Attivismo
Nessuno ha mai spiegato perché i bambini sono così pieni di domande fuori dalla scuola (in modo da affliggere gli adulti, solo che li si incoraggi appena) e perché non manifestano alcuna curiosità sugli argomenti delle lezioni a scuola. (J. Dewey)
Il movimento delle scuole nuove e dell’attivismo si diffonde in Europa e nel mondo all’inizio del secolo xx. Nasce sullo sfondo di una trasformazione scientifica delle scienze umane, e dunque anche della pedagogia, in senso sperimentale, ma nello stesso tempo dall’esigenza di democratizzazione nata dai movimenti operai nel corso del xix secolo. Ancora poco esplorata è l’influenza del movimento libertario sul movimento dell’attivismo, più per quanto concerne i metodi e le pratiche che la concezione generale.
Ideatore dell’espressione «scuola attiva» fu Pierre Bovet, direttore dell’Istituto Rousseau di Ginevra, ma come sinonimi vengono usati «scuola progressiva», «scuola nuova», ecc.
L’attivismo si contrappone a una concezione della scuola come luogo di trasmissione del sapere davanti ad ascoltatori passivi e subordinati; vuol recuperare la spontaneità del bambino all’interno di attività libere e varie, a contatto con la natura; la scuola nuova è un laboratorio aperto alla sperimentazione di nuovi metodi e pratiche didattiche.
I grandi temi della pedagogia attivistica sono:
1. l’attenzione alla centralità del bambino nella pratica educativa;
2. la valorizzazione delle attività come strumento per la comprensione del mondo;
3. la centralità della motivazione e dell’interesse;
4. l’ambiente come protagonista principale dell’educazione;
5. l’importanza della socializzazione;
6. l’antiautoritarismo.
L’apporto teorico più rilevante all’attivismo viene dal filosofo americano John Dewey (1859-1952) introdotto in Italia da Lamberto Borghi (☞). Tutto il pensiero di Dewey ha come linea guida l’appello all’azione, il nesso necessario teoria-azione; la scuola per lui non è corpo separato dalla società, ma sede di esperienza, riflessione e azione.
I principi dell’educazione che si disse progressiva – e che si riassumono nell’idea dello sviluppo contemporaneo e congiunto dell’individualità e della socialità del fanciullo nel concetto che questi dev’essere sempre considerato come una personalità distinta, come individuo e non come l’appendice di un corpo etnico o religioso o come l’incarnazione di un’idea (concezioni varie che conducono all’obliterazione dell’individualità) – e la richiesta che i programmi dovessero essere plasmati sulla base dei bisogni, delle attitudini e delle inclinazioni degli alunni ebbero la loro prima formulazione e applicazione sullo scorcio del secolo xix e furono l’espressione di una trasformazione della società e della coscienza che di essa ebbero gruppi all’avanguardia. Sorte da un processo di mutamenti già iniziato, queste pratiche educative nuove operarono come ulteriori leve di trasformazione (Lamberto Borghi).
Oltre a Dewey, personaggi centrali della pedagogia dell’attivismo furono Decroly, Claparede, Freinet, Ferrière, Montessori.
Il movimento attivistico ha conosciuto momenti di grande vitalità, basta richiamare per l’Italia il Movimento di cooperazione educativa (mce) e a livello internazionale i Centri di esercitazione ai metodi dell’educazione attiva (cemea).
In realtà, come Paul Goodman (☞) osservò, il programma radicale di Dewey e della scuola attiva venne tradito e stravolto dalle autorità scolastiche americane che non vedevano certo di buon occhio un ampliamento della democrazia dal basso: «La comunità democratica è stata interpretata come conformità e non come matrice della sperimentazione sociale e del cambiamento politico».
Dal grande patrimonio della pedagogia attivistica si traggono ancora tecniche che, interpretate riduttivamente come spicciolo riformismo didattico, possono trasformarsi in strumenti più efficaci per la gestione della quotidianità al servizio della conservazione delle strutture educative, sociali e politiche tradizionali.
Rimandi bibliografici
John Dewey, Il mio credo pedagogico, in Lamberto Borghi, L’educazione di oggi, La Nuova Italia, Firenze 1950.
John Dewey, Democrazia e educazione, La Nuova Italia, Firenze 2000.
Lamberto Borghi, John Dewey e il pensiero pedagogico contemporaneo negli Stati Uniti, La Nuova Italia, Firenze 1951.
Siti mce e cemea: http://www.mce-fimem.it/; http://www.cemea.it/
Autogestione pedagogica
L’autogestione pedagogica contesta l’attuale sistema delle istituzioni sociali per il fatto stesso di costruire delle contro-istituzioni, la cui funzione è quella di analizzare e portare alla luce le strutture nascoste del sistema. (G. Lapassade)
Autogestione è un concetto elaborato all’interno dell’anarchismo e poi dal movimento rivoluzionario a partire dal xix secolo: superata la contrapposizione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, tra chi prende le decisioni e chi le esegue, in altre parole l’organizzazione sociale ed economica gerarchica capitalistica, si afferma la possibilità e la necessità progressiva di controllo e di gestione del sistema dal basso da parte dei produttori, organizzati cooperativamente.
«Il progetto autogestionario – afferma Lourau – esprime una doppia negazione. Negazione dei rapporti di produzione istituiti dal capitale tra le componenti del lavoratore collettivo; e negazione delle forme di modernizzazione e di riformismo che il capitale è costretto a concedere, come la partecipazione, la contrattazione, la cogestione, per correggere le disfunzioni delle sue istituzioni».
In ambito pedagogico, l’espressione si riferisce a un gruppo di pratica e di ricerca pedagogica, il Gruppo di pedagogia istituzionale, che faceva capo a Georges Lapassade, psicosociologo e animatore di gruppi, che comprendeva tra gli altri anche René Lourau e Michel Lobrot e che aveva preso vita all’inizio degli anni Sessanta in Francia. Il gruppo era influenzato dalle ricerche istituzionali svolte in ambito psichiatrico e dalle ricerche sulle dinamiche di gruppo.
Gli psichiatri e gli psicoterapeuti analisti sono stati tra i primi a riflettere sulla funzione dell’istituzione terapeutica e a cogliere al suo interno l’immaginario simbolico che struttura ruoli, confini e possibilità. L’osservazione delle dinamiche di gruppo, in particolare del T-Group (training group, gruppo di formazione), mostra l’instaura...