Robustezza e fragilità. Che fare? Il Cigno nero tre anni dopo
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Robustezza e fragilità. Che fare? Il Cigno nero tre anni dopo

  1. 148 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Robustezza e fragilità. Che fare? Il Cigno nero tre anni dopo

Informazioni su questo libro

Tre anni dopo la pubblicazione del "Cigno nero", un "racconto filosofico" acclamato in tutto il mondo, Nassim Nicholas Taleb fa il bilancio della vita del suo libro. L'idea talebiana del Cigno nero ha conquistato milioni di lettori e fecondato la ricerca in campi molto diversi, dalla filosofia alla statistica, dalla sociologia alla psicologia, agli studi sul clima, alla medicina. Meno feconda questa idea si è rivelata invece in economia, l'area più immediatamente vicina agli interessi dell'autore. Sulla crisi del 2008, e sugli economisti che dovrebbero analizzarla e curarla, Taleb si sofferma in questo nuovo libro, con annotazioni che hanno il sapore dell'ironia e dello scetticismo. E, ancora una volta, ribalta i sedicenti "esperti di rischi" che in questi tre anni hanno risposto all'autore con ostilità, dimostrando la loro inguaribile cecità ai Cigni neri. "Robustezza e fragilità" riassume tre anni di vita di un'idea forte, in grado di modificare i nostri paradigmi mentali; tre anni che hanno anche trasformato, in meglio, la vita dell'autore. Taleb ha incontrato filosofi, scrittori, scienziati, uomini di stato, lettori comuni e persino buoni economisti, si è confrontato con loro, ne ha ascoltato conferme e obiezioni, ha visto crescere e svilupparsi la sua idea nel mondo. Da questi incontri è nato "Robustezza e fragilità", il suo nuovo racconto filosofico dove, fornendoci una carta topografica dell'Estremistan, Taleb ci insegna come muoverci in un mondo dominato dal caso e dall'incertezza.

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Informazioni

Anno
2010
Print ISBN
9788842816393
eBook ISBN
9788865760550
Categoria
Sociology

1. Imparare da Madre Natura, la maestra più antica e più saggia

Come farsi amici fra i camminatori – La saggezza delle nonne – Le attrattive dell’ecoEstremistan – Mai abbastanza piccoli – Chic sovieticoharvardiano
Sto scrivendo questo poscritto tre anni dopo avere terminato Il Cigno nero, da allora ho pubblicato una dozzina di saggi e articoli «accademici» su alcuni aspetti dell’idea del Cigno nero. Sono testi davvero molto, molto noiosi da leggere, dal momento che quasi tutti i lavori accademici sono fatti per annoiare, impressionare, fornire credibilità, intimidire persino, essere presentati a convegni, ma non per essere letti tranne che da creduloni (o da detrattori) o, peggio ancora, da dottorandi. Qui mi occuperò particolarmente del «che cosa fare dopo»: a volte non basta condurre un cavallo all’abbeveratoio, ma bisogna anche cercare di farlo bere. E questo saggio mi permetterà di approfondire alcuni punti. Come nel testo del Cigno nero, l’esposizione sarà all’inizio più «letteraria», come si suol dire, per poi diventare progressivamente più tecnica.
Devo l’idea di questo saggio lungo come un libro a Danny Kahneman, nei confronti del quale io (e le mie idee) abbiamo un debito più grande che verso qualsiasi altra persona su questo pianeta: mi convinse che avevo l’obbligo di cercare di far bere il cavallo.
Passeggiate lente ma lunghe
Negli ultimi tre anni la mia vita ha sperimentato un po’ di cambiamenti, per lo più in meglio. Le feste, per esempio: un libro può contribuire a farti scoprire dagli altri, e addirittura a farti invitare a più feste. Nei miei giorni più oscuri, a Parigi fui definito operatore commerciale (qualcosa di estremamente vulgaire), a Londra filosofo (nel senso che mi occupavo di problemi troppo teorici), a New York profeta (in senso spregiativo, a causa della mia profezia sbagliata) e a Gerusalemme economista (qualcosa di molto materialistico). Oggi mi vedo invece costretto a gestire lo stress di dovermi dimostrare all’altezza di elogi totalmente immeritati, come quello di profeta (un progetto molto, molto ambizioso) in Israele, di philosophe in Francia, di economista a Londra e di operatore commerciale a New York (dove quest’attività è totalmente rispettabile).
Questa esposizione all’attenzione pubblica mi ha portato lettere cariche d’odio, almeno una minaccia di morte che mi procurò un grande orgoglio (da parte di ex dipendenti della banca d’investimenti Lehman Brothers)1 e, cosa più terrorizzante di qualsiasi minaccia, continue richieste di interviste da parte di giornalisti turchi e brasiliani. Ho dovuto passare una notevole quantità di tempo a scrivere biglietti personalizzati e cortesi per rifiutare inviti a pranzo con persone di successo di oggi, di ieri e dell’altroieri, e con quelle dall’aria distinta che parlano con apparente familiarità delle persone più importanti di questo mondo. Questa situazione mi ha però portato anche qualche beneficio. Mi ha fatto entrare in contatto con persone di idee simili alle mie – persone che non mi sarei mai sognato di conoscere in passato, o che non pensavo nemmeno esistessero –, appartenenti a discipline completamente fuori delle mie frequentazioni normali, le quali mi aiutarono a sviluppare le mie ricerche con le intuizioni più inattese. Spesso sono entrate in contatto con me persone che ammiravo e di cui conoscevo bene il lavoro, le quali divennero miei naturali collaboratori e critici: ricorderò sempre l’emozione procuratami dall’inattesa e-mail di Spyros Makridakis, delle M-Competitions descritte nel capitolo 10 del Cigno nero – Makridakis è il grande demistificatore delle predizioni sbagliate – o da quella di Jon Elster, lo studioso norvegese di rara erudizione e dalle acute percezioni, che ha integrato il sapere degli antichi nel pensiero delle moderne scienze sociali. Ho conosciuto romanzieri e pensatori filosofici di cui ho letto e ammirato le opere, come Louis de Bernières, Will Self, John Gray (il filosofo, non lo psicologo pop) o l’astronomo Sir Martin Rees; in tutt’e quattro i casi ho avuto il piacere inatteso di sentirli parlare con me del mio libro.
Poi, attraverso una catena di amici di amici, di cappuccini, di vini da dessert e di code per operazioni di sicurezza in aeroporti, sono arrivato a condividere e a capire l’efficacia della conoscenza orale, poiché le discussioni fatte a voce sono molto più efficaci della sola corrispondenza. Nelle conversazioni dirette, le persone dicono ciò che non esprimerebbero mai a mezzo stampa. Ho conosciuto Nouriel Roubini (che a quanto so è l’unico economista di professione che ha davvero predetto la crisi economica del 2008, ed è forse l’unico pensatore indipendente in questo settore). Sono incappato anche in una quantità di persone di cui non conoscevo l’esistenza, economisti di buon livello scientifico come Michael Spence e Barkley Rosser. Anche Peter Bevelin e Yechezkel Zilber hanno continuato a fornirmi gli articoli che cercavo senza saperlo, il primo di biologia, il secondo di scienze cognitive: in questo modo hanno avviato il mio pensiero nella direzione giusta.
Ho quindi avuto occasione di dialogare con molte persone. Purtroppo ne ho trovato solo due in grado di fare una conversazione durante una lunga camminata (a passo lento): Spyros Makridakis e Yechezkel Zilber. La maggior parte delle persone cammina infatti troppo velocemente scambiando una camminata per un allenamento sportivo; queste persone non capiscono che, per poter discorrere in modo soddisfacente, si deve camminare con lentezza, a un passo tale che ci si dimentica di farlo: perciò, per poter indulgere alla mia attività preferita, quella di flâneur, devo continuare ad andare ad Atene (dove vive Spyros).
I miei errori
E, naturalmente, ora molti analizzeranno criticamente il mio testo. Dopo avere esaminato messaggi e relazioni, non sento il bisogno di ritrattare nulla della mia versione iniziale, o di correggere inesattezze (al di là di refusi e piccoli errori di stampa), con l’eccezione di due errori connessi fra loro. Il primo mi è stato segnalato da Jon Elster. Avevo scritto che le analisi storiche sono pervase dalla fallacia narrativa, credendo che non fosse possibile verificare un’affermazione storica per mezzo della predizione e della falsificazione. Elster mi ha invece spiegato che ci sono situazioni in cui una teoria storica può sottrarsi alla fallacia narrativa ed essere sottoposta a una confutazione empirica: campi in cui stiamo scoprendo documenti o siti archeologici che forniscono informazioni capaci di confutare un certo racconto storico.
Così, con riferimento alla tesi di Elster, mi sono reso conto che la storia del pensiero arabo non era poi definitiva come si credeva, e che io ero caduto nella trappola di ignorare i continui cambiamenti nella storia passata, e che anche il passato era in gran parte una predizione. Ho scoperto (accidentalmente) di avere sbagliato per essermi attenuto troppo fedelmente al sapere convenzionale dei manuali sulla filosofia araba, un sapere che era contraddetto da documenti esistenti. Avevo attribuito troppa importanza alla controversia fra Averroè e al-Ghazali (Algazel). Come tutti gli altri, anch’io pensavo che 1) fosse stata molto importante, e che 2) avesse distrutto il falasifah arabo. Risultò però che questo era uno degli errori recentemente smascherati da alcuni ricercatori moderni (Dimitri Gutas e George Saliba nella fattispecie). La maggior parte di coloro che teorizzavano sulla filosofia araba non conosceva l’arabo, cosicché lasciarono molte cose alla loro immaginazione (ciò vale per esempio per Leo Strauss). Mi vergogno un po’ del fatto che, pur essendo l’arabo una delle mie lingue madri, stavo riportando da fonti di decima mano sviluppate da studiosi che non lo capivano minimamente (ed erano così sicuri di sé e poveri di sapere da non rendersene conto). Ho sbagliato a causa della «prevenzione della conferma» individuata da Gutas: «Pare che uno studioso prenda sempre l’avvio da un preconcetto di quel che la filosofia araba dovrebbe dire, e poi si concentri solo su quei passi che sembrano sostenere quella prevenzione, dando in tal modo l’impressione di corroborare il preconcetto sulla base dei testi stessi».
Ancora una volta, guardatevi dalla storia.
Robustezza e fragilità
Dopo avere completato Il Cigno nero ho trascorso un po’ di tempo a meditare sugli argomenti che avevo presentato nel capitolo 14 sulla fragilità di alcuni sistemi con grande concentrazione e illusioni di stabilità che mi avevano convinto che il sistema bancario era la madre di tutti i disastri incombenti. Con la storia delle elefantesse anziane, nel capitolo 6 avevo spiegato che i migliori insegnanti di saggezza sono naturalmente i più vecchi, semplicemente perché potrebbero avere colto trucchi e sistemi euristici invisibili che sfuggono al nostro paesaggio epistemico, trucchi che li avevano aiutati a sopravvivere in un mondo più complesso di quello che pensiamo di poter capire. Così un’età più avanzata implica un livello più elevato di resistenza ai Cigni neri, anche se, come abbiamo visto nella storia del tacchino,2 non c’è una prova sicura; «più vecchio» è quasi sempre sinonimo di «più solido», ma non necessariamente di perfetto. «Qualche miliardo di anni» di sopravvivenza ha però un valore di prova molto maggiore rispetto a «un migliaio di anni», e il sistema più antico che vediamo intorno a noi è chiaramente Madre Natura.
Questo fu, in un certo senso, il ragionamento sottostante all’argomento dell’«epilogismo» degli empiristi medici del Levante postclassico (come Menodoto di Nicomedia), che furono gli unici professionisti a fondere scetticismo e potere decisionale nel mondo reale. Furono anche l’unico gruppo di persone a usare la filosofia per qualcosa di utile. Essi proposero la historia: massimo di registrazione di fatti con minimo di interpretazione e di teorizzazione, descrizione di fatti senza occuparsi del perché e resistenza agli universali. La loro forma di conoscenza non teoretica fu disprezzata dalla Scolastica medievale, che favorì una forma di apprendimento più esplicito. La historia, ossia la semplice registrazione dei fatti, era inferiore alla philosophia o scientia. Fino ad allora, persino la filosofia aveva a che fare con l’uso della saggezza decisionale più di quanto non faccia oggi – e non col fine di impressionare un comitato universitario per le promozioni accademiche – e la medicina era il campo in cui quella forma di saggezza veniva praticata (e imparata): Medicina soror philosophiae, la medicina, sorella della filosofia.3
Assegnare uno status ancillare a un campo che antepone i particolari agli universali è ciò che ha fatto la conoscenza formalizzata a partire dalla Scolastica, che dedica necessariamente scarsa attenzione all’esperienza e all’età (troppo accumulo di particolari), favorendo coloro che hanno ottenuto un dottorato, come il dottor John.4 Questo approccio può funzionare in fisica classica, ma non nell’ambito di una realtà complessa: esso ha condotto alla morte di molti pazienti nella storia della medicina, soprattutto prima della nascita della medicina clinica, e sta causando molti danni in campo sociale, specialmente al tempo in cui sto scrivendo.
Gli insegnamenti fondamentali che ci hanno tramandato gli antichi maestri sono, per esprimerci in termini religiosi, dogmi (regole che devi eseguire senza necessariamente comprenderle) e non cherigmi (regole che puoi capire e che hanno un senso chiaro per te).
Madre Natura è chiaramente un sistema complesso, con reti di interdipendenza, non linearità e una ecologia robusta (altrimenti sarebbe crollata molto tempo fa). È una persona vecchia, molto vecchia, con una memoria infallibile. Madre Natura non contrae la malattia di Alzheimer: in effetti ci sono prove che nemmeno gli esseri umani perderebbero facilmente con l’età le loro funzioni cerebrali se seguissero un regime di esercizi fisici e di digiuni stocastici, se facessero lunghe passeggiate, evitassero di consumare zucchero, pane, riso non integrale e di fare investimenti in borsa, e si astenessero dal seguire corsi di lezioni di economia e dal leggere cose come il New York Times.
Vorrei compendiare le mie idee su come Madre Natura si occupi del Cigno nero, sia positivo sia negativo: essa sa molto meglio degli esseri umani come trarre vantaggio dai Cigni neri positivi.
La ridondanza come assicurazione
Innanzitutto, Madre Natura ama le ridondanze. Tre tipi diversi di ridondanze. Il primo, quello più facile da capire, è la ridondanza difensiva, una sorta di assicurazione che ti permette di sopravvivere in situazioni avverse, grazie alla disponibilità di parti di ricambio. Consideriamo il corpo umano. Noi abbiamo due occhi, due polmoni, due reni e persino due cervelli (con la possibile eccezione dei dirigenti di aziende commerciali), e ognuno di noi ha più capacità di quanta ne occorra in circostanze ordinarie. La ridondanza equivale quindi a un’assicurazione, e le apparenti inefficienze sono associate ai costi di mantenere in ordine queste parti di ricambio e all’energia necessaria per conservarle nonostante la loro inattività.
L’esatto opposto della ridondanza è un’ottimizzazione ingenua. Io dico a tutti di non seguire corsi di economia (ortodossi) e che l’economia ci verrà a mancare e crollerà (come vedremo, abbiamo prove che ci ha già abbandonati, ma tanto, come continuavo a ripetere nel testo originale, non ne abbiamo bisogno; tutto ciò di cui abbiamo bisogno è osservarne la mancanza di rigore scientifico e di etica). La ragione è la seguente: l’economia ortodossa si fonda in gran parte su nozioni di ottimizzazione ingenua, matematizzata (mediocremente) da Paul Samuelson, e questa matematica ha contribuito in modo massiccio alla costruzione di una società incline all’errore. Un economista troverebbe inefficiente mantenere due polmoni e due reni: consideriamo semplicemente i costi richiesti dal trasporto di tali parti relativamente pesanti del nostro corpo attraverso la savana. Una tale ottimizzazione, infine, ci ucciderebbe, dopo la prima eventualità infausta, il primo evento isolato anomalo (outlier). Consideriamo inoltre che, se avessimo lasciato Madre Natura agli economisti, essa avrebbe fatto a meno anche di reni singoli: dal momento che non li usiamo per tutto il tempo, sarebbe più «efficiente» vendere i nostri reni e usare un rene centrale solo secondo le regole di condivisione del tempo proprie di una multiproprietà. Potremmo anche affittare i nostri occhi di notte, dato che per sognare non ne abbiamo bisogno.
Nell’economia convenzionale, quando si modifica qualche assunto – ovvero nel caso di una cosiddetta «perturbazione» –, quando si cambia un parametro o quando si rende aleatorio un parametro in precedenza considerato fisso e stabile dalla teoria, quasi tutte le idee principali (e anche un piccolo numero di quelle meno importanti) non funzionano più. Questa situazione è nota in gergo come «randomizzazione». Si parla in proposito di «studio dell’errore del modello» e di «esame delle conseguenze» di tali mutamenti (la mia specializzazione accademica ufficiale attualmente è l’errore del modello o il «rischio del modello»). Per esempio, se un modello usato per il rischio suppone che il tipo di randomizzazione considerato si riferisca al Mediocristan, ignorerà grandi deviazioni e incoraggerà la costruzione di una quantità di rischio che ignori grandi deviazioni; perciò la gestione del rischio sarà scorretta. Di qui la metafora del «sedersi su un barile di dinamite» che usai con riferimento a Fannie Mae (ora fallita).5
Per fare un altro esempio di un errore del modello singolare, consideriamo la nozione del vantaggio comparativo che sarebbe stato scoperto da Ricardo e che si celerebbe dietro la macchina della globalizzazione. L’idea è che i paesi dovrebbero concentrarsi, come direbbe un consulente, su «ciò che fanno meglio» (o, più esattamente, su dove stanno perdendo il minimo numero di opportunità); così un paese dovrebbe specializzarsi in vini e un altro nell’abbigliamento, anche se uno di essi potrebbe primaneggiare in entrambi i campi. Ma introduciamo alcune perturbazioni e alcuni scenari alternativi: consideriamo che cosa accadrebbe al paese specializzato in vini se il prezzo dei vini fluttuasse. Basterebbe una semplice perturbazione applicata a quest’assunto (supponendo per esempio che il prezzo del vino fosse casuale e che potesse sperimentare variazioni in stile Estremistan) per rendere possibile una conclusione opposta a quella di Ricardo. Madre Natura non ama l’iperspecializzazione, poiché limita l’evoluzione e indebolisce gli animali.
Anche questo spiega perché io abbia trovato certe idee correnti sulla globalizzazione (come quelle promosse dal giornalista Thomas Friedman) un po’ troppo ingenue e pericolose per la società, a meno che non si tenga conto degli effetti collaterali. La globalizzazione potrebbe dare un’impressione generale di efficienza, ma la misura dell’indebitamento in gioco e i gradi di interazione fra parti avranno come conseguenza che piccole crepe in un certo luogo determineranno infiltrazioni nell’intero sistema. La situazione sarebbe simile a quella di un cervello che sperimentasse un attacco epilettico in conseguenza della scarica simultanea di un numero eccessivo di cellule. Teniamo a mente che il nostro cervello, un sistema complesso che funziona bene, non è «globalizzato», o almeno non è «globalizzato» ingenuamente.
La stessa idea si applica al debito: il debito ci rende fragili, molto fragili in caso di perturbazioni, particolarmente quando passiamo dall’assunto del Mediocristan a quello dell’Estremistan. Attualmente, nelle nostre scuole commerciali noi impariamo a indebitarci (dagli stessi professori che insegnano, fra altre pseudoscienze, quella grande frode intellettuale che è la curva a campana di Gauss) a dispetto di tutte le tradizioni storiche, dal momento che ogni cultura del Mediterraneo nel corso del tempo sviluppò un dogma contro il debito. Felix qui nihil debet: è felice chi non deve nulla a nessuno, dice un antico proverbio romano. Le nonne sopravvissute alla Grande depressione avrebbero consigliato l’esatto opposto del debito: la ridondanza. Avrebbero raccomandato di avere in cassa le entrate di vari anni prima di assumersi qualsiasi rischio personale: esattamente la mia idea del bilanciere nel capitolo 13 del Cigno nero,6 cui si mantengono grandi riserve di denaro mentre si affrontano rischi più aggressivi, ma con una porzione minore del portafoglio. Se le banche avessero adottato questo orientamento, non ci sarebbero state crisi delle banche nella storia.
Possediamo documenti sull’argomento da quando i babilonesi illustrarono i mali dell’indebitamento; le religioni del Vicino Oriente proibivano i debiti. Que...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. 1. Imparare da Madre Natura, la maestra più antica e più saggia
  3. 2. Perché faccio tutte queste passeggiate, o come i sistemi diventano fragili
  4. 3. Margaritas ante porcos
  5. 4. Asperger e il Cigno nero ontologico
  6. 5. Il problema (forse) più utile nella storia della filosofia moderna
  7. 6. Il Quarto quadrante: la soluzione del più utile di tutti i problemi*
  8. 7. Che cosa fare con il Quarto quadrante
  9. 8. I dieci princìpi per una società robusta ai Cigni neri
  10. 9. Amor Fati: come diventare indistruttibili
  11. Glossario
  12. Bibliografia