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Informazioni su questo libro
Il Saggiatore prosegue la ripubblicazione del corpus delle opere di Piero Camporesi con I balsami di Venere, un'esplorazione storico-letteraria delle pozioni, delle pietanze e dei medicamenti ideati tra Medioevo ed età moderna per lenire o stimolare i piaceri della carne, aumentare o ridurre la fertilità, rinvigorire l'energia vitale o preservare quella della giovinezza. La conferma della capacità unica dello studioso di raccontare l'anima di un'epoca attraverso il suo corpo, e di leggere in esso le evoluzioni che hanno condotto al nostro presente.
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Informazioni
1. Il «misterio del coito»
«Non è cosa né cibo che più sia conforme al nutrimento dell’uomo quanto è la carne umana, se non fusse l’abbominazione che la natura ha a quella»1 osservava serenamente alla fine del Quattrocento il medico-astrologo Girolamo Manfredi nel libro del Perché volgarizzato. E invero la vecchia società coltivava nei sogni della notte e nelle fantasie diurne una inquietante predisposizione a pratiche alimentari molto disinvolte, affascinata da rituali trasgressivi, rimossi ma non cancellati dal «processo di civilizzazione». Fin da allora il disagio della civiltà incominciava a farsi sentire, col suo insopportabile carico.
La teoria medica e la pratica farmacologica (per non accennare alla diffusa sensibilità per il sangue, il grasso e i precordi umani) prestavano solide strutture scientifiche a queste rabbrividenti inclinazioni, a queste aberranti analogie e conformità. La ineccepibile copertura teorica di questo latente gusto antropofago era insita nel presupposto, anzi nell’assioma inscalfibile e difficilmente controvertibile, secondo il quale tutto ciò che s’ingerisce, sia sotto la forma liquida sia sotto quella solida, deve avere la «maggior convenienza e proporzione con la natura dell’uomo».
Poiché la condizione umana ricerca che per conservar l’individuo, si faccia una continua trasmutazione del mangiare e del bere nella natura del corpo che si nutrisce, anzi, in ogni minima parte di quello; chiara cosa è che più agevolmente e più proporzionatamente si farà questo cambio, quando la cosa che si prende, sarà conforme, somigliante o almeno poco dissimile dalla natura di chi la riceve; essendo che nelle cose, che hanno conformità e (come si dice) simbolo, è molto più facile il passaggio e la mutazione.2
Sviluppando queste ineccepibili premesse non si può non concordare con gli antichi fisici che, essendo la carne umana e i suoi relativi escrementi la «cosa» più affine all’uomo e in simbolo e in proporzione e in conformità e in analogia, nulla poteva sostituire l’efficacia terapeutica e il sano nutrimento offerto dal corpo umano e dai suoi derivati o sottoprodotti. Nulla poteva surrogare l’eccellenza del sangue, nulla poteva avere maggiore nobiltà terapeutica della polvere di teca cranica, compendio del microcosmo semovente, nulla maggiore virtù del cerotto di pelle umana, o della «mumia» (carne di cristiano rinsecchita e stagionata, solitamente affumicata sotto il camino dagli apotecari); oppure dell’urina (preferibilmente di fanciullo), delle unghie, dei capelli, del cerume, dello smegma prepuziale, delle deiezioni solide, del latte di donna (incomparabilmente nutritivo), del liquido seminale o sperma. La formula globale delle inesauribili virtù terapeutiche nascoste nel corpo umano era magnificamente condensata nel memorabile apoftegma di Ulisse Aldrovandi: homo homini salus. Vivo o morto, l’uomo era un serbatoio dovizioso di segreti salvifici.
Le parti morte dell’uomo erano particolarmente indicate a dare vita a tutta una serie di ricostituenti, tonici elettuari che andavano dal «magistero o elisir di mumia» alla «tintura o estratto di mumia», dall’«arcano di carne umana» all’«oglio balsamico vulnerario di sangue umano»,3 dall’«oglio di midolla del cervello, o della spina umana»4 all’«oglio maraviglioso di sangue umano».5 Cadaveri bolliti o affettati riposavano nelle polverose «officine» degli speziali, o nei laboratori degli spagirici, dei chimici distillatori, materia prima della salvezza dei viventi. Per distillare elisiri salvifici e quintessenze risanatrici era indispensabile avere a portata di mano «carne di uomo giovane e sano, con violenta morte ammazzato».6 E per conservarla – ancora ignota la catena del freddo, una delle innovazioni fondamentali dei nostri costumi – erano necessarie accurate tecniche di stagionatura.
Pigliasi il cadavere d’un uomo di colore e pelo tirante al rosso, per essere in tali il sangue più sottile e per conseguenza la carne meglio che negl’altri e il detto sii senza alcuna putredine e fresco d’età di 15 fino a 20 anni in circa, morto di violenta morte e non di alcuna infirmità, e detto cadavero si ponghi un giorno intiero (e una notte in tempo sereno all’aria dove li dii il sole e la luna; poi pigliasi la carne tagliata in fette e si asperga d’una parte di mirra e un quarto di aloè, il tutto benissimo polverizato e doppo lasciandolo così per 4 o 6 ore si imbeveri di spirito di vino ottimo, lasciandola in maceratione per 3 o 4 giorni, che passati si suspenderà all’aria a coperto per 10 o 12 ore, poi di novo si ritorni ad insupare in spirito di vino e si ponghi all’aria in loco secco e ombroso, come sarebbe in una stufa d’un forno, dove si cuoce il pane, o simile, sino che dette fette siano benissimo secche, che paia carne seccata al fumo.7
La ricetta ha qualche vaga rassomiglianza con la stagionatura della bresaola o dello speck e l’«aria in loco secco e ombroso» ricorda da lontano la buon’aria delle valli parmensi necessaria – si dice – alla felice stagionatura del prosciutto. Anche allora era indispensabile utilizzare carne di prima qualità. In questo caso, «carne di uomo giovane e sano, con violenta morte ammazzato». Come i maiali, giovani e sani, trucidati da rapido coltello.
Sarebbe inopportuno arricciare il naso di fronte a queste procedure farmacopeiche del passato. Ancor oggi l’uomo è una fonte primaria di vita e di salvezza per l’uomo. Provare disgusto o raccapriccio verso la cultura terapeutica premoderna sarebbe, oltretutto, mancanza di rispetto e segno d’indebita incomprensione storica verso una società nella quale la morte era sentita come humus della vita. In questa unità globale i morti e i vivi coesistevano, non solo nei ricordi, nella memoria domestica, nei sogni, ma anche nella carne e nel sangue da cui si attingevano forze, sostanze energetiche, olii ricostituenti, balsami rigeneratori. Una trasmissione continua di molecole vitalizzanti, una catena magica di salvezza legava i cadaveri a coloro che cadaveri ancora non erano.
Ai nostri giorni lo smembramento dei defunti (di ex sani deceduti preferibilmente di morte violenta in seguito a incidenti di vario genere), la riutilizzazione di organi tempestivamente strappati all’inutile sfacelo, l’inserimento di pezzi di ricambio nella meravigliosa macchina del vivente in difficoltà, la donazione (che potrebbe presto diventare una ablazione forzata, estesa a tutti, una usurpazione coatta e rapinosa imposta universalmente dalle leggi dello Stato) delle preziose e insostituibili parti o organi del corpo umano, vengono considerati (e non senza ragione) quasi un dovere sociale, un’offerta a beneficio dell’alta tecnologia scientifica di cui dobbiamo sentirci orgogliosi. «C’è un tesoro in te, non seppellirlo» invita lo slogan dell’Associazione italiana donatori organi. Negli anni delle trasfusioni, dei prelievi, dei trapianti, in cui le «banche degli organi» vengono guardate come preziosi santuari di trasmissione della vita, ultima Thule della sopravvivenza; nell’era della ingegneria genetica in cui anche le vite future possono essere progettate e realizzate senza sottoporsi a noiosi e defatiganti contatti con estranei mediante semplici giuochi di prelievo dalle «banche del seme» al ventre materno o ricorrendo al prestito dell’utero per...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Sommario
- Prefazione
- 1. Il «mistero del coito»
- 2. L'inutile ludibrio
- 3. Venerea voluptas
- 4. Il tesoro della castità
- 5. Confortativum magnum
- 6. L'«industria golosa»
- 7. Immoderata carnis petulantia