capitolo ottavo
L’orto e la sua immagine
con David Crouch
Fonte: «The allotment image», capitolo primo di David Crouch, Colin Ward, The Allotment. Its Landscape and Culture, Faber and Faber, London 1988, poi Five Leaves, Nottingham 1997 [N.d.C.].
Le immagini che avevo nella mente ruotavano intorno all’idea dell’uomo comune, con il suo orto, giardino o piccolo terreno. Pensavo alle sue improvvisazioni; al capanno degli attrezzi, alla serra fatta di telai di finestre o con sacchi del fertilizzante, agli spaventapasseri, ai segnavento, ai supporti e alle coperture protettive per le piante. Pensavo al suo meraviglioso ingegno e a come contribuisca con la sua impronta personale a una comunanza di talenti e tradizioni equivalenti a un’arte popolare; e a come i prodotti che coltiva abbiano quasi il valore di un trofeo sulla sua tavola.
Nigel Henderson, prefazione a Fruit & Veg, 1980
Gli orti sono un elemento familiare e onnipresente nel paesaggio britannico, e lo sono da quasi duecento anni. Si possono vedere ai margini di cittadine e paesi, grandi e piccoli, disseminati tra le case nei sobborghi di tutte le città, e persino dentro la città stessa grazie a una tradizione consolidata come quella di Town Moor a Newcastle o, più recentemente, grazie agli sforzi volti a recuperare terreni abbandonati in prossimità del centro cittadino come a Moss Side a Manchester.
Generalmente, i terreni destinati a diventare orti erano semplici appezzamenti per i quali non si era trovato un uso più redditizio. Era raro che venissero scelti per il loro potenziale produttivo, anche se nel corso degli anni venivano migliorati dal lavoro dei coltivatori e dalla concimazione del suolo. Erano solitamente luoghi residuali, situati dietro a case o fabbriche, con accesso limitato dalla strada, su terreni alluvionali lungo i fiumi oppure chiusi dentro le curve dei binari ferroviari.
Chi viaggia in treno gode da sempre della miglior visuale sul panorama a mosaico di orti e giardini. In parte dipende dal fatto che, un tempo, le compagnie ferroviarie erano seconde solo alle autorità locali nell’assegnazione dei terreni. Al pari degli altri servizi pubblici – le società del gas e dell’elettricità, le compagnie di navigazione e le imprese carbonifere – possedevano vasti appezzamenti di terra non necessari ai loro scopi operativi, suddivisi in lotti da destinare innanzitutto ai propri dipendenti, ma da concedere in affitto anche a terzi. Dentro l’area recintata dei binari ferroviari, era possibile vedere tra la banchina e la cabina di manovra lunghi e stretti orti coltivati.
Benché il numero di questi orti sia diminuito drasticamente negli ultimi trent’anni, il treno è ancora un posto in tribuna per veder sfilare orti e giardini. A parte lo spettacolo dell’abbandono industriale, la prima cosa ad attirare l’attenzione di chi viaggia in treno non appena si esce dalla stazione è la vista dei cortili sul retro delle case a schiera del diciannovesimo secolo, che arrivano fino ai binari: un mondo privato e nascosto alla strada. Il voyeur di questo panorama urbano così intimo e privato si prepara ad ammirare il paesaggio orticolo, che è diverso dagli ampi campi dell’agricoltura commerciale quanto la superficie a grana grossa di una città ricostruita è diversa dalla grana fine dei cortili sul retro delle case private.
Dal treno vediamo le case diventare via via più nuove, la densità diminuisce, i giardini si fanno più grandi. Appaiono parchi, campi da gioco e aree ricreative; e poi cimiteri, ospedali, sfasciacarrozze e, chiaramente, orti. Anche il panorama degli orti, come quello dei cortili urbani, si apprezza meglio dal treno: essi sono spesso invisibili dalla strada, e vi si accede solo attraverso un vialetto tra una casa e l’altra.
Oggi, chi viaggia in treno sul percorso tra Coventry e Birmingham o tra Birmingham e Kings Norton può scrutare nell’intimo i giardini racchiusi da siepi che da un secolo e mezzo costituiscono gli orti urbani. D’estate, nelle zone più nuove e più aperte, si vedono famiglie che fanno il picnic in giardino, lunghe file di auto con i bauli aperti dove si scorgono forconi, vanghe e sacchi di concime. Eppure il viaggiatore continuerà a percepire l’immagine degli orti attraverso l’obiettivo dei fotografi di cinquant’anni fa: un paesaggio sgranato e gelido di file irregolari di cavolini di Bruxelles e verze, di piccoli capanni fatti alla buona e recinzioni rotte, di fuochi che bruciano lentamente, e della figura solitaria di un disoccupato con il berretto e il colletto logoro alzato per proteggersi dal vento, che torna a casa in bicicletta con un mazzo di carote sul manubrio.
Queste immagini mentali mettono in gioco tre elementi. Riguardano la nostra percezione del paesaggio degli orti: il loro aspetto. Riguardano anche quello che succede negli orti, le persone che vi sono coinvolte e l’importanza che ricoprono nelle loro vite. E infine c’è l’idea dell’orticoltura familiare: il significato che ha per noi nella Gran Bretagna della fine del ventesimo secolo. In ogni caso, queste immagini di come «vediamo», nel senso più ampio, gli orti sono legate agli stati d’animo che sorgono quando li pensiamo, o li intravediamo dal treno; quando li ricordiamo tramite le esperienze dei nostri genitori o parenti, o li visitiamo in prima persona; o ancora, se ne siamo i proprietari, quando lavoriamo il nostro pezzo di terra incorporandolo nella routine della nostra vita.
Le immagini dei paesaggi orticoli sono in parte collegate all’aspetto del sito stesso, a come è disposto, all’atmosfera, e a ogni singolo orto o capanno. C’è poi la questione di dove si trova il sito e da cosa è circondato. Nell’aspetto contano anche gli elementi costruttivi dei capanni standard o improvvisati, le siepi e le recinzioni, e la disposizione delle piante insieme alla cura loro rivolta. Dipende però anche dai valori che diamo, consciamente e non, ai diversi aspetti del panorama. «Chi può sopportare un campo di cavoli a ottobre?» si chiedeva Jane Austen.
La nostra valutazione dipende anche da come interpretiamo il modo in cui le persone usano questi posti, dal nostro concetto di come esse li valutano. C’è poi la questione di capire se il paesaggio ci appaia volutamente progettato e se questo per noi sia un bene o un male. Applaudiamo o deploriamo gli sforzi di riassettare e tenere in ordine il sito da parte degli addetti municipali? Anche i luoghi in cui sono ubicati hanno un’influenza decisiva sulla nostra immagine degli orti, sia nei singoli casi che nell’astrazione immaginaria. Il sito di Gas Lane, lungo i binari di servizio della città o negli spazi non inglobati nella nuova rotonda dell’autostrada, viene spesso citato come segno visibile del fallimento della competizione per lo spazio urbano e come esempio della scomodità dell’orto: non è né desiderabile né esaltante nella città dei consumi, non fa parte del tradizionale orientamento della vita moderna e non è gradevole nei suoi aspetti di frugalità e improvvisazione.
In questo però c’è un’altra complicazione: il luogo spesso ci svela il valore che l’orto ha avuto in qualche momento del passato agli occhi di persone potenti – un proprietario terriero, il padrone di una miniera, un’azienda del gas oppure un’autorità locale – che hanno mantenuto spazi che non erano serviti ad altri scopi più significativi o hanno accantonato il terreno per un eventuale ampliamento del cimitero. Ma esistono anche altri spazi nelle periferie, nei villaggi, o altrove. Qui entrano in gioco diverse nozioni: una distinzione tra gli orti urbani o suburbani e gli orti rurali. Andando oltre, si arriva a un punto in cui l’orto si confonde con il piccolo podere e, di conseguenza, con gli ampi panorami agricoli. Da bambini, durante le lezioni di storia, abbiamo studiato i campi aperti e il sistema di coltivazione a fasce. Forse un tempo il panorama delle coltivazioni agricole era quello di un grande insieme di orti? Questa idea venne a Beryl Bainbridge nel 1985, vicino al centro di Liverpool:
Il sito sorgeva su un crinale non lontano dalle costruzioni. Se fosse stato possibile osservare dall’alto questa parte del versante meridionale del fiume Mersey e, per magia, togliere gli strati del tempo in modo che gli anni passassero in pochi secondi, demolendo in una manciata di minuti la grande espansione del diciannovesimo secolo e lasciando alla fine solo una distesa di terreni comuni risalente dalla costa deserta verso l’altipiano con i suoi orti coltivati, avremmo potuto vedere in quel panorama rurale una somiglianza con il panorama attuale1.
Se per l’ambiente fisico dell’orto esiste tutta una varietà di immagini, per la cultura dell’orto – il mondo sociale degli ortisti – il quadro è ancora più omogeneo, quasi caricaturale. Si sviluppa intorno alla figura del tizio in bicicletta con le carote sul manubrio, oppure, se questa immagine trasmette troppa agilità, del tizio che arranca faticosamente verso casa ...