Cape Cod
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Cape Cod

Un luogo dell'anima americana

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Cape Cod

Un luogo dell'anima americana

Informazioni su questo libro

Tra il 1849 e il 1855 Thoreau fece tre viaggi attraverso la penisola del Massachusetts e, come sempre, annotò ogni cosa nei suoi diari. Poi, per qualche anno, se ne andò in giro a raccontare luoghi e uomini di quell'esile lingua di sabbia in bilico sull'Atlantico che è Cape Cod, in una serie di conferenze rimaste memorabili per fascinazione e humour. Da queste esperienze, in cammino lungo il braccio di terra che protegge la baia, nasce il volume dedicato a Cape Cod, qui presentato nella traduzione di Riccardo Duranti e arricchito dai suggestivi dipinti di un insuperato maestro dell'arte americana, Edward Hopper. Dalle solitudini dell'oceano a quelle sabbiose dei deserti interni, dai resti dei ricorrenti e leggendari naufragi ai villaggi rimasti arroccati all'epoca dei Padri Pellegrini, le pagine di Thoreau, sostenute da una prosa fluida, brillante e spesso impietosa, passano rapidamente dallo stile del diario a quello polemico, dalla storia naturale alla satira, dalla riflessione esistenziale alla parodia. La sublime bellezza dell'oceano e la titanica indifferenza della natura di fronte all'affannoso agire umano suscitano in Thoreau ammirazione e al contempo sconcerto, e danno vita a un repertorio di meditazioni di straordinaria potenza evocativa. Mare, salsedine, vento, fari, barche di pescatori, cetacei spiaggiati: non c'è aspetto della penisola che Thoreau non abbia passato al setaccio, come i granelli di sabbia che gli «riempivano le scarpe». Quel braccio di terra nudo e piegato, esposto alla voracità dell'oceano e delle correnti, è dunque una sorta di avamposto da cui osservare l'America gettando lo sguardo al di là di essa.

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Informazioni

Anno
2016
eBook ISBN
9788868435424

X. Provincetown

Il mattino dopo, sul presto, sono entrato in una pescheria non lontana dal nostro albergo dove tre o quattro uomini erano impegnati a portar fuori carriole piene di pesci sotto sale per spargerli a seccare. Mi hanno detto che una nave era appena rientrata dai Great Banks con quarantaquattromila merluzzi. Timothy Dwight racconta che, subito prima di arrivare a Provincetown, «una goletta è tornata dai Great Banks con cinquantaseimila pesci, quasi millecinquecento quintali, catturati in una sola uscita; al ritorno, il ponte principale era sotto otto pollici d’acqua in regime di calma». I merluzzi di questa pescheria, appena usciti dalla salamoia, erano impilati in cataste alte diversi piedi e tre o quattro uomini erano lì sopra in stivali di cuoio e li caricavano sulle carriole con un attrezzo dalla punta in ferro. Un giovanotto che masticava tabacco ha sputato diverse volte sul pesce. Be’, caro mio, ho pensato tra me e me, quando quel signore più anziano se ne accorgerà te ne dirà quattro. Ma subito dopo ho visto il più anziano fare esattamente la stessa cosa. Mi ha fatto venire in mente i fichi di Smirne. «Quanto ci vuole per seccare questi pesci?», ho chiesto.
«Due bei giorni secchi, signore», è stata la risposta.
Ho attraversato la strada per tornare in albergo e fare colazione e il mio ospite mi ha chiesto se preferivo «pasticcio di pesce o fagioli». Ho preso i fagioli, anche se non sono mai stati il mio piatto preferito. L’estate successiva ho scoperto che questa era ancora l’unica alternativa offerta e che il padrone perfezionava ancora le variazioni su queste due parole. Nel primo piatto, il pesce faceva la parte del leone. Man mano che si viaggia verso l’entroterra, le patate tendono a predominare. Il caso ha voluto che non riuscissi ad assaggiare nessun tipo di pesce fresco nel mio soggiorno sul Capo e mi hanno assicurato che in effetti qui non è tanto usato come nell’entroterra. Qui è dove si ha cura di seccare il pesce e quindi, a volte, si ha anche cura di seccare il visitatore non offrendogli il pesce fresco. A Provincetown non si macella neanche carne fresca e la poca che viene consumata nei locali pubblici è importata da Boston con le navi a vapore.
Parecchie delle case qui erano circondate da graticci per seccare il pesce fin quasi ad arrivare ai davanzali delle finestre, con solo uno stretto vialetto largo due o tre piedi che conduceva alla porta d’ingresso; cosicché, invece di affacciarsi su aiuole di fiori o erbose, dalla finestra si vedevano solo diverse pertiche quadrate di merluzzi rovesciati. Si diceva che queste aiuole somigliavano men che mai a un giardino fiorito nelle giornate molto secche di mezz’estate. C’erano graticci di ogni epoca e di ogni forma, alcuni dei quali così arrugginiti e ricoperti di licheni che sembravano essere stati adoperati dai fondatori degli stabilimenti locali di trattamento del pesce. Alcuni erano crollati sotto il peso dei raccolti successivi. L’occupazione principale degli abitanti del posto in questo periodo sembrava essere quella di portare fuori il pesce e spargerlo a seccare al mattino e di riportarlo dentro la sera. Ho notato che molti sfaticati che per caso erano usciti presto la mattina ottenevano l’incarico di scarriolare fuori il pesce dai vicini di casa ansiosi di trarre il massimo vantaggio da una bella giornata. È così che ho appreso, dunque, da dove vengono i pezzi di baccalà. Se ne stavano supini tutt’intorno, con le clavicole in fuori come i baveri di una giacca da marinaio, invitando qualsiasi cosa a venire a posarsi sul loro petto; e gran parte delle cose, con pochissime eccezioni, sembravano accettare l’invito. A questo proposito, secondo me, se si avvolgesse un grosso pezzo di baccalà intorno a un ragazzino, lo si doterebbe di una giacca di tal foggia come ne ho visti parecchi indossare in giro. Cataste di baccalà erano ammucchiate sui moli come legna da ardere, aceri e betulle gialle non scortecciate. Davvero all’inizio le ho scambiate per legna e in un certo senso quello erano – combustibile per alimentare i nostri fuochi vitali –, legna che viene dai boschi dei Great Banks. Alcune cataste avevano la forma di enormi vasi da fiori, dato che il baccalà era impilato in piccoli cerchi con le code in fuori, ogni cerchio progressivamente più grande fin quando la catasta era alta tre o quattro piedi, quindi i cerchi si facevano via via più piccoli e formavano così un tetto conico. Sulle coste del New Brunswick queste cataste vengono ricoperte con corteccia di betulla e poi ci piazzano sopra dei sassi, così sono rese impermeabili alla pioggia e vengono lasciate a stagionare prima di essere impacchettate per l’esportazione.
Corre voce che in autunno qui alle mucche talvolta diano da mangiare teste di merluzzo! La parte divina del merluzzo, che, come la controparte umana, è congegnata in maniera singolare e meravigliosa – in verità contiene appena poco meno cervello – che fa una fine del genere! Essere maciullata sotto i denti di una mucca! Mi sono sentito il cranio scricchiolare per solidarietà. E se anche le teste umane fossero spiccate dal corpo per essere date come foraggio alle mucche di un ordine superiore di esseri che abitano le isole dell’etere? Ecco che il nostro bel cervello, la dimora del pensiero e dell’istinto, se ne va a rimpolpare il bolo di un ruminante! Tuttavia un abitante del posto mi ha assicurato che quella di dar da mangiare teste di merluzzo alle mucche non è una pratica comune; capita solo che ogni tanto le mucche se le mangino; però si può vivere un’intera vita e non vedere mai succedere una cosa del genere. Una mucca bisognosa di sale a volte può anche leccare le parti soffici di un merluzzo sui graticci. Per me questa è la base di tutte le fole imbastite su questa storia che puzza di pesce.
Sono ormai migliaia di anni che viaggiatori hanno riferito sempre questa storia, a volte vera e propria calunnia, e Greci e Latini l’hanno ripetuta, e cioè che questo o quel popolo dà da mangiare al bestiame, buoi, cavalli o pecore, pesce, come si legge in Eliano e Plinio; ma nei diari di Nearco, che era l’ammiraglio di Alessandro e fece un viaggio dall’Indo all’Eufrate trecentoventisei anni prima di Cristo, si dice che gli abitanti di una parte della costa intermedia, che chiamava Ittiofagi, ovvero mangiatori di pesce, non solo mangiavano il pesce crudo, ma addirittura lo seccavano e lo pestavano usando vertebre di balena come mortai fino a ridurlo in una pasta e poi lo davano anche da mangiare al bestiame perché sulla loro costa non cresceva erba; alcuni viaggiatori moderni – Barbosa, Niebuhr e altri – forniscono resoconti analoghi. Per cui, tenendo conto di tutte le testimonianze, nutro ancora dubbi sulle mucche di Provincetown. Quanto agli altri animali domestici, il capitano King, nel suo seguito del Diario del capitano Cook del 1779, riferisce dei cani della Kamchatka: «In inverno il loro cibo consiste tutto nelle teste, interiora e lische di salmone che vengono messe da parte e seccate proprio a questo scopo; e con questa dieta vengono nutriti in maniera parca» (Cook’s Journal, vol. VII, p. 315).
Dato che stiamo parlando di storie che puzzano di pesce, lasciatemi inserire quello che dice Plinio e cioè che «i comandanti della flotta di Alessandro Magno hanno raccontato che i Gedrosi che abitano sulle rive del fiume Arabis hanno l’abitudine di costruire le porte delle case con le mascelle dei pesci e di fare l’armatura dei tetti con le loro ossa». Strabone dice la stessa cosa degli Ittiofagi. «Hardouin osserva che i baschi dei suoi tempi avevano l’abitudine di costruire i recinti dei loro giardini con le costole delle balene, che a volte sono più lunghe di venti piedi; e Cuvier dice che anche al giorno d’oggi la mascella delle balene è usata in Norvegia come architrave oppure come sostegno negli edifici» (Plinio, edito e tradotto da Bohn, vol. II, p. 361). Erodoto racconta che gli abitanti del lago Prasias in Tracia (che vivono lì su palafitte) «usano il pesce come foraggio per i cavalli e altre bestie da soma».
Provincetown sembrava quella che si dice una città fiorente. Alcuni abitanti mi hanno chiesto se non avevo l’impressione che loro in generale se la passassero bene. Ho risposto di sì e ho chiesto quanti ospiti aveva il locale ospizio per i poveri: «Oh, solo uno o due, malati o dementi», mi hanno risposto. L’aspetto esteriore delle case e delle botteghe suggeriva una povertà che poi era smentita dalle comodità interne o addirittura dal lusso. Nel giorno di festa si poteva incontrare una signora elegantemente vestita che attraversava le dune di sabbia di ritorno dalla chiesa, diretta verso case che non sembravano certo adatte a riceverla, eppure senza dubbio l’interno della casa doveva riflettere l’aspetto esteriore della signora. Quanto all’aspetto interiore degli abitanti, ne sono ancora all’oscuro. Ho avuto qualche scambio di parole con alcuni di loro incontrati per strada e sono stato spesso gradevolmente deluso dallo scoprire l’intelligenza in esemplari talmente rozzi che potrebbero anche essere considerati per nulla promettenti. Anzi, l’estate successiva mi sono azzardato a fare visita a un cittadino locale che mi aveva appositamente invitato. L’ho trovato seduto sulla soglia della porta di casa, una sera di un giorno festivo, pronto a ricevermi; ma, sfortunatamente per la sua reputazione di uomo ospitale, davanti al suo cancelletto era tesa una ragnatela rotonda delle più grandi ed era ancora intatta. La cosa mi è parsa talmente di malaugurio che mi sono spostato e sono entrato dalla porta sul retro.
Il mattino di questo lunedì era meravigliosamente mite e tranquillo, sia sulla terra che sul mare, e prometteva di farci attraversare la Baia senza incontrare difficoltà; i pescatori temevano però che non fosse un giorno molto buono per seccare il pesce, come quello freddo e ventoso che l’aveva preceduto. Non avrebbe potuto esserci un contrasto maggiore. Questo era il primo giorno della nostra estate di San Martino, anche se in tarda mattinata avevamo trovato le pozze d’acqua nella sabbia dietro la città ancora coperte del ghiaccio che si era formato nel corso della notte. Sarà stato il vento e il sole, ma il fatto è che la mia fisionomia principale ha gettato la sua spoglia. Ma vi posso assicurare che ci vogliono più di un paio di giornate buone per seccare il pesce per curarmi del mio vagabondare. Dopo aver fatto un’escursione tra le alture intorno alla palude Shank-Painter (tingi-stinchi), e aver assecondato un po’ le richieste di quel posto, ci siamo seduti sulla duna più alta che dominava la città, a mezz’aria, su un’asse appoggiata tra due montagnole di sabbia, dove c’erano dei ragazzi che tentavano invano di far volare un aquilone; e lì siamo rimasti per il resto della tarda mattinata a contemplare il placido porto, cercando di vedere per primi il vapore che arrivava da Wellfleet, in modo da essere pronti a salire a bordo appena ne avessimo sentito il fischio al largo di Long Point.
Nel frattempo abbiamo cercato di sapere il più possibile dai ragazzi. I ragazzi di Provincetown naturalmente sono tutti marinai e hanno gli occhi da marinai. Quando siamo stati al faro di Highland l’estate scorsa, a sette od otto miglia di distanza dal porto di Provincetown, e volevamo sapere una domenica mattina se era arrivato da Boston l’Olata, un panfilo famoso, in modo da poterlo prendere per fare il viaggio di ritorno, un ragazzino del posto, di circa dieci anni, che per caso era seduto al nostro tavolo, ha detto che sì, era arrivato. Gli ho chiesto come faceva a saperlo. «L’ho appena visto entrare in porto», ha risposto lui. Quando ho espresso la mia sorpresa per il fatto che lui potesse distinguerlo dalle altre navi da così lontano, mi ha detto che non c’erano poi tante golette con due controrande in giro che gli potessero impedire di riconoscerlo. Nel suo discorso di Barnstable, Palfrey ha detto che «un’anatra non si getta in acqua con un istinto più sicuro di un ragazzo di Barnstable [e avrebbe potuto benissimo dire di un ragazzo di Cape Cod]. E se salta dalle dande alle sartie finisce dritto dal grembo materno alla coffa. Nei suoi soliloqui infantili già elenca in ordine i 32 punti cardinali. Ed è capace di ammainare, terzarolare e governare appena è in grado di far volare un aquilone».
Era proprio la giornata che si sarebbe scelta per sedersi a riflettere su un’altura che domina il mare e la terra. La flottiglia di pescherecci a caccia di maccarelli stava rapidamente salpando, un battello dopo l’altro, pronti a doppiare il Capo come uccelli marini che lasciano i nidi al mattino per disperdersi nei campi lontani. I tetti dei capannoni delle saline, così simili a gusci di tartaruga, affollavano ogni angolino tra le dune immediatamente dietro la città e le pale dei loro mulini a vento, ora ferme, erano allineate lungo tutta la costa. Valeva la pena osservare grazie a quale semplice operazione chimica viene ricavata questa quasi necessità della vita, con il sole come bracciante e un solo apprendista che svolge tutti i compiti per un grande stabilimento. È una specie di lavoro tropicale, eseguito anche nella stagione più assolata; più interessante della ricerca dell’oro o dei diamanti, che, immagino, vista a distanza, somigli molto a questa. Nella produzione delle cose necessarie alla vita la Natura è abbastanza disposta ad aiutare l’uomo. Così succede, per esempio, negli stabilimenti per l’estrazione della potassa che ho visitato a Hull, dove bruciano le alghe e ne fanno bollire le ceneri. In effetti, la chimica non è che sia uno spaccare il capello se solo si hanno una mezza dozzina di rozzi irlandesi nel laboratorio. Si dice che, a causa del riflesso del sole sulle dune sabbiose, lo stesso numero di piedi quadrati di superficie produce più sale qui che in qualsiasi altra parte della contea. Un po’ di pioggia è considerata necessaria per purificare l’aria e rendere il sale solido e buono, perché, come la vernice non si asciuga, così l’acqua non evapora del tutto nelle giornate canicolari. Però anche qui, come in altre parti del Capo, stavano smantellando gli impianti delle saline per rivenderne il materiale come legname.
Da quell’altezza potevamo supervisionare le attività degli abitanti quasi completamente, come se i tetti fossero stati rimossi. Essi erano impegnati a coprire i graticci di giunchi intrecciati che circondavano le case con i pesci salati e ci siamo resi conto ora che il retro delle case era adibito a questa funzione tanto quanto il davanti; dove finiva il baccalà di uno, cominciava quello dell’altro. In quasi ogni cortile abbiamo individuato un piccolo edificio dall’interno del quale questi tesori venivano trasportati fuori e sparsi sistematicamente al sole e abbiamo osservato che c’era un’arte oltre che un’abilità particolare perfino nello stendere il pesce e che con profitto si procedeva a un’opportuna divisione del lavoro. Un tizio ritirava i propri pesci qualche pollice fuori portata dal muso della mucca del vicino che aveva allungato il collo oltre il recinto per cercare di arrivarci. Pareva un’attività molto domestica, come stendere i panni, e in realtà in certe parti della contea partecipavano anche le donne.
In diverse zone del Capo ho notato che usano una sorta di graticcio per i panni. Stendono ramaglia sul terreno, la recintano e poi ci sistemano su i vestiti ad asciugare, per isolarli dalla sabbia. Questo è il sistema di asciugatura di Cape Cod.
Qui il grande nemico è proprio la sabbia. Le cime di alcune alture sono state recintate e dotate di un cartello in cui si vieta a chiunque di entrare nel recinto per evitare che i loro piedi alterino la sabbia e la facciano volar via o smottare. Gli abitanti sono obbligati a chiedere il permesso dalle autorità prima di tagliare rami dietro la città per ricavarne graticci per il pesce, tutori per i fagioli, tralicci per i piselli e cose del genere, anche se ci è stato detto che possono trapiantare alberi da una parte all’altra senza bisogno di permesso. La sabbia si accumula in banchi come la neve e a volte il pianterreno di una casa viene nascosto da essa anche se un muro la tiene a distanza. Una volta le case erano costruite su palafitte in modo che la sabbia vagante potesse passarvi sotto. Abbiamo visto qui alcune vecchie costruzioni ancora in piedi sulle palafitte, ma ormai erano chiuse da assi ed erano protette da case vicine più recenti. A ridosso della collina su cui eravamo seduti c’era un edificio scolastico in cui i banchi erano sepolti dalla sabbia e, naturalmente, alunni e insegnanti s’erano dileguati. Magari avevano imprudentemente lasciato le finestre aperte un giorno, oppure trascurato di riparare un vetro rotto. Eppure in un posto abbiamo visto un cartello che pubblicizzava: «Qui si vende sabbia fine» – non riuscivo a credere ai miei occhi –, probabilmente era quella presa dalla strada, ma era stata setacciata – un buon esempio di come si riesce a conferire valore anche alla cosa che meno ne ha semplicemente mischiandosi a essa, e quindi, secondo tale regola, anche noi dobbiamo aver conferito un valore a tutta la parte posteriore del Capo; comunque ho pensato che se avessero potuto pubblicizzare «Terra Grassa», o magari «Vi sbarazziamo della sabbia», oppure, certo, «Si svuotano scarpe», la cosa sarebbe stata molto più attraente. Mentre guardavamo la città dall’alto, mi è sembrato di vedere un uomo, che probabilmente abitava oltre il tavolato di palanche, impegnato ad arrancare e manovrare per raggiungerlo indossando una sorta di racchette da neve, ma forse mi sono sbagliato. In alcune immagini di Provincetown le persone che vi abitano sono rappresentate solo fino alle caviglie e il resto si suppone sia sepolto sotto la sabbia. Nondimeno, gente che è nata qui mi assicura di essere in grado di camminare senza difficoltà anche al centro della strada, perfino in pantofole, perché ormai hanno imparato ad alzare e abbassare i piedi senza portarsi dietro neanche un granello di sabbia. Un uomo ha detto che resterebbe molto sorpreso se trovasse mezza dozzina di granelli di sabbia nelle scarpe quando se le toglie la sera e inoltre ha dichiarato che le ragazze di qui avevano un sistema molto efficace di svuotarsi le scarpe a ogni passo e chi viene da fuori ci metterebbe un sacco di tempo per impararlo. Le ruote della diligenza avevano un battistrada di almeno cinque pollici; mentre in genere le ruote dei carri del Capo sono più larghe di uno o due pollici del normale, proprio perché la sabbia è più profonda di uno o due pollici rispetto a qualunque altro posto. Ho visto una carrozzina per bambini con ruote di sei pollici per tenerla sopra la superficie. Più sono larghi i battistrada delle ruote, meno i cavalli battono la fiacca per strada. Eppure, per tutto il periodo che abbiamo trascorso a Provincetown, cioè due notti e due giorni, abbiamo visto solo un cavallo e un carro, e per di più trasportavano una bara. Non tentavano esperimenti del genere nelle occasioni normali. L’estate successiva ho visto solo il calesse a due ruote che mi ha portato per trenta pertiche dentro il porto a prendere il vaporetto. Eppure, abbiamo letto che nel 1791 qui c’erano due cavalli e due coppie di buoi e ci è stato detto che ce n’erano diversi altri mentre eravamo lì, oltre a quelli che tiravano la diligenza. Nelle Historical Collections di Barber si dice: «In questo posto carrozze tirate da cavalli si vedono talmente di rado che suscitano la curiosità nella parte più giovane della comunità. Un ragazzo che s’intendeva molto più di navigazione oceanica che di viaggi via terra, quando vide un uomo che guidava un carro per strada, espresse il suo stupore perché riusciva ad andare così dritto senza far ricorso al timone». Non si sentiva sferragliare di carri e forse, anche se ci fossero stati, non avrebbero sferragliato lo stesso. Alcuni cavalli da sella che sono passati una sera sotto l’albergo si sono limitati a sollevare un po’ di sabbia con un debole fruscio simile a quello che può produrre uno scrittore spargendo abbondante sabbia sulla carta per asciugare l’inchiostro, ma non c’era rumore di zoccoli. Senza dubbio ora ci sono più carri e più cavalli. Qui non è mai stata vista una slitta o, perlomeno, sarebbe una stranezza in tutto il Capo, in quanto la neve o viene assorbita dalla sabbia oppure accumulata dal vento.
Nondimeno, gli abitanti del Capo in genere non si lamentano mai del loro «terreno», ma vi diranno che è abbastanza buono per seccarci sopra il pesce.
A dispetto di tutta questa sabbia, su questa strada abbiamo contato tre chiese e quattro scuole quasi altrettanto grandi, anche se alcune avevano attorno una staccionata molto fitta per mantenere il terreno all’interno piano e sodo. Staccionate del genere, anche a meno di un piede di distanza da molte case, conferivano alla città un’apparenza meno allegra e ospitale di quanto sarebbe stato altrimenti. Ci hanno detto che, nell’insieme, la sabbia non aveva fatto progressi negli ultimi dieci anni, perché non era più permesso pascolare le mucche all’esterno e ogni misura era stata presa per fermare la marea sabbiosa.
Nel 1727 Provincetown fu «investita di particolari privilegi» per incoraggiarne la crescita. Un paio di volte è stata quasi abbandonata; ma ora i lotti adiacenti alla strada sono molto saliti di valore, anche se i primi titoli di proprietà su di essi sono stati spesso ottenuti per usucapione e per i miglioramenti apportati e sono ancora trasferiti semplicemente su ricevuta e atto privato, visto che il territorio cittadino è proprietà dello Stato. Ma per quanto i lotti sulla strada siano cari, in molti posti basterebbe tirare un sasso oltre quelli per trovare terra o sabbia che si può prendere semplicemente occupandola o migliorandola.
Sul Capo, le pietre sono molto rare. Ho visto pochissimi sassi usati per marciapiedi e per muri di contenimento, e solo in uno o due posti nel corso delle mie camminate, ma in genere sono così scarsi che, mi è stato detto, alle navi è stato proibito prenderli dall...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Copyright
  4. Indice
  5. Nota dell’editore
  6. I. Il naufragio
  7. II. Panorami dalla diligenza
  8. III. Le piane di Nauset
  9. IV. La spiaggia
  10. V. Il pescatore di ostriche di Wellfleet
  11. VI. Di nuovo la spiaggia
  12. VII. Dall’altra parte del Capo
  13. VIII. Il faro di Highland
  14. IX. Il mare e il deserto
  15. X. Provincetown
  16. Elenco dei dipinti di Edward Hopper

Domande frequenti

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