Libertà e nazione
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Libertà e nazione

Informazioni su questo libro

L'affermazione degli Stati nazionali è uno dei temi fondamentali della riflessione di Acton. Nella cultura politica moderna, in effetti, si parla di libertà più sul piano collettivo (quale indipendenza delle nazioni o affrancamento delle classi) che non su quello individuale (quale autonomia dei singoli). Lo studioso inglese è invece anti-nazionalista perché liberale, perché cattolico, perché federalista.A suo giudizio, l'universalismo della Chiesa cattolica favorisce il dialogo tra le diverse identità nazionali. Inoltre, "l'accordo di varie nazioni sotto un'unica sovranità produce effetti simili alla libertà della Chiesa entro lo Stato (...). La libertà provoca la varietà, e questa a sua volta garantisce la libertà col fornirle i mezzi organizzativi".Egli ammirava l'impero austriaco ed esprime parole di elogio pure per la federazione svizzera. D'altra parte, la retorica patriottica che domina il XIX secolo lo irrita, né egli manca di esprimere giudizi assai negativi verso la politica conservatrice delle principali potenze continentali europee. La stessa unificazione italiana gli appare una follia, poiché è un progetto che non tiene conto delle diversità storiche, economiche e culturali, ed è per questo destinato al fallimento.

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La storia della libertà nell’epoca cristiana

Quando Costantino il Grande spostò la sede dell’Impero da Roma a Costantinopoli egli fece porre nella piazza del mercato della nuova capitale una colonna di porfido proveniente dall’Egitto, intorno alla quale si narra una strana storia: che in una cripta al di sotto di essa egli avesse fatto seppellire i sette emblemi segreti dello Stato romano, sorvegliati dalle vergini nel tempio di Vesta, insieme al fuoco che non poteva mai essere spento; che sulla cima avesse fatto porre una statua di Apollo raffigurante se stesso e racchiudente un frammento della Croce; e che l’avesse coronata con un diadema di raggi composto dai chiodi usati nella Crocifissione, che sua madre credeva di aver trovato a Gerusalemme.
La colonna sta ancora in piedi e rappresenta il più significativo monumento esistente della conversione dell’Impero: infatti, l’idea che i chiodi che avevano straziato il corpo di Cristo divenissero un ornamento appropriato ad un idolo dei Gentili per il solo fatto che esso prendesse il nome dall’imperatore allora vivente indica la posizione che si intendeva attribuire al cristianesimo nella struttura dell’Impero di Costantino. Il tentativo, compiuto da Diocleziano, di trasformare il governo romano in un dispotismo di tipo orientale aveva causato l’ultima e più grave persecuzione dei cristiani; e Costantino, aderendo alla fede di questi ultimi, non intendeva né abbandonare il progetto politico del suo predecessore né rinunciare alla seduzione del potere arbitrario, ma piuttosto rafforzare il proprio trono grazie all’appoggio di una religione che aveva stupito il mondo per la sua forza di resistenza. Al fine di ottenere quell’appoggio senza condizioni e svantaggi egli fissò la sede del proprio governo in Oriente, con un patriarca da lui stesso nominato.
Nessuno si premurò di avvertirlo del fatto che, appoggiando la religione cristiana, si stava legando una mano e stava rinunciando alle prerogative dei Cesari. In qualità di promotore della libertà e della supremazia della Chiesa, ci si rivolgeva infatti a lui come al guardiano dell’unità di essa. Egli si accollò l’obbligo e accettò la fiducia riposta in lui; e le divisioni che prevalsero tra i cristiani avrebbero offerto ai suoi successori molte occasioni per estendere quella protezione e per prevenire ogni limitazione delle ambizioni o delle risorse del potere imperiale.
Costantino dichiarò che la sua volontà equivaleva ad un canone della Chiesa. Secondo Giustiniano, il popolo romano aveva formalmente trasferito agli imperatori la pienezza del proprio potere e, quindi, ciò che piaceva al sovrano, espresso attraverso un editto o per lettera, assumeva forza di legge. Persino nell’epoca fervida della sua conversione l’Impero sfruttava la propria raffinata civiltà, la saggezza ereditata dai sapienti antichi, la ragionevolezza e raffinatezza del diritto romano, e l’intero lascito del mondo ebraico, pagano e cristiano per far figurare la Chiesa come una dorata stampella dell’assolutismo. Né un’illuminata filosofia, né tutta la saggezza di Roma e neppure la fede e la virtù dei cristiani valsero contro l’incorreggibile tradizione dell’antichità. Qualcosa mancava, al di là di tutte le doti di intelligenza ed esperienza: una disposizione all’autogoverno e all’autocontrollo, che si sviluppa nelle fibre di un popolo come il suo linguaggio e cresce con la sua crescita. Questo elemento vitale, che molti secoli di guerre, anarchia e oppressione avevano estinto nei paesi ancora ricoperti dal superbo manto della civiltà antica, sarebbe stato depositato nel terreno della cristianità dalla corrente vivificante delle migrazioni che avrebbero abbattuto l’Impero d’Occidente.
All’apice della loro potenza, i Romani vennero a conoscenza di una razza che non aveva rinunciato alla libertà per depositarla nelle mani di un monarca: e il miglior scrittore dell’Impero si soffermò su di essa con la vaga e amara sensazione che il futuro del mondo apparteneva alle istituzioni di quei barbari, non ancora schiacciati dal dispotismo.{1} I re, quando ne avevano, non presiedevano i loro consigli, talvolta erano elettivi, talvolta venivano deposti, ed erano vincolati da un giuramento ad agire conformemente alla volontà generale. Essi godevano di una autentica autorità soltanto in guerra. Questo primordiale repubblicanesimo, che considera la monarchia come un accidente occasionale, e si appoggia invece saldamente alla sovranità collettiva di tutti gli uomini liberi – del potere costituente, superiore a tutti i poteri costituiti – è l’origine remota del governo parlamentare. L’azione dello Stato era circoscritta in limiti molto stretti: ma, a parte il suo ruolo di capo dello Stato, il re era circondato da un corpo di fedeli uniti a lui da legami personali o politici. La disobbedienza o la renitenza agli ordini da parte di costoro, i suoi immediati subalterni, non erano più tollerate di quanto lo fossero in una moglie, in un figlio o in un soldato; e ci si attendeva che un uomo uccidesse persino il proprio padre, se il suo capo glielo chiedeva. Dunque queste comunità teutoniche ammettevano un’indipendenza dal governo che rischiava di dissolvere la società e, al tempo stesso, una dipendenza personale pericolosa per la libertà. Era un sistema molto favorevole per le corporazioni, ma che non offriva alcuna sicurezza agli individui. Lo Stato non poteva facilmente opprimere i suoi sudditi, ma non era in grado di proteggerli.
La grande migrazione teutonica nelle regioni civilizzate da Roma ebbe come primo effetto quello di gettare l’Europa indietro di molti secoli fino ad una condizione appena più progredita di quella dalla quale le istituzioni di Solone avevano sollevato Atene. Mentre i Greci salvaguardarono la letteratura, le arti e la scienza dell’antichità e tutti i sacri monumenti della cristianità primitiva con una cura della quale i frammenti che sono pervenuti fino a noi non danno un’idea minimamente adeguata e mentre persino i contadini bulgari conoscevano riga per riga il Nuovo Testamento, l’Europa occidentale sottostava al giogo di padroni il più istruito dei quali non era in grado di scrivere il proprio nome. La facoltà del ragionamento esatto, dell’osservazione accurata, si estinse del tutto per cinque secoli e persino le scienze più utili alla società, la medicina e la geometria, caddero in disuso, fino a quando i dotti dell’Occidente non tornarono umilmente a scuola dai maestri arabi. Per trarre un ordine dalle caotiche rovine, per edificare una nuova civiltà raccogliendo razze diverse e ostili in un unico popolo, ciò che occorreva non era la libertà ma la forza. Così per secoli ogni progresso fu legato all’azione di uomini come Clovis, Carlo Magno o Guglielmo il Normanno, che erano risoluti, imperiosi e solleciti a farsi obbedire.
Lo spirito di ancestrale paganesimo che aveva impregnato la società antica non poteva essere esorcizzato che dall’autorità combinata di Chiesa e Stato: la diffusa convinzione che la loro unione fosse necessaria generò il dispotismo bizantino.
Gli ecclesiastici dell’Impero, i quali non riuscivano ad immaginare che il cristianesimo sarebbe dilagato oltre i confini di esso, insistevano nel dire che non è lo Stato ad essere nella Chiesa, ma la Chiesa ad essere nello Stato. Questa dottrina era stata appena enunciata quando il rapido crollo dell’Impero d’Occidente aprì più ampi orizzonti e Salviano, un sacerdote di Marsiglia, affermò che le virtù sociali, che stavano decadendo tra i civilissimi Romani, fiorivano in forma più pura e con prospettive più promettenti presso gli invasori pagani. Questi ultimi vennero convertiti facilmente e in breve tempo, e la loro conversione fu solitamente la conseguenza di quella dei loro re.
Il cristianesimo, che nei primi tempi si era rivolto direttamente alle masse, e aveva fatto assegnamento sul principio della libertà, ora faceva appello ai governanti e gettava il suo considerevole peso sulla bilancia dell’autorità. I barbari, che non possedevano libri, conoscenza profana, istruzione (eccetto che nelle scuole gestite dal clero), e avevano assimilato solo superficialmente i rudimenti dell’educazione religiosa, guardarono con devozione infantile a uomini che conoscevano a fondo le Scritture, Cicerone, S. Agostino; e nel mondo angusto delle loro idee la Chiesa veniva percepita come qualcosa di infinitamente più esteso, più forte, più sacro rispetto ai loro Stati recentemente fondati. Il clero fornì i mezzi atti a reggere i nuovi governi e fu in cambio esentato dalla tassazione, dalla giurisdizione della magistratura civile e da quella dell’amministrazione politica. Esso insegnava che il potere viene attribuito per mezzo dell’elezione e i concili di Toledo provvidero all’intelaiatura del sistema parlamentare spagnolo, che è di gran lunga il più antico del mondo. Ma la monarchia dei Goti in Spagna, così come quella dei Sassoni in Inghilterra (e in entrambe nobili e prelati circondavano il trono conservando le sembianze di istituzioni libere), presto si estinse; e il popolo che prosperò oscurando tutti gli altri fu quello dei Franchi, che non aveva una nobiltà di nascita, la cui legge di successione al trono divenne per un millennio l’oggetto di una immutabile superstizione, e nei cui domini il sistema feudale era sviluppato fino all’eccesso.
Il feudalesimo trasformò la terra nella misura e nella dominatrice di ogni cosa. Non avendo altra fonte di reddito che la produzione del suolo, gli uomini dipendevano dai proprietari terrieri per tutti i mezzi che consentivano loro di scampare alla fame; dunque il potere di questi ultimi divenne prevalente sulla libertà dei sudditi e sull’autorità dello Stato. Ogni barone, recitava la massima francese, è sovrano nella sua proprietà. I popoli dell’Occidente erano stretti tra le tirannie concorrenti di magnati locali e monarchi assoluti, quando apparve sulla scena una forza che si dimostrò per un certo periodo superiore tanto ai vassalli quanto ai loro signori.
Ai tempi della Conquista, quando i Normanni distrussero le libertà inglesi, le rudimentali istituzioni ereditate dai Sassoni, dai Goti e dai Franchi dalle foreste della Germania erano in declino e il nuovo elemento costituito dal governo popolare, che successivamente sarebbe stato introdotto dalla crescita delle città e dalla formazione di una classe media, non era ancora operante. La sola autorità in grado di opporre resistenza alla gerarchia feudale era quella ecclesiastica e le due gerarchie entrarono in collisione quando lo sviluppo del feudalesimo minacciò l’indipendenza della Chiesa subordinando i prelati a quella forma di dipendenza personale dai re che era caratteristica dello Stato teutonico.
A quel conflitto, durato quattrocento anni, noi dobbiamo il sorgere della libertà civile. Se la Chiesa avesse continuato a sostenere i troni dei re che essa consacrava, o se la lotta fosse terminata rapidamente con un’inequivocabile vittoria, l’intera Europa sarebbe stata soffocata da un dispotismo di tipo moscovita o bizantino. Infatti l’obiettivo di entrambe le parti in causa era il potere assoluto. Ma per quanto la libertà non fosse il fine in vista del quale esse combattevano, essa fu il mezzo attraverso il quale il potere temporale e quello spirituale chiamarono i popoli a loro sostegno. Come conseguenza delle alterne fasi del conflitto le città d’Italia e di Germania ottennero le loro franchigie, la Francia ottenne i suoi Stati Generali e l’Inghilterra ottenne il suo parlamento e finché il conflitto durò esso impedì l’affermazione del diritto divino dei sovrani. Esisteva una tendenza a considerare la corona come una proprietà ereditaria all’interno della famiglia che la possedeva secondo le leggi concernenti il diritto di proprietà. Ma l’autorità della religione, e del papato in particolare, suffragava le teorie di chi negava ai re un titolo irrevocabile a governare. In Francia ciò che in seguito venne chiamata la teoria gallicana sosteneva che la casa regnante fosse al di sopra della legge e che lo scettro non potesse essere ad essa negato finché esistessero ancora principi discendenti dal sangue reale di San Luigi. Ma in altri paesi lo stesso giuramento di fedeltà del re testimoniava che il titolo di sovrano era condizionato e che poteva essere conservato soltanto fin quando perdurasse un buon comportamento; e fu in conformità al diritto pubblico al quale tutti i monarchi erano ritenuti soggetti che re Giovanni fu dichiarato ribelle contro i baroni, o che coloro i quali innalzarono Edoardo III al trono da cui avevano deposto suo padre invocarono il motto Vox populi vox Dei.
In seguito questa teoria del diritto divino dei popoli ad innalzare e deporre principi, dopo aver ottenuto la sanzione dell’autorità religiosa, fu collocata su basi più solide, divenendo sufficientemente forte da resistere sia alla Chiesa che ai re. Nel conflitto tra la casata dei Bruce e quella dei Plantageneti per il dominio sulla Scozia e sull’Irlanda, le pretese inglesi furono supportate dall’autorità di Roma. Ma Irlandesi e Scozzesi la respinsero e il documento con cui il parlamento scozzese informava il papa della loro decisione dimostra quanto profondamente la dottrina popolare avesse piantato radici. Riferendosi a Robert Bruce, essi dicono: «La Divina Provvidenza, le leggi e i costumi della nazione, che noi difenderemo fino alla morte, e la decisione del popolo, lo hanno reso nostro re. Se egli mai tradisse i suoi princìpi, e consentisse che noi fossimo assoggettati al re d’Inghilterra, noi lo tratteremmo come un nemico, sovvertitore dei nostri e dei suoi diritti, ed eleggeremmo un altro al suo posto. Noi non ci curiamo della gloria o della ricchezza, ma di quella libertà alla quale nessun vero uomo rinuncerà se non insieme alla propria vita». Questa concezione della monarchia era naturale tra uomini abituati a veder costantemente in lotta contro i loro sovrani quanti da loro erano più rispettati. Gregorio VII aveva dato impulso al disprezzo verso le autorità civili sostenendo che esse sono opera del Diavolo; già nella sua epoca entrambe le parti in causa furono spinte a riconoscere la sovranità del popolo e si appellarono ad essa come alla fonte immediata del potere.
Due secoli più tardi questa teoria politica aveva raggiunto un grado maggiore di forza e di definizione presso i Guelfi, che erano il partito della Chiesa, e presso i Ghibellini, o imperialisti. Ecco i sentimenti del più celebrato tra tutti gli autori guelfi: «Un re che venga meno ai propri doveri per ciò stesso pregiudica la propria pretesa ad essere obbedito. Non è una ribellione a deporlo, perché egli stesso è un ribelle che il popolo ha il diritto di deporre. Ma è meglio ancora emendare il suo potere in modo che egli non abbia la possibilità di abusarne: a tale scopo, il popolo intero dovrebbe avere esso stesso una parte nel governare se stesso: la costituzione dovrebbe unire una monarchia limitata ed elettiva con un’aristocrazia del merito, e una misura di democrazia tale da consentire a tutti i ceti di accedere al governo per elezione popolare. Nessun governo ha diritto di imporre tasse oltre il limite stabilito dal popolo. Non ci sarà per noi sicurezza finché dipenderemo dalla volontà di un altro uomo».
Questo linguaggio, che contiene la prima esposizione della teoria Whig della rivoluzione, è tratto dalle opere di S. Tommaso d’Aquino, del quale Lord Bacon dice che tra tutti i teologi scolastici aveva il cuo...

Indice dei contenuti

  1. Titolo pagina
  2. Sull’autore
  3. La storia della libertà nell’epoca cristiana
  4. Il principio di nazionalità
  5. Date
  6. Vita e opere
  7. Bibliografia