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Informazioni su questo libro
È possibile raccontare la disabilità a scuola in una chiave ironica, autoironica e a tratti scanzonata, con tutto il suo portato di frustrazioni e privazioni quotidiane? È possibile descrivere un vissuto fatto di continui ostacoli materiali e psicologici da superare, senza mai indulgere all'autocommiserazione? Ecco l'esperimento riuscito in queste pagine a Ileana Argentin e Paolo Marcacci, che narrano l'esistenza dei disabili attraverso due punti di vista differenti ma complementari – quello di lei, disabile quasi fin dalla nascita e mai arresasi alla propria condizione, che anzi ha scelto di sublimare nell'impegno politico a beneficio del mondo dell'handicap; quello di lui, insegnante di lettere da anni alle prese con allievi disabili, portatori di handicap non meno che di entusiasmi, voglia d'integrazione e contagiosa felicità. Dalla trepidazione del primo giorno di scuola al rapporto tra insegnanti e genitori, dalle barriere fisiche a quelle comunicative con i compagni di classe, il racconto di Argentin e Marcacci affronta una dimensione intima e al contempo collettiva, fonte di goffi imbarazzi e ineludibili sofferenze. Il loro approccio autentico e irriverente porta a galla quel tanto di comicità che balugina sul fondo di ogni situazione esistenziale e ci rende più intelligibile un universo di ostacoli e sensibilità che un eccesso di tatto o di politically correct finisce spesso per rendere troppo opaco e distante. Nel dialogo serrato tra l'orgoglio di chi vive ogni giorno le sfide della disabilità e la consapevolezza di chi, dalla sponda dei cosiddetti «normali», coglie l'inadeguatezza latente in ognuno di noi, quel che per il senso comune è banalmente una fonte di sofferenza, ci appare, sorprendentemente, come un modo di essere. Ne risulta un'istantanea fedele e al contempo vitale e gioiosa dell'handicap realmente vissuto tra i banchi di scuola.
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Informazioni
Argomento
Politica e relazioni internazionaliCategoria
PoliticaIII. Le temibili chiocce
Tempo fa chiesero a un ex allenatore di calcio, Aldo Agroppi, quale fosse la squadra ideale da allenare, a livello giovanile; lui rispose asciutto: una squadra di orfanelli. Per non dover avere a che fare con i genitori, con la loro frustrazione a sfondo competitivo, le loro ingerenze, la loro invadenza, maleducazione, presunzione; le loro nevrosi, infine. Se è vero per una squadra di pulcini, lo è a maggior ragione per una classe scolastica, quindi vorrei, fortissimamente vorrei, una classe di orfanelli. Perché, a proposito di pulcini, il problema sono sempre le chiocce, le temibili chiocce. A volte chiocce di sesso maschile, più rare ma con punte di insistenza-invadenza maggiori rispetto alle loro mogli, ex mogli, compagne.
Mi fa riflettere una cosa che hai detto durante il nostro primo incontro, Ileana, e cioè che ai tempi della scuola non hai mai avuto bisogno di far chiamare i tuoi genitori. In effetti, per noi nati fra gli anni sessanta e settanta, far chiamare i genitori da scuola, durante l’orario delle lezioni, era un evento talmente raro da essere giustificato soltanto da: convulsioni, arresti cardiaci, morte apparente. Ogni malanno di entità minore non avrebbe giustificato l’abbandono delle lezioni. E poi, non è un modo di dire perché all’epoca era un postulato filosofico, il professore aveva sempre ragione. Anche quando, per inciso, NON aveva ragione. Tipo quello di educazione artistica – oggi si chiama arte – alle medie, che ce l’aveva con me in maniera spudorata ma che per i miei genitori doveva pur avere una qualche ragione, mica poteva essere matto! In realtà, la categoria degli insegnanti, al pari di ogni altra, ha sempre ospitato al proprio interno gente strana, prevenuta, frustrata, paranoica e chi più ne ha più ne metta; anche prima del mio approdo all’interno di essa.
Ma in questo capitolo si parla di genitori, quindi chiudiamo la parentesi; torniamo ai genitori, prima descrivendo quello che è oggi, rispetto al passato, il loro rapporto con il mondo scolastico, poi cercando di raccontare come la categoria si pone rispetto alla questione della disabilità. Partendo dalla mia esperienza, poca o tanta che sia, ancora non l’ho capito. Parlavo, prima, di temibili chiocce: i genitori di oggi – sempre generalizzando, beninteso – che pretendono di mettere bocca o becco (essendo chiocce…) su tutto, che si permettono di dire la loro sull’operato degli insegnanti, sui loro criteri di valutazione, su come gestiscono l’ordine in classe. Gente che spesso non riesce neppure a gestire l’abbinamento di colori fra i jeans e la camicetta si permette di sindacare su come vengono veicolate le nozioni di storia o matematica. Ve l’avevo detto che sarei, anzi saremmo stati politicamente scorretti, credo che ci stiamo riuscendo. Ah! Un’altra cosa, che mi capita almeno una volta per anno scolastico: ti chiedono cortesie di ogni tipo, per migliorare il rendimento scolastico dei figli o contribuire alla loro serenità tra i banchi: se puoi evitare di interrogarli in quel dato giorno, se puoi giustificarli per non aver fatto i compiti, addirittura qualcuno si spinge a piatire di non chiedere quel dato argomento che il figlio proprio non digerisce. Ti chiamano al telefono, ti scrivono su Facebook, ti mandano messaggi… Alla fine del ciclo scolastico non ti ringraziano mai, o quasi mai. Non dico che mi dovrebbero regalare un orologio – che comunque sarebbe meritato e bene accetto – ma cosa costa dire grazie a uno a cui hai rotto le scatole per tutto un ciclo scolastico, ben oltre il suo orario di lavoro?
Le chiocce spesso circondano scuola, se le cacci dalla porta puoi star sicuro che te le ritrovi alla finestra. Per esempio, nella scuola dove insegno è (che diventa «sarebbe») vietato ai genitori salire fino all’atrio del terzo piano, dove inizia il corridoio in cui sono dislocate le varie aule, a meno che non debbano prelevare il prezioso pargoletto che li ha fatti chiamare perché stava poco bene. Piccola parentesi: oggi, rispetto all’epoca in cui andavamo a scuola noi che oggi abbiamo tra i quaranta e i cinquanta, basta molto poco per giustificare la telefonata a mamma e papà: guance rosse, starnuto troppo fragoroso, lacci delle scarpe stretti.
Ora, a dispetto del regolamento, le chiocce te le ritrovi in ogni momento che fanno capoccella – detto alla romana – all’inizio del corridoio, con le scuse più improbabili. La loro angoscia maggiore e statisticamente più frequente? Il cibo per la ricreazione. Dico cibo perché sembra che i loro cuccioli, più che dello spuntino di metà mattinata, abbiano bisogno di aiuti umanitari.
C’è in effetti anche un linguaggio del corpo, che agisce in e per (o a discapito di) ognuno di noi e che rivela molte cose che a parole neghiamo o che siamo convinti non facciano parte del nostro essere. Ad esempio, scommetto che ogni genitore pensa con serenità e con una punta di ironia, magari scuotendo la testa, «che vuoi che sia…» oppure «eh, che problemone…», quando apprende che un amichetto del figlio ha scordato la merendina per la ricreazione e che la mamma si è precipitata a scuola con il volto paonazzo e le pulsazioni irregolari per consegnare la pizzetta o il cornettino, un’appendice del cordone ombelicale spesso a base di coloranti, conservanti, grassi idrogenati e ogni altro elemento tra quelli che sovraccaricano le articolazioni della popolazione occidentale, facendo venire le gambe a X a più di un individuo sin dalla più tenera età. I nostri ragazzi non saranno come gli adolescenti americani, che in numero sempre crescente superano il quintale già entro i primi dieci anni di vita, però mi capita di vedere sempre più spesso adolescenti tondeggianti di entrambi i sessi che alle undici del mattino fanno «colazione» con le patatine o con qualche prodotto similare, fosforescente e dall’odore nauseabondo, magari accompagnati da una lattina di Coca-Cola. Tutto portato da casa. Resistono ancora, per fortuna, la pizza bianca, il cornetto (brioche per gli altolocati centrosettentrionali), la pizzetta. Il panino con la marmellata è invece ormai confinato alle pagine del libro Cuore.
Dicevamo, la merenda dimenticata: se un ragazzino a scuola (ovviamente una scuola che non abbia al proprio interno un bar o un bidello che si arrangia a fare il pusher di tramezzini) si rende conto di non averla nello zainetto, dopo aver passato le fasi del colorito di Paolo Villaggio ne Il secondo tragico Fantozzi, cioè dal rosso pompeiano al blu tenebra, in genere chiede alla segreteria di rintracciare in ogni modo i genitori degenerati che anche per un solo giorno della propria esistenza hanno dimenticato di rifornirlo delle preziose calorie mattutine. Quando i degenerati vengono rintracciati telefonicamente, dopo un tempo medio di un minuto e venti secondi (praticamente un giro di qualificazione a Imola quando ci sono poche monoposto in pista) si materializzano a scuola, trafelati come operatori di Borsa prima della chiusura, brandendo in mano la bustina bianca del bar o quella marrone del fornaio: «Vi prego, consegnate questa al mio bambino, tra qualche secondo inizierà la crisi di astinenza! Non c’è un attimo da perdere!».
In genere, in virtù della disperata rapidità di esecuzione di cui sopra, riescono ad apparire prima della campanella che sancisce la fine della ricreazione, quale che sia la zona della città da cui provengono. Nei casi in cui non ce la fanno, sapendo che teoricamente non potrebbero raggiungere il piano dell’istituto in cui ci sono le aule, pur di consegnare «’a merenda» al figlioletto escogitano di tutto, ma proprio di tutto. Ricordo una mamma che riuscì, nella penombra delle scale lasciate al buio per risparmiare l’elettricità, ad arrivare sulla soglia della porta della mia classe con il costume nero di Eva Kant e una torcia puntata sul mio viso: se non le avessi permesso di consegnare a sua figlia, ottanta chili distribuiti su un metro e quindici di altezza, lo sfilatino con mortadella e provolone piccante, me la sarei dovuta vedere con il suo compagno, Diabolik – non quello del fumetto, ma uno che veniva ai colloqui con gli insegnanti indossando un paio di quelle scarpe a banana per modellare i glutei, dunque molto più temibile dell’originale. Voi che avreste fatto? La feci entrare intimando alla ragazzina, tra uno gnam e un chomp-chomp, di non sbriciolare sul banco e soprattutto di non alitare, dopo, sul volto della vicina di posto, che era già cagionevole di suo.
Una volta invece, per una festicciola di Carnevale, siccome c’erano soltanto venti chili di dolciumi e diciotto bibite per quindici ragazzi, e i bidelli (o collaboratori scolastici) avevano ricevuto l’ordine tassativo di non far salire alcun genitore per non aumentare il caos della festa, un commando di mamme decise di utilizzare la stessa tecnica che il drappello di boliviani assoldati dal temibile narcotrafficante Alehandro Sosa adopera per assaltare la villa di Tony Montana-Al Pacino in Scarface: ancore assicurate a una corda e lanciate sui davanzali, funi, revolver col silenziatore per eliminare i sorveglianti. Il piano prevedeva che alla fine una di loro, sorprendendomi alle spalle, mi sparasse con un mitragliatore tanto potente da perforare il mio giubbetto antiproiettile e farmi cadere, ormai cadavere, nella piscina sottostante. Decisi di arrendermi prima, soprattutto perché a scuola non abbiamo la piscina: riuscirono a consegnare otto cartoni di Coca purissima, vale a dire quella senza caffeina.
Avrete compreso che nelle ultime righe ho esagerato: né Diabolik né i boliviani di Scarface arriverebbero mai a comportarsi come certi genitori.
E come la mettiamo con la questione della disabilità o, per dirlo in maniera più diretta, dell’handicap?
Qui è il caso di pesare ancora meglio le parole: ho bisogno di dare certezze al mio mare di dubbi, robustezza a un punto di vista che rischia di vacillare a ogni riga che scrivo.
Come si comportano i genitori o, meglio, la maggior parte di loro, quando in classe dei figli capita un ragazzo disabile? Dovrei generalizzare, operare una media ponderata tra tutti gli atteggiamenti che ho carpito e smascherato. Perché adopero questi termini quasi da detective? Perché penso, sempre facendo riferimento alla mia esperienza sul campo, che in molti casi predomini l’ipocrisia: nessuno vuole fare la parte di quello che non è contento che nella classe del figlio ci siano uno o più disabili, anzi: più o meno calorosamente tutti si ergono a paladini e convinti assertori dell’inclusione. Qualcuno persino troppo calorosamente. Dopo poco tempo, si viene a scoprire che quegli stessi genitori cercano di informarsi per vie traverse su come e quanto i bisogni educativi del disabile influiscano sul regolare svolgimento della lezione, su quante siano le interruzioni della stessa, su quale possa essere il livello medio di distrazione causato, tanto per fare un esempio, dall’inevitabile presenza in classe di un insegnante di sostegno. Ogni tanto, qualche genitore butta là, con l’aria di chi fornisce soltanto un parere (come sempre, non richiesto): il ragazzo in questione non starebbe meglio se lavorasse da solo, con un insegnante di sostegno, in un’auletta a parte?
Ma come, non eravate i paladini dell’inclusione?
(Paolo)
Come si sa, fin dall’inizio del liceo, anzi da molto prima, non c’è cosa più fica che sentirsi male a scuola e farsi venire a prendere dai propri genitori o fratelli maggiori. Il perché è molto semplice: si sta al centro dell’attenzione dell’intera classe, primo; secondo, della propria famiglia. Io non ho mai usato quest’alibi in classe, magari a casa facevo la lagna a mia madre per non andare a scuola, ma quando ero lì anche se morivo tenevo duro, ero infatti consapevole che, da un lato, la mia famiglia si sarebbe preoccupata e, dall’altro, che avevo già il mio bel bagaglio di malattia e non volevo diventare più disabile di quanto fossi. Mia madre inoltre non mi ha mai permesso di fare stupide lamentele, lei mi diceva: stai bene, forza Ileana, i problemi veri sono altri, è tutto a posto; e io sono cresciuta con questa convinzione. Mi ricordo invece di alcune mie compagne e compagni che facevano delle vere e proprie sceneggiate solo se gli faceva male un orecchio… io me li guardavo sconcertata, ma i loro familiari arrivavano all’istante e se li portavano via con fare drammatico e ridicolo.
È proprio vero che a seconda della mamma o del papà che hai sei fragile o invulnerabile, i figli sono lo specchio dei genitori: quando hai una mamma chioccia, anch’essa figlia e non donna, tutto diventa insostenibile. La mia professoressa di matematica alle medie per esempio, anche lei molto insicura, entrava nel pallone quando un alunno diceva di star male. Correva a chiamare il preside, che a sua volta telefonava ai parenti del «malato» e si scatenava una follia generale, magari perché era uscito il sangue dal naso a un mio compagno; tutta questa bagarre terminava solo quando questi veniva rispedito a casa. Non parliamo poi delle madri o dei padri ansiosi che, prima di preoccuparsi dei figli, si avventavano contro i docenti come se il 37,2 della temperatura del pargolo fosse colpa loro. Che strana la gente… il male deve essere sempre colpa di qualcuno. Fichissimo era anche quando all’inizio della mattinata gli alunni venivano accompagnati dai genitori, i quali si rivolgevano all’insegnante di turno trovando scuse bislacche per giustificare i propri figli: «Guardi, Paolo ha mal di gola e fatica ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Copyright
- Frontespizio
- Indice
- Prefazione
- Introduzione
- I. Il primo giorno di scuola
- II. L’ora di ginnastica
- III. Le temibili chiocce
- IV. Genitori due volte
- V. La perfidia dei piccoli
- VI. Come essere fico
- VII. La ricreazione. Per chi suona la campanella
- VIII. Alla lavagna
- IX. (Non) Posso andare in bagno
- X. Pensieri con l’H