1. Riguardo all’ordine
Hai figli?
Sì. Due bambine. In teoria anche loro sono in qualche modo parte del processo. Sono sempre presenti durante i preparativi e tutto quello che viene dopo. All’inizio, però, non spiego mai alle bambine che cosa faccio e perché. E naturalmente non le porto mai con me alle mie azioni: quando la cosa comincia, non si sa mai cosa possa accadere. In generale, sarebbe strano portare i propri figli ad assistere a qualcosa che i tutori dell’ordine definiscono, con accanimento, azioni contrarie alla legge, organizzate tramite accordi «criminali». Ovvio che durante l’azione i bambini finirebbero per essere un elemento di distrazione. In seguito, però, faccio vedere alle mie figlie la documentazione. Mi interessano le loro domande, così come le catene di associazioni che creano, mi interessa capire come percepiscono quello che accade.
Comunque la cosa più importante è che finora nulla le ha mai spaventate. Tutti quei discorsi senza fine riguardo al fatto che qualcuno potrebbe provare paura, che ciò che faccio sarebbe una rappresentazione della crudeltà e della cosiddetta violenza contro se stessi, che sarebbe una specie di tortura inflitta a me stesso, i sentimenti dei cittadini e dei turisti… Tutto ciò, lo sappiamo, è una menzogna. Io osservo con attenzione le reazioni delle mie due figlie, nessuna di loro si è mai spaventata. Sono interessate a quello che è successo, vogliono sapere se ho sentito dolore.
Vogliono sapere anche ciò che le immagini non mostrano – quello che è accaduto dopo, che cosa è successo alla stazione di polizia, cose così. Pongono domande del tipo: «Come hai fatto a far passare il chiodo e a fissarlo?». «Semplice, ho fatto così. Non è altro che pelle.» Non avevano semplicemente capito come ci ero riuscito. Si tratta di domande assolutamente semplici: «Ti ha fatto male?». «No.»
E come spieghi l’azione alle tue figlie?
La racconto come fosse una storia. Dico che sono andato in un posto e poi in un altro e che ho fatto questo e questo. Potrei anche aggiungere: «Per mostrare alla gente in che situazione vive». Così però la spiegazione diventa già complessa.
La spiegazione più complessa che hai fornito alle tue bambine è: «Nel nostro paese tutto va male, quindi io protesto»?
No, a una spiegazione simile non ci sono nemmeno arrivato. Potrei forse più o meno dire: mostro la situazione in cui si trova un uomo che ha paura. Un uomo che è stato immobilizzato e permette che si faccia di lui una cosa simile. Io però non dico nemmeno questo. Racconto l’azione come se fosse una storia: loro sono arrivati…
Tua figlia maggiore frequenta la prima classe, se non sbaglio…
No.
Perché no?
Perché a scuola i bambini vengono costretti a indossare un’uniforme. Gonne e pantaloni dello stesso colore che li rendono tutti uguali. È un chiaro segno del totalitarismo emergente.
Dici sul serio?
Assolutamente. L’uniforme scolastica è un segno. È irrilevante quale sia l’istituzione che c’è dietro. Si tratta di unitarismo. Come nelle religioni.
Le uniformi scolastiche sono un segno del totalitarismo emergente?
Sì.
Ritieni che in Inghilterra domini il totalitarismo?
In passato era un impero infernale. L’uniforme scolastica è un segno. I Sex Pistols in Inghilterra continuano a essere proibiti. Vai a leggerti qualcosa su Margaret Thatcher.
Su Margaret Thatcher credo di saperne abbastanza. D’accordo, è esistita una Lady di Ferro. Oggi però lei non c’è più, le uniformi invece sono rimaste.
Sei informato anche su come ha trattato l’Esercito irlandese di liberazione nazionale? La Thatcher è scomparsa ma i Sex Pistols continuano a essere proibiti.
Ritieni che anche gli Usa siano uno Stato totalitario?
Uno Stato può reggersi su un sistema capitalista e tuttavia avere un nucleo totalitario. Guarda che cosa hanno fatto negli Usa con gli anarchici di Chicago. Oppure pensa alla deportazione di Emma Goldman. E mi vengono in mente anche un paio di diagnosi psichiatriche inventate dagli americani: drapetomania, disestesia.
Il mio ragionamento si riferiva al fatto che l’uniforme di Harvard, per esempio, non ha assolutamente niente a che fare con il fenomeno del totalitarismo. Capisci?
Sì. Tuttavia ho la profonda convinzione che ogni uniforme abbia immediatamente qualcosa a che fare con il totalitarismo. Si tratta di una chiara cancellazione dell’identità e di una sottomissione all’idea di collettività. Solo che, nel caso di determinati regimi, la cosa è più evidente che in altri, in cui i segnali appaiono meno definiti, meno palpabili.
L’uniforme di Harvard non ha a che fare con l’idea di collettività. E neanche l’uniforme di Oxford. Lo sai che cosa diventano i laureati di queste università? Tutt’altro che comuni topi grigi destinati a trovare un impiego in posizioni subordinate. La loro uniforme è come un distintivo: «Io sono uno dei più intelligenti e promettenti membri della mia generazione».
Anche l’uniforme delle SS era un distintivo: io sono uno dei più intelligenti e promettenti membri dell’umanità intera.
Quello che dici non è del tutto corretto. Nel caso delle SS la cosa era più complessa. Il significato di un’uniforme di Harvard è sempre lo stesso…
Io sto parlando di segnali. Un esercito non può esistere senza uniformi. E ogni esercito si basa su strutture brutali e totalitarie. Una disciplina assassina è ciò che sta alla base della sua capacità di sopravvivere nei periodi di guerra. Come possiamo dunque chiamare uno Stato che vive seguendo il semplice principio militare di una disciplina che ordina l’assassinio?
Il che significherebbe secondo te che tutti gli Stati in cui esistono uniformi scolastiche o universitarie vivono secondo questo principio?
A comporre un grande sistema totalitario concorrono molti segni. L’uniforme scolastica è uno di questi. Maggiore è la quantità di segni, più totalitaria è la struttura. È evidente che nella Corea del Nord possiamo identificare un numero maggiore di questi segni rispetto agli Usa, perciò la Corea del Nord ci appare come uno stato più totalitario.
Come si collocano le repubbliche africane all’interno della tua teoria?
È la stessa cosa, solo che l’immagine è diversa. Leni Riefenstahl si è interessata molto sia all’estetica dei bianchi sia a quella dei neri. Per questo è stata accusata più di una volta, lo sai bene. Per quanto riguarda l’Africa, la situazione è comunque al di là dell’immaginabile. Di recente ho visto un film sul neocolonialismo. I colonialisti occidentali vanno con i loro missionari in Africa e così comincia l’inferno della civilizzazione. Dopo un anno del loro lavoro i bambini africani siedono in uniforme sui banchi di scuola. I maschi adulti africani marciano in uniforme a passo militare. E le donne si allacciano reggiseni bianchi sopra i loro gioielli.
Non pensi che tua figlia possa andare incontro a conflitti con gli altri ragazzini della sua età?
No, non lo penso. E a dire la verità, nemmeno mi interessa. Che conflitti potrebbe avere? Ritengo che, se ha dei conflitti, sarà anche capace di risolverli. Questo è ciò che penso. Che tipo di conflitti? Che non venga capita?
Sì, che non venga capita. I bambini sono crudeli. Potrebbero cominciare a prenderla in giro, se entrano in contatto con un ambiente in cui le tue azioni sono note. Per la maggior parte della gente infatti, e i figli di questa gente sono i compagni di classe di tua figlia, quello che fai è sconcertante e incomprensibile – per loro non sei altro che un pazzo, famoso in tutto il paese. I bambini assumeranno la posizione dei genitori. A casa dicono: «In classe con noi c’è la figlia di un artista contemporaneo». E i genitori rispondono: «Ah, quel tipo che si è inchiodato i coglioni sul selciato della Piazza Rossa». Le tue figlie saranno di continuo costrette a confrontarsi con cose simili. Ci hai mai pensato?
Quello che descrivi riguarda la prospettiva da cui si parte. La polizia ne parla volentieri.
La questione è quella degli ostacoli che sei tu stesso a porre lungo il percorso che compi. Posso dire che mi è capitato di trovarmi di fronte a molte situazioni diverse e ho sviluppato un’idea di come la gente percepisce le mie azioni. La reazione esageratamente emotiva di cui parli tu, in verità, la si trova solo in internet. Quando ho a che fare con le persone nella vita reale, di solito, mi rendo conto che la gente capisce benissimo quello che faccio.
Solo una volta mi è capitato di litigare con un uomo nel metrò. E non si è trattato nemmeno di un vero litigio, semplicemente lui, appena ha capito chi ero, ha avuto una reazione isterica. Mi ha riconosciuto sul metrò – era un uomo relativamente giovane – e ha iniziato a collegare il mio aspetto esteriore con le immagini viste in internet. Si è messo a correre per i vagoni. Tutti se ne stanno seduti, il metrò parte, e lui si mette a correre per i vagoni e incita le persone ad attaccarmi, a fare in qualche modo gruppo. Nessuno l’ha sostenuto. Lui ha continuato a far vedere alla gente le mie immagini sullo schermo del suo smartphone e le persone hanno semplicemente guardato da un’altra parte – un cittadino che corre in giro in preda all’agitazione: questo era, nient’altro. Sono stato a osservare attentamente le reazioni delle persone. Non ha trovato nessuno disposto a sostenerlo e allora ha cominciato a inveire contro di me. Diceva che avevo umiliato il paese, che avevo umiliato lui, la Piazza Rossa e non so che altro. Guardando le persone, ho visto che, anche se mi avevano riconosciuto… nei loro occhi non c’era traccia di incomprensione o il desiderio di saltarmi addosso. È molto più probabile che la gente capisca piuttosto che il contrario.
Riguardo poi ai bambini, alla crudeltà dei bambini… non so.
Educhi le tue figlie in una maniera, diciamo, particolare, così che siano poi in grado di opporsi a ciò a cui, con tutta probabilità, andranno incontro?
Forse ho cercato di dotarle di una qualche capacità particolare. La maggiore delle mie figlie – tutt’e due non hanno frequentato l’asilo o strutture simili – gioca a scacchi e pratica la boxe. La minore va solo a fare kickboxing, per gli scacchi è ancora troppo piccola.
In un certo senso immaginavo che le tue figlie dovessero praticare una qualche arte marzi...