Commento
dp n="52" folio="42" ? dp n="53" folio="43" ? (Ia) 1–38. Gli alberi genealogici, i volti dipinti degli antenati che li formano, le statue o le maschere di cera che raffigurano quegli avi – i simboli, cioè, comunemente esposti nelle case nobiliari – non servono a nulla, se alla nobiltà di stirpe non corrisponde un comportamento virtuoso. Anzi, giocare a dadi tutta la notte disertando i doveri da adempiere di giorno, o essere stupidi, effeminati e criminali come Fabio, vanifica l’eredità nobiliare ricevuta in sorte e disonora gli stessi nobili antenati. Non conta, quindi, la nobiltà di stirpe, ma solo quella d’animo, che si manifesta in un comportamento esemplare riconoscibile dalla cittadinanza. Pure i nomi sono inefficaci a determinare la virtù personale: dietro a un altisonante nome nobiliare può nascondersi una realtà opposta a quello che tale nome evoca.
1–9. Stemmata ~ vivitur?: l’esordio è brusco e incalzante, grazie a tre interrogative retoriche (1a; 1b–5; 6–8), in cui G. suggerisce l’assoluta inutilità à degli stemmata e delle loro molteplici ramificazioni, dell’appartenenza a una famiglia di antica nobiltà e dei simboli che la rappresentano. Ma si tratta solo di un abile differimento del vero tema dell‘incipit: la protasi del v. 9 (vd. ad l.) sancisce infatti che questi simboli non sono vani in sé, bensì risultano vanificati dai comportamenti disdicevoli di chi se ne fregia, chiarendo che il poeta intende occuparsi del tema della vera nobiltà e del suo rapporto con la nobiltà genealogica. L’esordio della satira dà l‘impressione che G. stia descrivendo dall’interno l’atrio di una domus nobiliare (vd. ad 1: Stemmata). Tale specificità di ambientazione rende di fatto ‘tangibile’ la discrasia nel rapporto fra nobiltà di stirpe e nobiltà d’animo: i discendenti delle nobili famiglie, come Pontico, umbratile destinatario della satira (vd. ad 1: Pontice), non sono infatti in grado di emulare i loro avi e tradiscono, così, l‘aspettativa che un’intera collettività ripone nel loro ruolo di ‘élite’ dirigente (sull‘impiego intensivo dell’evidentia nella satira e sulla rilevanza di questo impiego in relazione all’interlocutore Pontico vd. introduzione, § 3).
1. Stemmata: stemma indica la rappresentazione grafica delle genealogie che le famiglie nobili romane esibivano in casa. Il termine, derivato dal gr. στέμμα (= ‘corona’, ‘ghirlanda’), sembra ricalcare icasticamente l‘intrico di linee che uniscono i nomi in esso raccolti, «al modo di un bouquet» (Bettini 1992a, 260; poco convincente Kißel 1990 ad Pers. 3, 28 [cit. ad 6], che pensa a una derivazione di stemma dalle corone usate per adornare le maschere di cera degli antenati [vd. ad 19]). La nostra conoscenza degli stemmata dipende interamente dalle fonti letterarie, dal momento che non sembrano esserne sopravvissute testimonianze materiali (non sono confrontabili con gli stemmata gentilizi le rappresentazioni genealogiche de gradibus cognationum fatte dai giureconsulti allo scopo di raggruppare i parenti di medesimo grado, presenti nei mss. delle Origines di Isidoro [riprod. in Lindsay 1911 ad 9, 6, 28]; sul rapporto fra le rappresentazioni genealogiche antiche e quelle nei manoscritti giuridici vd. Schadt 1982, spec. 55–60). Le principali fonti sugli stemmata sono: (1) Plin., Nat. 35, 6: Aliter apud maiores in atriis… Stemmata vero lineis discurrebant ad imagines pictas; (2) Sen., Ben. 3, 28, 2: Qui imagines in atrio exponunt et nomina familiae suae longo ordine ac multis stemmatum inligata flexuris in prima parte aedium collocant, non noti magis quam nobiles sunt?; (3) Suet., Nero 37, 1: obiectum est… Cassio Longino… quod in vetere gentili stemmate C. Cassi percussoris Caesaris imagines retinuisset; (4) Suet., Galb. 2: stemma in atrio proposuerit. Le testimonianze (1) e (2) attestano che i singoli membri della famiglia erano identificati nello stemma o semplicemente attraverso il nome, o attraverso immagini dipinte completate dal nome (vd. Badel 2005, 38; 122–123). Questi nomina e imagines pictae erano legati fra di loro attraverso linee sinuose (lineae, flexurae), in maniera non dissimile, si deve immaginare, dai moderni alberi genealogici (la resa di stemmata con ‘alberi genealogici’ qui proposta è un ammodernamento semantico; il moderno plesso metaforico arboricolo per la rappresentazione genealogica è per lo più estraneo al latino: vd. Bettini 1992a, 260–261). Altre fonti (vd. ad 1–2) consentono di affermare con una certa sicurezza che «nello stemma nobiliare antico il capostipite era collocato in alto, mentre i discendenti si disponevano progressivamente più in basso» (Bettini 1986, 178; cf. pure Corbier 2007, 82). Quanto all’ambiente in cui gli stemmata erano collocati, le testimonianze (1), (2) e (4) certificano che erano esposti nell’atrium, ambiente che, in virtù del suo complesso apparato di manufatti gentilizi (stemmata, statuae o busti [ad 3–5] e cerae [ad 19]), era tradizionalmente destinato alla celebrazione privata degli antenati e all’ostentazione dei loro meriti agli occhi dei visitatori impegnati in affari di vario tipo con il pater familias (ad es. la salutatio). Inoltre l‘atrio doveva attivare nei discendenti un «processo dinamico di emulazione, [in grado] di indurre una serie di comportamenti concreti la cui finalità ultima è di eguagliare le gesta degli antenati» in esso effigiati (Lentano 2009, 132), costituendo di fatto una «véritable pédagogie de la vertu» (Badel 2005, 162; sull’atrium, la sua funzione e la sua decorazione vd. Zaccaria Ruggiu 1995, 249–377; Flower 1996, 186–203; Frost Di Biasie 2011, 19–22). – quid faciunt: il significato dell‘espressione è chiarito dal successivo Quid prodest… ?. Qui facere = ‘servire’, ‘essere utile’: un’estensione semantica tipica della lingua d’uso, in cui facere tende a diventare un «verbo universalmente valido» (Hofmann 19513–20033, § 150). L’uso di deittici, la sintassi spesso brachilogica, l‘ellissi e, come in questo caso, l’opzione di verbi poco specifici, sono appunto della lingua d‘uso, legati al rapporto dialogico fra il poeta e l’interlocutore Pontico (cf. ad 30; vd. pure Courtney 1980, 42). Per facere nel senso di prodesse vd. 9, 33–34: Nam si tibi sidera cessant, / nil faciet longi mensura incognita nervi; Pers. 2, 69: dicite, Pontifices, in sancto quid facit aurum?; Mart. 7, 64, 6: Quid facit infelix et fugitiva quies?; Petron. 14, 2: quid faciunt leges, ubi sola pecunia regnat…?; Quint., Inst. 2, 21, 1: nihil haec (sc. verba) sine rerum substantia faciunt. ThlL VI.2, 102, 69 aggiunge anche 114–115: quid resinata iuventus / cruraque totius facient tibi levia gentis?; 2, 166: Aspice quid faciant commercia, ma a torto (Courtney 1980): in questi due passi, più che sull’utilità di una cosa, il verbo insiste sull’effetto che essa può avere, o sul danno che può arrecare (cf. ad 115: facient). Raffinati sono lo stridente accostamento del prosaico faciunt a un termine come stemma, che rimanda invece a una realtà elevata (cf. Fredericks 1971, 113–114 e n. 9) e la ripresa anaforica del pronome interrogativo. – Pontice: umbratile destinatario dell’intera satira. La testimonianza di Tacito su un Valerius Ponticus (Ann. 14, 41, 1) e quella epigrafica su un Domitius Ponticus (AE 1951, 206, 7) non forniscono elementi utili né all’identificazione ...