Nuova Tèchne n. 26
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Nuova Tèchne n. 26

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Nuova TèchneRivista di bizzarrie letterarie e nonAnno XXXI, n. 26, 2017NUMERO MONOGRAFICO SUL TEMA DELLA SFORTUNA

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Informazioni

G i ovanni Zaffagnini

Ri-caduto 1 e 2 (2015)

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C e sare Zavattini

Nat Blatter, uno sfortunato

Nat Blatter era magro e alto; la sua pensione era magrissima. Da questo capite che non avrebbe potuto essere alto e grasso, povero Blatter. Ma che strana vita conduceva: ogni tanto spariva dalla città per sei o sette giorni, e, quando tornava, il suo aspetto si mostrava solitamente più florido.
Mi ero recato al funerale del signor Lorentzon, a Norfolk, distante dalla nostra città qualche lega. Il carro funebre stava per avviarsi allorché arrivò una carrozza dalla quale scese un signore vestito di un vecchio abito nero e con un’alta tuba. Costui si mise dignitosamente dietro al carro funebre, nel gruppetto dei congiunti e degli intimi; anche i parenti avevano smesso di piangere per osservare il misterioso personaggio, che camminava a testa bassa, sospirando ogni dieci o venti passi. Al camposanto, dopo il reverendo Morrick, si avanzò lo sconosciuto tenendo nella mano destra un foglio giallastro e macchiato, sul quale lesse un breve omaggio al defunto.
Immaginate il mio stupore quando riconobbi nell’imperscrutabile individuo il mio concittadino Nat Blatter. Chi si sarebbe immaginato, infatti, che John Lorentzon contava tra i suoi amici Nat Blatter?
Mentre uscivamo dal cimitero, vidi Blatter avvicinarsi ai parenti e presentarsi con modi civili: “Blatter, di Londra. Fui in collegio con il povero John...”
Un’ora dopo, recatomi dai Lorentzon per congedarmi, li trovai tutti nel salotto intorno al mio concittadino, che raccontava amabili episodi della sua giovinezza. Uscii che il cameriere annunciava: “Signori, il pranzo è servito...”
Seppi più tardi che Blatter rimase alcuni giorni ospite dei Lorentzon.
L’anno seguente ebbi la sorpresa di rivederlo al funerale di George Lewis. Giunse in carrozza nel punto in cui il carro funebre stava avviandosi; al camposanto lesse il discorsetto, un discorsetto identico a quello per il povero Lorentzon: notai, anzi, lo stesso foglio ingiallito e macchiato. Ricordo che lo rividi in città soltanto parecchi giorni dopo.
Povero Blatter, cosa faceva di male? Eppure finì davanti ai magistrati.
Aveva letto nell’avviso funebre: Leonida Carte.
Il nostro Blatter non conosceva la storia greca e nemmeno, dubito, la storia inglese.
“Leonida?” aveva pensato tra sé. “Una donna.”
Se in quel tempo Nat Blatter non fosse stato magrissimo, ben volentieri avrebbe atteso un’occasione migliore. Corresse il discorso, lo chiuse come poté con l’elogio delle virtù muliebri; indi partì.
Il resto è chiaro, povero Blatter.
Fonte: Cesare Zavattini, Nat Blatter, uno sfortunato, in Opere 1931.1986, introduzione di Luigi Malerba, a cura di Silvana Cirillo, Bompiani, Milano, 2001, pp. 1119-1120.
P a ul Auster

Riflettere sull’amicizia

Riflettere sull’ amicizia, e in particolare sul fatto che alcune amicizie resistono e altre no, mi ha fatto ricordare che in tutta la mia annosa carriera di guidatore ho bucato soltanto quattro gomme, e ogni volta in macchina con me c’era la stessa persona (in tre differenti paesi e in un arco di tempo di otto o nove anni). J. era un compagno di college e benché nei nostri rapporti serpeggiasse sempre un’ombra di disagio e di competizione, ci fu un periodo in cui eravamo molto legati. Una primavera, studiavamo ancora all’università, ci facemmo prestare la vecchia famigliare di mio padre e partimmo per le lande deserte del Quebec. Le stagioni variano più lentamente in quell’angolo di mondo e l’inverno non era finito. La prima gomma a terra non fu un gran problema (avevamo in dotazione la ruota di scorta), quando però, neppure un’ora dopo, bucammo la seconda rimanemmo incagliati in quel luogo gelido e ventoso per quasi tutta la giornata. Sul momento non ho dato molto peso all’incidente, soltanto un colpo di sfortuna, pensai. Ma quattro o cinque anni più tardi, quando J. venne a trovarci in Francia nella casa in cui L. e io lavoravamo come custodi (in condizioni miserabili, in uno stato di apatia dovuto alla depressione e all’ autocommiserazione, non rendendosi conto che abusava della nostra ospitalità), accadde la stessa cosa. Andammo a trascorrere una giornata ad Aix-en-Provence (a un paio d’ore d’auto) e al ritorno, la sera tardi, su una strada secondaria, bucammo un’altra volta. Semplice coincidenza, mi dissi, e scacciai l’episodio dai miei pensieri. Infine, quattro anni dopo, negli ultimi mesi del mio matrimonio con L., J. venne nuovamente a trovarci ‒ questa volta nello Stato di New York, dove L. e io vivevamo col nostro piccolo Daniel. A un certo punto, J. e io salimmo in macchina per andare a fare un po’ di spesa per la cena. Uscii dal garage, feci manovra sul vialetto d’accesso in terra battuta, mi spinsi fino al limite della carreggiata per guardare a sinistra, a destra, e poi di nuovo a sinistra prima di immettermi sulla strada. Proprio allora, nel momento in cui lasciavo passare una macchina, avvertii l’inconfondibile sibilo dell’aria di una gomma che si affloscia. Avevamo bucato un’altra gomma, e questa volta non ci eravamo ancora mossi da casa. Naturalmente ci mettemmo a ridere tutti e due, ma in verità la nostra amicizia non si riprese mai del tutto da quella quarta gomma a terra. Non voglio insinuare che le gomme bucate furono responsabili del nostro progressivo distacco, ma in un modo per certi aspetti perverso, fornivano una rappresentazione emblematica di quelli che erano sempre stati i rapporti tra di noi, l’indizio di una sorta di inafferrabile maledizione. Non voglio esagerare, ma ancora adesso non riesco a pensare che quelle forature fossero del tutto prive di significato. Sta di fatto che J. e io ci siamo persi di vista, e sono ormai dieci anni che non ci sentiamo più.
Nota
Questa insolita storia Paul Auster la racconta nel capitolo «Il taccuino rosso» di Esperimento di verità (Experiment in Truth, 1992), uscito in Italia nel 2001 con la traduzione di Magiú Viardo, Massimo Bocchiola e Igor Legati per Einaudi.
Al tema delle coincidenze, strane e misteriose, come potremmo ritenere le forature di Auster, ha dedicato tre saggi sfiziosi Americo Scarlatti, pseudonimo di Carlo Mascaretti (1855-1928), autore di Et ab hic et ab hoc, un’enciclopedia di «varia e amena erudizione» stampata in 12 volumi fra il 1920 e il 1934 (si vedano «Le coincidenze strane della storia», «Coincidenze misteriose» e «Altre coincidenze storiche» in Americo Scarlatti, Et ab hic et ab hoc, vol. 6, Utet, 1925, pp. 1-21, 22-42, 43-61) (ne ho parlato in un mio articolo su «pagina99», sabato 4 ottobre 2014, p. 47).
In modo divertente, insaporendo il racconto di gustosi aneddoti, Scarlatti passa in rassegna un’ampia tipologia di coincidenze: da quelle storiche (il giorno 13 luglio 1793 appare su «L’Ami du Peuple» un articolo di Marat in cui il rivoluzionario francese rievoca e invoca il pugnale di Bruto; lo stesso giorno è trafitto in bagno dal pugnale di Charlotte Corday) alle coincidenze numeriche, ispirate a Pitagora per il quale tutto nell’universo si esprime nell’arcano linguaggio delle cifre (il numero 14 ha avuto una speciale influenza su Dante: nasce il 14 maggio 1265 [1+2+6+5=14], va a studiare a Bologna nel 1283 [1+2+8+3=14], si sposa nel 1292 [1+2+9+2=14], si reca a Milano a salutare l’imperatore Enrico IV, speranza dei Ghibellini, nel 1310 [1+3+10=14], viene esiliato insieme a altri 14 fiorentini, fra cui Lapo Saltarello il cui nome è composto di 14 lettere come il titolo Divina Commedia, ecc.); dalle coincidenze legate a una lettera (la lettera M ha perseguitato Napoleone Bonaparte: Maria Luisa e Metternich contribuirono alla sua rovina, la prima capitale nemica in cui entrò fu Milano, l’ultima Mosca; Marengo segnò la sua grandezza, Malet cospirò contro di lui, Moreau lo tradì, ecc.) a numerose altre bizzarre coincidenze.
Non mancano le coincidenze comiche nella narrazione di Scarlatti, come questa: una volta il ministro inglese lord Beaconsfield va a trovare Bismarck a Berlino e fra le altre cose gli domanda quale sistema adotti per liberarsi degli scocciatori. «Mia moglie» risponde Bismarck «quando si accorge che mi trovo alle prese con seccatori che mi rompono le scatole, manda un usciere a avvertirmi che l’imperatore mi chiama d’urgenza». In quel momento entra un valletto e dice: «Sua Maestà l’Imperatore desidera parlare d’urgenza con Vostra Altezza».
La moglie di John W. Ridle (1864-1941), racconta Scarlatti, impedì al marito di accettare negli anni venti del Novecento la nomina a ambasciatore degli Stati Uniti a Roma. La donna non riuscì mai a raggiungere via mare l’Europa: la prima nave su cui la signora Wallace s’imbarcò, la Lusitania, fu silurata dai tedeschi, la seconda s’incendiò, la terza sbatté contro un iceberg, la quarta infine perse il timone e fu rimorchiata a New York.
Fatalità che coincidono nel numero alle quattro gomme forate da Paul Auster.
Un’ultima considerazione. Se quelle ripetute forature fossero successe da noi, in Italia, o meglio in certe zone particolari dell’Italia, sicuramente a J., l’amico di Auster, sarebbe stata affibbiata la nomea di iettatore, come il Rosario Chiàrchiaro del racconto La patente di Pirandello, e nessuno, una volta diffusasi la voce, avrebbe fatto salire J. su una macchina per salvarne l’integrità delle gomme.
Nel mio piccolo e in forma ridotta, a me è successa una storia simile a quella raccontata da Auster. La storia è questa. Un giorno vado in Sardegna, a Cagliari, per partecipare a un evento organizzato dall’associazione culturale Hermaea Arte e Archeologia, fondata e diretta da Elisabetta Gaudina e Lucia Putzu; l’evento si svolge presso il centro polivalente MEM - Mediateca del Mediterraneo. È il giugno del 2014. Per l’occasione, viene a trovarmi un carissimo amico, P. P., uno scrittore e biologo marino, che abita a Oristano. P. P. arriva in ritardo in Mediateca perché, nel fare rifornimento, sbaglia tipo di carburante e dopo un po’ la macchina (che per altro è della moglie americana) si ferma, e P. P. deve lasciarla dal meccanico, dorme a Cagliari e recupera la macchina il giorno dopo.
Torno in Sardegna due anni dopo, nel dicembre del 2016, sempre a Cagliari, sempre invitato da Elisabetta e Lucia dell’Hermaea che inaugurano la loro nuova sede, uno spazio culturale molto bello. Questa volta devo presentare il mio ultimo libro, Umorismo involontario (Compagnia Extra Quodlibet 2016). Chiedo a P. P. che, come ho già detto, abita a Oristano se vuole presentarmi nel nuovo spazio dell’Hermaea. P. P. accetta volentieri, siamo entrambi contenti di rivederci nell’isola. P. P. arriva a Cagliari con un’oretta e più di anticipo, ce la prendiamo con calma. Ci fermiamo in un caffè davanti al porto, beviamo qualcosa e facciamo due chiacchiere. Poi, quando manca poco alla presentazione, montiamo sulla sua macchina (in realtà è quella di sua moglie), P. P. mette in moto, ma la macchina non parte. È successo che, nel fare rifornimento, di nuovo P. P. ha sbagliato tipo di carburante; ancora una volta deve lasciare la macchina da un meccanico, dormire a Cagliari e recuperare la macchina il giorno dopo, esattamente come nel giugno 2014.
P. P. mi ha detto che usa spesso la macchina della moglie, ma che solo in quelle due sfortunate circostanze gli è capitato di sbagliare tipo di carburante e rovinare di conseguenza il motore della macchina.
A cosa imputare queste due sciagurate ripetizioni: a qualche cattivo influsso, legato chissà a quale fattore scatenante o soggetto coinvolto in entrambi gli episodi narrati oppure, come sospetto, più semplicemente alla sbadataggine del mio amico P. P.?
Il titolo del testo di Auster è redazionale.
la redazione
J o e Brainard

Un ricordo sulla sfiga

Mi ricordo che camminando per strada cercavo di non calpestare le righe.
Mi ricordo «Se calpesti anche una riga, non ti salvi dalla sfiga».
Nota
Questi due ricordi sono tratti dal libro di Joe Braindard, Mi ricordo, prefazione di Paul Auster, traduzione di Thais Siciliano con la collaborazione di Susanna Basso, Lindau, Torino, 2014, p. 129.
Pittore, poeta e scrittore americano, Joe Braindard (1942-1994) ha raccolto in I remember (1970), composto nell’estate 1969, quando aveva ventisette anni, ricordi sulla famiglia, il cibo, i vestiti, i film, la scuola, la chiesa, il corpo, i sogni notturni, le festività, gli oggetti, il sesso, gli scherzi, gli amici e conoscenti e molte altre riflessioni e domande bizzarre come: «Mi ricordo che non capivo come facesse la gente dall’altra parte del mondo a non cadere», «Mi ricordo di essermi domandato se anche le ragazze scoreggiano», «Mi ricordo che mi chiedevo come “lo fanno” le tartarughe». Il libro ha ispirato, fra gli altri, Georges Perec, autore di Je me suoviens (1978), dedicato allo stesso Brainard.
Nella prefazione, Paul Auster scrive: «Mi ricordo resta nuovo, strano e sorprendente perché, per quanto breve, Mi ricordo è infinito, uno di quei rari libri che non si esauriscono mai».
Il titolo del testo di Brainard è redazionale.
la redazione

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Joe Brainard
M a urizio Ferraris

Sfiga

Come nella novella persiana, la storia funziona così: un oracolo ti dice che se vai a Milano morirai, se vai a Roma ti salverai. Ovviamente vai a Roma. Lì una signora nerovestita e munita di falce appare e ti dice: grazie di essere venuto, ti aspettavo. L’apologo insegna che la lotta contro la sfiga è persa in partenza, e dopotutto è una bella fortuna quando si tratta della morte, che non dobbiamo pensarci più. Ma cosa dire delle porte che chiudono male, dei risotti che scuociono, delle parole sbagliate dette in momenti sbagliatissimi? Magari apparisse la nerovestita. Invece sei lì, vivo e vegeto, a sopportare le conseguenze della tua sfiga.
È chiaro che in molti casi la nozione di «sfiga» è solo il travestimento della nostra inettitudine: il riso è scotto? Colpa della sfiga, e buonanotte. Ma una volta che ci si è messi sulla pista della sfiga non la si finisce più. Si diventa superstiziosi, si traggono auspici dagli eventi più vari, si leggono gli oroscopi sui giornali. Sono esperienze frustranti, e comunque non ci riparano dalla sfiga, anzi, sembrano invocarla a gran voce: «Sfiga, vieni, c’è un cliente per te».
Non ci siamo, il rimedio va cercato in tutt’altra direzione. Il credente nella sfiga è un fatalista a metà, pensa cioè che tutto sia scritto, ma che potrebbe andare altrimenti, cioè che si possa dare un aiutino alla sorte, per esempio con un rito ossessivo o con un amuleto. È una soluzione da perdente: se ti va bene, è merito dell’amuleto, se ti va male, tanto peggio per te. Bisogna invece diventare fatalisti al cento per cento: tutto è scritto, e non ci si può fare niente. A questo punto, la sfiga diventa un concetto puerile e si potrà nobilitare la vita quotidiana guardandola con gl...

Indice dei contenuti

  1. Sommario
  2. L’editoriale di Tèchne
  3. L. Umena, Sull’Origine e la Natura Fluido-dinamica della Sfortuna (traduzione)
  4. C. Baudelaire, Note sulla vita e l’opera di E. A. Poe
  5. S. Butler, Qualche processo
  6. M. Twain, Lo sfortunato giovane di Aurelia
  7. J. Hašek, La disgraziata storia del gatto
  8. D. Charms, Il destino della moglie del professore
  9. J. R. Wilcock, Predisposizione all’infortunio
  10. G. Manganelli, Ridere degli influssi ma con un po’ di paura
  11. G. Zaffagnini, Ri-caduto 1 e 2
  12. C. Zavattini, Nat Blatter, uno sfortunato
  13. P. Auster, Riflettere sull’amicizia
  14. J. Brainard, Un ricordo sulla sfiga
  15. M. Ferraris, Sfiga
  16. G. Culicchia, Sfiga e Sfigato
  17. R. Butazzi, Sfortune
  18. E. Cavazzoni, La sfortuna di vincere alla lotteria
  19. L. Contemori, La sfortuna alla roulette
  20. U. Cornia, Concerto n° 3 per elefante suonabile
  21. P. Morelli, Il grande caso del Beatle scarognato
  22. G. Mammi, La passeggiata
  23. I. Levrini, Sfortuna liquida
  24. A. De Pirro, 17 gatti neri
  25. P. Pergola, Flusso documentale per gli acquisti
  26. A. Castronuovo, Geometrie della sfiga
  27. P. Vistoli, Dalla sfortuna individuale alla «God’s Eye view»
  28. D. Zinni, L’oroscopo del mese
  29. P. Barchi, Decalogo della sfortuna
  30. I. Russo, Edipo Re
  31. L. Fois, Due macchine sulla sfortuna
  32. S. Bedini, Intervista a una scala
  33. M. Pelliti, Kar-ahr-pur ghisa-ah-arpis
  34. M. Frusca, Prolegomeni alla sfiga
  35. G. Zauli, Incrocio le dita
  36. A. Somenzari, Accessori inutili
  37. N. Calvagna, Vacanze in Sicilia
  38. M. Pompei, Quer muscolo involontario
  39. F. Marsibilio, Gedankenexperimenten
  40. J. Narros, Ritratti di uomini che stanno per essere colpiti da una pallottola
  41. R. Casati e A. Varzi, Questione di sfortuna
  42. E. Mazzardi, Cosa non fare
  43. G. Calandriello, Nuovo catalogo TYCHE™
  44. A. Debenedetti, Due racconti sulla sfortuna
  45. A. Merce, Prontuario
  46. C. Berlitz, Perseguitato dai fulmini
  47. S. Martinelli, O vecchiaia maledetta!
  48. Art index
  49. Notizie sugli autori di questo numero