Piccole Italie
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Le aree interne e la questione territoriale

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Le aree interne e la questione territoriale

Informazioni su questo libro

Se si guarda alle dinamiche territoriali che hanno interessato il nostro paese negli ultimi cinquant'anni, non si possono non considerare le profonde mutazioni di scenario che si sono succedute. Agli anni sessanta, caratterizzati dalla programmazione statale e dalla pianificazione territoriale, sono seguite le stagioni del regionalismo e del federalismo, fino ai più recenti tentativi di riassetto istituzionale, culminati nella mancata revisione costituzionale. In questo percorso poco si è insistito sul ruolo dei territori, e soprattutto delle comunità, che nel dibattito pubblico sono state relegate in una posizione marginale. Questo libro è una riflessione su cosa sia la politica territoriale, dopo la fine dell'interventismo statale e la crisi del regionalismo, e su cosa possano rappresentare i territori nella sfida della modernizzazione italiana. Le statistiche e gli indicatori parlano dell'emergere in Italia di una vera e propria «questione territoriale», con una marcata polarizzazione tra territori nei quali si concentrano opportunità, risorse, servizi e investimenti e aree in cui si acuiscono l'invecchiamento, la povertà e la desertificazione. Senza assicurare certezze nel campo dei servizi essenziali quali scuole, trasporti, sanità, e senza garantire uno sviluppo che si traduca in occupazione, vengono meno i fondamentali diritti di cittadinanza, con il risultato che qualunque iniziativa è votata al fallimento. È su questi nodi che si giocherà la partita del riequilibrio territoriale e del ruolo delle nostre comunità. L'attuazione di politiche in grado di garantire il diritto di opzione e la libertà di scelta di vita necessita di forme politiche che siano luoghi di rielaborazione del pensiero, luoghi nei quali riformulare le prospettive all'interno di una visione di bene comune. Solo così la questione territoriale diventa questione nazionale, ed è per questo che le «piccole Italie» possono contribuire in maniera decisiva a salvare la grande Italia.

Domande frequenti

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Informazioni

VI. Forme della politica e territori: appunti per un progetto

La politica non è stata neutra, in questi anni. Sarebbe eccessivo addebitarle tutte le responsabilità e le colpe di una situazione che oggi è quella che abbiamo sin qui descritto. Ma sarebbe ipocrita e farisaico sostenere che essa non ha nulla a che fare con questo stato di cose.
In realtà, essa ha una duplice responsabilità. La prima: quando abdica da arte ed espressione valoriale e si piega a mero esercizio del comando e del potere, la politica finisce fatalmente per diventare luogo della determinazione dei più forti sui più deboli, e alla fine realtà ancillare a poteri ad essa esterni e maggiormente persuasivi. La seconda: la politica possiede in sé gli strumenti (le leggi, le istituzioni, il controllo della spesa pubblica) per modificare il corso delle cose e piegare la naturale tendenza all’evoluzione del più forte che comprime il più debole. Se in Italia oggi esiste una vera e propria «questione territoriale», fatta di aree interne e rurali che invecchiano e si spopolano e di aree costiere e urbane che si antropizzano oltre il sostenibile (e talvolta anche il sopportabile), è anche perché la «politica» non ha saputo e voluto fare scelte giuste e adeguate. Sia sotto il profilo dei contenuti, sia sotto l’aspetto dei contenitori.
Se condividiamo queste riflessioni, è allora il tempo di porsi due domande. La prima è: «da dove veniamo»? E la risposta a questo interrogativo è stata scritta all’interno delle pagine che ci hanno portato sin qui. È ora il turno della seconda domanda: «dove vogliamo andare»? Questi due elementi sono strettamente connessi fra loro e se dovessimo usare una battuta da tweet potremmo dire che oggi l’Italia ha bisogno di un rinnovamento nella tradizione. Iniziando a porsi qualche interrogativo di fondo su cosa siamo e su dove stiamo andando.
Perché la politica non è un astratto esercizio intellettuale, né l’occupazione del potere fine a se stesso. Ma è la capacità di compiere un’analisi della situazione per poi passare a formulare una proposta sul futuro. E nel farlo, si pone il tema di quali siano gli strumenti attraverso i quali queste proposte e queste idee diventano un fatto concreto. In democrazia questi strumenti sono i partiti. Lo abbiamo detto anche in precedenza, ed ecco perché è opportuno concentrarsi su questo tema: senza partiti politici, democratici e nazionali, non ne verremo fuori.
Dopo il crollo del muro di Berlino, la fine del mondo bipolare e il prorompere della globalizzazione, tutti quanti abbiamo dovuto fare i conti con una realtà nuova, che spesso spaventa: la scissione, la rottura, la separazione tra i territori da un lato e i meccanismi della produzione e della distribuzione della ricchezza dall’altro. Cos’è la finanziarizzazione dell’economia, che si intreccia con le evoluzioni tecnologiche, se non la logica del sorvolo permanente, costante ed effettivo dei territori e delle loro comunità, come un rapace che controlla dall’alto il panorama sottostante e decide di planare solo per ghermire la preda? E chi può impedire ai territori, e alle loro comunità spesso in crisi identitaria davanti all’incrocio dei fenomeni emergenti del mondo nuovo che avanza, di essere usati, spremuti e poi gettati dentro la dimensione tecnologica e algoritmica della nuova accumulazione capitalistica, se non la politica e le sue forme organizzate, cioè i partiti?
Insomma, solo se avremo partiti riorganizzati, democraticamente responsabili, e in grado di fondarsi su una rielaborazione della storia d’Italia e sul ruolo delle caratteristiche nazionali per la costruzione di un futuro, i territori non saranno ri-colonizzati.
Vorrei, a tale proposito, sfatare un mito. Quello secondo cui per fare politica di territorio occorrano partiti territoriali. Sono del parere opposto. E cioè che, se è vero l’assunto dal quale siamo partiti, ovvero che la questione territoriale sia una questione nazionale, che parli all’intero paese e che sia una risorsa per l’intero paese, allora serve che tale questione territoriale-nazionale sia imperniata su un partito nazionale. Il «leghismo», proprio per la sua dimensione di «sindacato di territorio» che è stata consustanziale con la sua identità, ha fallito l’esperienza di governo nazionale. E non a caso tenta di fuoriuscire da questo straordinario limite reinventandosi come destra nazionale. Il leghismo bossiano fu la conseguenza dell’incapacità della «Repubblica dei partiti» di rileggere nel crollo del Muro e nella nascita dell’Europa di Maastricht la loro nuova identità, dimensione e natura. Fu la rincorsa di pezzi di società alla logica del rinserramento in una dimensione puramente corporativa dei propri interessi, di fronte allo scadimento dell’offerta dell’interesse generale e collettivo.
Fare politiche di territorio oggi non significa, a mio avviso, rincorrere quel modello, e cioè dare vita ad altri partiti regionali o territorialmente definiti, magari in funzione di qualche avventuriero o per soddisfare l’ambizione del politico di turno. Fare politiche di territorio, fare in modo che la questione territoriale delle «piccole Italie» si possa declinare come grande questione italiana, rimanda all’esigenza di ricostruire la dimensione nazionale di un partito politico.
Oggi questo semplicemente non esiste. Oggi i partiti in Italia sono un incrocio tra una personalizzazione sfrenata e una dimensione proprietaria che non ha elementi di paragone in nessun’altra democrazia liberale occidentale. Siamo passati dalla prima Repubblica in cui si aveva un unico modello elettorale – il proporzionale puro –, che valeva (con l’eccezione dei comuni fino a 5000 abitanti in cui vigeva il maggioritario) per tutti i livelli di rappresentanza, dalla circoscrizione fino al Parlamento europeo, a una seconda Repubblica nella quale non esiste un sistema elettorale uguale fra un livello istituzionale elettivo e l’altro. Selezioniamo la classe dirigente nella maniera più confusa e, talvolta, occasionale possibile sul piano europeo e occidentale, avendo come comune denominatore di tali meccanismi la personalizzazione e i particolarismi.
Ovvio che su tali basi si produca la frammentazione, alla quale si è pensato di porre mano con artifici di carattere tecnico-legislativo come leggi elettorali fortemente maggioritarie che fintamente assicurano in partenza l’aggregazione ma che (complice un regolamento parlamentare mai omogeneizzato e l’assenza dello statuto dell’opposizione) puntualmente riproducono lo spappolamento della rappresentanza, come la XVII legislatura insegna.
I partiti, oggi, si costruiscono attorno ad agglomerati di interessi corporativi o su retoriche di stampo demagogico-populista o similsindacale. In essi abbiamo sostituito alla partecipazione la mobilitazione, alla formazione delle classi dirigenti il «briffaggio» dei portavoce, alla selezione qualitativa la cooptazione fideistica. Insomma, un meccanismo essenziale per ogni democrazia, ovvero la selezione delle élites attraverso la logica competitiva fondata sul confronto delle idee e dei progetti di futuro, è andato in tilt. E questo è avvenuto perché i partiti si sono acconciati a essere espressione di visioni di parte e di interessi parziali. Che è esattamente l’opposto di quello che facevano nella prima Repubblica, dove invece puntavano, dalla loro dimensione di parzialità, ad avere un’interpretazione complessiva del paese, dei suoi bisogni e della loro proposta a quei bisogni.
Il Partito comunista era sì il partito della classe operaia, ma partiva da essa per formulare una proposta per tutto il paese, anche – e soprattutto – a chi operaio e proletario non era. La Democrazia cristiana era sì il partito dei cattolici, ma partiva da questa base per declinare – dentro la dimensione della proposta interclassista – una narrazione a tutto il paese, atei compresi. Insomma, i partiti avevano una visione complessiva dell’interesse nazionale che oggi hanno perso. E che devono recuperare, se vogliono evitare di essere inviluppati dentro la spirale della parzialità, dell’autoreferenzialità e della tentazione alla riduzione della politica a mera comunicazione.
Essere partito nazionale significa fondare il proprio programma su una visione del paese, e tale visione deve discendere dalla capacità interpretativa storica dell’Italia, entro la quale occorre individuare le questioni nazionali essenziali. Per questo serve un partito nazionale per inverare la questione territoriale. Per questo, se mi è concesso, vorrei spendere qualche parola sul Pd, che è il partito di cui faccio parte, sul ruolo che penso dovrebbe avere nella direzione che ho cercato sin qui di illustrare e sugli spazi che a mio avviso gli si aprono dinnanzi, se solo avrà volontà e coraggio per imboccarli.

1. Idee per una politica (anche di territorio) vista da sinistra.

Cos’è un «partito»? È una «parte». Una «parte» di un corpo sociale: un partito, anche il più generalista (averne di questi tempi!), rappresenta tuttavia gli interessi e i valori di una porzione dell’elettorato. Nel caso del Pd, rappresenta i valori del lavoro, della solidarietà, dell’eguaglianza, dei diritti, degli ultimi. Obiettivi e valori nobili, ma non necessariamente sposati dall’universalità della cittadinanza, che nella sua articolazione può anteporre altri valori nella scala gerarchica e legare a ciò l’espressione del proprio voto.
Ed è una «parte» dell’organismo sociale, nel senso che la Politica (e i partiti che ne sono la forma attuativa) costituisce per una società quello che rappresenta l’anima per il corpo. Se la società, nelle sue mutevoli, complesse e cangianti articolazioni è il corpo, la Politica (intesa come il bene comune, il buon governo della città, l’espressione più alta della carità) ne rappresenta l’anima. Rappresenta cioè l’intelligenza, che trasferisce dall’esterno le idee nel corpo e le rielabora per farle diventare espressione soggettiva dentro un quadro di razionalità e di pragmatismo. Rappresenta il sentimento, l’emozione, la passione senza i quali la sola intelligenza rischia di perdersi in un’aridità fine a se stessa e priva di una molla autentica in grado di soverchiare ostacoli a prima vista insormontabili. Rappresenta un’immagine, un simbolo, un’icona, il senso della prospettiva verso la quale il corpo è incamminato. Rappresenta la direzione di marcia che uno si sceglie, oppure che è costretto a perseguire.
In questi tempi in cui la rappresentazione della Politica, e quindi dei partiti, è tanto denigratoria quanto artatamente e strumentalmente falsificata, è bene ripartire dai fondamentali se vogliamo cogliere il nostro obiettivo. Non c’è Politica, e non ci sono partiti, senza una classe dirigente. Affermare che i partiti danno forma alla società civile significa affermare che i partiti immettono da fuori un’idea-guida nel corpo della società. Le classi dirigenti, per definizione, dirigono. Altrimenti dovremmo chiamarle classi seguenti. Se dirigono, non si accodano.
Noi crediamo al primato della Politica. Siamo coloro che non si acconciano, né si accodano, all’idea che il prevalere o, peggio ancora, l’assolutizzazione del potere finanziario, tecnocratico e mediatico potrà dare un futuro migliore all’uomo. Al contrario, queste tendenze in atto – che non a caso convergono per destrutturare, delegittimare e distruggere la Politica – esprimono e concorrono a consolidare una concezione culturale distorta, se non errata, dell’uomo e della società e mirano a consolidare il potere di alcune indebite oligarchie che minacciano la democrazia, rinnegano la verità dell’uomo, creano ingiustizia, spengono la solidarietà, riducono la libertà, limitano le possibilità di tutti, feriscono il bene comune. Senza democrazia può certamente esserci politica, ma senza politica non vi può essere democrazia. E quindi senza politica gli uomini non sono uguali davanti alla legge, ma regrediscono allo stato di natura dove è il più forte a determinare le condizioni alle quali l’intera collettività si deve assoggettare.
In questo scenario, emerge una volta di più l’irrinunciabile necessità di affermare, salvaguardare e realizzare il «primato della politica», di una politica – ovviamente – degna di questo nome. È principalmente compito della politica – un compito oggi faticoso e complesso – ricostituire e mantenere una democrazia reale e sostanziale, una democrazia cioè che, oltre a essere un «metodo», si presenta ed è riconosciuta come un valore decisivo per esprimere la stima, l’apprezzamento, il giudizio di verità e di bene sull’uomo.
Mi pare che torni di grande attualità, a tale proposito, la domanda cruda e provocatoria che Maritain così esprimeva nel 1949: «Il popolo deve essere risvegliato oppure utilizzato? Dev’essere risvegliato come fatto di uomini, o frustato e trascinato come il bestiame?». Anche oggi, dopo decenni di riconquistata democrazia, c’è da chiedersi con estrema libertà e onestà: «Dei nostri simili pensiamo che si tratti di uomini o di bestiame?».
È una domanda quanto mai cruciale, che ci interpella in quanto cittadini e in quanto eletti a rappresentare altri cittadini, e a concorrere alla determinazione del bene comune.
Il primato della politica è un tema da prendere in seria considerazione, se non si vuole che quello della democrazia sia un discorso astratto, avulso dalle vicende storiche che disegnano il volto concreto della nostra democrazia oggi, e si sposa con altro concetto chiave che è quello del «limite della politica».
Ma stiamo sul primo concetto. Se siamo per il primato della politica, è evidente che il compito dei politici, delle classi dirigenti, non è quello di accodarsi. Di mettersi cioè in fila dietro all’economia, agli interessi consolidati, ai media, alle lobby, alle corporazioni, alle confessioni, e farsi dettare la direzione di marcia. Il nostro compito, in altri termini, non è quello di seguire pedissequamente tutto quello che ci arriva sul tavolo dalla società, in maniera spesso scomposta e affastellata, ma è quello di ascoltare le istanze, raccoglierle, metterle in forma, dare loro una configurazione e proporre al paese, o alla nostra comunità di riferimento se si preferisce, un’idea di che cosa essa dovrebbe essere. Un’idea della direzione da prendere, del modo con il quale camminare, e con chi. Questo è il compito di un partito politico. E per questo si dà una classe dirigente.
Si dice che la grande crisi italiana di rappresentanza, che mette in discussione le regole sulle forme della lotta politica e sulla forma della democrazia, sfocerà nella fine della democrazia rappresentativa e nell’esaltazione della democrazia individualistica. Dalla democrazia organizzata, fondata sulla mediazione dei partiti, si passerà attraverso la rete alla democrazia individualistica, fondata sul rapporto immediato e diretto tra singoli e rappresentanti. Dentro questo passaggio vi è il ripudio del parlamentarismo, delle assemblee elettive, delle forme di governo fondate sulla mediazione dei partiti. E quindi vi è il ripudio della democrazia rappresentativa, immaginando che personalizzazione, leaderismo e risorse carismatiche sostituiscano tout court le vecchie cariatidi dei partiti di rappresentanza collettiva. Non vorrei scandalizzare nessuno, ma la penso esattamente all’opposto. Penso, in altri termini, che oggi vi è uno spazio essenziale per la democrazia rappresentativa, e quindi delle sue forme organizzative, ovvero i partiti.
Vorrei riflettere sui motivi storici che portano alla nascita dei partiti moderni, per cercare di articolare un ragionamento che spiega quest’affermazione apodittica. Il partito come organizzazione collettiva (all’epoca si diceva «di massa» visto che esistevano le masse) nasce nella seconda metà dell’Ottocento. Il primo tipo di partito dell’Europa continentale, che soppianta le élites aristocratiche e borghesi, è il partito della «classe operaia». Sono note le ragioni: serviva una forza e un’unità sufficiente per consentire alla «classe operaia» di costruire una forza organizzativa tale da impattare sulle scelte e sulle decisioni. Il partito da quel momento diventa l’unica forma, l’unico strumento attraverso il quale una massa indistinta di individui – socialmente, culturalmente, economicamente deboli – possono esistere e partecipare al confronto, e al conflitto, politico per ricavarne un ruolo e possibilmente un vantaggio.
Se ci pensiamo bene, di fronte al prorompere delle sfide globali, oggi da solo il singolo cittadino cosa può fare? Di fronte all’emergere di un’economia globale contraddistinta da una profonda interconnessione con un rapporto del tutto nuovo con i flussi di capitali, i rapporti di lavoro, i mercati dei consumatori; di fronte all’emergere di una rete di comunicazioni elettronica planetaria che pone in chi detiene la tecnologia in un potere inusitato e inedito; di fronte all’emergere di un nuovo equilibrio mondiale fra i poteri politici, economici e militari radicalmente diverso rispetto a quello che abbiamo conosciuto nella seconda metà del XX secolo con un passaggio di influenza e di peso da Occidente a Oriente e da Nord a Sud; di fronte all’emergere di una crescita sempre più insostenibile in termini di popolazione, di dimensione delle città, di consumo delle risorse naturali, di sfruttamento intensivo del suolo, delle risorse d’acqua dolce e delle specie viventi: di fronte all’emergere di una nuova serie di potenti tecnologie rivoluzionarie nell’ambito della biologia, della biochimica, della genetica e della scienza dei materiali, che addirittura permettono di ricostituire a livello molecolare le materie solide e a reintrecciare il tessuto della vita; di fronte all’emergere di una nuova, e potenzialmente rivoluzionaria se non sovversiva, relazione tra il potere complessivo della civiltà umana e i sistemi ecologici del pianeta. Bene, di fronte a tutta questa emersione nuova, il cittadino, da solo, ancorché collegato a Internet, connesso con i social newtork, nativo digitale, che fa, se non la fine del povero proletario dei sobborghi londinesi raccontato nei romanzi di Dickens? Solo uno sciocco può immaginare che i fenomeni storici citati, che sono appena al loro apparire sulla scena del mondo, non inneschino potenziali conflitti micidiali, sfide lanciate da nuove e forti diseguaglianze, nuove esclusioni e nuove povertà. Solo un illuso può pensare che da solo, come singolo, possa orientarsi dentro tale complessità. Perché, per quanto si possa essere bravi, capaci, intelligenti, fortunati o ricchi, nessuno di noi singolarmente potrà mai essere sufficientemente preparato e istruito, attrezzato e organizzato, capace e sensibile per mettere in campo un’azione di governo, in una logica di equità e di giustizia ma anche solo di contenimento del danno o di minimizzazione del rischio, che unicamente la politica può assicurare.
Ecco perché oggi più che mai servono i partiti. Non quelli dell’Ottocento. Non quelli del Novecento. Quelli di oggi per la società di domani. E a noi è data la responsabilità storica di costruirli. Di ricostruirli. E di ripartire.
Ripartire con due avvertenze. La prima: è ora di finirla di alimentare la retorica dei diritti individuali come unico elemento salvifico del genere umano, sganciati spesso dalla dimensione dei doveri. La rappresentanza politica non è solo la somma matematica e registrata delle preferenze dei singoli cittadini, ma è l’indicazione di un dover essere della società «resa presente» davanti ai cittadini dai soggetti politici organizzati. Bisogna ritornare a dire la verità, che come tale è assolutamente sovversiva: se si toglie dal tavolo l’aspetto della mediazione politica, si lascia il campo alla regressione della lotta tra branchi. Se ne esce all’indietro, non in avanti. E si finisce per dare ragione a Stanley Kubrick, che risulterebbe cronologicamente solo di qualche anno successivo rispetto alla sua datazione dell’odissea nello spazio. La seconda: bisogna rendere esplicito il conflitto e non camuffarlo dietro la pretesa vigenza di ineluttabili leggi economiche che prescriverebbero determinate scelte. Il mondo che arriva impone scelte nuove sulle visioni del fondo, sull’ecologia, sul lavoro, sul rapporto tra continenti prima ancora che tra paesi, sui passaggi generazionali e via discorrendo. Su questo non ci sono né verità rivelate, né scettri tecnocratici che hanno già la pietra filosofale da applicare. È il nuovo campo della politica. Quello che una sinistra moderna e attrezzata alla sfida dei tempi deve occupare, se non vuole che venga percorso da demagoghi o resti appannaggio di conservatori finalizzati esclusivamente a trasferire il potere delle oligarchie da un’epoca storica a un’altra.

2. La crisi è rever...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Copyright
  4. Indice
  5. Prefazione di Ermete Realacci
  6. Premessa. Un grande amore e niente più?
  7. I. La metamorfosi delle politiche per il territorio
  8. II. Analizzando i luoghi periferici
  9. III. Organizzare la complessità: un governo del territorio da ricostituire
  10. IV. Aree interne: laboratori dell’innovazione
  11. V. Uno sguardo all’Europa: modelli a confronto
  12. VI. Forme della politica e territori: appunti per un progetto