Antologia apocrifa
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Antologia apocrifa

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Informazioni su questo libro

Diplomatico di mestiere, fine letterato e saggista, Paolo Vita-Finzi (1899-1986) per tutta la vita scrisse parodie di autori tra i più importanti del suo tempo: da Emilio Cecchi a Giovanni Pascoli, Benedetto Croce, Alberto Moravia, Giuseppe Berto, Carlo Cassola, Ennio Flaiano. Lontane dalla deformazione plateale, dalla volgare irrisione cui siamo forse più abituati (e di cui siamo forse un po' stanchi), le parodie di Vita-Finzi ubbidiscono al demone imperioso e discreto che abita in ogni trascrittore-traduttore di pregio e riservano sorprese più raffinate e più appaganti. Sono infatti diaboliche, pazienti, millimetriche "esecuzioni a freddo" che partono da una conoscenza capillare dell'autore-bersaglio, gli rubano l'anima e la trasformano in scheletro freddo e fedele dell'originale, cogliendone al meglio difetti e virtù. Dunque senz'altro leggendo le pagine di Vita-Finzi si ride, si ammira (la perizia tecnica, la felicità dell'invenzione e della scrittura), si può inoltre riconoscere un "compendio critico" della cultura italiana moderna. Ma specie in tempi in cui, tra usi strumentalmente teorici o equivocamente civili della letteratura, si continua a dimenticare il dato materiale e artigianale dei testi, questa Antologia pubblicata l'ultima volta nel 1978 e solo oggi nuovamente disponibile, con l'aggiunta di una importante postfazione di Matteo Marchesini, serve anche a ricordarci che per capire una pagina, come una scultura o un quadro, niente è più utile che imparare a copiarla.

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Informazioni

PRIMA SERIE
(1927)
Antonio Baldini
Aria di Roma – ovvero le tribolazioni di Tonio scrittore
Così di gusto dorme Tonio scrittore, che nemmeno il boia oserebbe svegliarlo. Quando si riscuote è un avvenimento: raddoppian le colombe i baci loro, ogni animal d’amar si riconsiglia. Il sole risplende più ardito, fuggono le nuvole, garriscono gli augelletti, sbatacchiano le campane, si pavesano gli edifici pubblici e la fanfara dei Granatieri suona la marcia della Marina. Ognuno pensa allegro: s’è svegliato finalmente. Ora farà qualche cosa di bello.
Ma questi risvegli seguono, purtroppo, lunghi, profondi letarghi, sonni queti e paciosi da neonato paffuto, da angiolone tiepolesco, da principe di Condé prima della battaglia di Rocroi: pugni stretti e bocchino a cuore. Tonio scrittore venera Sua Santità Pio XI, ossequia Pippo Nostro, rilegge Leopardi e saluta i gagliardetti, ma in fondo al cuore conserva, come i paladini di Francia, una devozione sola: Michelaccio, Michelaccio Battifiacca, S. Michelaccio Arcangelo, patrono degli scugnizzi e dei letterati.
Insomma, oggi s’è svegliato. Meno male.
*
Il lunario porta stamane: San Marcellino vescovo di Embrun, e S. Agnese vergine, delle Suore del Sacco. Fiera a Varese. Cessa il permesso di caccia agli acquatici di passo in provincia di Arezzo ed Ascoli Piceno, ai croccoloni in quella di Livorno; invece nella provincia di Chieti comincia il permesso per la caccia alle quaglie, e i letterati di tutta Italia vanno a caccia di belle immagini primaverili. Tonio scrittore obbedisce, ed esce, vestito di fustagno, pronto alla mira.
Chi non ha visto Roma la mattina, à hora muy temprana, e anche più tardi, nel mese d’Aprile-dolce-dormire, quando il sole d’Ariete passa in Toro, è senza contestazioni un disgraziato. Sono spettacoli che riconciliano con la vita. Le vie sono piene di rimescolio e di gazzarra. Tutti gridano e tutti ridono, scambiandosi saluti, discorsi e accidenti. Vedesi il Bottijaro (chi cià le bottije da venne, ahóoo!) alternarsi al pantofolaro (belle ’ppantoffole – ricamatt’ a ’bbon prezzo!) senza pregiudizio del ranocchiaro (ma che belle ranocchie) sotto l’occhio paterno dell’ex pizzardone, oggi austero metropolitano, che è stato a Londra a vedere come si regola il movimento di una grande capitale, e con quella bacchetta di ricotta vorrebbe domare quest’allegra e facinorosa città. Gli scioffè sterzano arditi e strombettano prepotenti dietro ai pedoni assorti nella lettura del «Messaggero». Romoletto rincorre Agustarello fra i piedi del prossimo.
Tonio scrittore se la gode peggio di Pinocchio nel Paese dei Balocchi. Una gamba qua e l’altra là, come fosse il Gran Connestabile, passeggia lemme lemme fra bancarelle e carrettini, fra strilli e improperi, fra ragazzini e cani sciolti. Le occhiate che dà in giro sono tiri d’aggiustamento per l’articolo che cova in corpo. Alle cantonate si ferma a leggere le vecchie lapidi del Cardinal Vicario e del Presidente alle strade; proibito di fare il mondezzaro nel presente luogo e per tutto il tratto di questo vicolo, sotto pena di scudi venticinque ed altra pena corporale, ad arbitrio di Sua Eccellenza (le grida di Renzo!); o ammira le epigrafi magnanime che ricordano come con inaudita munificenza Alessandro o Urbano o Benedetto, communi decori ac Militati, allargasse un portone o sfondasse una finestra. Tutte le volte che s’imbatte in uno stemmone col Triregno e le Sacre Chiavi gli s’apre il cuore come uno sportello. Quelle chiavi gli rammentano che siamo, se Dio vuole, a Roma, nella più adorabile città del mondo (c’è poco da rugà, semo o nun semo?) dove in mirabile sintesi trovi Fontan de Trevi, la foglietta, la Rotonda e gli sminfaroli: Roma, dove nacque e fu beato S. Michelaccio! A pensarci, Tonio scrittore s’intenerisce e si soffia il naso. La mattinata è passata.
*
Il Barbanera, il Filosofo Errante e il Casamia affermano concordi che la carne di Capra, Lepre e Bue generano cattivi umori; peggiore quella di Porco se gli bevi appresso dell’acqua, non così se buon vino. Gioverà quindi innaffiare con Frascati pastoso o sulla vena i carciofi alla giudía di Piperno o l’abbacchio alla cacciatora e gli spaghetti alla matriciana della Vera Felicetta, mentre il sole gioca a nasconderello col piatto unto. È l’ora che i cocchieri tiran sugli occhi il berretto tipo aeronautico; che i portieri, a cavallo delle sedie spagliate, poggiano la testa sulle braccia; che i gatti del Foro Traiano si scelgono la colonna più arrostita. Comincia il sonno meridiano, la deliziosa pennichella; che sta alla dormita come, fatti conto, Baldini sta a Manzoni. Son confronti da non farsi nemmeno per ischerzo, ma insomma né Baldini né la pennichella sono da buttarsi via.
Tra le tre e le quattro la pennichella finisce. Gli impiegati vanno svelti a mettere il cappello in ufficio, per pagare almeno questo tributo alla Dea Fatica – a quest’esosa tiranna. Anche Tonio scrittore si riscuote. Frega gli occhi con le pigre mani, sbuffa e sospira. La coscienza lo chiama al lavoro, che, si sa, nobilita l’uomo.
Lavorare, a Roma, d’Aprile, è una parola... Guarda per esempio chi s’incontra ora, proprio davanti al Pulcin della Minerva? Agricane critico. Gradasso giornalista e bisboccione famoso. – Ma chi si vede! – O dove t’eri imboscato? – Imboscato sarai tu, che non scrivi da un mese... – E il maganzese, con un’aria che strappa i baci: – È colpa tua; perché non mi mandi il tuo ultimo libro? io te lo valorizzo (fossi micco: a uno stroncatore come te!).
Dove finiscono incontri simili? Ma al caffè, che diamine, al caffè tabaccoso, fra camerieri cadenti e scacchisti ermetici. Sono le sei.
Fra le sei e le sette arrivano a ondate dal Macao i cappelloni in libera uscit...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Il libro
  3. Collana
  4. Frontespizio
  5. Colophon
  6. Prefazione
  7. Antologia apocrifa
  8. Dedica
  9. Epigrafe
  10. Introduzione
  11. Prima serie (1927)
  12. Seconda serie (1933)
  13. Terza serie (1960)
  14. Quarta serie (1976)
  15. Notizie sugli autori
  16. Note azzurre