? Il paradosso dell'ignoranza da Socrate a Google
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Informazioni su questo libro

Perché quella faccia triste, lettore? Non sapere ti rende infelice. Non sai nulla di quello che ti circonda: non sai come fa a volare l'aereo che ti porterà a Londra, non sai quante zampe ha una Pseudoiulia cambriensis, come funziona il wi-fi, quanta acqua c'è nell'Oceano Atlantico. Sai cosa vuol dire entelechìa? Quanti capelli abbiamo in testa? Hai mai provato a contare tutte le stelle? No, ma l'ha già fatto l'astronomo Ipparco, e le notizie non sono buone: non potremo saperlo mai.Più cerchi di trovare risposte più si formulano ulteriori domande. Ogni informazione è superata nel momento in cui la ricevi, ogni novità è storia vecchia. Grazie a Internet puoi sapere dove sono i tuoi amici in questo momento, con chi sono, cosa fanno. Ma ti interessa davvero? Se digiti parole a caso su Google («kefYDl9») qualche risultato verrà fuori di sicuro. Ma saperlo potrà farti vivere meglio? Hai uno sguardo sconsolato, lettore. Non sai che potresti vivere anche senza tutte queste conoscenze. Tu sei Prometeo, prigioniero del fuoco. Sei il fratello spirituale di Friedrich Nietzsche. Se fossi un personaggio di Game of Thrones saresti il Guardiano della Notte Jon Snow, il paladino che lotta trafitto dal dolore di non conoscere né il suo passato né il suo destino.Non lo conosci, ma forse non hai mai voluto saperlo. Anche sapere ti rende infelice: sai benissimo che più cose riuscirai a conoscere più diventerai ignorante. È il paradosso dell'ignoranza: non sapremo mai cosa esattamente sappiamo, e sappiamo solamente ciò che pensiamo di sapere.? – l'unico libro che pone solo punti interrogativi – è un ambizioso atlante dell'ignoranza, un racconto rigoroso e ironico che attraversa secoli di storie, libri, memorie, teorie scientifiche; mette in dialogo grandi filosofi del passato come Platone, Kant e Nietzsche con i politici di oggi; apre dispute tra giornalisti e burocrati dell'Ottocento, sociologi e scrittori, ottimisti e pessimisti, poeti e criminali. Un'indagine sull'infinita possibilità di sfumature che colorano il concetto di «ignoranza» – tra cavalieri che lottano contro gli ignoranti e ignoranti che diventano i signori del mondo – per scoprire il paradosso più antico di sempre.

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Informazioni

parte terza
Sconfiggere l’ignoranza?
In questa parte troverete:
Classici: Emil Du Bois-Reymond, James Frederick Ferrier.
Eroi ignoranti: William Burke e William Hare, il dottor Knox.
I Maestri dell’ignoranza: John Durham Peters, Keith Lehrer.
Giorni: 16 febbraio 2010, Google proclama: «Possiamo sapere tutto».
Fiction: Dave Eggers, Il Cerchio.
13. «Possiamo sapere tutto, se vogliamo»
Google e il ritorno dell’onniscienza
Una sorta di ripetizione ciclica in cui si alternano fasi di resa allo scetticismo e fasi di ripresa, senza fine, come un serpente che si mangia la coda.
Stanley Cavell, Il ripudio del sapere (1987)
«Conosci te stesso» è stato uno slogan di un certo successo, nonostante sia un imperativo impossibile da realizzare. L’ignoranza è inevitabile, l’onniscienza è impossibile. Dovremmo essere tutti d’accordo, eppure non riusciamo a liberarci dalla tentazione di conoscere tutto, di noi stessi e del mondo. Ci sembra di essere destinati a dividerci continuamente tra questi due miti: sapere tutto, o non sapere nulla. Ogni tanto qualcuno fa notare che la scelta migliore sarebbe una terza via: una sana consapevolezza dell’inevitabilità dell’incompletezza del sapere, senza resa all’ignoranza, senza pretesa di onniscienza. Ma il ciclo continua a ripetersi inevitabilmente. Ora ci sembra di trovarci in uno di quei momenti della storia in cui gli scettici sopravvivono nascosti o isolati, mentre gli aspiranti onniscienti tornano ad apparire ambiziosi. Prendete questa frase:
Possiamo letteralmente sapere tutto, se vogliamo. Quello che le persone vogliono, quali sono i loro interessi, l’informazione che monitorano. Noi lo possiamo letteralmente conoscere, se lo vogliamo, e se le persone vogliono farcelo sapere.
Non è un proclama ottocentesco di un fautore entusiasta dei progressi scientifici, bensì una frase pronunciata il 16 febbraio 2010 a Barcellona, durante un congresso sulla telefonia mobile dall’allora amministratore delegato di Google, Eric Schmidt.1 Non è un’esternazione estemporanea: i propositi di onniscienza di Google sono stati più volte ribaditi. Google monitora ogni singola ricerca e il conseguente flusso di clic dei suoi utenti. Lo fa già oggi e lo farà fino alla fine dei suoi giorni. Sono dati di grande valore, pieni di conoscenza altrimenti segreta su affari, politica, crimini, passioni. Gran parte di ciò che è stato pianificato, immaginato, desiderato, sperato, acquistato nell’ultimo decennio è custodito o abbandonato nei server di Google e nel suo modello di web. Tutti lasciamo tracce digitali ogni volta che andiamo online e questi dati, una volta accorpati, forniscono materiale illuminante per coloro che sanno come accedervi e come analizzarlo. Chi costruisce i database ha il potere, e viceversa.2 Google si presenta come un motore di ricerca, ma il suo vero business è l’analisi dei dati in suo possesso. Solo nel 2010 ha processato circa venti petabyte (un milione di gigabyte) di dati al giorno. Per avere una pietra di paragone, si stima che tutto ciò che è stato scritto nella storia del mondo possa pesare circa cinquanta petabyte.
Google «è una biblioteca intelligente; non solo un deposito di libri, ma un’intelligenza che indica una via attraverso i documenti ed è in grado di conoscere se stessa. Una specie di spirito assoluto hegeliano che giunge a conoscere se stesso attraverso un algoritmo»3 scrive il filosofo dei media John Durham Peters. Il motore di ricerca sarebbe addirittura in grado di raggiungere l’Essere Assoluto teorizzato dagli idealisti dell’Ottocento, e questo nonostante l’obiettivo iniziale dei fondatori non fosse certo quello. Il paper in cui Sergey Brin e Larry Page lo presentavano si intitolava «The Anathomy of a Large-Scale Hypertextual Web Search Engine» e illustrava le basi logiche del motore di ricerca, il cui scopo primario era facilitare la ricerca accademica. Il web era allora un’immensa biblioteca senza un catalogo; «una vasta raccolta di documenti eterogenei e completamente privi di controllo» scrivevano i due. E in effetti, a differenza di altre grandi raccolte di documenti della storia, il web era nato senza un catalogo centrale o un sistema di recupero delle informazioni. Google avrebbe colmato la lacuna. Google avrebbe messo sotto controllo quell’enorme massa di dati. Un’ambizione smisurata? «Il perfetto motore di ricerca sarebbe la mente di Dio» ha affermato il cofondatore, Sergey Brin in un’intervista al direttore della Technology Review.4 Per chi si propone la costruzione della mente di Dio, nessuna ambizione è smisurata. È per frasi come questa che John Durham Peters definisce Google «un medium religioso». Il motore di ricerca svolge le funzioni una volta esercitate della classe dei sacerdoti: attraverso le arti mantiche e la divinazione è in grado di discernere l’universo, di mettere ordine nel caos, di esaudire le nostre preghiere. «Dall’indicibilmente ampia varietà di possibilità Google estrae la risposta che stai cercando, come facevano indovini, aruspici, sacerdoti attorno al tempio»5 scrive Durham Peters.
Sembra un’esagerazione, ma non lo è. A Google vogliono davvero rispondere a tutte le domande. Nel 2014 è stato presentato il progetto di un sistema che si pone esattamente questo obiettivo, chiamato Knowledge Vault, che potremmo tradurre «caveau della conoscenza». Nei documenti disponibili online6 ha per simbolo una cassetta di sicurezza, e l’ingranaggio che la apre ha la forma di una grande G. L’immagine suggerisce che le informazioni che vi troviamo all’interno siano sicure, visto che nel deposito finiscono solo fatti ritenuti affidabili, garantiti da un algoritmo pensato apposta per il fact-checking. Un sistema del tutto automatizzato raccoglie le informazioni dal web e trasforma i dati grezzi in conoscenza utilizzabile. A settembre 2014, Knowledge Vault aveva processato 1,6 miliardi di dati, e tra questi sono stati valutati come «affidabili» 271 milioni di fatti. «In sostanza Knowledge Vault è il più grande deposito di conoscenza mai costruito, si basa su un sistema probabilistico di inferenza in grado di calcolare la probabilità della correttezza di ogni fatto che contiene» hanno spiegato i ricercatori di Mountain View in un saggio presentato il 25 agosto 2014 a New York nel corso della Conference on Knowledge Discovery and Data Mining.7 Knowledge Vault sarebbe la più grande banca della conoscenza mai costruita.8
«La banca della conoscenza in una società acculturata è sempre superiore alle conoscenze possibili per un solo uomo. Il nome classico per queste condizioni è biblioteca; il nome più recente è Internet»9 scrive Durham Peters.
Google, allora, è più di una biblioteca, è una biblioteca intelligente. Knowledge Vault è la conferma: l’ambizione è custodire tutta la conoscenza presente nel web (ne esiste altra?), ma senza intervento umano. Knowledge Vault «permette a Google di diventare un oracolo più che un motore di ricerca» ha scritto il New Scientist. Noi facciamo le domande che vogliamo, l’oracolo ci fornisce la risposta di cui abbiamo bisogno. Come accadeva nell’antica Grecia. Con una differenza: a Delfi a fare da tramite tra uomini e dèi c’era una sacerdotessa. A Mountain View le risposte sono fornite da un bot.
Google non è la prima compagnia impegnata nella costruzione di nuovi oracoli. I primi a lanciarsi nella sfida erano stati i ricercatori della ibm. Il supercomputer da loro progettatto, chiamato Watson, aveva esordito nel 2011 partecipando al quiz televisivo Jeopardy, in cui è il conduttore a fornire la risposta, a partire dalla quale i concorrenti devono desumere la domanda giusta. Watson stracciò i concorrenti più premiati della storia del programma. Alla risposta, che si rivelò decisiva, «Lo scrittore il cui primo romanzo è ispirato al libro di William Wilkinson An Account of the Principalities of Wallachia and Moldavia», Watson abbinò la domanda giusta: «Chi è Bram Stoker?». Conoscere la fonte dell’autore di Dracula sembrava un’informazione alla portata solo di un umano molto colto, ma il primo «supercomputer», come lo definisce ibm, fu invece il più veloce a rispondere. Da allora Watson ha fatto grandi progressi. Non si limita più solo ai giochi a premi. Ha trovato applicazioni anche in campo medico: il Memorial Sloan Kettering Hospital in New York se ne serve per la ricerca sul cancro, perché, insieme, i medici e i ricercatori ibm hanno costruito una base di conoscenza che, a partire dai sintomi, permette di ottenere diagnosi attendibili. Il dottore inserisce i sintomi, Watson indica la patologia.
Il potenziale delle banche della conoscenza è immenso. Una delle prime applicazioni cui stanno pensando colossi come Apple e Google è l’assistente personale virtuale: «Prima della fine di questo decennio avremo una casella di posta smart che sceglierà per noi le 10 mail più importanti tra quelle che abbiamo ricevuto e smisterà il resto della corrispondenza evitandoci di leggerla» hanno scritto gli analisti di Gartner, società di consu...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Sommario
  3. Introduzione
  4. Nota dell'autore
  5. Parte prima
  6. Parte seconda
  7. Parte terza
  8. Parte quarta
  9. Parte quinta
  10. Epilogo
  11. Copertine