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Autobiografia di una Repubblica
Informazioni su questo libro
Dove affonda le sue radici l'Italia di oggi? Viviamo in una fase di transizione, o si è delineato sotto i nostri occhi un approdo non effimero della vicenda repubblicana? E dove cercare le ragioni e le cause di questo approdo: in un astorico «carattere nazionale» o nel lungo confliggere di modi diversi di «essere italiani»? E più ancora, il consolidarsi della leadership di Silvio Berlusconi è il frutto di una eccezionale congiuntura o l'esito di quel lungo confliggere? Va attribuito solo alla crisi di un sistema politico, all'inadeguatezza delle altre proposte, alla potenza dei media, al fascino di un populismo di nuovo conio, o esprime culture e comportamenti che si sono largamente affermati in un lungo e contrastato processo? Guido Crainz cerca le risposte a queste e ad altre domande non in vizi plurisecolari del Paese ma nella storia concreta della Repubblica, muovendo dall'eredità del fascismo, dalla nascita della «repubblica dei partiti» e dagli anni della guerra fredda. L'analisi si sofferma soprattutto sulla «grande trasformazione» che ha inizio negli anni del «miracolo» e prosegue poi nei decenni successivi: con la sua forza dirompente, con le sue contraddizioni profonde, con le tensioni che innesca. In assenza di un governo reale di quella trasformazione, e nel fallimento dei progetti che tentavano di dare ad essa orientamento e regole, si delinea una «mutazione antropologica»destinata a durare. Essa non è scalfita dalle controtendenze pur presenti – di cui il '68 è fragile e contraddittoria espressione – e prende nuovo vigore negli anni ottanta, dopo il tunnel degli anni di piombo e il primo annuncio di una degenerazione profonda. «Mutazione antropologica» e crisi del «Palazzo» – per dirla con Pier Paolo Pasolini – vengono così a fondersi: in questo quadro esplode la crisi radicale dei primi anni novanta, di cui il tumultuoso affermarsi della Lega e l'esplosione di Tangentopoli sono solo un sintomo. Iniziò in quella fase un radicale interrogarsi sulle origini e la natura della crisi, presto interrotto dalle speranze in una salvifica «Seconda Repubblica»: speranze destinate a lasciare presto un retrogusto amaro. Non prese corpo allora un'alternativa credibile, capace di dare uno sbocco reale a tendenze ed energie pur presenti, di arginare le derive e di ravvivare responsabilità civili. Comprendere appieno questi processi e le loro conseguenze è condizione necessaria – sostiene Crainz – per misurarsi con un'Italia che è destinata a durare.
Guido Crainz, nato a Udine, è docente di Storia contemporanea nella Facoltà di Scienze della comunicazione dell'Università di Teramo. Per i tipi della Donzelli ha pubblicato: Padania. Il mondo dei braccianti dall'Ottocento alla fuga dalle campagne (1994, 2007); Storia del miracolo italiano (1997, 2003); Il paese mancato (2003); Il dolore e l'esilio. L'Istria e le memorie divise d'Europa (2005); L'ombra della guerra. Il 1945, l'Italia (2007);ha curato inoltre il volume di Enzo Forcella, Millecinquecento lettori. Confessioni di un giornalista politico (2004) e, con Raoul Pupo e Silvia Salvatici, Naufraghi della pace. Il 1945, i profughi e le memorie divise d'Europa(2008).
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Irish HistoryVII. I lunghi anni ottanta
L’incubo degli «anni di piombo» ha nel 1980 il suo culmine e al tempo stesso l’inizio di un rapido declino. Al terrorismo di sinistra si aggiunge in quell’anno l’ultimo sussulto di quello neofascista, con le ottantacinque vittime della strage alla stazione di Bologna e le otto persone uccise dai terroristi neri dei Nar: fra esse un sostituto procuratore, un diciannovenne agente di Ps, un liceale di sinistra ammazzato sotto gli occhi dei genitori immobilizzati e imbavagliati, e un tipografo del «Messaggero» ucciso, come altri, per errore.
A marzo i carabinieri del generale Dalla Chiesa1 fanno irruzione in un covo delle Br, sono uccisi quattro brigatisti. Scrive Eugenio Scalfari: appena abbiamo saputo che le vittime non erano giudici, agenti di polizia o persone comuni abbiamo provato «una specie di orribile sollievo […] l’uso selvaggio del terrore spegne nel cuore della gente ogni sentimento di pietà umana e cristiana»2. Fra i brigatisti uccisi vi è Lorenzo Betassa, a lungo delegato di reparto alla Fiat: uno dei sessanta dipendenti dell’azienda torinese che avevano scelto la lotta armata. Sul «fiume carsico che scorre fra il terrorismo e qualche frangia sindacale» richiamava l’attenzione Walter Tobagi, che al tempo stesso si interrogava sui drammi di un piccolo terrorismo diffuso che non risparmiava neppure «le oasi più serene di un Veneto ricco», neppure le «case di questa campagna splendida, che è tutta un fiorire di erbe e di "pissacane" gialli»3.
Walter Tobagi, una delle trenta vittime del terrorismo di sinistra del 1980: assieme a Vittorio Bachelet, a Guido Galli, a Girolamo Minervini, al generale dei carabinieri Enrico Galvaligi. Assieme ad agenti di polizia, a dirigenti d’azienda, a esponenti politici, ma anche a un giovane ucciso dai suoi compagni di Prima Linea per impedirgli di testimoniare, o a detenuti considerati spie e uccisi in carcere, come a Torino e a Cuneo. Frammenti di una ferocia senza più limiti. Il 1980 annuncia però la disfatta del terrorismo: è scandita dal rapido inseguirsi delle prime confessioni dei pentiti – da Patrizio Peci a Marco Barbone, da Roberto Sandalo a Michele Viscardi – e da arresti a valanga. Annuncia, al tempo stesso, un più ampio mutar di clima.
All’Università statale di Milano, ove era stato appena assassinato Guido Galli, ancora Walter Tobagi coglieva i segni di una trasformazione sotterranea e radicale. Residuali ormai i segni del passato, annotava, le pareti e le bacheche sono
page_no="128" un gigantesco supermarket di slogan e avvisi: c’è chi vende 4 boxers di razza, chi una chitarra con organetto elettrico. Reclamizzano l’ultimo disco di Edoardo Bennato, «Uffa uffa», e ti invitano al seminario sul «Vissuto corporeo». Non potrebbe immaginarsi un luogo più emblematico della diaspora culturale, della confusione di valori che aggredisce ogni giorno migliaia di giovani4.
Poco prima all’Università di Roma, all’indomani dell’assassinio di Vittorio Bachelet, anche Alfonso Madeo aveva colto un drastico mutamento.Vi è, annotava, il dilagare di una «quotidianità passiva», priva di ansie e valori: lontano ormai il rumore, aggiungeva, prevale il silenzio, prevale l’«impressione di […] una normalità consueta, alacre, ordinata. Ma è un silenzio che infastidisce, che comunica una sensazione di angoscia». Imbiancate le pareti delle aule e delle facoltà, e scomparse le scritte («nessuno se ne è risentito»), i crocchi politici sono stati sostituiti quasi per intero da «una fila di bancarelle proprio simili alle bancarelle che riempiono piazza Navona: poster, calendari, cinture, stuzzicadenti, bicchieri, corde, paralumi, cravatte, giacconi, dischi, cianfrusaglie»5.
Era il mutamento segnalato anche da un volume di quell’anno, Il trionfo del privato. L’ondata del ’68, annotava Galli della Loggia, era arrivata al suo acme nel 1975-76,
page_no="129" e ciò che ne seguì è noto […]. Sta di fatto che nel giro di appena due anni o poco più a qualsiasi osservatore l’atmosfera della società italiana appariva completamente mutata. Ogni fiducia nella possibilità di cambiamento spenta o agonizzante […], scematissimo o languente l’interesse per le ragioni dell’ideologia, vastissima l’insoddisfazione per gli uomini e gli istituti della vita politica, primi fra tutti i partiti. Insomma, quella che solo poco tempo prima era stata giudicata una delle società più politicizzate, o addirittura la più politicizzata dell’Occidente, sembrava esprimere ora un massiccio rifiuto della politica. Nel linguaggio sbrigativo e immaginoso della pubblicistica […] si è ormai convenuto di chiamare questa svolta repentina col nome variamente spregiativo di «riflusso»6.
Intuito da Enzo Forcella già alla fine del 19767, il «riflusso» si afferma con forza nel corso dei due anni successivi. È del 1978 (l’anno-incubo del rapimento di Moro) il trionfo de La febbre del sabato sera: il «travoltismo» – scrive Eugenio Scalfari – «attira i giovani molto più delle lotte.Il post-sessantotto è ormai un ricordo, neppure troppo gradevole»8. E Altri libertini, il romanzo d’esordio di Pier Vittorio Tondelli, pone al centro «un immediato che sembra non avere né passato né futuro»9. Il libro ha un grandissimo successo, mentre le prime pagine dei quotidiani sono invase dal «privato», vero o inventato che sia: dal cinquantenne che medita il suicidio per amore sino alla casalinga adultera di Cinisello Balsamo. Guida la corsa il «Corriere della Sera»: è una consapevole scelta editoriale, basata sull’analisi di quel che si muove nel paese10. Si intrecciavano in realtà due differenti processi: la perdita di fiducia nella possibilità di un cambiamento radicale e l’affiorare di tendenze meno recenti della società italiana. Sul primo versante i segnali erano venuti già molto prima, dietro l’apparente trionfare della «stagione dei movimenti»: alla «impossibilità della rivoluzione» allude Allonsanfàn dei fratelli Taviani, del 197411, e nello stesso anno un libro magistrale di Elsa Morante può essere letto anche come il rifiuto di un’astratta «grande storia»12. Sempre allora, il Fellini di Amarcord sembra cercare nel passato e nell’infanzia un senso, un significato che il presente ha smarrito: quel presente che ritroviamo nella parabola di Prova d’orchestra (1979)13, nel malinconico vaticinio di E la nave va (1983) o nella denuncia di una nuova e volgare realtà, che fa da sfondo a Ginger e Fred (1985). Una realtà da cui si può solo evadere, rifugiandosi nella fiaba e nel silenzio, come ne La voce della luna (1990).
La politica e l’impegno abbandonati per il divertimento, il corpo, la moda14. Ancor più spesso, forse, in vasti settori della società, la rafforzata adesione a modelli mai rinnegati o abbandonati: non contrastati ora da nulla e alimentati potentemente – come negli anni del «miracolo» – da nuove e straordinarie opportunità. I processi si intrecciano. Della «nuova religione del corpo» discutono nel 1980 antropologi, filosofi e teologi alla Cittadella cristiana d’Assisi, sino a poco prima luogo di discussioni sulla «violenza dei cristiani» o sulla «teologia della rivoluzione»15. Sempre nel 1980 a Venezia e in altre città esplode in forme totalmente nuove il Carnevale16, e sul «Corriere della Sera» Luigi Lombardi Satriani si interroga su ciò che quell’esplosione sembra talora nascondere: angoscia, inquietudine, disperato bisogno di fuggire da una cultura lugubre, che aveva segnato anche l’infittirsi dei suicidi o dei morti per eroina17. Si interroga, inoltre, sul comparire di diffusi fenomeni di violenza gratuita, distruttiva e anonima. Non stupisce allora la presa immediata, in controtendenza, del primo meeting di Rimini di Comunione e Liberazione, dedicato alla pace e ai diritti umani: l’integralismo di cui era intriso poteva apparire male secondario rispetto alla capacità di tenere in primo piano grandi temi18.
page_no="132" Messi al bando dal ’68, alla Mostra di Venezia ritornano i Leoni d’oro19 e negli atenei la goliardia20, mentre sulle spiagge italiane il topless ha le prime assoluzioni dei giudici. La battaglia contro l’«oscurantismo moralista e clericale» non aveva da tempo ragion d’essere: dilagava ormai, come Pasolini aveva ben visto, la «(falsa) tolleranza edonistica». E si giungerà sino all’elezione alla Camera di una pornodiva o agli spogliarelli televisivi di volonterose casal...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Introduzione
- Le inquietudini di una crisi
- Continuità ingannevoli…
- …e continuità intriganti
- Fra crollo del fascismo e nascita della Repubblica
- Gli anni della Ricostruzione e della «guerra fredda»
- Dalla «grande trasformazione» ai «funerali della Repubblica»
- I lunghi anni ottanta
- L'approdo
- Postfazione. Il paese reale