All you need is sport
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All you need is sport

Agonismo sociale e felicità inclusiva

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Agonismo sociale e felicità inclusiva

Informazioni su questo libro

Cultura e vita, teoria e prassi si incontrano in questo libro, per promuovere il dialogo tra culture che si interessano di attività motoria e sportiva da prospettive multiformi: psicologica, spirituale, intellettuale e sociale, nonché da quella di atleti con straordinarie storie di vita e di sport. Un libro per educatori, allenatori, sportivi professionisti e semplici appassionati. Perché lo sport è di per sé scuola di vita, gioco che educa alla vita: sviluppa in sé la capacità di conoscere e valorizzare la bellezza irripetibile di ciascuno, la diversa abilità delle persone, garantendo il diritto alla partecipazione, premessa di qualunque inclusione sociale.

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Seconda parte
La parola agli esperti

Il segreto della felicità? Corri, abbraccia e mangia bene

di Paolo Crepaz
Medico, specialista in Medicina dello sport e Fisiatria, docente universitario di Pedagogia dello sport, giornalista. Maratoneta e fondista di modesto livello, ma di ostinata passione. Ama smisuratamente leggere e scrivere. Con la moglie Lucia ha una numerosa prole ed è un nonno felice.

La felicità è biologica?

Esiste una spiegazione biologica della felicità? Cosa avviene nel nostro corpo e nella nostra mente quando proviamo una gioia profonda? Quanto contano gli stili di vita sani, l’attività fisica, l’alimentazione, le relazioni sociali? Possiamo in qualche modo essere artefici della nostra salute fisica, psicologica e sociale? Non parliamo di felicità intesa solo come eccitante euforia, come intensa, ma spesso fugace, emozione. Parliamo di felicità come stato d’animo positivo, come condizione di «benessere» globale e, se possibile, duraturo, come possibilità di vedere appagate le proprie aspettative di prosperità fisica e psicologica, personale e sociale. Già nel 1946, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) aveva sancito il legame stretto fra salute e benessere generale dell’individuo a livello fisico, psicologico e sociale, definendo così la salute: «Uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplicemente l’assenza di malattia o di infermità».
Negli anni si è compreso quanto una vita sana possa contribuire alla costruzione del proprio benessere. Essa, oltre a far bene al fisico, oltre a essere un’esperienza emozionante e appassionante, fa bene al cervello, migliora le capacità cognitive e la memoria, ha effetti estremamente positivi sull’autostima, sull’umore, sulle prestazioni lavorative e sulle relazioni interpersonali.
Se si riuscisse a dare a ciascuno la giusta dose di nutrimento ed esercizio fisico avremmo trovato la strada per la salute.
Ippocrate
Lo sapeva bene già Ippocrate quando affermava: «Tutte le parti del corpo che hanno una funzione, se usate con continuità e moderazione, si sviluppano e invecchiano lentamente. Il loro non-uso comporta altresì la predisposizione alle malattie, un ritardato accrescimento e un precoce invecchiamento». L’invecchiamento, e le problematiche legate ad esso, dipendono per il 20% dalla genetica: per il resto dipendono da noi, dal nostro stile di vita. L’abbiamo capito dopo tanti secoli? Sembra di no. Le cosiddette malattie croniche non trasmissibili, tipiche dei Paesi con prosperità economica, ovvero le malattie cardiovascolari (cardiopatie, ipertensione), tumorali, metaboliche (diabete, ipercolesterolemia, obesità) e respiratorie causano il 70% dei decessi nel mondo, il 92% in Italia, e i costi per la loro cura ammontano al 75% della spesa sanitaria (nella sola Europa 80 miliardi di euro e un costo umano di 5 milioni di vittime ogni anno). A causarle sono quattro precisi fattori: il fumo, l’inattività fisica, l’alcol e le diete insalubri.
Ebbene, queste patologie hanno un comune antidoto riconosciuto ed efficace: l’attività fisica regolare che si può dunque considerare, a tutti gli effetti, una medicina. Una medicina straordinaria: l’unica capace di curare contemporaneamente così tante malattie, senza effetti collaterali e, nella maggior parte dei casi, a costo zero.

Bel tipo, il fenotipo

Possiamo dunque essere, in buona misura, padroni del nostro presente e artefici del nostro destino? Nel nostro tempo, sembra che l’impegno e la motivazione personale, finalizzati alla realizzazione di sé e alla ricerca della felicità, siano smarriti, lasciando campo libero al culto della fortuna, del talento innato, della genetica interpretata come destino. Tutto sembra appiattirci sul fatto che le cose sono già scritte e noi non possiamo cambiare nulla. In questo capillare sforzo di divulgazione, a uso sedativo, che ci vuole succubi della predestinazione, sembra che abbiamo dimenticato il valore dell’impegno personale, dell’allenamento, dei corretti stili di vita. E non teniamo conto degli studi di epigenetica: questa scienza esalta il ruolo delle proteine regolatrici all’interno dei cromosomi, proteine estremamente sensibili all’influenza dell’ambiente. In pratica, oggi sappiamo che i nostri stili di vita condizionano il nostro fenotipo, ovvero l’espressione del nostro DNA. E queste modificazioni, in positivo e negativo, legate al nostro stile di vita, vengono trasmesse alla discendenza fino a tre generazioni. Il fattore trainante dell’evoluzione non è dunque il codice genetico o il caso, ma la conoscenza, la curiosità, la motivazione, la volontà.
Questa consapevolezza cancella la passività, indotta dal pensare di non avere talento, di non essere portati, di non avere il gene giusto, e l’apatia, che spinge a cercare ridicole scorciatoie, come la pillola per raggiungere senza sforzo un obiettivo o la crema che ci fa dimagrire mentre dormiamo. E rivaluta un bene inestimabile: la motivazione intrinseca, la spinta innata ad andare avanti, a non arrendersi, l’impulso all’autodeterminazione. Questa motivazione, che sistematicamente riaffiora in ciascuno di noi, va però coltivata perché possa essere efficace e, soprattutto, perché possa durare nel tempo, con la resilienza, la capacità di persistere di fronte alle avversità. La persona resiliente scopre sempre nuove opportunità per rendersi padrona della propria esistenza. E per creare condizioni fertili, per quanto possibile, alla costruzione della propria felicità.

L’imbranato cosmico

Ci capita di paragonare il corpo umano a una macchina. Fra le molte differenze, una è sostanziale: il corpo umano, a differenza di qualunque macchina, è plasmabile, adattabile, allenabile. È questa caratteristica specifica che dà un senso alla regolare attività fisica (in primo luogo all’allenamento sportivo), all’alimentazione corretta e a sani stili di vita. Se non fossero possibili dei cambiamenti perché allenarci o metterci a dieta o dedicare tempo al riposo? Nell’infanzia sono il gioco e l’attività motoria a permettere all’essere umano di migliorare in continuazione e adattarsi alle condizioni ambientali e alle più diverse, e anche impreviste, situazioni.
Il gioco, scriveva magistralmente Johan Huizinga nel suo Homo ludens nel lontano 1938, è un bisogno innato, fa evolvere le capacità motorie, crea un clima disinibito e disteso, migliora l’immagine corporea, aumenta il senso di sicurezza e l’autostima, produce socializzazione e adattamento, fa nascere e sviluppare l’uso della regola attraverso esperienze dirette, regola il comportamento in rapporto agli altri, facilita il compito dell’insegnante (che scopre stili e modelli di comportamento del bambino), permette una personale comunicazione, ristabilisce l’equilibrio affettivo, permette di sperimentare ruoli diversi.
Come spiegherei a un bambino cos’è la felicità? Non glielo spiegherei: gli darei un pallone per farlo giocare.
Dorothee Sölle
Gli studiosi hanno scoperto che il tempo dedicato al gioco è direttamente proporzionale alle dimensioni cerebrali dell’animale e inversamente proporzionale alla sua specializzazione. Non esiste in natura un animale che dedichi tanto tempo al gioco come l’uomo, e non esiste un animale così immaturo alla nascita come l’uomo dal punto di vista neurologico (a imporre la nascita sono le dimensioni del corpo e non la sua maturazione neurologica): questo aspetto apparentemente limitante prende il nome di neotenia. L’uomo è l’imbranato cosmico, l’imbranato del creato: avendo un cervello «incompleto» alla nascita, ha bisogno di un supplemento di gioco, il mezzo più potente ed efficace per far maturare e adattare all’ambiente il cervello neotenico immaturo. Attraverso il gioco, la neotenia, che lo rende dipendente e fragile, diventa un vantaggio a lungo termine: grazie al gioco e all’attività motoria ha la possibilità di realizzare progressi incredibili nelle capacità individuali, impossibili in un cervello che ha schemi comportamentali innati definiti. Il destino dell’uomo è, dunque, quello del perpetuo allenamento: deve poter continuare a giocare se vuole sopravvivere.

La teoria del divertimento

Per fortuna, il senso della propria autoefficacia, che il gioco sa stimolare, è fonte di piacere: fin dall’infanzia percepire gli effetti del proprio comportamento sugli eventi esterni, soprattutto se il legame fra azione ed effetto risulta immediato, è fonte di piacere, la più formidabile motivazione intrinseca che possa esistere. Al piacere di esercitare la propria competenza si aggiunge, più avanti, il piacere di fare le cose in maniera autonoma: sperimentare il proprio controllo sulla realtà, la padronanza del corpo e delle emozioni, oltre che fonte di piacere, è fonte di motivazione. Questo sistema motivazionale alla base dei comportamenti ludici, il piacere di sperimentarsi, garantisce il coinvolgimento nel gioco.
Ecco, dunque, sintetizzati i vertici del triangolo che ha contribuito alla sopravvivenza e all’adattamento della nostra specie: ricerca di senso di autoefficacia, gioco motorio, sviluppo cerebrale. Sconcerta sapere che oggi, in Italia, 7 bambini su 10, sotto i 7 anni, si dedicano ai videogiochi, ma 1 su 5 non sa allacciarsi le scarpe…
Si può scoprire di più di una persona in un’ora di gioco che in un anno di conversazione.
Platone
Scrive Johan Huizinga: «Ci si chiede: perché e a che fine si gioca? L’intensità del gioco non è spiegata da nessuna analisi biologica. Eppure in quell’intensità, in quella facoltà di far delirare, sta la sua essenza, la sua qualità. La Natura, pare che ci dica la logica, avrebbe potuto dare alla sua prole tutte quelle funzioni utili di scarico di energia, di rilassamento, di preparazione e di compenso, anche nella forma di esercizi e di reazioni puramente meccanici. Invece no, ci dette il “gioco”, con la sua tensione, la sua gioia, con il suo “scherzo”. Quest’ultimo elemento, il “gusto” del gioco, resiste a ogni analisi o interpretazione logica. Questa qualità irriducibile non è per la nostra sensibilità linguistica moderna, in nessuna parte espressa così perspicuamente come nell’inglese fun, che è assai recente nell’uso comune» (Huizinga, 1939).
Il termine fun, «recente nell’uso comune» (era il 1939), è oggi sulla bocca di tutti. Ed è alla base della fun-theory. Se tutte queste valenze positive dell’attività fisica sono note, perché così tante persone sono poco attive o sedentarie (il 35% degli italiani non pratica alcuna attività fisica)? I danni legati alla sedentarietà non sono forse noti? Esiste un modo efficace per cambiare in meglio i comportamenti delle persone? Secondo la fun-theory, la teoria del divertimento, i comportamenti virtuosi delle persone possono essere evocati, in modo estremamente efficace, non tanto allarmando le persone (vedi immagini e frasi sui pacchetti di sigarette), ma utilizzando stimoli gratificanti e divertenti. Nell’esperimento più celebre, quello realizzato in una stazione della metropolitana di Stoccolma, le persone venivano invitate a salire a piedi le scale, anziché utilizzare quelle mobili, grazie agli scalini trasformati in un’enorme tastiera di pianoforte da suonare appoggiando il piede, gradino dopo gradino. Il risultato è stato sorprendente: il 66% delle persone ha optato per i più ecologici, salutari e divertenti scalini (www.thefuntheory.com).

A caccia di sinapsi

Se dunque il divertimento è incentivo efficace, dobbiamo ringraziare la natura che ha fatto sì che con l’attività fisica stimoliamo la liberazione di numerosi importanti mediatori chimici, le neurotrofine, in particolare le BDNF (Brain-Derived Neurotrophic Factor) responsabili della sensazione di benessere e felicità. Queste piccole proteine sono prodotte nei muscoli, dove stimolano il metabolismo muscolare, la produzione di ossigeno e la formazione di nuovi vasi periferici. E sono prodotte nel cervello, dove favoriscono la plasticità cerebrale, la capacità inesauribile delle cellule nervose di creare, rafforzare e modulare le sinapsi, ovvero le connessioni fra i neuroni, in seguito a specifici stimoli interni ed esterni. L’attività fisica amplifica le funzioni cognitive, accresce le capacità di memorizzazione e di orientamento, riduce lo stress e migliora la qualità del sonno.
Oggi sappiamo che la produzione di neurotrofine rappresenta anche il principale antidoto alla morte neuronale causata dall’Alzheimer. Mantenere un cervello allenato a tutte le età significa conservare attivi tutti quei processi di apprendimento, memoria ed equilibrio emotivo che si contrappongono agli stati di declino cognitivo legati all’invecchiamento.
Le pratiche che ricercano l’armonia fra la mente e il corpo, come, ad esempio, yoga, tai chi, mindfulness, riducono gli effetti negativi della tensione, silenziando i geni responsabili dello stress e promuovendo la liberazione di BDNF. Ogni forma di allenamento cerebrale induce arricchimento dei processi neuroprotettivi e ampliamento delle reti neuronali, con incremento della riserva cognitiva: leggere, giocare con i figli o i nipoti, frequentare musei, gallerie d’arte e mostre, risolvere parole crociate o sudoku, lavorare a maglia, giocare a Tetris, cantare, ascoltare musica o, ancora meglio, suonare uno strumento, sono antidoti formidabili contro l’invecchiamento.
Coltivare relazioni può anche portare a effetti sorprendenti. Lo testimonia un curioso esempio: sapete che cosa hanno in comune altoatesini, canadesi e belgi? La risposta è: manifestano, in media, i sintomi clinici della demenza senile cinque anni più tardi del resto della popolazione del pianeta. E perché? Diversi studi sono arrivati alle medesime conclusioni: perché sono popolazioni bilingui, una caratteristica evidentemente neuroprotettiva. Parlare due lingue richiede ragionamento, capacità di problem solving e di pianificazione, tutte funzioni esecutive che favoriscono la plasticità neurologica. Il bilinguismo è solo una delle condizioni oggetto di studio nell’ambito del rapporto fra attività intellettuali e prevenzione della malattie neurodegenerative.

Nati per correre?

La necessità di procurarsi il cibo, partita 200.000 anni fa con l’homo sapiens, ha rappresentato una formidabile spinta evolutiva per l’uomo, che lo ha reso il mammifero più resistente sulle lunghe distanze, con lo sviluppo di caratteristiche anatomiche (leve, tendini, ecc.) confacenti alla corsa e un incremento altrettanto significativo delle dimensioni cerebrali (il triplo rispetto a quanto dovremmo aspettarci per le dimensioni corporee), grazie alla liberazione di neurotrofine, allo sviluppo del linguaggio e di rapporti sociali. Siamo dunque nati per correre?
Quando corro, tutti i pensieri volano via....

Indice dei contenuti

  1. Presentazione
  2. Premessa
  3. Prima parte. La parola ai testimoni
  4. Seconda parte. La parola agli esperti
  5. Bibliografia e suggerimenti di lettura
  6. Gli autori