L’anarchismo gradualista
di Paul Goodman
di Pietro Adamo
Nel 1966, all’apice della fortuna, Paul Goodman nota che alla bella età di cinquant’anni gli è capitato «di imbarcarsi nell’impresa strana, ma bella, di diventare un leader studentesco» e di raggiungere una notorietà e un’influenza insperate1. Dalla pagina trapela, insieme a un palese senso di compiacimento, una certa sorpresa. E in effetti quello di Goodman è stato un destino strano. La sua carriera, la sua influenza di pensatore e la sua fama postuma sono state infatti caratterizzate da impressionanti oscillazioni di credito e fortuna.
Giovane promessa letteraria nei primi anni Quaranta, si inimica i potenti circoli culturali della sinistra liberal e post-marxista newyorchese con un’articolata apologia in senso anarchico della renitenza alla leva, in un momento in cui molti ritengono obiettivo primario la sconfitta del nazifascismo. L’ostracismo di operatori, riviste e istituzioni varie lo spinge ai margini della vita culturale; e probabilmente le rivendicazioni pubbliche ed esplicite della sua omosessualità non lo aiutano a riguadagnare i loro favori. Gli restano riviste alternative a bassissima diffusione ma grande prestigio (per esempio «politics» di Dwight Macdonald) e alcuni ardenti ammiratori tra i circoli anarchici e bohémien: «Fu lui che ci parlò per primo di anarchia», ha raccontato Judith Malina (l’anima del Living Theatre), «e ci convinse molto, a più livelli: personalmente, politicamente, artisticamente, psicologicamente»2. Nel dopoguerra, né i suoi libri di fiction e poesia né i suoi saggi riscuotono grandi successi. Art and Social Nature, pubblicato nel 1946, incorpora il May Pamphlet, selezione dei suoi primi scritti di carattere anarchico e pacifista, e viene quindi accolto in modo quasi glaciale. Due suoi testi successivi, entrambi frutto di collaborazione, ottengono una certa notorietà tra architetti e analisti, ma non risollevano le sue quotazioni. Communitas (1947), scritto con il fratello Percival, è un progetto di rinnovamento urbano su base neo-funzionalista, in cui le soluzioni sono concepite in relazione a bisogni umani definiti in chiave libertaria e comunitaria. In Gestalt Therapy (Teoria e pratica della terapia della Gestalt, 1951), scritto con Frederick Perls e Ralph Hefferline, adatta alle esigenze di un’etica libertaria i temi della psicanalisi post-reichiana, lanciandosi in seguito in una carriera di analista indipendente (e senza titoli)3! Negli anni Cinquanta si ritrova quindi costretto a «lavorare duro e tirare su i figli con un reddito pari a quello percepito dal decimo più povero della popolazione» (p. 113)4. Il decennio è un momento di useless time: «Ho messo giù questi appunti», dichiara nel 1966 nella prefazione al volume che raccoglie le sue annotazioni di dieci anni prima, «quando non avevo alcuno per cui scrivere, né alcuno cui parlare». L’amarezza e la disillusione provate in quegli anni sono palesi: «Evidentemente nessuno era interessato ai miei brillanti schemi di miglioramento urbano o scolastico; non c’era alcun segno di rivolta politica, e certamente non tra i giovani, che mi desse coraggio»5.
È la ribellione giovanile degli anni Sessanta a conferirgli vasta popolarità. Goodman, che potrebbe con facilità rientrare tra le best minds of my generation starving hysterically naked dell’apertura di Howl (lui e Allen Ginsberg si conoscono alla fine degli anni Quaranta, al San Remo Bar del Greenwich Village), già allo sfumare dei Fifties percepisce un nuovo spirito, in particolare tra gli studenti: «Vogliono i diritti della gioventù; vogliono imparare qualcosa di reale a scuola; vogliono più contatto con i loro insegnanti; vogliono che l’università abbia un senso nel mondo»6. Nota anche che i giovani cercano ispirazione negli scritti di sociologi come David Riesman, Cecil Wright Mills e lui stesso. Nel 1960, con la pubblicazione del bestseller Growing up Absurd (La gioventù assurda), trova quindi un suo pubblico (e comincia a scrivere per periodici di prestigio, a tiratura nazionale, anche se non smette di frequentare le riviste dell’underground, che nei Sixties si moltiplicano a dismisura). Negli anni successivi produce un’impressionante serie di libri e saggi in cui affronta alcuni dei dilemmi delle società tardo-industriali – dalla funzione della scuola ai modelli politici «democratici», dal degrado urbano al ruolo dei giovani, dalla crescita della burocrazia allo sviluppo di un nuovo «statalismo», dalla massificazione di bisogni, consumi e valori alla crisi della ragione – usando l’armamentario analitico e le parole d’ordine dell’anarchismo (decentramento, libertà individuale, sviluppo della personalità, potenziamento dei valori comunitari, pacifismo, sperimentazione sessuale e familiare, ecc.) e avanzando un progetto di rimodellamento sociale in chiave esplicitamente libertaria.
Il tratto più caratteristico di questo progetto è un metodo gradualista. «Non rientro certo negli schemi del rivoluzionario», dichiara nel 1967 in tono un po’ provocatorio, di contro alle ipotesi filo-leniniste di mutamento epocale che vanno affermandosi in alcune frange del Movement: «Quello che si può fare è solo garantire una situazione di minima decenza nella quale qualcosa di buono possa accadere»7. Tuttavia il «migliorismo» di Goodman non ha nulla da spartire con i tradizionali programmi correttivi del sistema capitalista: si tratta sì di un progetto gradualistico e «a spizzichi», ma il suo obiettivo finale è un mutamento complessivo e globale della società8. Partendo da considerazioni storico-culturali che valorizzano le esperienze positive della civiltà liberaldemocratica, Goodman propone di presidiare gli spazi di libertà esistenti (comprese le libertà «borghesi» tanto disprezzate da marxisti e studenti rivoluzionari), adottando poi modi «pragmatici» (anche in senso strettamente filosofico) per allargarli: «Piccole riforme e lievi miglioramenti» (p. 115), afferma nel suo ultimo libro. Alla base di questi, le potenzialità intellettuali dell’anarchismo: «L’inventiva, il coraggio, la spinta alla libertà della natura umana» (p. 157), la sperimentazione continua, l’immaginazione, la libera creatività, la spontaneità. Nei suoi termini, il pensiero utopico9.
E «utopiche» – nel senso sopra illustrato – appaiono sia le sue indicazioni metodologiche – «piccolo è bello», privilegiare i progetti di semplificazione, valorizzare la natura contro la convenzione – sia le sue proposte pratiche: decentrare al livello locale le attività sociali, economiche e politiche; descolarizzare la società; rimodellare le università sull’esempio comunitario medievale; bandire le automobili dai centri cittadini; ripopolare le campagne; e via dicendo. Goodman non è un pensatore sistematico. Anche i suoi libri più noti e forse più «pensati» sono collages di articoli, saggi e interventi, frutto a volte di semplici occasioni e contingenze. Il lettore potrà facilmente rilevare, nella raccolta di scritti specificamente politici qui presentati, la presenza di un metodo quasi più intuitivo che analitico e di una scrittura più istintiva che riflessiva. Questo impressionismo ha forse nuociuto ai suoi testi e al suo pensiero, nel senso di averli privati dell’impatto complessivo tipico del «sistema», ma nel contempo ne ha valorizzato le caratteristiche di opera aperta, viva, suggestiva. L’ironia finale del suo percorso è che il suo progetto, meglio ancora la sua visione del mondo, è andato via via precisandosi proprio contro i suoi più convinti sostenitori, ovvero i giovani, gli studenti e gli hippy che lo avevano elevato al rango di loro guru.
Goodman ha comunque lasciato un segno nella cultura libertaria, e non solo in essa, anticipando non pochi temi oggi dibattuti con calore e in alcuni casi fornendo il quadro concettuale in cui discuterli: ecologia sociale, decentramento, regionalizzazione, descolarizzazione, pacifismo, municipalismo, eccetera. Già nel 1972 Susan Sontag, in un ispirato ricordo personale, produce come prova della rilevanza di Goodman «l’insistenza con cui le sue idee vengono riprese (senza citarne la fonte)». E Dwight Macdonald, altro idolo della cultura radicale, descrive probabilmente un’esperienza condivisa da molti quando dichiara che è stato Goodman ad aprirgli «gli occhi sull’essenza spaventosa della società americana odierna»10. Negli anni che ci separano dalla sua morte gli omaggi si sono moltiplicati, con molti dei protagonisti dei Sixties a menzionarne l’influenza e la presenza. Valga per tutti il ricordo di Todd Gitlin, uno dei primi segretari degli Students for a Democratic Society e oggi stimato professore di media studies, che nel 1960, nel retro di un bar dove si radunano gli attivisti, scopre in Growing up Absurd una salutare «aspirazione a una spiegazione totale»11. O magari il recentissimo bio-documentario di Jonathan Lee, con un titolo quanto mai esplicativo: Paul Goodman Changed My Life.
1. Gli spazi della libertà nella società di massa
Di fatto Goodman delinea i capisaldi del suo pensiero appena trentenne, alle prese con una situazione concreta dalle sfumature quasi drammatiche. Nel 1940 il nostro, con un gesto generoso ma non meditato, si iscrive nei registri di leva, ritrovandosi però, qualche anno dopo, a rischio di esser richiamato. Ormai convinto della necessità teorica e prat...