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Informazioni su questo libro
Gli straordinari avanzamenti nel campo della biologia e della medicina di questi ultimi anni si propongono in modo prepotente come laboratorio culturale, sia per la verifica sia per la lettura dei processi di riorganizzazione in chiave democratica del rapporto tra scienza e società. In particolare, se la vita è la dimensione che l'essere umano percepisce come più inerente a sé, questa pertinenza che è quasi un'equazione ci autorizza, in un certo senso, a ritenere legittimo il giudizio personale rispetto a essa. Ne consegue la difficoltà ad accettare che sia qualcun altro a decidere rispetto a dimensioni tanto umane e personali come la procreazione, la fine della vita, la cura. Si tratta di un cambiamento pervasivo che incide sulla vita privata e di relazione e sul funzionamento di istituzioni come la sanità, che ridefinisce uno dei terreni principali su cui storicamente si strutturano i processi di socializzazione e in base ai quali è possibile descrivere i contesti e i rapporti in cui gli esseri umani vivono e agiscono. Questa trasformazione riguarda i concetti di autonomia e responsabilità e, con essi, ciò che ci consente di riconoscere e definire in primo luogo i confini culturali del corpo. Perché quello che muta in profondità è l'insieme dei riferimenti pratici e simbolici che accompagnano l'intero arco della vita degli individui, dalla generazione alla morte. In particolare, questo libro si sofferma su alcuni nodi tematici propri della riflessione etica e bioetica, come la responsabilità, la giustizia e i diritti. L'obiettivo è quello di collocare questi temi anche al di fuori di una dimensione esclusivamente legata all'autonomia delle scelte individuali per porli all'interno di una più ampia, e imprescindibile, dimensione collettiva e politica.
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Argomento
Scienze biologicheCategoria
Scienza generaleI. Bioetica e ricerca scientifica
1. Bioetica.
Lo straordinario sviluppo della ricerca scientifica, in particolare nel campo biomedico, apre notevoli orizzonti al sapere e può contribuire al miglioramento complessivo della vita degli esseri umani. Condizione perché questo obiettivo sia raggiunto è che vi sia verso la scienza un clima di fiducia diffusa, determinata dalla trasparenza dei mezzi e dei fini e dalla contemporanea certezza della libertà e della responsabilità. Sul piano etico, il fine fondamentale è quello di estendere le opportunità e le capacità di scelta delle persone nel quadro di una società che sia plurale ma non frantumata in comunità morali estranee le une alle altre. A questo può contribuire la riflessione della bioetica – che deve basarsi, più che sui divieti, su principî morali liberamente condivisi e su scopi orientati al benessere collettivo1.
La parola bioetica è stata usata per la prima volta nel 1971 nel titolo e nel testo del libro di Van Rensselaer Potter Bioethics: Bridge to the Future2. Sempre nel 1971, alla Georgetown University di Washington viene fondato, grazie a una donazione della famiglia Kennedy, il Joseph and Rose Kennedy Institute for the Study of Human Reproduction and Bioethics. Questo istituto ha dato un potente impulso alla strutturazione del nuovo campo di riflessione, anche attraverso la pubblicazione nel 1978 dell’ormai classica Encyclopedia of Bioethics3. Nell’introduzione, il curatore Warren Thomas Reich definisce la bioetica come lo «studio sistematico della condotta umana nell’area delle scienze della vita e della cura della salute, quando tale condotta viene esaminata alla luce dei valori e dei principî morali»4. Tale definizione ha mostrato però due limiti che si sono poi resi evidenti nello sviluppo della disciplina. Il primo è l’enfasi primaria sulla cura della salute umana, che indica la sua derivazione dalla deontologia medica, con cui per qualche tempo si è quasi identificata. L’altro è il riferimento unico alla biomedicina, come se altre scienze non avessero più o meno direttamente un analogo impatto sulla vita, e come se le condizioni sociali e i dilemmi della vita materiale (le relazioni fra uomo e donna, la nascita, la malattia, l’entrare biologicamente in rapporto con altri soggetti umani e con altre specie viventi, la conservazione o la distruzione dell’ambiente, la conoscenza del proprio corpo, la sofferenza e la morte) non avessero alcuna ricaduta sulla riflessione etica. Un riduzionismo teorico e disciplinare che dimentica come tutti questi temi siano inclusi a pieno titolo nella riflessione etica già a partire dalla filosofia greca5.
La bioetica, infine, è cresciuta in modo così ampio per la complessità dei problemi che affronta e per l’impegno di molti specialisti provenienti dalle file delle scienze naturali, della medicina, del diritto, dell’antropologia, della psicologia, della teologia, e naturalmente della filosofia. È cresciuta in modo da produrre anche una nuova figura, quella del bioeticista, come teorico e in certi casi come consigliere a latere, che lavora nelle istituzioni (per esempio negli ospedali o nei centri di ricerca) dove si compiono scelte pratiche che hanno implicazioni morali. Molti studiosi e operatori sono impegnati sui problemi della riproduzione umana (sessualità, sterilità e sterilizzazione, aborto, procreazione assistita, ecc.); altri sulla genetica e sulla possibilità di modificare il patrimonio genetico dell’uomo e di altre specie viventi; altri ancora sul rapporto uomo-ambiente e sulle relazioni interspecifiche; moltissimi (anche perché la bioetica ha nella deontologia medica una delle sue radici) sui temi della salute, della malattia e delle cure (relazioni medico-paziente, diritto a conoscere, ripartizione delle risorse sanitarie, etica della prevenzione, trapianti d’organo ecc.); e in ultimo sulla fine della vita umana (sopravvivenza artificiale, cure palliative e terminali, eutanasia ecc.).
Sul piano filosofico questi temi sono di estremo interesse, anche perché non si può più rispondere soltanto facendo appello a categorie morali e mentali già consolidate. In questi contesti la riflessione bioetica può aiutarci a capire meglio le relazioni fra la scienza, la vita e le scelte morali e dunque a decidere con maggiore consapevolezza, nonché a svolgere con maggiore accortezza le nostre attività personali e professionali. Grazie anche a queste riflessioni possiamo rilevare che essa si è impegnata a promuovere l’autonomia personale, e anche a stabilire che, in un mondo globalizzato che cambia sempre più rapidamente, devono riconoscersi molteplici concezioni etiche. Questo processo culturale può definire dunque una delle basi della libertà umana, ma al tempo stesso rendere matura l’esigenza di stimolare un senso comune sulle nuove problematiche etiche determinate dal progresso scientifico. Come scrive John Dewey, «dal momento che l’etica riguarda direttamente la natura umana, tutto ciò che si può conoscere della mente e del corpo umano in fisiologia, medicina, antropologia e psicologia è connesso con la ricerca morale»6.
Al tempo stesso, la riflessione della bioetica deve confrontarsi con diverse discipline che approfondiscono campi d’interesse reali e con situazioni nelle quali gli individui sono coinvolti non solo a un livello personale ma anche interpersonale. Proprio per questa sua apertura la bioetica può costituire una delle basi dell’etica pubblica, perché chiama in causa i principî, le priorità, le regole, le decisioni operative delle istituzioni, come pure la volontà e i comportamenti dei cittadini relativamente alle innovazioni prodotte dalla ricerca scientifica. Si tratta di un confronto con nuove opportunità che, come vedremo, tendono a ridefinire gli stessi concetti di vita e di morte. Tali opportunità, che fino a pochi decenni fa non esistevano, generano anche grandi responsabilità nelle scelte dei criteri morali da adottare per il loro utilizzo, che non può prescindere da un rapporto ineludibile con le esigenze di autonomia e di giustizia degli esseri umani.
Il tema della responsabilità nella duplice accezione sopra richiamata è anche alla base della distinzione tra «bioetica quotidiana» e «bioetica di frontiera», proposta da Giovanni Berlinguer7. Questa distinzione si basa sulla necessità di considerare che insieme ai temi che nascono in rapporto agli sviluppi più avanzati della biomedicina convivono quelle esperienze, spesso drammatiche, che interessano la vita delle persone. Esistono cioè aspetti delle questioni di cui si occupa la bioetica che permeano quotidianamente i comportamenti di ogni essere umano – spiega Berlinguer – e che meritano altrettanta attenzione: «il termine bioetica si riferisce, solitamente, ai problemi etici derivanti dalle scoperte e dalle applicazioni delle scienze biologiche. Queste hanno avuto uno straordinario sviluppo dalla seconda metà del nostro secolo, come la fisica aveva dominato la prima metà. La possibilità di conoscere e trasformare il patrimonio genetico delle specie viventi, di avere una sessualità senza procreazione ma anche una procreazione senza rapporti sessuali, di trapiantare organi, di prolungare artificialmente la vita, sono tutte acquisizioni recenti»8. Sul piano filosofico e spesso sul piano giuridico questi problemi sono di estremo interesse, anche perché ci costringono a elaborare nuove categorie interpretative e a liberarci dalle maglie strette del giusnaturalismo per il quale non ci sono libertà, ma regole a cui conformarsi o divieti assoluti. Nello stesso tempo però «vi sono anche altri campi già arati in passato, come la sperimentazione sugli animali e sull’uomo, come i diritti e i doveri di chi cura o previene le malattie (e di chi è oggetto/soggetto di tale impegno), come gli interventi umani sull’ambiente che influiscono sull’equilibrio delle specie viventi. In questi campi la novità non è assoluta, ma sta nelle dimensioni, nel numero delle persone o specie implicate come attori o come spettatori, come beneficiati o come vittime»9. Queste due prospettive sono però strettamente connesse e spesso interdipendenti, e questo può contribuire allo sviluppo coerente di un dibattito filosofico e più in generale culturale su questi temi10.
Si apre così una sfida culturale affascinante e controversa che, oltre a creare nuovi dilemmi morali, costringe a rimodellare l’insieme degli apparati concettuali che hanno dominato per lungo tempo il modo di definire il ragionamento morale. Ma quel che più conta nella prospettiva di questo libro è ciò che chiama in causa la dimensione politica e sociale, che deve essere proporzionale a quella delle libertà civili individuali. La risposta a queste istanze finisce con il determinare il tasso di effettiva democrazia di una società, laddove con democrazia non si intende soltanto il complesso delle norme e delle procedure che connotano lo Stato di diritto, ma l’effettiva garanzia dell’esercizio dei diritti di cittadinanza. Si tratta di cambiamenti che mettono alla prova la nostra capacità di elaborare «una più generale norma etica rivolta a privilegiare quelle soluzioni che migliorano le condizioni di vita per le persone umane rendendole più libere e capaci di scegliere autonomamente ciò che le rende più felici e ciò a cui legano il riconoscimento della loro propria, individuale, dignità»11.
Benché la bioetica non sia il solo ambito in cui si confrontano queste istanze di libertà e di partecipazione, è certamente uno dei più importanti, poiché coinvolge allo stesso tempo la sfera individuale e quella collettiva su un terreno, quello delle regole, dei benefici e dei rischi, in cui lo sviluppo delle conoscenze scientifiche e delle tecniche porta sempre nuovi interrogativi che non possono essere affrontati e risolti utilizzando meccanicamente regole e precetti. Nel dialogo eponimo di Platone, Menone chiede al suo maestro: «sapresti dirmi, Socrate: è insegnabile la virtù? O non è insegnabile, ma è frutto di esercizio? Oppure non è né frutto di esercizio né di scienza, ma per natura si viene formando negli uomini, o in altro modo?»12. La prima risposta di Socrate non è molto incoraggiante. Egli ironizza sull’abitudine invalsa tra i sapienti (come Gorgia) di rispondere senza timore e generosamente a qualsiasi forestiero che interroga, e aggiunge: «c’è proprio il rischio che io ti sembri un beato se mi ritieni capace di sapere se la virtù possa insegnarsi o si acquisisca in qualche modo; io! Che sono tanto lontano dal sapere se sia o no insegnabile, che neppure ho la minima idea di cosa sia virtù»13. Nel seguito del dialogo, Socrate suggerisce di «aver cura di noi e cercare chi, in qualche modo, possa renderci migliori»14, insiste sul fatto che «l’opinione vera (la scienza), relativamente alla rettitudine dell’azione, non dirige meno bene dell’intelligenza»15, e conclude che «la virtù non è per natura, né è oggetto di insegnamento, ma in coloro nei quali fiorisce virtù essa proviene per divina sorte»16.
Le argomentazioni e le incertezze di Menone si ritrovano quando affrontiamo alcune questioni cruciali del dibattito culturale e politico contemporaneo e in particolare quei nodi problematici scaturiti dalla crescente capacità di progettare, programmare, operare sul profilo biologico degli organismi viventi in tutte le sue fasi: nascita, sviluppo, morte. Questa autentica rivoluzione nel campo della ricerca biologica e medica ha imposto quale oggetto della riflessione etica il tema nodale di una libertà esistenziale dai contorni del tutto nuovi e spesso indefinibili e ha aperto nuovi spazi di riflessione all’etica applicata. La nascita della bioetica e il suo rapidissimo sviluppo non sono pertanto dissociabili da un rimescolamento di acquisizioni scientifiche, culture politiche, soggetti sociali che richiede la formulazione di una nuova moralità adeguata alle sfide e ai cambiamenti prodotti17.
La bioetica è sicuramente una disciplina strettamente collegata alla vita: per molti versi è un’etica della vita e proprio in questa sua caratterizzazione è possibile riscontrare uno dei suoi elementi di complessità. In particolare, è la forza della teoria darwiniana, che era nata con l’intento di fornire un modello di interpretazione alla varietà ed efficienza degli adattamenti animali, a costituire oramai un imprescindibile strumento teorico capace di offrire una visione unitaria e razionale dei sistemi viventi nella loro peculiarità, permettendo di interpretare con ottica nuova le differenze e le somiglianze tra i sistemi viventi. Dal momento che ogni specie è il risultato di modellamenti continui imposti dal processo di selezione naturale, sono esistite nel passato forme diverse da quelle attuali e da cui queste sono derivate, non nel senso che sono stati spiegati e provati tutti i «salti» del processo, quanto piuttosto che questi «salti» si sono mostrati inconsistenti. La specie umana è parte integrante di questo quadro nel quale il grado di somiglianza tra specie diverse è rivelatore della storia naturale degli organismi e quanto più due specie si assomigliano, tanto più recente deve essere stato il periodo in cui esse hanno avuto origine comune. Le nuove informazioni che ci vengono fornite quasi quotidianamente dalla ricerca scientifica confermano con dati sempre più robusti questa ipotesi e ci permettono, o meglio ci costringono, a rielaborare n...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Copyright
- Indice
- Introduzione
- Avvertenza
- I. Bioetica e ricerca scientifica
- II. Scienza, politica e cittadinanza
- III. Il diritto alla salute tra scienza, autonomia ed equità