venga loro offerta. E, a essere sincero, funzionerebbe così anche all’inverso. Se venissi catturato da un branco di orangotanghi, trascinato fra le chiome della foresta del Borneo e inondato di Martini dry, probabilmente li berrei, soprattutto perché soffro di vertigini.
Gli scienziati, quindi, devono cercare delle modalità più discrete per dare da bere agli animali, senza allarmarli. E questo è ancora più rilevante nel caso degli elefanti, visto che per nessuna ragione al mondo vorremmo allarmare un elefante ubriaco: diventano violenti. In India, nel 1985, ci fu il caso di un branco di elefanti che trovò il modo di entrare in una distilleria, e non andò a finire benissimo. Ce n’erano 150, si sbronzarono tutti in maniera bellicosa e si lanciarono in una specie di saccheggio. Demolirono sette edifici di cemento e calpestarono a morte cinque persone. A dirla tutta, un solo elefante ubriaco è già uno di troppo; 150 sono un vero problema.
Questo genere di cose si possono fare in maniera ben più controllata in una riserva naturale. Carica un paio di barili di birra nel cassone di un pick-up, guida fino a trovarti nelle vicinanze di un gruppo di elefanti, leva i coperchi e lasciali liberi di farsi un goccio. Di solito c’è una certa confusione e i grossi elefanti maschi si accaparrano quasi tutto. Ma poi puoi rimanere lì a osservarli mentre inciampano in giro e si addormentano e, in generale, è parecchio divertente. Perfino così, però, potrebbe andare a finire male. Uno scienziato che aveva permesso a un maschio dominante di sbronzarsi un po’ troppo, si è successivamente ritrovato a dover sventare un combattimento tra l’elefante ubriaco e un rinoceronte. Di solito, gli elefanti non attaccano i rinoceronti, ma la birra li rende boriosi.
Dedicarsi alle formiche è molto più sicuro. Secondo una teoria, le formiche hanno delle parole d’ordine. Le formiche vivono in colonie e non lasciano entrare formiche sconosciute provenienti da altre colonie. Da qui la domanda su come facciano a sapere chi è chi. La teoria delle parole d’ordine è un po’ strampalata, ma ha riscosso un certo successo tra gli estrosi naturalisti vittoriani finché non è stata completamente smentita da Sir John Lubbock, primo barone di Avebury, nel 1879:
Si è ipotizzato che le formiche di ciascun nido siano in possesso di un segno o di una parola d’ordine che le renda riconoscibili le une dalle altre. Per verificarlo ho privato alcune di loro dei sensi. Inizialmente mi sono avvalso del cloroformio; ma si è rivelato loro fatale, e […] l’esperimento non mi è parso soddisfacente. Ho dunque deciso di inebriarle. Il che si è dimostrato meno semplice di quel che mi aspettassi. Nessuna delle mie formiche aveva intenzione di degradarsi volontariamente, ubriacandosi. Ciò nonostante, ho superato questa difficoltà immergendole nel whiskey per alcuni istanti. Ho preso cinquanta esemplari – venticinque di un nido e venticinque di un altro –, li ho fatti ubriacare pesantemente, ho marcato ciascuno con un contrassegno di pittura e li ho messi su un tavolo, vicino al punto in cui le formiche di uno dei nidi si stavano nutrendo. Come di consueto, il tavolo era circondato da un fossato pieno d’acqua per impedire loro di disperdersi. Le formiche impegnate a mangiare si sono presto accorte di quelle che avevo fatto ubriacare. Sembravano piuttosto stupite di trovarsi di fronte alle loro compagne ridotte in condizioni così miserevoli e, al pari di noi, altrettanto indecise su come gestire le beone. Dopo un po’, comunque, per farla breve, le hanno portate via tutte; le sconosciute sono state trasportate ai bordi del fossato e gettate nell’acqua, mentre le amiche sono state riaccompagnate a casa, nel nido – dove gradualmente hanno smaltito gli effetti del liquore, dormendo. È dunque evidente che siano in grado di riconoscere le proprie compagne, anche quando queste ultime non possono mandare loro un segnale o una parola d’ordine.
Potrebbe sembrarci sciocco e strampalato, ma le analogie tra l’ubriachezza umana e l’ubriachezza animale, il modo in cui le creature pelose rispecchiano quelle glabre, hanno avuto un’influenza autentica sul più grande passo in avanti della biologia vittoriana. Charles Darwin trovava spassosissime le scimmie ubriache. Lo sono. Ma pensava anche che fossero significative. Era affascinato dal metodo utilizzato per catturare i babbuini:
Gli indigeni dell’Africa nordorientale catturano i babbuini selvatici per mezzo di contenitori pieni di birra forte, con cui si ubriacano. [Uno zoologo tedesco] ha osservato alcuni animali in queste condizioni, tenendoli confinati; e ci ha restituito un comico resoconto del loro comportamento e delle loro smorfie bizzarre. La mattina successiva erano molto scorbutici e cupi; si tenevano la testa dolorante tra le mani e le loro espressioni erano delle più penose: respinsero disgustati l’offerta di birra e vino, ma apprezzarono il succo di limone. Una scimmia americana, un atele, non ha mai più voluto toccare il brandy dopo essercisi ubriacata, dimostrandosi dunque più saggia di molti uomini. Queste minuzie dimostrano quanto debbano essere simili le terminazioni nervose del gusto delle scimmie e degli esseri umani.
Darwin pensava che se gli uomini e le scimmie reagiscono allo stesso modo ai postumi della sbronza, devono essere imparentati. Non era la sua unica prova, ma era il primo passo per dimostrare che anche i vescovi sono primati.
Ed è anche il pregio di una teoria molto più recente sulla nostra discendenza irsuta.

L’Ipotesi della scimmia ubriaca

Gli esseri umani sono progettati per bere. Accidenti se lo siamo. Siamo più bravi di qualsiasi altro mammifero, a eccezione forse della tupaia malese. Non cacciatevi mai in una gara di bevute con una tupaia malese; o, se proprio dovesse capitarvi, non lasciatevi convincere a ritoccare le quantità in proporzione al peso corporeo. Sono capaci di inghiottire nove bicchieri di vino senza fare una piega. Capita perché si sono evolute per vivere di nettare di palma fermentato. E perché milioni di anni di evoluzione hanno portato alla selezione naturale delle migliori tupaie bevitrici della Malesia, che ora sono delle vere campionesse.
Ma noi siamo uguali a loro. Ci siamo evoluti per bere. Dieci milioni di anni fa i nostri antenati sono scesi dagli alberi. Il perché l’abbiano fatto non è ancora del tutto chiaro, ma è perfettamente plausibile che fossero alla ricerca della frutta stramatura che si può trovare a terra nella foresta. Quei frutti contengono più zuccheri e più alcol. Abbiamo dunque sviluppato nasi capaci di individuare l’alcol anche a una certa distanza. L’alcol era l’indizio che poteva condurci allo zucchero.
Questo ci porta a quello che gli scienziati chiamano effetto-aperitivo. Il sapore dell’alcol, l’odore dell’alcol ci fanno venire voglia di mangiare. Il che, se ci pensate bene, è un po’ strano. L’alcol contiene moltissime calorie: perché consumare delle calorie dovrebbe farti venire voglia di consumarne ancora di più?
La gente vi dirà che un goccetto di gin tonic stimola l’apparato digerente, ma non è vero. Si ottiene il medesimo effetto somministrando l’alcol per via endovenosa. E non è vero nemmeno che le persone a dieta, da ubriache, perdano semplicemente l’autocontrollo. L’alcol stimola uno specifico neurone* nel cervello che ha la capacità di farci venire fame, molta fame. È lo stesso neurone che si attiva quando stiamo effettivamente, seriamente, realmente morendo di fame. Per un tizio vissuto dieci milioni di anni fa è un fatto parecchio sensato. Stai girovagando nella foresta, a terra, provando magari una punta di nostalgia per le cime degli alberi, quando percepisci un aroma favoloso: frutta stramatura. Segui il profumo e trovi un bel melone gigante o chissà che altro. È più di quanto riusciresti a mangiare in un colpo solo, ma devi comunque procedere. Puoi immagazzinare tutte quelle calorie sotto forma di grasso e bruciarle più tardi. E a questo punto, quindi, azionerai un sistema di feedback: ogni morso ti fa incamerare dell’alcol, che arriva fino al cervello rendendoti affamato, sempre più affamato, quindi mangi di più e vuoi mangiare ancora di più e il risultato è che, 500 000 generazioni dopo, un tuo discendente, barcollando verso casa dal pub, si accorge che potrebbe anche uccidere pur di avere un kebab.
Ma torniamo a dieci milioni di anni fa. L’alcol ci ha condotti al cibo, l’alcol ci ha fatto venire voglia di mangiare il nostro cibo, ma ora dobbiamo processare l’alcol; o diventeremo a nostra volta cibo per qualcun altro. Perché già è difficile scacciare un predatore preistorico da sobri, ma cercare di prendere a pugni una tigre dai denti a sciabola quando sei ridotto come uno straccio è un incubo bello e buono.
Dopo aver imparato ad apprezzarne il gusto, avevamo bisogno – dal punto di vista evoluzionistico – di sviluppare una strategia di adattamento. Una mutazione genetica ben precisa si è manifestata dieci milioni di anni fa e ci ha reso capaci di metabolizzare l’alcol quasi al pari della tupaia malese. Ha a che fare con la comparsa di un enzima* specifico che abbiamo cominciato a produrre. Gli esseri umani (o gli antenati degli esseri umani) erano all’improvviso in grado di far finire sotto un tavolo tutte le altre scimmie durante una bevuta. Per gli esseri umani moderni, il 10 per cento della dotazione di enzimi del fegato è dedicato a trasformare l’alcol in energia.
Ma è l’ultimo passo in avanti quello più importante per noi: il modo in cui beviamo. Gli esseri umani bevono socialmente. Offriamo alcol ai membri del nostro gruppo. Diventiamo sentimentali e sconclusionati e diciamo a tutti che sono i nostri migliori amici, che li amiamo e altre scempiaggini del genere. L’aspetto più interessante dell’Ipotesi della scimmia ubriaca ci spiega il perché. Dovrei puntualizzare, però, che non tutti i biologi sono concordi. E c’è addirittura chi pensa che l’evoluzione sia una fesseria e che siamo stati creati da una divinità benevola. I creazionisti e gli evoluzionisti hanno un’incivile propensione per il litigio, ma le loro diverse traiettorie li portano comunque alla medesima destinazione. In una sua celebre dichiarazione, Benjamin Franklin, padre fondatore degli Stati Uniti, sostiene che l’esistenza del vino sia «la prova che Dio ci ama, e che ama vederci felici». Nella medesima lettera, però, c’è anche un’osservazione significativa sull’anatomia umana:
Per rafforzare ancor di più la tua devozione e gratitudine nei confronti della Divina Provvidenza, rifletti sulla posizione che ha assegnato al gomito. Possiamo osservare che negli animali, che sono destinati a bere l’acqua che scorre sulla terra, se le zampe sono lunghe anche il collo è lungo, in modo che possano abbeverarsi senza doversi inginocchiare. Ma l’uomo, che è destinato a bere vino, dev’essere capace di sollevare il bicchiere per portarselo alle labbra. Se il gomito fosse stato collocato vicino alla mano, il segmento anteriore sarebbe stato troppo corto per permetterci di alzare il bicchiere alla bocca; e se fosse stato collocato più vicino alla spalla, quella parte sarebbe stata così lunga da trasportare il vino ben oltre la bocca. Ma grazie al suo reale posizionamento, abbiamo la possibilità di bere comodamente, il bicchiere arriva con esattezza alle labbra. Che ci sia concesso, dunque, col bicchiere in mano, di adorare questa benevola saggezza – che ci sia concesso di adorare e bere!
Franklin sosteneva anche che il diluvio di Noè avesse lo scopo di punire l’umanità per aver bevuto l’acqua, e fosse un tentativo di utilizzarla per affogarci. In qualunque modo la si interpreti – evoluzione o volere divino –, siamo progettati per bere.

2. La Preistoria del bere

Da un punto di vista anatomico, gli esseri umani moderni (come voi) esistono da 150 000 anni – i primi 130 000 dei qua...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Sommario
  3. Introduzione
  4. 1. L’evoluzione
  5. 2. La Preistoria del bere
  6. 3. I bar sumeri
  7. 4. L’antico Egitto
  8. 5. Il simposio greco
  9. 6. Bere nell’antica Cina
  10. 7. La Bibbia
  11. 8. Il convivio romano
  12. 9. I secoli bui
  13. 10. Bere nel Medio Oriente
  14. 11. Il «sumbel» vichingo
  15. 12. La birreria medievale
  16. 13. Gli aztechi
  17. 14. La mania del gin
  18. 15. L’Australia
  19. 16. Il saloon del Vecchio West
  20. 17. La Russia
  21. 18. Il proibizionismo
  22. Epilogo
  23. Bibliografia