La critica e felice notte dell’umorismo
di Massimo Rizzante
I.
Alberto Cantoni, colto e raffinato prosatore che pubblicò le sue opere più importanti tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, non ha avuto né in vita né post mortem il riconoscimento che meritava.
Il suo pubblico è sempre stato di pochi intimi e la critica letteraria, a parte l’appassionata dedizione pirandelliana – ma si dovrebbero ricordare anche gli scritti di Benco, Massarani, L.A. Villari, della sua biografa Elda Giannelli e i diversi interventi di Corradini –, quando lo ha frequentato lo ha fatto ogni volta con molte riserve (vedi Croce, Bernini, Bacchelli, Cecchi).
Le acque stagnanti sembrarono incresparsi quando nel 1953 Pietro Pancrazi, che nel 1939 aveva già antologizzato alcune pagine di Un re umorista nei Racconti e novelle dell’800, incluse tutti gli scritti cantoniani editi dal 1887 al 1906 (data dell’uscita postuma in volume del romanzo L’Illustrissimo) e la quasi totalità dei racconti pubblicati dall’autore in varie riviste daI 1875 al 1881 nella collana garzantiana da lui diretta «Romanzi e racconti italiani dell’Ottocento», affidandone la cura a Riccardo Bacchelli.
All’uscita del libro ci furono alcune recensioni di critici sempre all’erta, tra le altre quelle di Contini e Ponchiroli – il quale aveva già dedicato un breve ritratto a Cantoni nel 1951 – e alcuni scritti, tra cui un acuto saggio di Natali, pubblicato in «Narrativa» nel 1958.
Da allora brevi cenni sul riconosciuto, ma mai del tutto approfondito, rapporto di parentela estetica tra Pirandello e Cantoni.
Solo nel corso degli ultimi due decenni, se si esclude la riedizione del romanzo L’Illustrissimo a cura di Giacinto Spagnoletti, qualcosa si è mosso in campo editoriale. Il lettore intraprendente che volesse avvicinarsi a questo autore può disporre di almeno quattro titoli della sua produzione letteraria: le novelle de Il demonio dello stile, le «memorie» di Un re umorista, una nuova edizione del romanzo L’Illustrissimo.
Tuttavia era mancata all’appello editoriale un’altra piccola opera di Cantoni, i grotteschi di Humour classico e moderno, pubblicata nel 1899 (parte integrante del corpus curato da Bacchelli nel 1953, ma che singolarmente non è stata più riedita da quella remota data di fine secolo). Opera agile e capricciosa, come del resto tutte le opere di Cantoni, ma riuscita ed essenziale per comprendere alcuni elementi del suo umorismo, di quell’arte critica e fantastica di cui, secondo Pirandello, Cantoni era maestro.
La ricezione dell’opera cantoniana, anche dopo l’esile stagione di risveglio editoriale degli anni Novanta, è stata piuttosto debole (da segnalare però alcuni volumi di sicuro interesse usciti negli ultimi anni: Roberto Salsano, Uno sguardo dal retroscena: sulla narrativa di Alberto Cantoni, Bulzoni, Roma 2003; Alberto Jori, Identità ebraica e sionismo in Alberto Cantoni, Giuntina, Firenze 2004 e il volume collettivo, frutto di un importante convegno, Alberto Cantoni. L’umorismo nello specchio infranto, a cura di Fabiana Barilli e Monica Bianchi, con un saggio di Caterina Del Vivo, Il cartiglio mantovano, Mantova 2005), tanto che ancor oggi Alberto Cantoni nei manuali di storia letteraria è una voce di poche righe.
II.
Alberto Cantoni nacque nel 1841 a Pomponesco, in provincia di Mantova, e morì a Mantova, nella sua villa, nel 1904. La sua famiglia era di origine ebraica. Il padre, Israele, sensale e commerciante di bestiame, diventato poi grande proprietario terriero, fu molto osservante, mentre la madre, Anna Errera, ebrea veneziana, fu una donna intelligente e di ottima cultura. Frequentò molto irregolarmente le istituzioni scolastiche. Fu un autodidatta. Imparò il francese e l’inglese e più tardi apprese anche il tedesco e il latino (studiò anche l’ebraico, di cui ebbe però una conoscenza limitata). Si alimentò di cultura letteraria e filosofica classica e moderna. Amò Luciano, Orazio, Virgilio, Marziale, ma i suoi autori prediletti furono il cinquecentista Valeriano (nel Prologo di Un re umorista il De litteratorum infelicitate fa capolino dalle mani del viaggiatore a cui sarà consegnato il manoscritto del re), Schopenhauer e François Xavier de Maistre, l’autore del Voyage autour de ma chambre. Studiò molti autori italiani e stranieri, tra i quali sicuramente Rabelais, Swift, Heine e Sterne.
Tra i suoi nipoti figurano il poeta Angiolo Orvieto e suo fratello, Adolfo, che furono i fondatori della rivista letteraria fiorentina «Il Marzocco», dove scrisse diverse volte (importante ai fini della sua poetica il breve pezzo qui pubblicato nel 1902 intitolato La chiave di un grottesco, in cui Cantoni afferma che «l’anima dell’humour sono “le divagazioni”»). Tra i suoi amici più cari vanno almeno ricordati Alberto Errera, storico di Venezia, e la poetessa triestina Elda Giannelli, a cui fu legato da una singolare relazione epistolare. Cantoni e la Giannelli «invisibili l’uno all’altra e indivisibili» si scrissero ininterrottamente per circa quindici anni senza quasi mai incontrarsi di persona. Un’altra componente della sua formazione furono i viaggi in Francia, in Svizzera, in Germania, in Belgio, nel corso dei quali conobbe molte famiglie dell’aristocrazia ebraica. Per tutta la vita poi ebbe intensi rapporti epistolari con i parenti del ceppo materno: gli Errera di Bruxelles e gli Oppenheim di Francoforte.
Tuttavia i confini geografici della sua esistenza, dopo la morte del padre nel 1885, divennero sempre più quelli della provincia mantovana di Pomponesco. Alberto assunse le funzioni di capofamiglia, dedicandosi alla gestione e all’amministrazione del suo ingente patrimonio agricolo fino alla morte.
III.
La matrice ebraica, sentita e vissuta da Cantoni, ma sempre esclusa dalla propria rappresentazione artistica, è la chiave di lettura della sua opera di una parte della critica.
Solo un anno prima della morte, l’autore aveva scritto una novella in forma di dialogo, intitolata Israele italiano. In questa «novella critica», che con altre due novelle formerà il trittico di Nel bel paese là… (1904), due giovani trentenni, figli di due oneste signore, una cristiana e l’altra ebrea, sono in visita a Palazzo Te, a Mantova. Giunti alla Sala dei Giganti e tenendosi a debita distanza l’uno dall’altro, danno vita a un bizzarro dialogo fatto di sussurri e reso possibile solo dallo saliscendi dell’eco lungo la volta della Sala. Il dialogo, accompagnato dal suono di «una piccola sega in movimento», il sonno profondo e rumoroso della guardiana del Palazzo, divaga sulla condizione degli ebrei, sull’antisemitismo strisciante in Italia e ormai manifesto in molte parti d’Europa, sui recenti clamori internazionali dell’affaire Dreyfus, sui matrimoni misti, sulle difficili relazioni che l’ebreo intrattiene con la società dei gentili e con se stesso.
All’inizio della novella il giovane e biondo figlio di madre cristiana chiede al suo amico se abbia cominciato a scrivere quell’opera sugli ebrei in Italia di cui avevano già discusso altre volte.
Nulla – risponde il giovane di madre ebrea – […] cioè mi ci son messo più volte, ma sempre inutilmente. Ora mi pareva di essere troppo corrivo ed ora troppo severo, come accade quando si giudicano gli affini. E lì ho sempre smesso.
La posizione di Cantoni nei confronti di quel «grande, originale romanzo d’anime e costumi», come lo chiama Bacchelli nell’introduzione del 1953, di quella saga famigliare italo-ebraica che Cantoni non scrisse mai, è esattamente la stessa del protagonista della novella: di riserbo e di pudore. Cantoni non si identifica (e non si identificherà mai) completamente nel giovane ebreo di Israele italiano. Non per caso il dialogo è accompagnato dal controcanto di una «piccola sega in movimento». L’autore non dimentica il punto di vista della custode: comprende le ragioni del suo ronfare come crede seriamente alle nobili ragioni dei due giovani (compresa quella nobilissima che è fonte di riserbo e pudore nel giovane ebreo). La serietà del dialogo non è abolita dal sonno rumoroso della custode: serietà e non serietà coesistono nello stesso spazio scenico, generando un effetto umoristico, uno sdoppiamento di livelli interpretativi e una sospensione di giudizio da parte dell’autore e del lettore.
Il pudore e il riserbo nei confronti dei propri materiali autobiografici, se è un dato inconfutabile della personalità di Cantoni, segnala allo stesso tempo un’attitudine psicologica fondamentale dell’umorista, almeno nell’accezione pirandelliana del termine: l’impossibilità, cioè, di aderire completamente alla propria natura, di abbandonarsi spontaneamente al proprio sentimento senza avvertire che tale spontaneità sentimentale è illusoria, è essa stessa una «finzione dell’anima». Nell’umorista, infatti, la riflessione è così connaturata al sentimento che da ogni suo sentimento ne nasce uno contrario. Questo fenomeno di sdoppiamento e di conflitto perenne rende lo sguardo dell’umorista eternamente perplesso e sospeso tra le ragioni degli uni e le ragioni degli altri, in uno stato malinconicamente divertito, per dirla con Cantoni: egli è, pirandellianamente, una sorta di «erma bifronte» eraclito-democritea che piange e ride allo stesso tempo di ogni situazione umana, che, anzi, «ride da una faccia del pianto della faccia...