L'Italia delle stragi
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L'Italia delle stragi

Le trame eversive nella ricostruzione dei magistrati protagonisti delle inchieste (1969-1980)

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L'Italia delle stragi

Le trame eversive nella ricostruzione dei magistrati protagonisti delle inchieste (1969-1980)

Informazioni su questo libro

P. Calogero Piazza Fontana 12 dicembre 1969 P. Calogero Il golpe Borghese e la loggia P2 7-8 dicembre 1970 P. Calogero Peteano 31 maggio 1972 P. Calogero Questura di Milano 17 maggio 1973 G. Tamburino La Rosa dei Venti ottobre 1973 G. Zorzi Piazza della Loggia 28 maggio 1974 L. Grassi Il treno Italicus 4 agosto 1974 G. Tamburino Il «golpe bianco» di Edgardo Sogno agosto 1974 V. Zincani Stazione di Bologna 2 agosto 1980 G. Turone P2 e destra eversiva C. Nunziata La continuità del progetto stragista Cinquant'anni fa, il 12 dicembre del 1969, la sorda detonazione di una bomba nella filiale milanese della Banca nazionale dell'Agricoltura inaugura in Italia un torbido e sanguinoso decennio. Un decennio destinato a chiudersi con l'altro boato micidiale del 2 agosto del 1980 alla stazione di Bologna. È l'Italia delle stragi, la cupa stagione in cui si succedono attentati con decine di morti innocenti, trame imbastite da gruppi neofascisti, depistaggi, indagini di polizia inquinate da omissioni e coperture, manovre golpiste tra gli alti gradi militari fomentate dall'intervento attivo di molte agenzie di spionaggio, italiane e straniere. Tra gli effetti di quella che da allora viene chiamata «strategia della tensione», ve n'è uno che dura ancora oggi. L'immagine dominante che si ha di quel periodo, in vasti settori dell'opinione pubblica, è che si sia tuttora lontani dall'aver stabilito la verità e individuato, a tutti i livelli, i responsabili di quelle stragi. In realtà, le inchieste della magistratura si sono spinte molto più avanti di quanto non si sia riusciti a percepire. L'intento di questo volume è di descrivere, attraverso l'utilizzo della documentazione giudiziaria raccolta in mezzo secolo di indagini, e dando direttamente la parola ai magistrati che le hanno effettivamente con dotte, la verità d'insieme che se ne ricava. Disponendo correttamente tutti gli elementi sul tappeto, si ottiene l'effetto di fare luce anche su molte delle residue zone d'ombra. Si è trattato di un lucido disegno eversivo di destabilizzazione degli assetti democratici della nostra Repubblica, perseguito da alcune organizzazioni neofasciste (in particolare Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale), entrate in contatto con importanti settori dei servizi italiani e internazionali, nel tentativo di strumentalizzarlo al fine di contrastare un presunto e persistente pericolo comunista. Quel disegno, alla fine, sarà sconfitto. L'Italia democratica, benché ferita, e certo pur tra mille contraddizioni ed errori, riuscirà a non farsi sopraffare dai suoi nemici. In un paese abituato a raccontare la propria storia in negativo – il Risorgimento incompiuto, la Vittoria mutilata, la Resistenza tradita, la Costituzione inattuata – è importante mostrare come allora, attraverso gli strumenti democratici, sia stato possibile resistere, e come oggi, attraverso una ricostruzione attenta e rigorosa, sia possibile sollevare il velo su quel torbido gioco di specchi.

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Informazioni

Argomento
Storia

I. La strategia della tensione e piazza Fontana

(Milano, 12 dicembre 1969)
di Pietro Calogero

1. Gli attentati terroristici del 1969 come operazioni di guerra non ortodossa contro il comunismo.

La stagione del terrorismo in Italia ebbe inizio con ventidue attentati dinamitardi commessi in varie località del Centro-nord fra il 15 aprile e il 12 dicembre 1969:
– 15 aprile: attentato allo studio del rettore dell’Università di Padova Enrico Opocher;
– 25 aprile: attentato presso lo stand della Fiat alla Fiera campionaria di Milano (che causò venti feriti) e attentato all’Ufficio Cambi della stazione centrale di Milano;
– 12 maggio: tre attentati al Palazzo di giustizia di Torino, alla Procura della Repubblica di Roma e alla Corte di cassazione;
– 24 luglio: attentato nel Palazzo di giustizia di Milano-Ufficio Istruzione;
– notte 8-9 agosto: dieci attentati sui treni in altrettante località del Centro e del Nord Italia (che causarono complessivamente dieci feriti);
– 12 dicembre, fra le 16.30 e le 17.30: tre attentati a Roma, di cui il primo alla Banca nazionale del Lavoro in via di San Basilio (che causò il ferimento di 14 dipendenti dell’istituto di credito), il secondo e il terzo in due locali attigui dell’Altare della Patria in piazza Venezia (che provocarono il ferimento di quattro persone); due attentati a Milano, di cui uno alla Banca commerciale italiana in piazza della Scala (dove l’ordigno non esplose) e l’altro alla Banca nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana (il più grave, con sedici morti e ottantotto feriti).
I ventidue attentati inaugurarono quella che passò alla storia come «strategia della tensione» perché, colpendo beni primari delle persone, delle istituzioni e della collettività con un preordinato crescendo di gravità e diffondendo paura, insicurezza, bisogno di ordine e di autorità, rappresentarono l’attuazione di un disegno diretto ad acuire le tensioni legate alle lotte operaie e sindacali previste fin dall’autunno (da cui il nome di «autunno caldo») e a manovrare il terrorismo come strumento di intimidazione e di pressione sulla società civile e sulla pubblica autorità al fine di conseguire un preciso obiettivo politico, di cui diremo più avanti. Anziché il frutto di carenze e ingiustizie dello Stato, di povertà ed emarginazione sociale o di fattori casuali e spontanei, gli attentati furono dunque espressione di una strategia puntualmente studiata per influire sulla volontà popolare e sulle scelte politiche del paese.
I risultati raggiunti dalle numerose inchieste sugli attentati realizzate in più di trent’anni in diversi uffici giudiziari della penisola (particolarmente a Roma, Treviso, Milano, Catanzaro, Brescia, Bologna) permettono di rispondere oggi a tre fondamentali questioni riguardanti: la matrice degli atti di terrorismo, la responsabilità degli apparati di sicurezza dello Stato, il fine della strategia e l’identità politica dei suoi artefici.

La matrice degli attentati

Erano trascorsi pochi giorni dai fatti del 12 dicembre quando Pietro Valpreda e gli altri anarchici del circolo romano «22 marzo» furono accusati di esserne stati gli autori e furono tratti in arresto dalla magistratura della capitale sulla base di prove che si rivelarono ben presto, malgrado i rassicuranti proclami degli inquirenti della polizia di Stato e l’orchestrato clamore mediatico, tutt’altro che univoche e incontestabili.
Ben più solide apparivano invece le prove che la magistratura di Treviso (con il pubblico ministero Pietro Calogero e il giudice istruttore Giancarlo Stiz) andava gradualmente raccogliendo a carico di Franco Freda, Giovanni Ventura e Marco Pozzan, militanti veneti dell’organizzazione neofascista Ordine Nuovo. Decisiva si rivelò, per spingere i magistrati a imboccare la pista nera, la testimonianza di Guido Lorenzon sulle confidenze dell’amico Giovanni Ventura in merito alla sua appartenenza a un’organizzazione paramilitare che ricalcava il programma della Repubblica sociale di Salò e si proponeva di abbattere lo Stato mediante un piano di attentati in collegamento e con la copertura dei Servizi segreti. La testimonianza trovò, circa due anni più tardi, vari riscontri: innanzitutto, il rinvenimento nella disponibilità dello stesso Ventura di numerose armi e munizioni da guerra e di «rapporti informativi» redatti da Guido Giannettini, giornalista facente capo ad Avanguardia nazionale di Stefano Delle Chiaie e informatore retribuito del Sid (il Servizio segreto militare) con la sigla di «agente Zeta». In secondo luogo, l’acquisto da parte di Freda, nel settembre 1969, di cinquanta timer in deviazione Diehl-Junghans dello stesso tipo di quelli adoperati per gli attentati del 12 dicembre. In terzo luogo, la contemporanea ricerca, da parte dello stesso Freda, di cassette metalliche per riporvi bombe da collocare in locali chiusi (come le banche) simili alle cassette Juwell usate per detti attentati. In quarto luogo, le rivelazioni contenute in un «memoriale» di Ruggero Pan dal carcere circa l’appartenenza di Freda e Ventura alla medesima organizzazione terroristica e la collocazione da parte del primo delle bombe nel rettorato dell’Università di Padova il 15 aprile 1969 e a Milano (nello stand Fiat della Fiera campionaria e nell’Ufficio Cambi della stazione) il successivo 25 aprile. Infine, le parziali ammissioni di Pozzan su una importante riunione che si era svolta a Padova il 18 aprile 1969 fra gli esponenti dell’organizzazione, in cui si era «convenuto di approfittare della tensione politica e sociale in atto inserendosi con iniziative utili ad acuirla».
Gli atti dell’istruttoria trevigiana furono trasmessi per competenza il 21 marzo 1972 ai magistrati di Milano Emilio Alessandrini e Luigi Rocco Fiasconaro, pubblici ministeri, e a Gerardo D’Ambrosio, giudice istruttore, e diventarono la base del mandato di cattura emesso il successivo 28 agosto da quest’ultimo, su richiesta dei primi due, nei confronti di Freda e Ventura per la strage e per gli altri attentati. Di fronte a questi sviluppi investigativi il Parlamento, sollecitato da un forte movimento di opinione pubblica, approvò il 15 dicembre 1972 la legge n. 773 che consentì a Valpreda e ai suoi compagni in stato di custodia cautelare di ottenere la libertà provvisoria.
Dopo tortuose vicende processuali, i due procedimenti (quello contro gli anarchici e quello contro i neofascisti) furono unificati davanti alla Corte d’assise di Catanzaro per essere sottoposti a un dibattimento unitario. Al medesimo organo giudicante furono devoluti gli atti relativi al rinvio a giudizio disposto dal giudice istruttore di Catanzaro Gianfranco Migliaccio il 31 luglio 1976 nei confronti di Giannettini e di due ufficiali del Sid, il generale Gian Adelio Maletti (capo dell’Ufficio D, competente in materia di controspionaggio) e il capitano Antonio Labruna. Prese così avvio il 18 gennaio 1977 il giudizio di primo grado, che si concluse il 23 febbraio 1979 con una sentenza della stessa Corte d’assise che condannò all’ergastolo, per concorso nella strage e negli altri fatti terroristici del 1969, Freda e Ventura quali esponenti della cellula veneta di Ordine Nuovo e Giannettini quale elemento di cerniera fra il Sid e il gruppo ordinovista. Dall’accusa di strage venivano invece assolti Valpreda e gli altri anarchici (il primo peraltro, assieme a Mario Merlino, per insufficienza di prove).
Nei gradi successivi, anche Freda e Ventura furono assolti dalla strage e dagli altri attentati del 12 dicembre per insufficienza di prove ma, riconosciuti colpevoli di tutti gli attentati precedenti a tale data (in totale, diciassette), furono condannati a quindici anni di reclusione ciascuno. Quanto a Giannettini, l’originaria condanna all’ergastolo fu cancellata da una pronuncia assolutoria, con formula dubitativa, relativa a tutti i fatti di terrorismo a lui contestati.
Infine, con la medesima sentenza la Corte d’assise di Catanzaro condannava il generale Maletti e il capitano Labruna rispettivamente a quattro e due anni di reclusione per aver favorito la fuga e l’espatrio di Pozzan e Giannettini, accusati di strage, e per aver commesso falsità ideologica in atti pubblici in relazione al rilascio del passaporto intestato a tale Mario Zanella per favorire la fuga all’estero del Pozzan. Nei successivi gradi di giudizio entrambi gli ufficiali furono assolti dal reato di falsità ideologica, mentre fu confermata la loro responsabilità per il duplice favoreggiamento personale, sia pure con pena ridotta.
Leggendo questi dati, è evidente che la ricerca giudiziaria non è riuscita nell’intento principale: ottenere l’affermazione della penale responsabilità degli autori della strage e degli attentati del 12 dicembre. Non per questo però il suo bilancio può dirsi totalmente negativo. Grazie ad essa infatti sono stati acquisiti alcuni punti fermi e incontrovertibili, il cui valore sul piano della verità storica non è inferiore a quello della verità processuale: che cioè furono i neofascisti, non gli anarchici, gli esecutori della strage; e, inoltre, che la strage e i contemporanei attentati del 12 dicembre rappresentarono i momenti culminanti di una strategia unica che si era deliberatamente sviluppata attraverso i diciassette attentati commessi nei mesi precedenti. Risolutiva in tal senso è la sentenza della Corte suprema di cassazione del 3 maggio 2005, la quale – pur confermando l’assoluzione di Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi e Giancarlo Rognoni, che erano stati rinviati a giudizio, con Carlo Digilio, per la strage di piazza Fontana al termine dell’ultima istruttoria svolta dal giudice milanese Guido Salvini e definita con decreti dell’8 e 28 giugno 1999 – è giunta alla conclusione che gli attentati del 1969 «maturarono all’interno del neofascismo italiano» e furono «opera di esponenti dell’organizzazione Ordine Nuovo del Veneto», fra cui – oltre a Digilio, armiere e quadro coperto del gruppo, responsabile per sua stessa ammissione del confezionamento dell’ordigno che causò la strage ma prosciolto dalla relativa accusa per sopravvenuta prescrizione – andavano annoverati Franco Freda e Giovanni Ventura, peraltro non più giudicabili per essere stati assolti in via definitiva dalla strage medesima dalla Corte d’assise d’appello di Bari.

La responsabilità degli apparati di sicurezza dello Stato

Quanto alla seconda questione, concernente la responsabilità degli apparati di sicurezza dello Stato per il ruolo assunto nei confronti sia della magistratura inquirente sia degli autori degli attentati, fonti testimoniali e documentali di riconosciuto valore probatorio consentono di affermare, con riferimento al primo aspetto, che le indagini sulla cosiddetta pista nera furono ostacolate e gravemente danneggiate da ufficiali e funzionari dei suddetti apparati che, ponendo in atto intralci, depistaggi e falsità, puntarono a colpevolizzare gli anarchici per screditare le forze di sinistra e occultare le responsabilità dei neofascisti che essi ben sapevano essere stati i materiali esecutori dei crimini. Fra le illegalità più gravi debbono essere qui ricordate:
– le condotte ostruzionistiche della polizia di Stato, che impedirono alla magistratura di Treviso di intercettare, causando il malfunzionamento dell’apparecchiatura a tal fine predisposta, le compromettenti confidenze di Ventura al Lorenzon in merito alla propria complicità negli attentati sui treni, e alla magistratura milanese di scoprire il negozio che aveva venduto la borsa contenente la bomba inesplosa alla Banca commerciale italiana di Milano e l’identità dell’acquirente, con l’inganno consistente nel taglio e nella distruzione del cordino con il prezzo attaccato al manico di essa: condotte, entrambe, ispirate dalle scelte operative dell’Ufficio Affari riservati del ministero dell’Interno (allora diretto dal questore Elvio Catenacci, coadiuvato dal vicecapo Federico Umberto D’Amato e dal funzionario Silvano Russomanno) che coordinava le indagini in direzione esclusiva degli anarchici e induceva di fatto gli uffici dipendenti a non collaborare nella ricerca di una inesistente «pista nera»;
– le condotte favoreggiatrici della fuga e della latitanza all’estero di Marco Pozzan e di Guido Giannettini fra il gennaio e l’aprile 1973: benché indagati per complicità nella strage, essi furono dolosamente sottratti alle indagini della magistratura, e il secondo continuò ad essere stipendiato e protetto anche durante la latitanza dagli ufficiali del Sid Maletti e Labruna, che per tale reato sono stati condannati, come già detto, alla pena della reclusione con sentenza definitiva;
– la proposta di evasione dal carcere di Monza, dove era recluso, rivolta a Ventura dal Sid tramite lo stesso Giannettini, che fin dal gennaio 1973 gli mise a disposizione una chiave per aprire la cella e due bombolette contenenti sostanze narcotizzanti per stordire gli agenti di custodia, con l’intento di indurlo a non collaborare con la magistratura milanese, cui egli, ormai in crisi, si apprestava a fare importanti rivelazioni sulla fase preparatoria e organizzativa della campagna terroristica (programmata durante la già menzionata riunione di Padova del 18 aprile 1969) e sulla qualità di agente del Sid dello stesso Giannettini, stabilmente collegato con il gruppo veneto di Ordine Nuovo: rivelazioni che potevano essere determinanti per la scoperta dell’organizzazione segreta in cui entrambi militavano sotto la copertura del Servizio;
– ancora più grave fu l’illegalità perpetrata dal capo del Sid generale Vito Miceli quando, il 12 luglio 1973, oppose il segreto politico-militare alla richiesta del giudice istruttore di Milano di conoscere quali rapporti il Sid avesse intrattenuto con Giannettini negli anni 1968-69 e se rispondesse a verità che egli era un agente del Servizio. Tanto avvenne, si noti, nell’assoluta inerzia del governo in carica allora presieduto da Mariano Rumor, che pure avrebbe avuto il potere di intervenire e di rimuovere il segreto per la sua manifesta infondatezza, in quanto i fatti da esso coperti avevano interessato proprio quella sicurezza dello Stato alla cui tutela il Servizio era preposto. È importante sottolineare che, se l’autorità politica e quella militare avessero, com’era loro inderogabile dovere istituzionale, collaborato rivelando tempestivamente che Giannettini era nel libro paga del Sid e in qualità di agente aveva intrattenuto rapporti continuativi con i neofascisti veneti Freda e Ventura, venendo così a conoscenza delle loro attività eversive, la magistratura avrebbe avuto in mano uno strumento investigativo di straordinaria efficacia per interrompere o contrastare la cruenta strategia che continuava a sconvolgere la vita del paese.
È innegabile che la scelta del capo del Sid di non rivelare il ruolo di agente di Giannettini fu non solo uno scudo protettivo dei soggetti responsabili degli attentati ma anche e soprattutto una misura di autotutela per occultare le responsabilità dei propri funzionari in ordine agli attentati stessi, ossia il loro ruolo di mandanti e complici dei neofascisti incaricati di darvi esecuzione. A tale conclusione conduce la circostanza che il Sid era effettivamente inserito nella sfera direttiva e organizzativa di Ordine Nuovo nel Veneto e ne conosceva anticipatamente i programmi terroristici attraverso i contatti intrattenuti con Freda e Ventura dal proprio agente Giannettini; ma, ciò nonostante, si astenne dall’intervenire per impedirne la consumazione, legittimando la corresponsabilità dei suoi organi a titolo di causalità omissiva. Se si pensa poi che tali organi, strumentalizzando i poteri e violando i doveri derivanti dalla loro appartenenza a una istituzione dello Stato, reclutarono e utilizzarono per l’attuazione della loro strategia, come vedremo, gli esecutori neofascisti, si deve concludere che essi incorsero in una responsabilità ancora più grave, diretta o commissiva, per aver dato causa ad accadimenti che, in assenza di tali condotte, non si sarebbero certamente verificati.

Il fine della strategia e l’identità politica dei suoi artefici

La terza questione, senza dubbio la più delicata, concerne l’individuazione del fine della strategia e dell’identità politica di coloro che, avendo segretamente organizzato e gestito, all’interno di un’invisibile cabina di regia, la fase attuativa degli attentati, hanno assunto il ruolo di mandanti (in senso politico) degli esecutori. Di entrambi i profili (strategia e mandanti occulti) rimane eloquente traccia, relativamente alla trama terroristica del 1969, in alcuni «rapporti informativi» redatti, come già anticipato, da Guido Giannettini nella qualità di agente del Sid e accuratamente nascosti da Ventura nella cassetta di sicurezza (intestata alla madre) di una banca di Montebelluna, dove sono stati rinvenuti il 20 dicembre 1971. Nel più importante di tali documenti, recante la data del 4 maggio 1969, Giannettini informava Ventura e, per suo tramite, la cellula veneta di Ordine Nuovo sul programma – perseguito da poteri occulti, dei quali il Sid era evidentemente complice – diretto a provocare il mutamento del sistema di governo in Italia. A tal fine, egli faceva espresso riferimento alla «decisione» presa da «ambienti politici ed economici italiani, appoggiati anche da ambienti stranieri (fra cui sicuramente americani)» di procedere alla «sostituzione del centrosinistra in Italia con una formula sostanzialmente centrista». E precisava che tale operazione, testualmente definita di «ritorno al centrismo», sarebbe stata effettuata mediante alcuni «passi», cioè interventi sulla politica italiana, come: la «frattura del Psi, con uscita della corrente socialdemocratica (Tanassi) dal partito»; il «successo della corrente di Flaminio Piccoli al congresso della Dc»; una «eventuale ondata di attentati terroristici per convincere l’opinione ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Copyright
  4. Indice
  5. La Storia contro il Tempo e l’Oblio. Introduzione di Angelo Ventrone
  6. I. La strategia della tensione e piazza Fontana (Milano, 12 dicembre 1969). di Pietro Calogero
  7. II. Il tentato golpe Borghese e la loggia P2 (7-8 dicembre 1970). di Pietro Calogero
  8. III. Peteano (31 maggio 1972). di Pietro Calogero
  9. IV. Questura di Milano, via Fatebenefratelli (17 maggio 1973). di Pietro Calogero
  10. V. La Rosa dei Venti (ottobre 1973). di Giovanni Tamburino
  11. VI. Piazza della Loggia (Brescia, 28 maggio 1974). di Gianpaolo Zorzi
  12. VII. Il treno Italicus (San Benedetto Val di Sambro, 4 agosto 1974). di Leonardo Grassi
  13. VIII. Il «golpe bianco» di Edgardo Sogno (agosto 1974). di Giovanni Tamburino
  14. IX. Stazione di Bologna (2 agosto 1980). di Vito Zincani
  15. X. P2 e destra eversiva. di Giuliano Turone
  16. XI. La continuità del progetto stragista. di Claudio Nunziata
  17. Gli autori