Burocrazia
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Informazioni su questo libro

Siamo sommersi dalle scartoffie. Bollette, multe, moduli per l'iscrizione in palestra: è l'età della burocratizzazione totale. Ma come ci siamo arrivati? Di solito si pensa che la deregolamentazione sia un cambiamento positivo: meno lungaggini e meno regole che soffocano l'innovazione, il commercio e l'iniziativa individuale. E invece le riforme volte alla liberalizzazione del mercato e alla riduzione della burocrazia incrementano esponenzialmente le norme da interpretare, i moduli da riempire e le code da sopportare.La cultura burocratico-aziendale, nata nel mondo della finanza americana degli anni settanta, haprogressivamente invaso gli uffici pubblici, le università, ogni ambito della vita quotidiana. Il potere pubblico si è alleato con l'interesse privato e si è fatto strumento di un sistema sempre più arbitrario, che usa la lingua della razionalità e dell'efficienza per nascondere obiettivi irrazionali: estrarre ricchezza per il profitto dei privati.Ma c'è un problema ulteriore: perché le regole ci attraggono? I rapporti burocratici – freddi, meccanici e impersonali – sono anche facili e prevedibili, e ci offrono l'opportunità unica di sperimentare situazioni in cui tutta l'ambiguità e la complessità della vita – la comprensione delle dinamiche di una discussione in famiglia o di una rivalità sul lavoro – vengono spazzate via. È l'utopia delle regole. Il motivo ultimo e nascosto del fascino della burocrazia è la paura della libertà. Come immaginare, dunque, una società davvero libera?Dopo Debito, pubblicato dal Saggiatore e già diventato un classico, David Graeber spiega le ragioni profonde della nostra ambiguità nei confronti della burocrazia e delle regole, a cui non riusciamo a sottrarci nonostante la loro evidente stupidità. O forse proprio per questo.

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Informazioni

1. Le zone morte dell’immaginazione: saggio sulla stupidità strutturale

Vi racconto una storia sulla burocrazia.
Nel 2006 mia madre ebbe una serie di ictus. Era chiaro che non sarebbe stata più in grado di stare in casa senza essere assistita. Visto che la sua assicurazione non copriva l’assistenza domestica, vari impiegati dei servizi sociali ci consigliarono di fare domanda per Medicaid. Per accedere a Medicaid, però, bisognava avere un reddito non superiore ai seimila dollari. Facemmo in modo di spostare i suoi risparmi (era tecnicamente una truffa, ma una truffa sui generis visto che lo stato pagava e paga migliaia di impiegati dei servizi sociali che, evidentemente, si occupano soprattutto di spiegare ai cittadini come compiere la suddetta truffa), ma poco dopo mia madre ebbe un altro gravissimo ictus e andò in riabilitazione in una casa di cura. Una volta uscita, naturalmente, la questione dell’assistenza domestica si sarebbe ripresentata, ma c’era un problema: l’assegno della previdenza sociale le veniva versato direttamente, e lei era a malapena in grado di mettere una firma. Perciò, a meno che non avessi ottenuto la procura sul suo conto corrente, riuscendo così a pagare l’affitto mensile al suo posto, l’importo si sarebbe immediatamente sommato al suo reddito facendole perdere il diritto all’assistenza, e io avevo già compilato l’enorme pila dei moduli richiesti da Medicaid.
Andai alla banca di mia madre, presi i moduli necessari e li portai alla casa di cura. La documentazione doveva essere autenticata. L’infermiera del piano mi disse che c’era un notaio interno, ma che riceveva solo su appuntamento. Alzò il telefono e mi passò una voce incorporea, che mi mise in contatto con il notaio. Questi, a sua volta, mi informò che prima serviva l’autorizzazione del responsabile dei servizi sociali, e attaccò. Mi procurai nome e numero di stanza del responsabile dei servizi sociali, andai con l’ascensore al piano indicato e mi presentai nel suo ufficio, ritrovandomi davanti la voce incorporea che mi aveva detto di rivolgermi al notaio. L’uomo alzò la cornetta e disse: «Marjorie, ero io, con tutte queste sciocchezze stai facendo impazzire questo signore e stai facendo impazzire anche me». Poi, dopo un breve cenno di scuse, mi fissò un appuntamento con il notaio per l’inizio della settimana successiva.
La settimana dopo incontrai il notaio. Mi accompagnò al piano di sopra, controllò che avessi compilato la mia parte del modulo (come mi aveva ripetutamente invitato a fare) e poi, in presenza di mia madre, compilò la sua. Ero un po’ stupito che non le avesse chiesto di firmare niente e avesse fatto fare tutto a me, ma probabilmente, pensai, sapeva quello che faceva. Il giorno dopo portai il modulo in banca. L’impiegata allo sportello gli diede un’occhiata, mi chiese perché non l’avesse firmato mia madre e lo fece vedere al direttore, che mi disse di riprendermelo e di compilarlo bene. Evidentemente, il notaio non sapeva quello che faceva. Mi feci consegnare nuovamente i moduli, compilai la mia parte e fissai un altro appuntamento. Il giorno dell’appuntamento, dopo qualche commento imbarazzato su quanto erano pignole le banche (perché ogni banca aveva un modulo diverso per la procura?), il notaio mi accompagnò di nuovo al piano di sopra. Firmai il modulo, lo firmò anche mia madre (con qualche difficoltà, visto che non riusciva nemmeno a stare seduta) e il giorno dopo tornai alla banca. Una diversa impiegata a un diverso sportello controllò i moduli e mi chiese perché avevo firmato dove c’era scritto di mettere il mio nome in stampatello e avevo scritto in stampatello dove c’era scritto di firmare.
«Ah sì? Ho fatto esattamente quello che mi ha detto il notaio.»
«Ma qui c’è scritto chiaramente “firma”.»
«Ah, già, è vero. Mi sa che mi ha dato l’indicazione sbagliata. Di nuovo. Comunque… le informazioni ci sono tutte, no? Ci sono soltanto due parti invertite. È un grosso problema? La cosa è un po’ urgente, e non vorrei dover aspettare un altro appuntamento.»
«Be’, di solito i moduli non li accettiamo nemmeno se non sono presenti tutti i firmatari.»
«Mia madre ha avuto un ictus. Non può muoversi dal letto. Per questo mi serve la procura.»
Disse che avrebbe chiesto al direttore. Tornò dopo dieci minuti, seguita dal direttore, e mi disse che la banca non poteva accettare i moduli così com’erano, ma anche se fossero stati compilati correttamente dovevo comunque portare un certificato del medico in cui si diceva che mia madre era mentalmente in grado di firmare un documento del genere.
Feci notare che nessuno mi aveva mai detto niente di questa lettera.
«Che cosa?» intervenne improvvisamente il direttore. «Chi è che le ha dato questi moduli e non le ha detto della lettera?»
Visto che il colpevole era uno degli sportellisti più comprensivi schivai la domanda,1 osservando che sul libretto bancario c’era scritto chiaramente «cointestato a David Graeber». Il direttore, ovviamente, rispose che valeva soltanto in caso di morte.
Di lì a poco il problema divenne accademico: mia madre morì nel giro di poche settimane.
Per me, all’epoca, fu un’esperienza sconvolgente. Avendo vissuto la maggior parte della mia vita come uno studente bohémien mi ero sempre tenuto relativamente lontano da queste faccende. Parlando con i miei amici, mi chiedevo: è veramente questa la vita che fa la gente normale? Correre avanti e indietro tutto il giorno come un imbecille? Essere messo in condizione di comportarsi da imbecille? Molti avevano il sospetto che fosse proprio così. Certo, il notaio era stato di rara incompetenza. Poco tempo dopo, però, passai un mese a combattere con i vari annessi e connessi dell’errore di un anonimo funzionario della Motorizzazione di New York che mi aveva ribattezzato «Daid». Per non parlare dell’impiegato della Verizon che aveva scritto che mi chiamavo «Grueber». Le burocrazie pubbliche e private – per chissà quali ragioni storiche – sembrano organizzate in modo tale da far sì che buona parte delle persone non riesca a portare a termine le proprie attività nei modi e nei tempi previsti. È questo che intendo quando dico che le burocrazie sono forme utopiche di organizzazione. In fondo, non è quello che diciamo di tutti gli utopisti: che ripongono una fiducia ingenua nella perfettibilità della natura umana e si rifiutano di accettare l’uomo per quello che è? E non è questo che li porta a fissare standard impossibili per poi dare la colpa ai singoli perché non riescono a rispettarli?2 Tutte le burocrazie lo fanno: fanno richieste che secondo loro sono ragionevoli e poi, dopo aver scoperto che ragionevoli non sono (perché una buona parte delle persone non riuscirà mai a rispettare le aspettative), concludono che il problema non è nella richiesta ma nell’inadeguatezza individuale del singolo.
A livello puramente personale, la cosa più spiacevole era stata rendermi conto che per compilare quei moduli ero diventato stupido anch’io. Come avevo fatto a non accorgermi che stavo scrivendo il mio nome in stampatello dove si diceva «firma»? Era scritto proprio lì! Mi piace pensare che di solito non sono una persona particolarmente stupida. In effetti, si può dire che la mia carriera consiste nel convincere gli altri che sono intelligente. Eppure stavo facendo cose chiaramente stupide. E non perché fossi distratto, anzi: stavo dedicando alla pratica tutte le mie energie mentali ed emotive. Il problema non era che non mi sforzavo, ma che tutti i miei sforzi erano rivolti a cercare di capire e influenzare quelli che, al momento, sembravano avere un potere burocratico su di me, quando in realtà bastava solo interpretare in modo giusto un paio di parole in latino e svolgere correttamente alcune funzioni puramente meccaniche. Ero così impegnato a preoccuparmi di non far pesare al notaio la sua incompetenza o a cercare di mostrarmi comprensivo nei confronti dei vari impiegati della banca che non mi ero accorto che mi dicevano di fare delle cose stupide. Era chiaramente la strategia sbagliata, perché, ammesso che ci fosse qualcuno che aveva il potere di fare uno strappo alla regola, di sicuro non era nessuno di quelli con cui avevo parlato. E, se mai avessi incontrato chi in effetti questo potere ce l’aveva, mi avrebbe informato direttamente o indirettamente che se per qualsiasi motivo mi fossi lamentato, anche per un’assurdità puramente strutturale, avrei ottenuto l’unico risultato di far passare dei guai a un piccolo funzionario alle prime armi.
Da antropologo, per me tutto questo era stranamente familiare. Noi antropologi studiamo i rituali legati alla nascita, al matrimonio, alla morte e ad analoghi riti di passaggio. Ci interessano in particolare i gesti rituali che hanno un’efficacia sociale, dove cioè il semplice atto di dire o fare qualcosa lo rende socialmente vero (pensiamo a enunciati come «Mi scuso», «Mi arrendo» o «Vi dichiaro marito e moglie»). Poiché l’uomo è una creatura sociale, la nascita e la morte non sono mai semplici eventi biologici. Ci vuole un grande lavoro per trasformare un neonato in un individuo con un nome, una relazione sociale (madre, padre…) e una casa, per farlo diventare una persona verso la quale gli altri hanno responsabilità e che a sua volta, un giorno, avrà responsabilità verso gli altri. Normalmente, tale lavoro si svolge attraverso rituali. Questi, come si osserva in antropologia, possono variare molto nella forma e nel contenuto: possono prevedere battesimi, cresime, fumigazioni, tagli di capelli, isolamenti, dichiarazioni, incantesimi, oggetti rituali da costruire, sventolare, bruciare o seppellire. La morte è ancora più complicata perché le relazioni sociali che l’individuo ha costruito in vita devono essere gradualmente recise e ricomposte. Spesso ci vogliono anni, ripetute sepolture (e addirittura reinumazioni), ossa bruciate, sbiancate e spostate, banchetti e cerimonie prima che qualcuno sia considerato definitivamente morto. In molte delle società di oggi non sempre questi rituali vengono espletati, ma sono proprio i documenti cartacei, più di qualsiasi altra forma di rituale, a garantire questo livello di efficacia sociale e a produrre effettivamente il cambiamento. Mia madre, per esempio, aveva chiesto di essere cremata senza alcuna cerimonia; io però mi ricordo soprattutto l’impiegato paffuto e cordiale delle pompe funebri e il documento di quattordici pagine che dovette compilare per chiedere il certificato di morte, scritto a penna su carta carbone per produrlo in triplice copia. «Quante ore al giorno passa a riempire moduli come questi?» gli chiesi. «Non faccio altro» sospirò, tenendosi la mano fasciata per una forma incipiente di sindrome del tunnel carpale. Era obbligato. Senza quei moduli, né mia madre né nessuna delle persone cremate dalla sua agenzia sarebbero state legalmente – e dunque socialmente – morte.
Perché allora, mi chiedevo, non ci sono grandi tomi etnografici sui riti di passaggio americani o britannici con lunghi capitoli dedicati ai moduli e alle scartoffie?
La risposta è ovvia. Le scartoffie sono noiose. Si possono descrivere i rituali collegati a esse. Si può osservare il modo in cui le persone ne parlano e reagiscono. Ma quando si arriva ai documenti in sé, semplicemente non ci sono cose interessanti da dire. Com’è impaginato il modulo? Qual è la combinazione dei colori? Perché si è scelto di richiedere certe informazioni e non altre? Perché il luogo di nascita e non, per esempio, dove si è frequentata la scuola elementare? Perché è così importante la firma? Ma poi anche il commentatore più fantasioso si ritrova a corto di domande.
In realtà, si potrebbe andare più a fondo. Le scartoffie devono essere noiose. E lo diventano sempre di più. Le carte medievali erano quasi sempre bellissime, piene di caratteri calligrafici e abbellimenti araldici. Alcuni di questi elementi c’erano ancora nel XIX secolo: ho una copia del certificato di nascita di mio nonno, rilasciato a Springfield, Illinois, nel 1958, ed è una pergamena piena di colori, caratteri gotici e cherubini (e interamente scritta in tedesco). Quello di mio padre, invece, rilasciato nel 1914 a Lawrence, Kansas, è monocromatico e del tutto spoglio, solo linee e caselle, anche se compilate con una bella scrittura fiorita. Il mio, rilasciato a New York nel 1961, non ha neanche quella: è scritto a macchina e timbrato e manca completamente di personalità. Le interfacce informatiche che si usano oggi per quasi tutti i documenti sono ancora più noiose. È come se ci fosse la volontà di spogliarli gradualmente di qualsiasi tratto vagamente profondo o lontanamente simbolico.
Non c’è da sorprendersi che gli antropologi si disperino per questo. Siamo attirati dalle aree di densità. Gli strumenti interpretativi a nostra disposizione ci fanno orientare attraverso reti complesse di senso e significato: cerchiamo di interpretare complicati simbolismi rituali, drammi sociali, forme poetiche e reti di parentela. Tutti questi elementi sono accomunati dal fatto di essere infinitamente ricchi e, allo stesso tempo, aperti. Per esaurire tutti i possibili significati, le motivazioni o i collegamenti di un rito del raccolto romeno, o di un’accusa di stregoneria nella società zande, o di una saga familiare messicana ci vorrebbe una vita intera – o anche più di una, in realtà, a voler ricostruire l’intero ventaglio di relazioni con gli elementi sociali e simbolici che questo lavoro inevitabilmente porta alla luce. La documentazione cartacea, invece, è pensata per essere il più possibile semplice e chiusa. Anche quando si parla di moduli complessi (magari incredibilmente complessi), la complessità deriva da una stratificazione di elementi molto semplici ma apparentemente contraddittori, come un labirinto formato dalla giustapposizione infinita di due o tre motivi geometrici elementari. E, come un labirinto, la documentazione cartacea è chiusa in se stessa. Quindi non c’è molto da interpretare. Clifford Geertz è diventato famoso per la sua «descrizione densa» dei combattimenti dei galli a Bali: osservando ciò che succede in un singolo incontro, scrive, è possibile capire l’intera società balinese, dalla concezione della condizione umana, della società, della gerarchia e della natura ai dilemmi e alle passioni fondamentali dell’esistenza. Tutto questo semplicemente non si può fare con un modulo di richiesta di mutuo, per quanto «denso»; e anche se qualche temerario si mettesse a scrivere un’analisi del genere – magari solo per provare che è possibile – difficilmente qualcuno vorrebbe leggerla.
Si potrebbe obiettare che molti grandi narratori hanno scritto brillanti opere letterarie sulla burocrazia. È vero. Ma per farlo hanno dovuto calarsi nella stessa circolarità e vacuità – o, meglio, stupidità – della burocrazia, trasferendo sul piano letterario le stesse forme labirintiche e assurde. Ecco perché la grande letteratura in materia prende spesso la forma della commedia dell’orrore. Il paradigma è ovviamente Il processo di Franz Kafka (e anche Il castello), ma se ne possono citare molti altri: da Memorie trovate in una vasca da bagno di Stanislaw Lem, che ricalca in tutto e per tutto Kafka, a Il palazzo dei sogni di Ismail Kadare, da Tutti i nomi di José Saramago a qualsiasi opera che in qualche modo possiamo considerare figlia dello spirito burocratico, come gran parte della produzione di Italo Calvino e di Borges. Comma 22 di Joseph Heller, sulla burocrazia militare, e il seguente È successo qualcosa, sulla burocrazia nelle aziende, sono considerati moderni capolavori del genere, al pari dell’incompiuto Il re pallido di David Foster Wallace, una originale riflessione sulla noia ambientata nel Midwest in un ufficio dell’Internal Revenue Service, l’agenzia federale del fisco statunitense. La cosa interessante è che molte di queste opere letterarie, oltre a sottolineare l’assurdità grottesca della vita burocratica, aggiungono anche una sottile vena di violenza. In alcuni autori (Kafka e Heller, per esempio) questo aspetto è più evidente che in altri, ma comunque la violenza sembra sempre in agguato. Del resto, molta narrativa contemporanea che si occupa esplicitamente di violenza spesso si occupa anche di burocrazia: la maggior parte degli atti di violenza estrema o si svolgono in ambienti burocratici (eserciti, carceri…) o comunque sono al centro di procedure burocratiche (reati, arresti).
I grandi scrittori, dunque, sanno come affrontare il vuoto. Lo abbracciano. Guardano negli occhi l’abisso e si lasciano guardare a loro volta. La teoria sociale, al contrario, aborre il vuoto, almeno a giudicare dal suo approccio alla burocrazia. La stupidità e la violenza sono proprio le cose di cui meno preferisce parlare.3
La mancanza di critica stupisce in modo particolare perché si direbbe che il mondo accademico sia nella posizione più adatta per parlare delle assurdità della vita burocratica. Gli accademici, in fondo, sono anche (e sempre di più) burocrati. Le «responsabilità amministrative» – partecipare ai consigli di dipartimento, compilare domande, scrivere e leggere lettere di raccomandazione, placare gli animi e i capricci dei presidi di facoltà – sono una parte sempre maggiore del lavoro accademico. Ma gli accademici sono burocrati riluttanti, nel senso che, anche quando il lavoro amministra...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Sommario
  3. Introduzione. La Legge ferrea del liberalismo e l’età della burocratizzazione totale
  4. 1. Le zone morte dell’immaginazione: saggio sulla stupidità strutturale
  5. 2. Sulle macchine volanti e sul declino del tasso di profitto
  6. 3. L’utopia delle regole, ovvero perché in fondo la burocrazia ci piace tanto
  7. Appendice. Su Batman e sul problema del potere costituente
  8. Note