
- 192 pagine
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Informazioni su questo libro
«L'unificazione (come quasi tutti i grandi eventi storici) non era ineluttabile. Era un sogno e un progetto di certi movimenti politici che si concretizzò attraverso brusche accelerazioni, guerre, imprevedibili vittorie e repentini collassi. È una storia densa e drammatica quella che proverò in questo mio libro a raccontare». L'ingresso del Mezzogiorno nello Stato- nazione rappresenta il culmine del processo di unificazione. È proprio quell'evento, a ben vedere, il fulcro della celebrazione, e dell'anti-celebrazione revisionista, del centocinquantenario che si sta svolgendo sotto i nostri occhi. Salvatore Lupo – storico tra i più acuti e autorevoli – ragiona di quegli avvenimenti, e del mito che già allora si costruì intorno ad essi, nonché della rielaborazione della memoria che ne seguì di lì a un ventennio. Lupo adopera il termine «Risorgimento», perché è quello che ci è stato consegnato dalla tradizione, consapevole tuttavia che esso ha il difetto di occultare i forti elementi conflittuali che connotarono, e non necessariamente in senso negativo, il percorso unitario. Per restituire appieno la dimensione dei conflitti, il libro fa ricorso al termine «rivoluzione» (parola nobile e impegnativa), e insieme al suo opposto, «controrivoluzione»; o all'altro termine più inquietante, per la nostra coscienza e a maggior ragione per quella del tempo, di «guerra civile». Si trattò infatti di uno scontro politico e sociale, ma non solo: nell'Italia divisa del tempo, e soprattutto nel Mezzogiorno, si sovrapponevano e si contrapponevano diversi patriottismi, quello siciliano, napoletano, italiano. La vittoria dell'uno sull'altro e la sinergia tra l'uno e l'altro vanno ricondotte a precise circostanze politiche, e in particolare alla relazione tra un certo tipo di patria e un certo tipo di libertà. Queste complicazioni, in larga parte offuscate e rimosse nel lavorio di costruzione della nostra memoria, ci obbligano a ridefinire alcuni schemi interpretativi sul Risorgimento. Se intendono davvero fornire un contributo alla discussione pubblica, gli storici di oggi sono chiamati a restituire il senso – e i limiti – di quell'incontro ottocentesco tra patria e libertà.
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Informazioni
Argomento
StoriaCategoria
Storia mondialeIII. L’ombra della guerra civile
1. Briganti o guerriglieri?
Carmine Donatelli detto Crocco nasce a Rionero in Vulture da un piccolo affittuario e da una cardatrice di lana, si guadagna da vivere come pastore, parte soldato per la repressione della Sicilia insorta nel 1849, viene promosso caporale. Non so se impari a leggere e scrivere in quell’occasione o se già l’abbia fatto prima. In seguito diserta e si dedica alle rapine, viene imprigionato, evade giusto in tempo per incontrarsi di nuovo con la rivoluzione, quella lucana del 1860, cui stavolta offre il suo braccio. Imprigionato ed evaso ancora, torna a schierarsi sul versante borbonico1. All’inizio dell’aprile 1861 è pronto all’azione. Così ricorderà quel momento un quarantennio più tardi: «l’emblema una bandiera bianca con nastri azzurri; le armi fornite segretamente; i cavalli in parte requisiti e in parte avuti in dono. Comitati reazionari con arruolamenti segreti fornivano l’elemento uomo». Raccoglie circa 500 uomini, in maggioranza ex soldati, e man mano che conquista paesi, batte reparti della Guardia nazionale, consuma ruberie e uccisioni, si uniscono alla banda «contadini, pastori, cittadini di ogni età»2. A Melfi, i notabili ne approfittano per proclamare la restaurazione dell’Antico Regime. Crocco non riesce però a prendere la natia Rionero e due settimane più tardi, pressato dalla Guardia nazionale, preferisce sciogliere la gran parte del suo esercito rifugiandosi nei boschi con un nucleo di fedelissimi.
Pasquale Romano, figlio di un pastore di Gioia del Colle, ha imparato come sergente dell’esercito borbonico a leggere e scrivere. Tornato a casa dopo la disfatta, «pieno di boria nel soprabito da galantuomo», deve subire «i dileggi del partito vincitore e le implacabili ingiurie»3. Aderisce nel giugno 1861 a un Comitato borbonico, formato da borghesi e popolani, riconosciuto dalla corte a Roma, i cui affiliati giurano di riportare sul trono «Francesco II, Re per la grazia di Dio, difensore della religione e figlio amatissimo del nostro Santo Padre Pio IX […] e di abbattere il Lucifero infernale di Vittorio Emmanuele e i suoi seguaci»; e invitano altri ad aderirvi in vista di un prossimo «Vespero siciliano – Siamo vicini a una scannata di tutti questi Nazionali». Si moltiplicano le voci su incursioni dalla frontiera pontificia, su sbarchi russi o austriaci. Il 19 luglio il prefetto ordina l’arresto dei membri del comitato, ma Romano riesce a fuggire dandosi alla macchia, per poi assaltare il paese chiamando all’azione i legittimisti locali. Garibaldini, liberali, galantuomini sono massacrati al grido «Non c’è pietà né perdono», ma la Guardia nazionale cittadina resiste, e al termine di una giornata di combattimenti Romano finisce con il ritirarsi abbandonando gli insorti alla vendetta dei «nazionali» e delle truppe nel frattempo accorse. Un gran numero di persone (cinquanta? cento? centocinquanta?) è ucciso in conflitto o fucilato sul posto4. La banda di Romano nei mesi seguenti si manterrà in armi nelle campagne, talora contrastando le truppe, talaltra svaligiando masserie e spargendo il terrore. Il sergente comunque fa giurare fedeltà al re e alla Chiesa, e cerca di mantenere disciplinati i suoi.
I patrioti italiani di entrambi i partiti, moderati e democratici, affibbiarono la qualifica di briganti a Crocco, a Romano e agli altri che come loro insorsero tra la primavera e l’estate del 1861; lo avevano già fatto, d’altronde, per i protagonisti delle reazioni dei mesi precedenti. Crocco era in effetti in partenza un criminale, Romano no. Non c’è dubbio che gli insorti perpetrarono innumerevoli stupri, saccheggi, omicidi, estorsioni. Molti di essi avevano però anche, palesemente, motivazioni di tipo politico non riducibili ai finanziamenti elargiti dalla corte borbonica in esilio o comunque alle sue «trame», da cui i liberali erano ossessionati. Anche osservatori di parte liberale moderata, e di origine settentrionale, convennero che motivazione criminale e motivazione politica erano compatibili in quel tipo di «guerra civile»5. Sessant’anni dopo Croce avrebbe scritto che quei briganti pensavano come legali i crimini commessi «nel nome del re, della religione, della patria, contro i ribelli al trono, i miscredenti, gli stranieri»6. Concetto semplice ma realistico. Parole chiave: religione, rivolta, criminalità, guerra civile, odio per lo straniero, amore per la patria (napoletana).
Le stesse parole chiave possono essere riferite al patriottismo siciliano, laddove abbiamo casi analoghi di sovrapposizione tra aspetti criminali e aspetti ideologici. Fecero invece la differenza da un lato la questione del costituzionalismo, dall’altro quella del re «nazionale». In Sicilia era diffusa negli ambienti borghesi o aristocratici, nel clero, e tra i ceti popolari, un’idea di costituzione che rielaborava (in forma più o meno mitizzata) quella di Antico Regime, con la conseguenza che la monarchia accentratrice borbonica appariva ai più straniera e nemica. Il Mezzogiorno continentale coltivava un’idea di Antico Regime nella quale le costituzioni venivano viste come strumento della dittatura dei proprietari e il re figurava da difensore delle plebi. Per quanto non mancassero i sacerdoti sul versante liberale, in molti casi si ripropose l’antica alleanza fra il trono, l’altare, e il buon popolo di Dio. Abbiamo episodi di polarizzazione sociale evidente: cafoni contro galantuomini. Questo conflitto sociale non può comunque essere disgiunto da quello politico – errore a lungo commesso dalla storiografia ivi compresa quella di ispirazione marxisteggiante, a partire dallo studio pionieristico di Franco Molfese7. Il conflitto non esclude poi che anche nelle province «napoletane» abbiano funzionato reticoli interclassisti, sia sul versante rivoluzionario che su quello contro-rivoluzionario.
Ragionando in termini politici, emergono nella stessa parte continentale differenze interne, che peraltro già abbiamo percepito seguendo l’avanzata garibaldina. Le camicie rosse avevano trovato molti sostegni in Calabria, in ambienti proprietari ma anche in ambienti popolari: regione in cui (non a caso, forse) non si ebbe poi brigantaggio politico. Erano entrate facilmente in una Napoli dove l’ideale legittimista dinastico e quello patriottico «napoletano» non riscuotevano ormai gran credito (che paradosso) persino tra i lazzaroni, che tanto si erano a entrambi ispirati nel ’99 e ancora nel ’48. Napoli sarebbe rimasta a lungo una roccaforte garibaldina. In Lucania, invece, al primo atto rivoluzionario del 1860 si contrappose un secondo atto contro-rivoluzionario nel 1861. Quanto alle «plebi» contadine e provinciali dell’Irpinia e dell’Abruzzo, le vediamo in campo prevalentemente a favore dell’antica causa. Non è facile spiegare questa dialettica regionale. Anche qui, ci vorrebbero comparazioni approfondite tra i casi locali.
Prendiamo però il più recente studio di Andrea Sangiovanni sulle reazioni e le guerriglie brigantesche in Abruzzo, nel quale vediamo comitati borbonici guidati da nobili e borghesi che nei centri urbani reggono le fila della cospirazione, e patenti regie per l’organizzazione della guerriglia che sono conservate insieme a bandi di arruolamento antifrancese del 1799; e stendardi raffiguranti la regina benedetta dalla Madonna mentre calpesta la croce dei Savoia, e giuramenti, canzoni di lotta, coccarde appuntate sul petto, baffi «borbonici» ostentati in contrapposizione alle barbe «italiane»8. Insomma, gli aspetti politici e anche ideologici sono pienamente evidenti. Le invasioni dei paesi da parte delle bande corrispondono a un’idea di restaurazione del potere legittimo, con tanto di messa solenne ed esposizione delle immagini dei reali, laddove stragi e saccheggi sanciscono la vendetta del popolo basso sui galantuomini traditori ad esclusione di quelli fedeli. Persino le estorsioni sono espresse in un linguaggio «di partito», come nel caso di quel brigante che pretende il sostegno economico dei possidenti borbonici: «come fanno tutti i Nazionali che agiutino il loro partito così voi dobbiato agiutare a noi che diffindiamo a voi e allo nostro Re e tutti i nostri partito»9.
Dodici anni più tardi Leopoldo Franchetti, nel corso del suo viaggio-inchiesta nel Mezzogiorno continentale, troverà proprio in Abruzzo la più forte memoria del carattere politico di quel sommovimento collettivo: «quando i briganti erano politici – gli spiegheranno i suoi interlocutori – i contadini simpatizzavano», fossero nullatenenti o anche proprietari, e partecipavano alla strage dei liberali ora ricordata con orrore dai galantuomini (a Castiglione «il pretore per non essere preso si uccise col revolver, una delle figlie del sindaco fu uccisa tagliandole una poppa»), così come le fucilazioni sono ricordate con terrore dai contadini. A coltivare particolarmente nei paesi la nostalgia per il caduto regime sono le ex guardie urbane10.
Questo è in effetti un dato importante nel 1860-61: nello sfascio dello Stato borbonico, i capi della Guardia urbana restano fedeli alla dinastia come molti sottufficiali dell’esercito e molti soldati. Sono questi ad alimentare la reazione anche per gli scriteriati tentativi di arruolarli a forza nel nuovo esercito italiano. Già nel momento dello sbandamento dell’esercito borbonico in Calabria i garibaldini sono rimasti sconcertati di fronte all’ostinato rifiuto dei soldati napoletani di unirsi a loro; e così della loro rinnovata capacità combattiva sul Volturno. Alla fine del 1860, un patriota milanese chiede ad alcuni di loro, detenuti nel castello cittadino, perché mai si rifiutino di giurare fedeltà all’Italia, e ne riceve una risposta politicamente lineare:
Noi non siamo stati fatti prigionieri da Gallubarde! Abbiamo abbassato le armi, perché Gallubarde ci disse di non spargere il sangue dei nostri fratelli, e ci promise che ci avrebbe mandati a casa. […] Ora ci vogliono far giurare per lo nuovo re. Ma come giurare due volte? C’è un Dio solo, e un re solo. Il nostro è ancora a Gaeta11.
Perplessità patriottica milanese: «comprammo del tabacco, uscimmo di là e pensammo alla stranezza di una tale situazione […]. Quella cioè di prigionieri di guerra che non sono prigionieri […] e di soldati italiani che non sono soldati italiani»12. Noi capiamo di essere nel centro della contraddizione tra guerra patriottica, rivoluzione, contro-rivoluzione, guerra civile. Segnaliamo anche l’incongruenza: viene sollecitato l’arruolamento dei borbonici mentre si scioglie l’esercito meridionale garibaldino, che di certo dà qualche maggior garanzia alla causa unitaria – però non a quella del moderatismo cavouriano.
Tornati a casa dopo la catastrofe privi di mezzi di sostentamento, i militari borbonici continuano a girare in uniforme, disprezzati dai liberali e perseguitati dalla polizia: sono loro che «seducono» i contadini, e che talvolta troviamo impegnati in polemiche con i maggiorenti della Guardia nazionale, laddove accusano il nuovo governo di voler imporre nuove tasse e difendono il re vero dalle «calunnie» avversarie. Poi riprendono le armi. Sentiamo come sintetizza la propria esperienza il brigante lucano Pasquale Cavalcante: «Ero sergente di Francesco II, e ritornato a casa come sbandato, mi si tolse il bonetto, mi si lacerò l’uniforme, mi si sputò sul viso […] onde accecato dalla rabbia e dalla vergogna non vidi altra via di vendetta che quella dei boschi»13.
2. La guerra non è finita.
Cavour morì all’improvviso il 6 giugno del 1861, e lasciò un grande vuoto. Si dice che in punto di morte avesse raccomandato di non ricorrere allo stato d’assedio nel Mezzogiorno. Se davvero lo fece, fu coerente, perché un simile sviluppo avrebbe sconfessato le politiche della Luogotenenza, intese a normalizzare, a escludere i rivoluzionari e a includere i moderati quand’anche ex borbonici, ansiose di entrare nella dimensione del dopoguerra; tanto che a presidiare il Mezzogiorno continentale furono lasciate poche forze dopo la presa di Gaeta, appena 15 000 soldati. Invece, come abbiamo visto, la guerra non era finita e si stava trasformando in guerriglia. Tornarono in auge soluzioni come quelle proposte nel gennaio dal generale Ferdinando Pinelli: un super-comando militare con «poteri straordinari», che rispondesse soltanto al governo14. Il nuovo governo Ricasoli dovette accettare una soluzione analoga mandando a Napoli un personaggio di primissimo piano del nuovo establishment militare come il generale Enrico Cialdini (luglio 1861), contemporaneamente attribuendogli la carica di luogotenente e di comandante del sesto corpo d’armata.
Ci si poteva aspettare da Cialdini un significativo mutamento di rotta e così fu. Prese misure repressive nei confronti dei membri dell’alto clero e della classe dirigente borbonica, molti dei quali fuggirono all’estero. Reclutò garibaldini nella Guardia nazionale, per incrementarne la consistenza e le capacità combattive. A questa scelta «tecnica» si accompagnarono prudenti aperture verso i democratici; le quali provocarono, puntualmente, le dimissioni di Spaventa che si era troppo profondamente identificato con il vecchio corso. I militari percepivano le contraddizioni e l’isolamento del governo moderato del Mezzogiorno. Avevano sentito Farini equiparare i napoletani agli africani e Minghetti chiedere per loro una «medicina soldatesca». Non riconoscevano legittimità politica ai borbonici fautori di un’altra patria che non fosse quella italiana e soprattutto non ne riconoscevano alla rivolta della plebe – non essendo in vista un altro Cuoco, in grado di spiegare problemi di questa natura. Ai loro occhi la situazione dimostrava la natura barbara del Mezzogiorno, da rendersi in forma di questione «etnica» e magari anche «sociale»15. Ebbero a disposizione rinforzi molto limitati, e anche per questo adottarono mezzi draconiani, analoghi a quelli indicati già nell’inverno 1860-61 dal generale Enrico Morozzo della Rocca ai subordinati: «non si perda tempo a far prigionieri, affinché si sappia da quei briganti che arruolandosi per venire negli Abruzzi si condannano a quasi certa morte»16.
Nel luglio, i fatti più drammatici avvennero in Irpinia. Un distaccamento di guardie nazionali e soldati fu massacrato pres...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Copyright
- Introduzione
- I. Rivoluzione garibaldina e siciliana
- II. Nascita di una nazione
- III. L’ombra della guerra civile
- IV. Vent’anni dopo. Frammenti
- Indice