Il diritto come pretesa individuale
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Il diritto come pretesa individuale

Informazioni su questo libro

In questo breve saggio, Leoni descrive la sua teoria del diritto come pretesa individuale. Ognuno avanza pretese sul comportamento altrui e questo intrecciarsi di pretese produce l'emergere di norme

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Informazioni

Il diritto come pretesa individuale

Le scuole filosofiche contemporanee che si concentrano sull’analisi del linguaggio probabilmente ci hanno insegnato meno di quanto pretendano. Tuttavia, esse ci hanno ricordato qualcosa che sappiamo ma tendiamo facilmente a dimenticare. Le parole sono “parole”, e non è possibile trattarle come se fossero “cose” o, per porla in altri termini, come se fossero oggetti di esperienza sensibile le cui definizioni hanno senso nella misura in cui si riferiscono, più o meno direttamente, a tale esperienza sensibile. La parola “diritto”, in particolare, non può essere trattata più di altre come una “cosa”; può esserlo anzi molto meno di altre perché essa non possiede un senso che sia direttamente o unicamente riferibile a un’esperienza sensibile in quanto tale.
Ogni analisi del “diritto” si presenta in primo luogo come un’analisi del linguaggio, in particolare come un tentativo di superare la sopra menzionata difficoltà di cogliere, in quel linguaggio, l’effettivo significato di quella parola. Questo non è facile perché le persone possono impiegare la parola diritto secondo molti punti di vista e con significati che cambiano non solo con riferimento alle categorie di soggetti che usano quella parola, ma che possono variare anche nel discorso degli appartenenti ad una medesima categoria. Anche tra i professori universitari di “diritto” si può notare come il significato della parola non sia sempre lo stesso. Basti pensare all’internazionalista o al costituzionalista, che non sono mai interamente d’accordo – ad esempio – col civilista, su ciò che debba intendersi con quel termine.
Questa difficoltà comincia a essere scoraggiante, col risultato che la persona che inizia un’analisi linguistica del “diritto” può stancarsi, prima o poi, di continuarla, finendo così per adottare una delle seguenti conclusioni: a) diritto è ciò che io e i miei colleghi x, y, z chiamiamo in quel modo, non importandoci affatto di altre opinioni diverse dalla nostra; b) diritto è ciò che per convenzione io suggerisco o stabilisco di chiamare in quel modo, importandomi poco di ciò che gli altri intendono con quella parola; c) diritto è tutto ciò che viene chiamato diritto, qualunque cosa ciò possa significare, per cui non vale la pena di proseguire una ricerca che andrebbe all’infinito.
Se la terza proposizione conduce allo scetticismo, le prime due generano, in effetti, la maggior parte delle così dette teorie generali del diritto. Ad essere onesti, comunque, la stanchezza non è l’unica fonte delle prime due proposizioni. Vi è anche una ragione di comodo. Gli avvocati o i professori di diritto fondamentalmente non sono interessati ad un’analisi teorica del significato della parola “diritto”. Come ogni operatore giuridico, essi tendono, direttamente o indirettamente, al fine pratico di convincere un giudice o di vincere una causa. Ogni definizione convenzionale che possa servire allo scopo è ben accolta.
Supponendo, comunque, che non si abbia alcun fine pratico e si cerchi al tempo stesso di evitare lo scetticismo, credo vi sia un solo modo per sfuggire all’arbitrarietà delle prime due proposizioni: prendere in considerazione, finché è possibile, tutti i discorsi in cui si impiega la parola “diritto”, e vedere se esiste un minimo comune significato della parola “diritto”. Questo tipo di ricerca non è da confondere con quella propria dello studioso del linguaggio, il quale si limita a registrare uno o più significati dello stesso vocabolo, senza necessariamente preoccuparsi dei loro eventuali legami. Tale genere di ricerca è possibile solo se si accetta un postulato: che esista un minimo significato comune. In altre parole, dobbiamo assumere che il linguaggio dell’uomo della strada, così come quello dei tecnici del codice e del processo, presentino un’omogeneità sufficiente a giustificare tale ricerca.{1}
Oserei dire che questa ricerca del minimo comune significato della parola “diritto” è, in ultima analisi, l’arduo destino del così detto filosofo del diritto.
La mancanza di una preliminare teoria delle definizioni e di un soddisfacente approccio linguistico al problema di definire il “diritto” si può imputare al fatto che il linguaggio adottato nella maggior parte delle teorie generali del diritto è semplicemente preso in prestito dagli avvocati – o da alcuni tipi di avvocati. Dunque, esso viene trapiantato da un campo nel quale le persone stanno semplicemente cercando di conseguire in via più o meno diretta degli scopi pratici in un campo piuttosto diverso, nel quale esse non si preoccupano minimamente di raggiungere obiettivi pratici, ma tentano di elaborare conclusioni teoriche.
Uno dei significati correnti della parola “diritto” che le teorie generali prendono in prestito dagli avvocati di professione è quello di “norma giuridica”, o, in generale, quello di “sistema”...

Indice dei contenuti

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