PRIMA SERIE
(1927)
Antonio Baldini
Aria di Roma – ovvero le tribolazioni di Tonio scrittore
Così di gusto dorme Tonio scrittore, che nemmeno il boia oserebbe svegliarlo. Quando si riscuote è un avvenimento: raddoppian le colombe i baci loro, ogni animal d’amar si riconsiglia. Il sole risplende più ardito, fuggono le nuvole, garriscono gli augelletti, sbatacchiano le campane, si pavesano gli edifici pubblici e la fanfara dei Granatieri suona la marcia della Marina. Ognuno pensa allegro: s’è svegliato finalmente. Ora farà qualche cosa di bello.
Ma questi risvegli seguono, purtroppo, lunghi, profondi letarghi, sonni queti e paciosi da neonato paffuto, da angiolone tiepolesco, da principe di Condé prima della battaglia di Rocroi: pugni stretti e bocchino a cuore. Tonio scrittore venera Sua Santità Pio XI, ossequia Pippo Nostro, rilegge Leopardi e saluta i gagliardetti, ma in fondo al cuore conserva, come i paladini di Francia, una devozione sola: Michelaccio, Michelaccio Battifiacca, S. Michelaccio Arcangelo, patrono degli scugnizzi e dei letterati.
Insomma, oggi s’è svegliato. Meno male.
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Il lunario porta stamane: San Marcellino vescovo di Embrun, e S. Agnese vergine, delle Suore del Sacco. Fiera a Varese. Cessa il permesso di caccia agli acquatici di passo in provincia di Arezzo ed Ascoli Piceno, ai croccoloni in quella di Livorno; invece nella provincia di Chieti comincia il permesso per la caccia alle quaglie, e i letterati di tutta Italia vanno a caccia di belle immagini primaverili. Tonio scrittore obbedisce, ed esce, vestito di fustagno, pronto alla mira.
Chi non ha visto Roma la mattina, à hora muy temprana, e anche più tardi, nel mese d’Aprile-dolce-dormire, quando il sole d’Ariete passa in Toro, è senza contestazioni un disgraziato. Sono spettacoli che riconciliano con la vita. Le vie sono piene di rimescolio e di gazzarra. Tutti gridano e tutti ridono, scambiandosi saluti, discorsi e accidenti. Vedesi il Bottijaro (chi cià le bottije da venne, ahóoo!) alternarsi al pantofolaro (belle ’ppantoffole – ricamatt’ a ’bbon prezzo!) senza pregiudizio del ranocchiaro (ma che belle ranocchie) sotto l’occhio paterno dell’ex pizzardone, oggi austero metropolitano, che è stato a Londra a vedere come si regola il movimento di una grande capitale, e con quella bacchetta di ricotta vorrebbe domare quest’allegra e facinorosa città. Gli scioffè sterzano arditi e strombettano prepotenti dietro ai pedoni assorti nella lettura del «Messaggero». Romoletto rincorre Agustarello fra i piedi del prossimo.
Tonio scrittore se la gode peggio di Pinocchio nel Paese dei Balocchi. Una gamba qua e l’altra là, come fosse il Gran Connestabile, passeggia lemme lemme fra bancarelle e carrettini, fra strilli e improperi, fra ragazzini e cani sciolti. Le occhiate che dà in giro sono tiri d’aggiustamento per l’articolo che cova in corpo. Alle cantonate si ferma a leggere le vecchie lapidi del Cardinal Vicario e del Presidente alle strade; proibito di fare il mondezzaro nel presente luogo e per tutto il tratto di questo vicolo, sotto pena di scudi venticinque ed altra pena corporale, ad arbitrio di Sua Eccellenza (le grida di Renzo!); o ammira le epigrafi magnanime che ricordano come con inaudita munificenza Alessandro o Urbano o Benedetto, communi decori ac Militati, allargasse un portone o sfondasse una finestra. Tutte le volte che s’imbatte in uno stemmone col Triregno e le Sacre Chiavi gli s’apre il cuore come uno sportello. Quelle chiavi gli rammentano che siamo, se Dio vuole, a Roma, nella più adorabile città del mondo (c’è poco da rugà, semo o nun semo?) dove in mirabile sintesi trovi Fontan de Trevi, la foglietta, la Rotonda e gli sminfaroli: Roma, dove nacque e fu beato S. Michelaccio! A pensarci, Tonio scrittore s’intenerisce e si soffia il naso. La mattinata è passata.
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Il Barbanera, il Filosofo Errante e il Casamia affermano concordi che la carne di Capra, Lepre e Bue generano cattivi umori; peggiore quella di Porco se gli bevi appresso dell’acqua, non così se buon vino. Gioverà quindi innaffiare con Frascati pastoso o sulla vena i carciofi alla giudía di Piperno o l’abbacchio alla cacciatora e gli spaghetti alla matriciana della Vera Felicetta, mentre il sole gioca a nasconderello col piatto unto. È l’ora che i cocchieri tiran sugli occhi il berretto tipo aeronautico; che i portieri, a cavallo delle sedie spagliate, poggiano la testa sulle braccia; che i gatti del Foro Traiano si scelgono la colonna più arrostita. Comincia il sonno meridiano, la deliziosa pennichella; che sta alla dormita come, fatti conto, Baldini sta a Manzoni. Son confronti da non farsi nemmeno per ischerzo, ma insomma né Baldini né la pennichella sono da buttarsi via.
Tra le tre e le quattro la pennichella finisce. Gli impiegati vanno svelti a mettere il cappello in ufficio, per pagare almeno questo tributo alla Dea Fatica – a quest’esosa tiranna. Anche Tonio scrittore si riscuote. Frega gli occhi con le pigre mani, sbuffa e sospira. La coscienza lo chiama al lavoro, che, si sa, nobilita l’uomo.
Lavorare, a Roma, d’Aprile, è una parola... Guarda per esempio chi s’incontra ora, proprio davanti al Pulcin della Minerva? Agricane critico. Gradasso giornalista e bisboccione famoso. – Ma chi si vede! – O dove t’eri imboscato? – Imboscato sarai tu, che non scrivi da un mese... – E il maganzese, con un’aria che strappa i baci: – È colpa tua; perché non mi mandi il tuo ultimo libro? io te lo valorizzo (fossi micco: a uno stroncatore come te!).
Dove finiscono incontri simili? Ma al caffè, che diamine, al caffè tabaccoso, fra camerieri cadenti e scacchisti ermetici. Sono le sei.
Fra le sei e le sette arrivano a ondate dal Macao i cappelloni in libera uscit...