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Il sogno di una nuova Grandeur

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Il sogno di una nuova Grandeur

Informazioni su questo libro

«Dopo la carismatica ascesa politica e l'avvio di una presidenza modellata sullo stile imperiale di De Gaulle – suo vero ispiratore –, Macron si è identificato con la verticalità del potere nella sua dimensione monocratica e tecnocratica. all'improvviso la sfida lanciata dai Gilets Jaunes ha offuscato l'atmosfera, costringendo lui e il suo governo in una posizione difensiva, tanto da fargli avvertire l'inadeguatezza dell'"assoluta solitudine del potere". la partita del suo futuro di leader politico, in Francia come in Europa, resta dunque drammaticamente aperta». Chi è veramente Emmanuel Macron? Questo prezioso libro ricostruisce la vicenda esemplare di un presidente «predestinato»: la formazione intellettuale, le precoci esperienze nel mondo degli affari, la lucida decisione di entrare in politica, la conquista di un ministero di prestigio, la speciale abilità nel percepire i tempi e i modi dello scontro, nel tessere e disfare alleanze. Fino alla decisione di giocare la propria partita da solo, contro tutti, ribaltando ogni pronostico e arrivando a farsi eleggere presidente, al secondo turno, da una larga maggioranza dei francesi. Il filo rosso di questa ascesa è costituito dalla capacità di stare sempre «sul crinale», da una voluta ambiguità nelle scelte di schieramento, sostenuta dalla forza di un modello ispiratore. È Charles de Gaulle – sostiene Coldagelli – la stella polare, il vero punto di riferimento di Macron. È lui ad avere inventato e costituzionalizzato per il presidente della Repubblica un potere «di eccezione» che il giovane emulo intende rilanciare, persino su scala europea. L'aspirazione è incarnare una nuova stagione di Grandeur. È un'ambizione grande, che vuole diventare una grande politica. Troppo grande?

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1. Stupor Galliae et mundi

Il 30 agosto 2016 Emmanuel Macron, ministro francese dell’Economia, dell’industria e del digitale ha comunicato le sue dimissioni al presidente della Repubblica François Hollande. Il motivo, non ancora ufficialmente dichiarato, del clamoroso gesto era comunque da tutti dato per certo, anche se da tutti giudicato incredibilmente audace: veniva attribuita al giovane ministro nientemeno che l’intenzione di presentare la propria candidatura alle elezioni presidenziali dell’anno successivo. Intenzione resa del resto palese anche dal fatto che nel precedente mese di aprile egli aveva fondato ad Amiens, sua città natale, un proprio movimento politico, chiamandolo significativamente En marche!1 Meno di due anni prima, neanche quarantenne e ancora pressoché sconosciuto dalla massa degli elettori francesi, era stato nominato a quell’alto incarico ministeriale, su indicazione del primo ministro Manuel Valls, dal presidente Hollande, il quale nel recente passato era rimasto per suo conto folgorato dalle molteplici qualità mostrate da Macron sia come proprio consigliere economico nel corso della campagna presidenziale del 2012, sia come segretario generale aggiunto dell’Eliseo nella prima parte del suo quinquennato presidenziale.
Macron aveva ben compreso la natura della crisi che la V Repubblica stava in quel momento attraversando: nelle tante interviste concesse in quei giorni non ha mai trascurato di sottolineare la capitale differenza che distingueva questa crisi da quella da cui essa aveva avuto origine. Nel suo giudizio sulla contemporaneità è sempre implicita la totale ammirazione per l’innovazione istituzionale monocratica imposta in Francia dal generale de Gaulle, senza però ignorare che essa era intervenuta nel pieno delle«Trente Glorieuses», negli anni del dopoguerra segnati da uno sviluppo economico ininterrotto, foriero d’una tendenziale piena occupazione2. Egli al contrario si è sempre sentito figlio d’un altro tempo; non ha conosciuto né le miserie della guerra, né i lunghi giorni esaltanti della Liberazione e della ricostruzione ed è cresciuto in uno scenario socio-politico di disoccupazione di massa e di precarietà diffusa, reso più problematico e angoscioso dai primi effetti del processo di globalizzazione.
Le sue considerazioni pubbliche e private sulla congiuntura politico-economica della Francia e sulla sua classe politica, che in questo periodo di imminente formalizzazione della candidatura si sono moltiplicate, sono improntate ad un giudizio profondamente negativo, ma fanno anche intravedere, proprio per la loro gravità, una possibile, grande occasione di rinnovamento. Con l’amico scrittore Philippe Besson, che dopo le sue dimissioni si era offerto di fare il libero «cronista» della sua «impossibile» impresa politica – cosa che effettivamente gli è stata subito concessa –, così ha manifestato il suo umore più intimo: «Attraversiamo un periodo assai grave. La decomposizione del capitalismo, la tensione demografica, un mutamento tecnologico di prima grandezza. Altro che il 1958, viviamo una sorta di Rinascimento. La nostra civiltà può scomparire, forse è già morta. Io sono forse come l’ultimo degli Aztechi che sta tirando le cuoia. I piccoli compromessi, le pratiche disciplinari, tutto questo non è più all’altezza della situazione. Preferisco impegnarmi, correndo il rischio di perdere. Se sbaglio, sarò espulso dal loro sistema. Ma non mi importa un accidente d’essere fuori dal loro sistema»3.
Il loro sistema: evidentemente Macron, nel suo linguaggio talvolta concitato e sempre assai sommario, ma vivo e diretto, si riferisce alla progressiva decadenza della V Repubblica dopo la scomparsa del Generale, ingenerata da una sempre maggiore perdita di rappresentatività sociale dei due schieramenti politici egemoni, la destra repubblicana e la socialdemocrazia, decadenza che però si è in realtà prolungata per ben mezzo secolo di alternanza politica al potere. È questo un punto di contraddizione su cui sarà ancora necessario soffermarsi più volte nel corso di questo saggio. L’originario sistema politico instaurato da de Gaulle nel 1958 e perfezionato nel 1962 si fondava sulla coniugazione dell’«effetto presidenziale» con l’«effetto maggioritario», poiché da un lato assumeva come proprio criterio legittimante la maggioranza presidenziale derivata dal suffragio universale e, dall’altro, trovava il presupposto della sua efficienza modernista nella stabilità politica assicurata dallo scrutinio elettorale uninominale a due turni. Lo stesso mito golliano della Grandeur in termini strettamente istituzionali si estrinsecava appunto nel rapporto diretto, continuo e rischioso del capo supremo dell’esecutivo con la fonte della sua legittimità, dunque anzitutto nella sua capacità di rassembler l’opinion nationale, al di là delle tradizionali contrapposizioni partitiche, intorno a un grand dessein, chiamando poi l’elettorato a trancher plebiscitariamente nei momenti gravi e difficili della sua attuazione. D’altra parte è vero che la pluridecennale «crisi della rappresentanza», che ha infuriato in tutto l’Occidente democratico, ha certamente logorato questo meccanismo istituzionale fino a rivelarne il clamoroso e improvviso disfacimento tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017 in occasione dei risultati delle primarie delle due formazioni politiche maggiori che per un momento hanno adombrato persino la fine della V Repubblica, come si vedrà.
Ora, ritengo che sia proprio in quel momento che Macron ha definitivamente maturato la convinzione che la propria candidatura, più che poggiare su più o meno seducenti proposte programmatiche, dovesse anzitutto affermare, come aveva fatto de Gaulle, la propria figura di uomo d’eccezione, capace di imporre, in «stato d’eccezione»4, la restaurazione di quella logica istituzionale che a suo tempo aveva dispiegato una pervasiva presa su gran parte dell’universo politico francese, generando profondi mutamenti non solo nel comportamento dei soggetti protagonisti, ma anche nell’approccio verso la politica d’una opinione pubblica profondamente disorientata. Una restaurazione quindi non fine a se stessa, ma assolutamente necessaria per affrontare le nuove sfide politiche del XXI secolo. De Gaulle, reputandosi naturale leader dell’unità nazionale, non si è mai riferito alla dicotomia classista destra-sinistra affermatasi in Francia sin dal 1848 e largamente riconosciuta poi, pur tra mille contraddittorie evenienze, come fondativo principio sociale della III e della IV Repubblica. Gli bastava un forte Partito comunista come catastrofica ma improbabile prospettiva alternativista – «tra i comunisti e noi, il nulla», aveva sentenziato icasticamente il suo aedo André Malraux – per rivendicare al proprio movimento una virtualità antipartitica obiettivamente unanimistica. Ma tra i tanti paradossi della V Repubblica c’è anche quello d’essere sopravvissuta al suo fondatore proprio perché da quel «nulla», dopo il ritiro del Generale, è immediatamente scaturito, in virtù della legge elettorale maggioritaria a due turni, un nuovo sistema partitico tendenzialmente bipolare in quanto fondato su stabili alleanze politiche e che, con le vittorie elettorali di Mitterrand del 1981 e del 1988, ha consentito la lunga sperimentazione, niente affatto scontata, della cruciale prova dell’alternanza politica al potere.
Nell’urgenza dell’avvicinarsi della tornata elettorale del 2017, Macron non era tanto interessato a rivangare con oggettiva precisione la storia della V Repubblica quanto ad esaltare la figura storica di de Gaulle che, dopo aver riscattato l’onore della Francia nel corso della guerra, nell’agitato dopoguerra era riuscito ad ottenere un larghissimo consenso popolare sulla sua svolta istituzionale che si è subito configurata come un presidenzialismo assoluto nonostante che la Costituzione del 1958 da lui stesso promossa, dovendo necessariamente passare attraverso la discussione e l’approvazione da parte del moribondo Parlamento della IV Repubblica investito della funzione costituente, avesse conservato, per evidenti motivi tattici, un’impostazione di fondo prevalentemente parlamentare, come ammesso a suo tempo anche dal suo principale estensore Michel Debré5. Nel libro-manifesto di Macron, Révolution, pubblicato a novembre in occasione dell’annuncio ufficiale della sua candidatura, i riferimenti a de Gaulle riguardano le prime sue due esperienze di capo dell’esecutivo, esercitate nel dopoguerra: la prima in quanto eroe della Liberazione come naturale capo del governo provvisorio (1945-1946), la seconda all’apice della rovinosa crisi algerina come ultimo presidente del Consiglio della IV Repubblica (1958). Nonostante le diversissime condizioni politiche generali, in entrambe secondo Macron de Gaulle ha sovranamente imposto il suo decisionismo6, tanto che, come dimostrano anche alcune recenti e innovative ricerche storiografiche che mi capiterà di citare tra poco, già allora il termine «République» è stato da lui impiegato in senso radicalmente diverso rispetto al suo uso corrente nelle quattro precedenti esperienze istituzionali formalmente repubblicane, nell’ambito delle quali il «potere personale» è sempre stato considerato come il più sicuro tratto distintivo d’ogni possibile degenerazione autoritaria7.
Per chiarire fino in fondo come questa concezione golliana del potere fosse ormai intrinseca alla sensibilità politica di Macron conviene citare un’intervista al giornalista Eric Fottorino del luglio 2015, una fra le tante concesse per allargare la sua recente notorietà ministeriale, ma anche una delle più note per la sincerità e la disinvoltura sia del tono che del contenuto. «La democrazia – dice Macron riferendosi evidentemente all’intera storia della Francia moderna – comporta sempre una forma di incompletezza, poiché non basta a se stessa. C’è nel processo democratico, nel suo funzionamento, un assente. Nella politica francese questo assente è la figura del Re, di cui penso che in fin dei conti il popolo francese non abbia voluto la morte. Il Terrore ha scavato un vuoto emotivo, immaginario, collettivo: il Re non è più al suo posto! Si è tentato in seguito di riempire quel vuoto, di metterci altre figure: penso in particolare a momenti come il napoleonico e il gollista. Per il resto del tempo la democrazia francese non è riuscita a riempire questo spazio. Lo si vede chiaramente dal continuo interrogarsi sulla figura presidenziale che dura dal ritiro del generale de Gaulle. Dopo di lui la normalizzazione della figura presidenziale ha ristabilito una sede vacante nel cuore della vita politica. Eppure, ciò che ci si aspetta dal presidente della Repubblica è che occupi questa funzione. Tutto si è poi costruito su questo malinteso»8.
La citazione merita ovviamente una adeguata interpretazione. Bisogna anzitutto ricordare che qui il termine «democrazia» viene storicamente usato nel senso più ampio possibile, a partire dall’originaria espressione di «governo rappresentativo» che nel pensiero politico moderno ha accompagnato la vittoriosa opposizione all’assolutismo monarchico così come accaduto tra i secoli XVII e XVIII in Inghilterra, in America e in Francia per poi dilagare nel XIX secolo in tutto l’Occidente. Ma in Inghilterra, a parte gli straordinari sconvolgimenti politico-istituzionali addirittura inframezzati dalla decapitazione di Carlo I, quella che viene propriamente chiamata Glorieuse Revolution non è stata in fondo che un mutamento dinastico (1688); e in America, a parte l’autoctono processo di formazione democratica delle colonie inglesi descritto da Alexis de Tocqueville9, lo scontro armato degli anni 1775-1783 più che una rivoluzione è stata una guerra di indipendenza. Solo con l’89 francese il termine «rivoluzione» ha assunto il suo significato pienamente moderno di rivolgimento di natura al contempo politica, culturale, economica e sociale, che ha dato luogo, anche attraverso ulteriori e violente discontinuità storiche, a diversi ordinamenti statuali, tutti debitamente consacrati da altrettante costituzioni scritte10, quasi alla ricerca sperimentale della migliore realizzazione d’un «governo rappresentativo» inteso sin dall’origine come definitiva alternativa all’Ancien Régime. Un processo che si è sviluppato dalle Lumières alla République absolue di fine Ottocento, alla cui narrazione François Furet ha dedicato una delle sue opere più suggestive11. Ma la democrazia su cui si sofferma in questo testo Macron è soprattutto quella della V Repubblica senza de Gaulle, il che comporta l’inconveniente storico della riduzione della sua felice esemplarità a poco più di un decennio12. La forza dell’iperpresidenzialismo di fatto imposto dal Generale ha continuato invece a dispiegarsi anche attraverso la sua versione «laicizzata», praticata sia da Pompidou che da Giscard d’Estaing, e soprattutto per il fatto di aver costretto Mitterrand, che nel 1971 aveva conquistato la leaders...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Copyright
  4. Indice
  5. 1. Stupor Galliae et mundi
  6. 2. Le ambiguità di un «predestinato»
  7. 3. Il ministro, il candidato e gli «otto turni» della vittoria elettorale
  8. 4. Dalla presidenza jupitérienne alla infinita crisi dei Gilets jaunes