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«Il dominio incontrastato del pensiero neoliberista e mercantilista, la diffusissima idea che tutto si riduca a denaro, il declino inarrestabile del livello culturale dei cittadini, l'indifferenza della gente, gli effetti devastanti della disoccupazione, della distruzione delle risorse naturali, della recessione e della sempre peggiore qualità della vita, mi hanno indotto a ritenere necessaria una ricostruzione, il più possibile aderente alla realtà, del sistema economico-finanziario nel quale viviamo, cercando di capire le sue origini, le cause del suo dispiegarsi in maniera tanto generalizzata, le ragioni per le quali si è radicato nell'immaginario collettivo come un dato ineluttabile e immutabile, e i suoi effetti, tanto favorevoli per pochi e tanto dannosi per molti».
Decostruire gli assunti fondamentali del neoliberismo divenuto ormai, nelle nostre società occidentali, pensiero unico dominante e restituire spazio e dignità al concetto di cittadinanza attiva e partecipata: sono questi i principali intenti del denso, appassionato volume di Paolo Maddalena, giurista impegnato da anni nella difesa del principio fondamentale della proprietà collettiva dei beni comuni. In queste pagine la difesa degli assunti costituzionali e delle prerogative dei cittadini prende la forma di una critica aspra al modello di società espresso dall'odierno capitalismo finanziario globale, che ha sradicato l'economia dalle sue basi materiali e si è fatto sovrano anche rispetto ai governi. Maddalena individua la causa fondamentale dell'attuale, profonda e persistente crisi dell'economia globale nella sostituzione dell'economia dello scambio con l'economia della concorrenza. Secondo questa visione divenuta imperante, vince il più forte, con buona pace dei concetti giuridici di giustizia ed equità; il pubblico deve cedere il posto al privato; lo Stato deve deregolamentare, spacchettare, liberalizzare; tutto confluisce nel mercato globale e tutto viene mercificato – anche ciò che, per sua natura, non può avere un valore di scambio e non può essere oggetto di commercio, poiché è di appartenenza collettiva (pensiamo ad esempio all'idea che ai beni paesaggistici e culturali di proprietà dello Stato si possa anche solo assegnare un «prezzo»). In virtù di questi presupposti, lo sfruttamento delle risorse naturali e del lavoro dell'uomo è arrivato a forme assolutamente insostenibili. In questo quadro, la menzogna del neocapitalismo, la crescita infinita, si rivela in tutta la sua illusorietà. La ricchezza non si è ridistribuita ma concentrata, generando squilibri drammatici. Come ormai molti riconoscono, anche tra gli economisti, occorre una «decrescita» che indirizzi le attività produttive verso la soddisfazione innanzitutto dei bisogni primari, tralasciando la soddisfazione dei desideri indotti; occorre che la ricchezza prodotta sia effettivamente ridistribuita attraverso opportune politiche; occorre infine riequilibrare la potenza economica dei privati con quella degli Stati, facendo in modo che la quantità della ricchezza privata non superi la quantità della ricchezza collettiva.
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Argomento
Social SciencesCategoria
SociologyI. L’ideologia del neoliberismo e l’emersione di un pensiero critico alternativo
1. Uno sguardo alla realtà economica nella quale viviamo.
Non è difficile capire, sol che ci si guardi intorno, che l’attuale disastrosa situazione, ambientale ed economicofinanziaria, nella quale viviamo sia il frutto dell’imperante sistema capitalistico, il quale, egoisticamente, persegue il fine del massimo profitto, disinteressandosi della «tutela dell’ambiente», dei diritti dei «lavoratori», dello «sviluppo della persona umana» e del «progresso materiale e spirituale della società», come invece impone la vigente Costituzione repubblicana e democratica.
A ben vedere l’errore di fondo del capitalismo imperante è che esso funziona sulla base di un meccanismo, tanto necessario agli interessi dello sviluppo quanto fragile nel suo protrarsi nel tempo. Si tratta del meccanismo della «crescita illimitata», altrimenti detto «dell’accumulo del capitale», che costituisce il nucleo essenziale del pensiero neoliberista. È un meccanismo tragicamente parziale e rischioso, poiché guarda solo alla parte dell’accrescimento, e, quindi, dell’accentramento del capitale, e si disinteressa del fatto fondamentale che il capitale non può crescere senza l’apporto delle risorse naturali, del lavoro dell’uomo e della redistribuzione della ricchezza fra tutti i cittadini, principio, quest’ultimo, detto «dell’eguaglianza economica» e sancito espressamente dalla nostra Costituzione, la quale, all’articolo 3, comma 2, stabilisce che «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
E si deve porre in evidenza che questo accentramento di denaro e di potere in una classe finanziaria dominante ha prodotto quella che John Bellamy Foster ha definito la «guerra del capitalismo contro la Terra», poiché, come è ovvio, l’accumulo del capitale tende a trasformare ogni elemento della natura in denaro e questo in capitale. Allo scopo di ottenere tale risultato il capitalismo deve assegnare a ciascun elemento un «valore di scambio» negoziabile in ogni momento su un mercato1. Ci troviamo di fronte a una colossale «mercificazione» di qualsiasi cosa e questa idea, priva di qualsiasi fondamento logico, si è impossessata delle menti di tutti. In effetti «il dominio dei mercati sulla società e sulla politica ha innescato – come osserva Salvatore Settis2 – l’ossessiva rincorsa a “prezzare” ogni cosa, quello che Keynes chiamava “l’incubo del contabile”. Non ci basta ammirare le Dolomiti o l’Etna, vogliamo sapere quanto valgono in moneta e quanto producono. Ai musei, alle cattedrali, alle città, alle foreste, alla forza lavoro di una fabbrica, alle spiagge, ai bambini di una scuola, agli ospedali, alle specie animali, appendiamo diligenti cartellini del prezzo: così infatti, a quel che pare, si calcola il rapporto costi-benefici, o, per dirla più chiaramente, così si tiene pronto l’invincibile argomento per chiudere o privatizzare ospedali, scuole o musei, cartolarizzare montagne, cementificare litorali, devastare l’ambiente, consegnare ai palazzinari i centri storici». Ed è appena il caso di ricordare che questi contabili del mercato «non assegnano costo alle risorse naturali, non segnano tra le perdite i suoli agricoli divenuti improduttivi, la distruzione di specie animali e vegetali, le campagne e i mari invasi da rifiuti, l’inquinamento dell’aria e delle acque, i danni irreversibili alla salute dei lavoratori, che ne riducono la produttività e la durata della vita, e omettono di considerare come valore distrutto le risorse»3. Accanto a questo diffuso meccanismo della totale mercificazione dei beni della Terra, si è aggiunto un criterio di distribuzione della ricchezza, che, anziché uniformarsi al principio costituzionale dell’eguaglianza economica, presupposto essenziale della circolazione della moneta, si è tradotto in un criterio di accentramento della ricchezza, che, per brevi periodi storici, come è avvenuto nel trentennio successivo alla seconda guerra mondiale, si è in parte attenuato, assicurando così una crescita economica reale, ma poi si è riaffermato in modo inarrestabile a causa dell’«inestinguibile ingordigia» del potere finanziario, che sta ponendo in essere una politica economica predatoria, e non redistributiva, in virtù della quale, come molti hanno osservato, sembra si stia profilando addirittura il collasso del sistema capitalistico.
D’altronde si deve osservare che i periodi di crescita economica, in America, durante gli anni trenta del Novecento, e, in Europa, dopo la fine della seconda guerra mondiale, sono stati possibili proprio perché è prevalsa una politica economica di propagazione della ricchezza. Infatti, in America, Roosevelt seguì la teoria keynesiana che, imponendo allo Stato di fare grandi opere pubbliche che non producessero merci da collocare sul mercato (come, ad esempio, la restaurazione dell’equilibrio idrogeologico dei territori), ha assicurato la redistribuzione della ricchezza prodotta con il lavoro dell’uomo a tutti i cittadini, e perché in Europa, e specialmente in Italia, le forze sindacali, usando il metodo della contrattazione, hanno ottenuto che il denaro non si accentrasse nelle mani degli imprenditori e venisse redistribuito, almeno in parte, tra i lavoratori. In sostanza, in questi anni, il principio errato della crescita illimitata è stato ridimensionato e corretto dal fondamentale e valido principio della redistribuzione della ricchezza.
Si deve tuttavia osservare che, purtroppo, anche in questo periodo si è agito, specie in Italia, in modo inconsulto, senza distinguere in quale direzione bisognasse orientare la crescita, con la conseguenza di investimenti per la produzione di beni di poca utilità, o per la costruzione di opere inutili o non portate a termine, o per la realizzazione di infrastrutture che non calcolavano affatto il «valore vitale» dei terreni agricoli e i danni irreversibili arrecati all’ambiente dalle edificazioni di ogni tipo, dalle cementificazioni e dall’impermeabilizzazione dei suoli. È per tali accadimenti che anche questo periodo di crescita economica ha avuto costi altissimi in termini di sfruttamento delle risorse naturali.
Ed è indubbio che tali costi sono da ascrivere a coloro che hanno seguito l’idea neocapitalista della mercificazione di ogni cosa, laddove, come notava Gallino, «il problema è che molti aspetti della natura non si prestano per niente all’assegnazione di un valore di scambio: non possono assolutamente essere mercificati».
Fondamentale resta dunque la distinzione romana tra «res in commercio e res extra commercium»4, tra cose commerciabili, poiché esprimono utilità individuali, e cose incommerciabili, poiché esprimono utilità collettive e sono per questo in «proprietà collettiva del popolo». Distinzione, questa, che è rimasta, come meglio vedremo in seguito, nella nostra Costituzione, la quale, al primo comma dell’art. 42, afferma che la «proprietà è pubblica o privata», dichiarando con ciò che esistono, come affermava Massimo Severo Giannini, due tipi di appartenenza: una «proprietà collettiva demaniale» del popolo sovrano, che, per il fatto di appartenere a tutti, è fuori commercio, e una «proprietà privata», che, riguardando i beni economici commerciabili, può essere in proprietà dello Stato-Pubblica amministrazione, di enti o di privati, come puntualmente recita il seguito dell’articolo della Costituzione in esame, nel quale si legge che «i beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati».
E ciò, in buona sostanza, vuol dire che un’economia della «concorrenza» (il Trattato di Lisbona parla di «forte competitività») non può sussistere senza regole e senza limiti, poiché, se, come è avvenuto in Italia, si «privatizzano» i demani e con essi anche le banche e le industrie, e cioè si disancorano dal territorio i fattori della produzione, questi girano il mondo come girano i loro titolari, lasciando sul campo disoccupazione e industrie abbandonate. Come precisa l’art. 43 della nostra Costituzione, dovrebbero restare in mano pubblica, o di «comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio». In altre parole, bisogna esportare le merci, non gli strumenti con i quali esse vengono prodotte. Ed è da sottolineare a questo proposito che mai dovrebbero essere privatizzati i demani e i beni artistici e storici, poiché far questo significa sottrarre ai cittadini beni che loro appartengono a titolo di «sovranità». E si ricordi, a tale riguardo, che già il regolamento esecutivo della legge di contabilità generale dello Stato in data 4 maggio 1885, n. 3074, disponeva, in epoca non sospetta, che «costituiscono il demanio pubblico i beni che sono in potere dello Stato a titolo di sovranità, e formano il patrimonio quelli che allo Stato appartengono a titolo di proprietà privata».
A ben vedere, i fattori della produzione sono il lavoro dell’uomo e le risorse della Terra, proprio quello che l’illogica idea neoliberista tiene in non cale.
Per quanto riguarda il lavoro, si ricordi che, come lo stesso Luciano Gallino sottolinea, «il valore aggiunto di un bene viene creato soltanto dal lavoro (un concetto che risale ad Adam Smith), poiché anche la macchina più produttiva non produce nemmeno un euro se non c’è qualcuno che la metta in moto e la controlli. Più in generale, la proprietà di per sé non produce nulla. Una volta che il valore è stato creato, come avviene oggi, nel quadro di leggi (neoliberiste) che stabiliscono che la totalità del valore aggiunto spetta solamente al proprietario individuale della macchina, il quale decide di sua esclusiva volontà se e quanto di quel valore aggiunto verrà assegnato a chi lo ha prodotto, la partita per una “distribuzione” del reddito meno diseguale (e, quindi per il mantenimento dell’occupazione)5 è di fatto perduta»6.
Per quanto riguarda le risorse della Terra, osserva ancora giustamente Gallino che «coloro che vorrebbero cambiare il capitalismo in un sistema sociale che non abbia i suoi vizi, e possibilmente non sia peggiore, ossia avviare quanto meno la trasformazione di cui tanto si parla […] dovrebbero partire dal presupposto che la crisi del capitalismo e la crisi ecologica sono due aspetti della stessa medaglia»7. È in effetti la crescita illimitata, la mercificazione di tutto, che porta al consumo illimitato delle limitate risorse naturali e ai disastri immensi che lo sviluppo economico ha sinora arrecato alla nostra «bella Madre Terra», come dice papa Francesco nell’enciclica Laudato si’.
Ed è innegabile che questo disastro è stato provocato proprio dall’industrializzazione senza limiti e senza scelta di validi obiettivi.
L’immissione nell’aria di anidride carbonica e altri gas ha provocato il cosiddetto «effetto serra», causa del buco nella coltre di ozono che ci protegge dai raggi ultravioletti del sole e dal surriscaldamento terrestre, a sua volta causa dei mutamenti climatici, dai quali scaturiscono le alluvioni, lo scioglimento dei ghiacciai, l’aumento del livello dei mari. Avvenimenti che una volta erano eccezionali, come gli uragani, sono diventati tanto frequenti da apparire normali, e le loro conseguenze distruttive sul territorio, che frana da tutte le parti, sono davanti agli occhi di tutti.
L’inquinamento ha distrutto innumerevoli falde acquifere, ha trasformato i fiumi, e talvolta anche i laghi, in fogne a cielo aperto, ha ucciso in essi la vita, ha reso necessaria in ogni caso la «potabilizzazione» dell’acqua. Anche i mari e gli oceani sono stati degradati e un sottile strato di petrolio, su di essi disperso, impedisce che il plancton immetta ossigeno nell’aria. E, come è a tutti noto, si è drasticamente ridotta anche la fornitura di ossigeno da parte delle foreste, specie quelle pluviali e quelle dell’Amazzonia, che sono state in gran parte distrutte, dando luogo a una avanzante desertificazione.
Terribile anche l’inquinamento del suolo8, causato dalle edificazioni, dalle impermeabilizzazioni e dai pesticidi, senza pensare che il suolo è un’entità viva, che accoglie nel suo seno le sementi dando origine alla vita vegetale, che, a sua volta, sostiene la vita animale e quella dell’uomo.
Ciò nonostante, imperturbabili di fronte a questo disastro, come nota sempre Gallino, «sul finire degli anni settanta dello scorso secolo, la ristretta quota di popolazione che per generazioni aveva subito l’attacco dell’idea e delle politiche di eguaglianza, decise che ne aveva abbastanza. Si tratta della classe dei personaggi super potenti e super ricchi che controllano la finanza, la politica, i media, che, dopo i moti di piazza di Wall Street di anni recenti, si usa stimare nell’1 per cento della popolazione […]. Essa iniziò quindi un feroce quanto sistematico attacco a qualsiasi cosa avesse attinenza con l’eguaglianza […]. I governi Reagan e Thatcher provvidero a smantellare i sindacati; in Francia un presidente socialista, François Mitterrand, si impegnò a fondo per liberalizzare senza limiti i movimenti di capitale e le attività speculative delle banche, una delle radici della crisi attuale. In Germania il cancelliere Gerhard Schröder tradì lo spirito e la prassi della socialdemocrazia, assestando con leggi ricomprese sotto la dizione di Agenda 2010 un duro colpo ai salari, ai sussidi di disoccupazione, alle condizioni di lavoro nelle fabbriche, nonché a sanità e pensioni. In Italia ci pensarono le leggi Treu del 1997, Maroni-Sacconi del 2003, Fornero del 2012, Renzi dal 2014 in poi, ad accrescere il precariato e ad avviare nuovamente i lavoratori dipendenti verso condizioni prossime alla schiavitù. Nello stesso periodo vennero effettuati tagli micidiali all’istruzione, all’Università, alle pensioni, alla sanità, in base all’assunto, del tutto f...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Copyright
- Indice
- I. L’ideologia del neoliberismo e l’emersione di un pensiero critico alternativo
- II. L’attuazione pratica del neoliberismo a livello globale: la globalizzazione e la finanziarizzazione del mercato
- III. L’attuazione pratica del neoliberismo in Europa: forte competitività, pareggio di bilancio e sottrazione agli Stati membri della politica economica
- IV. L’attuazione pratica del neoliberismo in Italia: campo libero alle privatizzazioni e alle svendite
- V. Il rimedio: l’attuazione della Costituzione e la modifica del sistema economico deviato
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