Odissea americana
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Odissea americana

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Los Angeles, agosto 1965. Americo Monk è un esploratore urbano, un rabdomante di storie, la sua vita scorre più o meno serenamente nel ghetto, tra il palazzo di container in cui vive assieme alla danzata Karmann e la quotidiana, ossessiva caccia a graffiti, tag e murales da ricopiare nel suo quaderno per decrittare il linguaggio segreto della città.Poi un giorno, d'improvviso, il mondo inizia a bruciare: durante una delle sue ricognizioni nei territori delle gang esplodono i moti di Watts, tumulti che mettono a ferro e fuoco i quartieri popolari di L.A. per giorni. Monk si ritrova così perso, confuso, isolato; un Ulisse nero in balia del caos, distante miglia e miglia da casa e senza alcuna possibilità di tornarci se non attraversando un pericoloso mare di negozi incendiati, volanti della polizia in assetto antisommossa e boss di quartiere.Così, mentre Karmann, novella Penelope, lo attende assediata da falsi amici scrocconi, perdigiorno e cascamorti, Monk inizia un viaggio estenuante in una città divisa tra violenza e repressione, perbenismo e cultura underground. Nel corso del suo pellegrinaggio nel ventre della rivolta si trova faccia a faccia con malavitosi cinesi mangiatori di loto, streghe del vudù, gangster che citano William Blake, ciclopici re delle fogne con un occhio bendato e perfino Godzilla.Odissea americana di A.G. Lombardo è un romanzo rocambolesco, un fiume in piena di vernice spray, musica soul e marijuana che, alternando episodi surreali a violenti squarci di realtà, dipinge sui muri losangelini un ritratto, contraddittorio ed elettrizzante, del contemporaneo. Un canto epico notturno, che racconta il nostro eterno, disperato ritorno verso la casa da cui siamo partiti e i pericoli che potere e fato disseminano sul nostro cammino.

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Informazioni

Anno
2019
Print ISBN
9788842825319
eBook ISBN
9788865767641
Argomento
Literature
1
Il cielo è in fiamme. Una vasta distesa scintillante. Ma non è che il tramonto, di nuovo le prove generali per qualche futuro e promesso olocausto. La luce in agonia contorna le torri di ferro di un’aura color ruggine: grandi cataste, ziggurat di cubi d’acciaio, container da cargo incastrati in bilico sul bordo del molo sopra il diamanteggiare cremisi del Pacifico.
Karmann Ghia volta le spalle alla luce di rame che annega nell’oceano, ogni onda che si infrange è una fiamma che in un sibilo scintilla e muore. Senza di lui il mondo è una pira funebre: quando tornerà? Ora cammina lungo il ponte d’osservazione superiore Matson, sfiorando con le dita il corrimano di tondelli saldati da Monk l’anno prima. Sedie di plastica bianca e un tavolino ondeggiano tra le ombre del tramonto. Di sotto, alcuni vecchi container ancora sfoggiano loghi sbiaditi che brillano attraverso reticoli di ruggine, sale e groppi di telline essiccate: SEA-LAND, PACIFIC, MATSON, WESTCON, YANG MING, RAMJAC, EVERGREEN, PAN-IC (INTERNATIONAL CARRIERS). Una città di cubicoli di ferro, disseminati come una rete per tutto il porto, accatastati come le scale di un gigante a mo’ di gradini fluttuanti in ascesa verso il tramonto brunito, o posti a formare angoli e strati sovrapposti; alcuni gettati là, mezzi ribaltati da bome e da gru sollevatesi molto tempo fa. Gli scafi d’acciaio si ergono come una babele di metallo sul precipizio di Slip Thirteen, un deposito di container abbandonati che sormonta il crepuscolo nebbioso del porto di Los Angeles. Lungo l’East Channel, la facciata dalle serrande abbassate della Crescent Warehouse Company mette in ombra la maggior parte dei vecchi container. Dietro la protezione di questi vecchi magazzini e della tossica, oleosa patina di acque dei canali, sta la città: indefiniti dietro la nebbia, soltanto edifici sparpagliati e scorci di snodi autostradali.
Scende i gradini di ferro saldati diagonalmente lungo il fianco arrugginito del container, reggendosi alla ringhiera di tubi vecchi e sottili che Monk ha avvolto e saldato intorno alla grezza scalinata. Corridoi bui serpeggiano per il labirinto di grandi casse d’acciaio, creati dalle confluenze di spazi tra i container, i portelli socchiusi, gli spiragli aperti con la fiamma ossidrica o le ferrose pareti spellate. Ci sono corde, scale, casse impilate, ponticelli rubati, pioli e maniglie di tondini saldati senza permesso, ingressi e uscite, ma questi segni di presenza umana sono stati cautamente occultati alla città a nordovest.
Karmann sparisce nello sportello aperto di un container, giù da una scala sotto a una botola aperta con la fiamma ossidrica, fin dentro il buio complesso delle camere di ferro. File di lampadine elettriche appese a ganci per la merce e feritoie irrorano la sua pelle nera con scuri arcobaleni di blu, giallo, verde; ne ha sostituite alcune con altre colorate, sperando in un’aria festosa, ma ultimamente le sembra che l’effetto sia chiassoso, carnevalesco; forse però è solo per via del suo umore negli ultimi tempi.
Ora è nelle stanze principali, una serie di camere ampliate da portelloni spalancati, container divelti e saldati tra loro con delle angolazioni sconcertanti. Le pareti di ferro aperte dalla fiamma mostrano l’interno di altri container o, a volte, il continuum blu nebbia di canali e cielo. Un vecchio sofà, tavoli, lampade adombrate. Ombre in bianco e nero tremolano dalla tv Philco – Elizabeth Montgomery che arriccia il naso in Vita da strega – appesa a un gancio sull’angolo, muta, zero volume, con le antenne tese di fil di ferro attorcigliato che serpeggiano su per corrugati muri di metallo per captare un debole segnale. Qualche amico di Monk vaga per la stanza, bevendo Brew 102 o Pabst o un po’ della electric purple lemonade fatta da Karmann in una zuppiera di vetro sul tavolo, fumando sigarette – anche se Slim-Bone, là vicino agli scaffali fatti di cassette per il pesce, oppressi dal peso di troppi libri sgualciti, si è appena acceso una canna –, e il chiacchiericcio riecheggia, rimbomba tra i muri d’acciaio, le voci di tutti trasformate in una sorta di sferragliamento amplificato che le è penetrato in testa, una di quelle emicranie che ci vorrà una giornata e un pacchetto di sigarette per estinguere. Sopra una vecchia nassa riconvertita c’è l’impianto hi-fi, il fonografo fa risuonare un Miles Davis graffiato che si lancia nei riff di «Boplicity». Ventilatori portatili a buon mercato soffiano il fumo attraverso bocchette di sfiato ritagliate nei muri rivettati o attraverso finestrelle e boccaporti aperti. Appaiono ora altri ospiti, come pirati che infuriano su un vascello assediato, uomini e donne si dondolano su assi e scale, calandosi da cime annodate, comparendo in fondo a scalinate di casse, ridendo, parlando, carichi di bottiglie di vino e piatti di pollo e costolette e pannocchie. C’è sempre una festa a offerta libera per pagare l’affitto da queste parti, e stasera è il turno di Karmann e Monk, cibo e bevande da condividere, anche per tirare su qualche verdone – «se ti avanza qualcosa». La cassa è un boccia per pesci appoggiata sul tavolo vicino alla pila di inviti per la festa verdi come i soldi che sperano di raccogliere, il necessario almeno per far svoltare un altro mese a una povera anima, anche se Monk l’affitto non lo paga dato che Boxville i palazzinari non la conoscono, ma i soldi ci vogliono sempre, per cibo e gas e vino e sigarette e dischi e cauzioni, e magari qualche bigliettone si può tenere da parte, in caso di emergenza per qualche fratello bisognoso.
«Ehi, Slim-Bone» chiama un nuovo arrivato, un giovane in camicia di seta viola, mentre lancia un altro invito verde nel mucchio sul tavolo:
Non avvicinarti neanche alla città
Per conoscere i fratelli capita qua
Festone da Karmann e Monk
Sabato. Dischi nuovi. Sbicchierata.
Come una marea, la festa sale e scende lungo diversi livelli rettangolari e ferrosi: coppiette si accarezzano su sedili divelti da automobili sventrate, ballano con la Motown che esce a tutto volume dalle radio, salgono sui container d’osservazione per brindare al tramonto o scendono nelle cambuse dove vecchi materassi e pile di cuscini e brande messe da parte in scuri angoli metallici attendono come muti confidenti nuovi odori, stropicciamenti e macchie recati dagli amanti. Le lampadine crepitano intermittenti grazie ai volt rubati dalla rete del porto circostante, attingendo dai trasformatori del cantiere e da cripte sotterranee, attraverso portali e sotto plance di navi militari messe a riposo e lasciate sulla terraferma: un effetto discoteca, stroboscopia di vivaci luci arcobaleno, visi illuminati imperlati di sudore, tazze di plastica chiara che sciabordano di vino scuro, sfavillanti afro neri, strati argentei di fumo di sigaretta, eyeliner viola, catene d’oro e d’argento impigliate in umidi petti villosi che baluginano da camicie di seta scollate.
«Ehi, Karmann.» Lei si acciglia: Felonius, uno dei più loschi tra gli amici di Monk, le va incontro con aria da sbruffone; Lamar, già fumato, si tiene vicino a Felonius e la guarda fissa, con quelle labbra – sempre impegnate a borbottare un soliloquio drogato e incomprensibile – arricciate in un ghigno demente. Le luci rifflesse sembrano scintillare negli occhiali da sole neri di Lamar e nei suoi capelli unti, leccati all’indietro.
«Sei come una vedova, il vecchio Monk non c’è mai.» Ogni volta che lo guarda ha l’impressione che il dente d’oro di Felonius risucchi prima il suo sguardo e poi i suoi pensieri, dipanandoli uno a uno, fino a quando il suo proprietario non si dissolve, con lo scintillio di quella pepita dorata che si spegne allorché il labbro superiore copre il prezioso metallo.
«Una vedova nera?» sorride Karmann. Alle sue spalle, il presidente Johnson parla ammutolito dal telecomando, guardando fisso la festa dalla tv Philco, poi ecco una bufera di interferenze, che si placa solo per svelare riprese granulose di elicotteri Huey che sorvolano risaie.
«Bella, potresti trovarti qualcosa meglio del vecchio Monk.» Tira la linguetta di una lattina di Pabst, la schiuma che esce mentre versa la birra in un bicchiere di plastica. «Il vecchio Felonius per esempio, io sono un attivista della comunità…»
Lamar annuisce, poi borbottando si richiude nella conversazione tra sé e sé.
«È così che si dice disoccupato adesso?» ride Karmann, bevendo vino.
«Oooh, niente male, baby» ghigna Felonius, dal dente d’oro luccicante. «Con me potresti farti la doccia sotto una pioggia d’oro e gioielli, baby» e le mette la linguetta sul mignolo come un anello.
«Fattela prima te una doccia. Con acqua fredda e sapone» sorride Karmann, tuffando la linguetta nel bicchiere di lui, poi si fa largo di nuovo verso il grammofono per cambiare pezzo. Mette la puntina su un disco nuovo, portato da una delle ragazze, e «Little Red Rooster» di Sam Cooke riecheggia nelle stanze di ferro. Marcus e la sua ragazza Dalynne si materializzano attraverso il fumo di sigaretta con una bottiglia di vino. «Quando arriva Monk, tesoro?» Dalynne riempie la tazza a Karmann.
«Suppongo quando lo vediamo qui.» Dalynne e Marcus sono già fumati, i loro occhi neri avvizziti come quella famosa uvetta baciata dal sole.
«A caccia di graffiti, eh?» scuote la testa Marcus. La barbona lanosa ondeggia come un drappo sul ventre, screziata di grigio. «Che ha detto che studia? Segnologia?»
«Semiotica. Lo studio dei segni e dei segnali.» Il suo Monk, un iniziato alla ricerca di chiavi per interpretare ogni segno, un anacoreta smarrito in un...

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