Il cervello aumentato, l'uomo diminuito
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Il cervello aumentato, l'uomo diminuito

Informazioni su questo libro

Da Platone in poi, la tradizione occidentale ha da sempre visto nel cervello la sede del pensiero, un organo con un ruolo del tutto peculiare nella comprensione dei fenomeni umani, che non poteva essere studiato né, tanto meno, modificato. I progressi delle neuroscienze contemporanee hanno introdotto una rottura storica epocale con questa tradizione: il fatto che oggi possiamo studiare il cervello e conoscerne il funzionamento mette in discussione le basi stesse di quello che culturalmente si considera il soggetto umano. Se l'amore, la libertà, la memoria sono effetti più o meno illusori di processi fisiologici cerebrali, è la stessa unità dell'uomo che sembra disperdersi, sparpagliarsi in un movimento centrifugo. Di più, l'ibridazione fra mente e computer, che già oggi è una realtà, assicura all'uomo nuovo, dal cervello aumentato, impianti e neuroprotesi con incredibili potenzialità: vedere al buio, udire a distanza, scaricare competenze, recuperare o modificare i ricordi perduti… tutto questo in un momento in cui le promesse storicistiche e teleologiche di un mondo venturo e perfetto sono venute meno una dopo l'altra.Lungi da qualunque posizione conservatrice o tecnofoba, Miguel Benasayag tenta di comprendere le ricadute antropologiche di questa rivoluzione, soprattutto nelle sue derive più riduzioniste, alla ricerca di un'alternativa umanistica alla colonizzazione tecnocratica della vita e della cultura.

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Informazioni

Capitolo primo

Il cervello aumentato, un uomo alterato?

La novità è, senza dubbio, il segno distintivo della nostra epoca. Ciò che è nuovo viene quasi immediatamente associato a ciò che è buono: novità tecniche e scientifiche, nuove conoscenze, nuovi possibili di ogni tipo, nuove pratiche sociali e individuali, ecc. Fra di esse emerge una novità che per certi aspetti è centrale rispetto alle altre: le nuove scienze e tecnologie del cervello.
Se fino a non molto tempo fa ogni conoscenza, ogni riflessione e pensiero sul mondo, sulla realtà e sulla vita provenivano dalla capacità dei cervelli umani di pensare e comprendere, ora il cervello ha preso se stesso come oggetto di studio. Studiandosi, il cervello è al tempo stesso soggetto e oggetto. Un bel giorno, come in un racconto per bambini, il cervello, a forza di cercare, curioso com’è, incontrò... un cervello.
Lo studio del cervello da parte di altri cervelli, allora, costituisce, come cercherò di dimostrare, un’alterazione del cervello medesimo, che in realtà si effettua in onore di un «cervello aumentato». Questa alterazione è segnata da due grandi spartiacque, che con le scienze e la tecnologia come protagoniste hanno prodotto immense modificazioni nelle nostre società e nelle nostre culture.
Il primo momento possiamo situarlo, in modo un po’ schematico e simbolico, quando un computer IBM vince un campionato di scacchi contro il grande Kasparov. Fino ad allora, le capacità delle macchine di «intelligenza artificiale» erano riconosciute, utilizzate e diffuse, ma giocoforza si riconosceva che restava sempre, perlomeno implicitamente, la certezza o la speranza che l’intelligenza dell’essere umano fosse «un’altra cosa», un «qualcosa di più» — o un qualcosa di meno — che non avrebbe potuto essere fatto da una macchina. La macchina ci ha raggiunti e ci ha superati di volata. Questo è stato il primo colpo inferto al narcisismo umano: la nostra intelligenza genuflessa di fronte a un insieme di cavi e siliconi.
La seconda tappa è quella implicata nella modellizzazione dei processi e dei meccanismi affettivi che avvengono nel cervello umano. Avevamo detto e creduto che, sebbene da un punto di vista logico-formale una macchina potesse muovere i passi capaci di raggiungere e superare in intelligenza l’essere umano, restava però un luogo, una dimensione che ci era assolutamente propria e che permaneva inaccessibile alla macchina: gli affetti. C’era una certezza quasi monolitica, che non aveva bisogno di spiegazioni, rispetto al fatto che i sentimenti, gli affetti — amori e odi, desideri e nostalgie — non avessero niente a che fare, ma proprio niente, con le macchine, con gli
«1 e 0», con i circuiti integrati. La sorpresa è stata grande. Come vedremo, le relazioni «affettive», erotiche o amichevoli con delle macchine hanno già smesso di sembrarci una chimera, un incubo o un sogno proprio di un futuro lontano. Questo affronto alla «dignità umana» e il duello che ne scaturisce sono alcuni dei corollari della comprensione dei funzionamenti del complesso cervello umano (complesso, sì, ma non inaccessibile o segreto).
Come non ricordare quelle che sono state definite le «tre ferite al narcisismo umano» nella storia dell’Occidente? La prima fu causata da Copernico e Galileo: la Terra non solo non si trovava al centro dell’universo, contemplata da Dio con amore paterno, ma era invece una semplice pietruzza in più, perduta nell’infinito dell’universo. La seconda fu causata indubbiamente da Darwin: noi umani, che occupavamo un luogo così speciale nella Creazione, abbiamo dovuto prendere atto che siamo i primi fratelli delle scimmie del giardino zoologico... La terza fu causata da Freud: noi uomini non siamo capaci di governare le nostre vite razionalmente, siamo marionette di pulsioni e desideri che ci manovrano; così, se anche riusciamo talvolta a ottenere quel che desideriamo, non possiamo però «desiderare quel che desideriamo» poiché questo viene da un «al di fuori».
L’alterazione del cervello umano è per certo una quarta ferita che, come le precedenti, sprigiona una potenza e una conoscenza immense e al tempo stesso ci fa sprofondare nella perplessità e ci disorienta. Quando si studiano il cosmo o i microbi, quando si tratta di trovare «invarianti» etici o logici nel divenire della storia, il soggetto di questo lavoro di riflessione e conoscenza resta, per così dire, fuori fuoco. Il cervello pensa, studia, riflette e gli oggetti di tale studio gli sono esteriori.
Oggi però il cervello, grazie ai progressi delle diverse tecnologie di «immagine cerebrale» e alla conoscenza della chimica del sistema nervoso centrale, può finalmente rivolgersi a se stesso come oggetto di studio. Non è affatto banale una cosa del genere. Ci troviamo di fronte all’immensità di immaginare la novità implicata in questo «soggetto di conoscenza» (il cervello) che, coadiuvato dalle nuove tecnologie, decide di dedicarsi allo studio di se stesso. Tale studio mostra la sovradeterminazione del funzionamento cerebrale, non solo nei meccanismi della percezione o del movimento, ma anche in ciò che costituisce le basi del pensiero e degli affetti. Ad uno ad uno gli emblemi che privilegiavano questo organo crollano di fronte alle conoscenze sempre nuove che si ottengono da esso.
Il cervello considera il suo nuovo oggetto di studio cercando di comprendere quali siano i meccanismi che ordinano il funzionamento di tale oggetto. Il paradosso è che il soggetto ricercatore si accorge, attraverso l’oggetto esaminato, che esso non è niente di più che una macchina, sofisticata, certo, ma assolutamente assoggettata alle stesse determinazioni di qualunque altro artefatto dalla natura meccanica (Cartesio dixit). Tutto avviene come se la marionetta a un certo punto dicesse al burattinaio: «Sei una marionetta». O come nel racconto di Borges, dove l’uomo che sogna di star creando un uomo si scopre tanto irreale quanto la sua creazione.
Fino a poco tempo fa, le conoscenze del funzionamento cerebrale si fondavano sui lavori sviluppati, ad esempio, da Broca: ricerche basate soprattutto su lesioni cerebrali o sullo studio dei cervelli di cadaveri. Più tardi fece la sua comparsa l’elettroencefalogramma. Ora però si può vedere dal vivo e in diretta quale neurone, quale rete neuronale, quale area cerebrale si attivi per ciascun compito specifico, con una precisione inimmaginabile fino a trent’anni fa.
Allo studio (reso possibile dalla tecnologia) del funzionamento cerebrale, si aggiungono le nuove conoscenze della biochimica del sistema nervoso, che insegnano come le molecole intervengano nella regolazione fine di pensieri, sensazioni e affetti. Giunti a questo punto, la modellizzazione delle funzioni e dei meccanismi cerebrali ha permesso l’affiorare dell’ipotesi, oggi presa alquanto sul serio, secondo cui, se «tutto è informazione modellabile» e riproducibile, si potrebbe programmare una sorta di «cervello esterno al corpo». Con tale cervello aumentato i dati che si incorporano durante la vita di una persona permetterebbero che, in una specie di «trasferimento di funzioni», tale persona continuasse a pensare (a esistere?) dopo la sua morte. Vedremo più avanti l’incredibile potenza della produzione di una persona come un puro profilo, che consente apparentemente un sapere quasi senza limiti per gli umani.
D’altro canto, la comprensione di questi meccanismi rende possibile che artefatti sofisticati presumano di poter «leggere» il pensiero. Come non restare esterrefatti quando l’azienda giapponese Hitachi — già quindici anni fa — annunciava la creazione di una nuova interfaccia non invasiva (non veniva impiantata nel cervello) che permetteva a chi se ne muniva di «agire attraverso il pensiero» (questa era, per lo meno, la presentazione che ne aveva offerto l’azienda giapponese). In effetti, grazie a un commutatore di potenza (avanzamento-arresto), basandosi sulle tecnologie della «neuroimmagine» che usano una luce vicina infrarossa per tracciare la concentrazione di emoglobina nel cervello, il sistema «traduce» questi cambiamenti in segnali che si digitalizzano e attivano, ad esempio, un braccio robotico. Così, grazie a tale sistema, la persona produce nel suo cervello l’immagine di prendere un bicchiere che si trova davanti a lei e un braccio robot connesso al sensore di emoglobina prende il bicchiere e lo porta alle labbra della persona.
Come non provare sconcerto di fronte a tale divenire trasparente del cervello con le sue immense conseguenze culturali, storiche e sociali? Dal canto suo, la biochimica del cervello ci sorprende con i continui annunci dell’importanza fondamentale dei neurotrasmettitori, ad esempio, nella chimica dell’amore. Che cosa rimane dei milioni di poesie che cantano ed evocano questo sentimento, se la mancanza o l’eccesso di ossitocina appaiono, in questo fisicalismo riduzionista trionfante, come la vera spiegazione di un sentimento tanto famoso?
Il cervello però non è e non sarà mai «un organo fra gli altri». Cercheremo di comprendere come gli studi sul cervello, scaturiti da lavori di intelligenza e vita artificiale, siano centrali in questa rivoluzione antropologica che le nostre società stanno inscenando. Chiunque tocchi il cervello tocca la pietra fondamentale dell’edificio della modernità, questa potrebbe essere l’ipotesi sintetica del nostro saggio.
Ed è accaduto: si è toccato il cervello; pertanto, si è mossa la pietra fondamentale dell’edificio della modernità. In linea con l’analogia, si giunge alla domanda: che cosa accadrà a questo edificio? Ci cadrà addosso o si tratterà semplicemente di una rimodellazione?
Non tutte le civiltà hanno saputo o immaginato che il cervello fosse il centro del pensiero. Come molte altre cose negli andirivieni della storia, la localizzazione del cervello come centro del pensiero esisté in alcune civiltà e si perse nel tempo per riemergere in altre. Nella cultura e nella società che chiamiamo «moderne» — in cui Michel Foucault ravvisa «l’epoca dell’uomo» — il cervello fu identificato come il centro del fenomeno umano. Luogo dello spirito che, nell’interpretazione offerta dall’evoluzione delle specie, appare come il vertice di tale evoluzione.
È chiaro che, come abbiamo detto, nello studio del funzionamento cerebrale la sovversione non consiste solo nella conoscenza dei meccanismi del pensiero bensì — e soprattutto — nella possibilità di modellare e riprodurre o modificare i meccanismi dei sentimenti umani fin qui considerati come assolutamente superiori: l’amore, la poesia, la libertà e i principi etici ed estetici, fra gli altri. La conoscenza del cervello da parte dei cervelli stessi non rappresenta soltanto un grande progresso nel sapere dell’umanità. Al contrario, come cercheremo di formulare e sviluppare in quest’opera, l’esibizione dei meccanismi cerebrali si pone al centro di quel che potremmo considerare come l’alterazione di tutta una cultura: delle credenze e dei principi che fondavano la nostra civiltà.
Detto altrimenti, le conoscenze del funzionamento del sistema nervoso centrale e la possibilità di intervenire su di esse aprono una breccia importante nel paradigma antropologico dell’Occidente. Lo sviluppo tecnologico, in un momento dato della sua storia, senza alcuna intenzionalità soggettiva, vale a dire senza che nessuno lo abbia desiderato né tanto meno determinato, sovverte la struttura della nostra società con una forza comparabile soltanto all’emergenza storica del Rinascimento, con le sue speranze e le sue paure. L’antropologo francese André Leroi-Gourhan, specialista di storia della tecnica, lungi da qualunque prurito tecnofobo scrive ne Il gesto e la parola (1976): «L’analisi delle tecniche mostra che nel tempo si comportano allo stesso modo delle specie viventi, godendo di una forza di evoluzione che sembra essere loro propria e che tende a farle sfuggire al dominio dell’uomo».

Sulla strada del cervello aumentato

Se risulta che, storicamente, ogni cultura ha posseduto una tecnologia, la nostra è forse la prima che si ritrovi, nel significato più sciamanico, posseduta dalla tecnologia. Alla mancata realizzazione delle promesse messianiche delle ideologie in cui gli uomini credettero, succede un’altra promessa, stavolta stimolata e sostenuta dalla tecnologia. Senza discorsi, bandiere o manifestazioni, un «altro» dall’uomo, un «altro» rispetto a ciò che è vivente, la tecnoscienza, ci promette, senza voce né volontà, di giungere finalmente a un mondo senza limiti, frontiere, infermità, vecchiaia, stupidità o povertà: il mondo dell’essere umano e della natura aumentati.
La tecnologia ci promette e ci prepara a un mondo in cui non esisteranno più né la sessualità né la morte né alcun altro limite fondamentale: il mondo del «tutto è possibile» e dove ciò che ci appare come impossibile si intende come «ciò che non è ancora possibile».
«La res publica è morta, viva la res tecnologica», dice il credo della tecnoscienza. «L’osservazione di sistemi di regolazione di organismi viventi — e fondamentalmente il cervello umano —, che sono considerati come sistemi complessi, rivela che sono lontani dall’essere sistemi ottimi, ma ciò nonostante riescono a realizzare abbastanza bene le loro funzioni». La tecnologia si occuperà — si occupa già — di ottimizzare e correggere questi deficit di produzione, dovuti ad alcuni «difetti» nella evoluzione naturale (?), oppure agli inevitabili «guasti» causati dalla fretta, un po’ sbadata, di una Creazione fatta in soli sei giorni.
Strana epoca quella in cui ci tocca vivere. È un modo, come qualunque altro, di presentare quel che ci circonda e ci contiene, il mondo tecnologico-scientifico, la potenza di ciò che è nuovo. E, soprattutto, lo stupore dell’uomo e della cultura di fronte a un mondo che si trasforma a tal punto e con tale velocità da lasciarci affascinati, sedotti, speranzosi ma anche, talvolta, intimoriti. Allo sviluppo, apparentemente illimitato, delle nuove potenze tecnologiche si accompagna, paradossalmente, un senso di impotenza ogni volta più profondo in quelli fra i nostri contemporanei che si sentono come «foglie nella tempesta», incapaci di gestire o orientare il corso degli eventi sia sociali sia personali.
Da sempre il problema dell’uomo, in qualunque cultura, epoca o civiltà, è stato ed è la necessità di sapere chi agisce. Da chi o da che cosa sono mossi gli esseri umani e le cose? Chi muove? Chi è mosso? Basta pensare semplicemente alla tragedia greca, che alimentò e fondò la cultura occidentale: gli dei, forze esteriori agli uomini, muovono gli esseri umani come marionette nei loro capricci, ragioni e ingiustizie; gli uomini sono trascinati in destini che devono comprendere, fare propri, per poter esistere, senza essere essi stessi motori, soggetti o produttori di tali destini. Allo stesso modo, la nostra epoca appare fortemente segnata da macroprocessi tecnoeconomici, demografici... che sembrano ancora una volta far muovere gli umani da qualcosa che è esterno all’uomo.
Promessa di potenze illimitate, minaccia di futuri invivibili: fra tecnofobi e tecnofili non si tratta di scegliere in modo manicheo. Il nuovo mondo è già qui. Al pari di Colombo, lo vediamo, lo esploriamo, lo scopriamo, ma non possiamo nominarlo. È proprio questo che accadde allo scopritore: non seppe mai che cosa aveva scoperto. Nemmeno nel suo declino, in un’oscura prigione, indovinò quale fosse il contorno del «nuovo mondo» e come esso, a sua volta, ridisegnasse quello antico. Anche noi, come Colombo, di fronte alle terre (deterritorializzate e virtuali) di questo «nuovo mondo», guardiamo, ci avventuriamo, lo abitiamo a poco a poco, ma non riusciamo a cogliere i suoi contorni, i suoi limiti, le sue frontiere, le sue potenze. Ma, soprattutto, ignoriamo le modificazioni che determina nelle nostre vite, nei nostri cervelli, nei nostri corpi ed ecosistemi.

Il cervello: nuovo mondo? nuovo orizzonte?

Non si tratta di costruire nuove cartografie che ci consentano di navigare nel nostro mondo, non è una semplice storia di naviganti con carte e mappe. Il nuovo continente, il nuovo universo da cartografare è infinito ed è tutto racchiuso in un cranio. Si tratta di comprendere che cosa sta cambiando e che cosa in buona parte è già cambiato, che non è altro che il territorio medesimo.
Non è questione, allora, di affinare la cartografia, bensì di cercare di comprendere e conoscere questi nuovi paesaggi della vita e della cultura in cui si sviluppano sempre di più l’avventura umana e la vita sul nostro pianeta. Si prospetta oggi per l’uomo la possibilità di spingersi «più in là», più in là dei territori che conosce e che lo hanno intessuto, un «più in là» che, per certo e come sempre, affascina, inquieta, attrae e atterrisce. L’interrogazione che apre questo «più in là» non è sinonimo di una domanda graziosa o leggera di quelle che formulano i turisti che vanno a caccia di paesaggi pittoreschi. Questi nuovi territori ci coinvolgono e generano inquietudine. Chi saremo, come saremo una volta che avremo attraversato queste frontiere? Di fronte a noi, esploratori curiosi: noi stessi.
Le nuove conoscenze sul cervello umano non sono semplici conoscenze passive che si possano ammirare o su cui si possa meditare; sono accompagnate immediatamente dalle nuove possibilità di modificazione dei limiti e delle funzioni degli organi che chiamiamo «nobili». Per alludere alla profondità e al tipo dei cambiamenti che stiamo vivendo, gli scienziati che se ne occupano usano da qualche tempo il concetto di «antropocene», a indicare che siamo entrati in una nuova tappa geologica della Terra nel suo insieme.
Vale a dire che con il termine «antropocene» si fa riferimento a questa trasformazione del pianeta determinata dall’azione di una specie: l’uomo. Immaginiamo per un momento un esempio abbastanza realista: un’isola è occupata dalle formiche; a poco a poco le formiche si trasformano nell’unica forma vivente dell’isola; poi cominciano a consumare tutte le «materie prime» e, in questo modo, modificano la struttura medesima dell’isola. Dopo qualche tempo l’isola diventerebbe una specie di «formicacene» e, alla fine di questo processo, il «formicacene» si trasformerebbe in un posto invivibile per le stesse formiche. Ed è questo che sta accadendo con l’antropocene e l’uomo. Dall’apparizione della vita sulla Terra annoveriamo: la tappa paleozoica, quando la vita marina giunge allo sviluppo dei pesci; il mesozoico, quando vediamo comparire la vita sulla Terra con i rettili; il cenozoico, con l’apparizione dei primi mammiferi. In tale ascesa evolutiva, il cervello umano apparirà come il punto culminante del processo.
Ciascuna di queste tappe è durata fra i trecento e i novecento milioni di anni, e fra l’una e l’altra si sono verificati fenomeni di estinzione massiva di specie, collegati a successive modificazioni del sistema. Ciascuno di questi periodi è concepito come una vera e propria «scultura del mondo». Non alla maniera di uno scenario con le sue montagne, fiumi e mari in cui avvengono i cambia...

Indice dei contenuti

  1. L’autore
  2. Prefazione
  3. Introduzione
  4. 1. Il cervello aumentato, un uomo alterato?
  5. 2. Quando il cervello costruisce un mondo
  6. 3. La temporalità del cervello: la macchina del tempo
  7. 4. La scultura del cervello
  8. 5. Il cervello sradicato
  9. 6. Informazione, comprensione e significato
  10. 7. La delega di funzioni nella coevoluzione
  11. 8. Possibili e compossibili
  12. 9. I tre modi di essere
  13. 10. Il cervello senza organi, gli organi senza cervello
  14. 11. Il cervello non pensa, pensa tutto il corpo
  15. 12. La memoria e l’identità
  16. 13. Morale e cervello
  17. 14. Il cervello modulare (sordi e competenze)
  18. 15. Gli affetti e i moduli, il cervello degli affetti
  19. A mo’ di inconclusione
  20. Bibliografia