Perché mai Nietzsche descriveva il suo Così parlò Zarathustra come un "libro sacro", per l'esattezza un "quinto vangelo"?
E perché, al contempo, lo definiva il "dono più grande" mai fatto all'umanità?
Quale dono immaginava di offrire?
E cosa si attendeva in cambio?
Un percorso costellato dai temi del sacrificio e dell'ospitalità, dall'idea di amico e nemico, di ospite e straniero, di amore compassionevole e amore affermativo, in cui Corriero mostra l'originalità del dono di Zarathustra e le dinamiche che innesca, in continuità con ciò che ancora vale del cristianesimo e può costituire una risorsa per nuove forme di relazione e convivenza.

- 160 pagine
- Italian
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FilosofiaCategoria
Filosofia etica e morale1. DINAMICHE DEL DONARE
Timeo Danaos et dona ferentes.
Virgilio, Eneide, II, 49
Dare per prendere
Ogni dono attende una remunerazione. Lo ha messo bene in evidenza sul piano antropologico Marcel Mauss1 con il suo fondamentale Saggio sul dono, e lo ha precisato Emile Benveniste nelle sue preziose e altrettanto fondamentali ricerche etimologiche2. Nel ‘dare’ che si accompagna a un ‘dono’ è sempre in vista il ‘prendere’, un futuro ‘risarcimento’ per il dono fatto. Mai il dare è esente dall’intenzione di prendere, ed è per tale motivo che il dono incute quel timore dell’obbligo che sempre ‘scandalizza’ il donatario: lo esorta all’accettazione e dunque all’escalation che ne segue ovvero lo spinge al rifiuto di quell’obbligo futuro e quindi alla negazione della relazione offerta, o ribadita, da chi dona. In ogni dare è sempre insito un voler prendere – è significativo del resto come in tutte le lingue indoeuropee la radice del verbo ‘prendere’ e del verbo ‘dare’ sia la stessa, *do¯-3.
Il dono implica un ‘dovere’, un debitum in colui che lo riceve, così come in chi si pone nella condizione di rifiutare il dono stesso; ma quale forza contenuta nella cosa donata fa sì che il donatario si senta obbligato alla risposta, sia essa un rifiuto a ricambiare sia essa l’adesione allo ‘scambio’? Il ‘valore’ del dono che implica e richiede una risposta adeguata non sta tanto nella cosa stessa che viene donata quanto piuttosto nell’essenza di chi la dona. Rifacendosi in particolare alla cultura dei Maori, Marcel Mauss sostiene che negli oggetti donati esista un’‘anima’ che li lega al donatore4. La cosa donata conserva in sé lo hau o essenza vitale del donatore ed è tale forza insita in essa che la porta a ritornare presso l’origine da cui proviene. Mauss estende questa lettura a legge universale ossia a struttura innata presente in ogni essere umano e tale conclusione fu oggetto di critica da parte per esempio di Lévi-Strauss, che vedeva in questa conclusione un’estensione scientificamente insostenibile5 dovuta probabilmente alla sua volontà di lasciare zone d’ombra inspiegabili o riconducibili all’aura di mistero e magia a cui Mauss era particolarmente sensibile. Al di là della critica mossa da Lévi-Strauss e delle differenti soluzioni proposte6, la messa in evidenza di una sorta di forza o ‘spirito del dono’ che attiva una determinata dinamica non può in alcun modo essere accantonata, poiché qui sta l’essenza del dono stesso. Nella dinamica del donare non si può non evidenziare una certa ‘forza’ insita nel dono che lo vincola al donatore e alla relazione entro cui la dinamica ha luogo. È dunque nella relazione, o meglio nel processo che è la relazione stessa, che va ricercata quella ‘forza’ che Mauss evoca riferendosi alla cultura maori.
Attraverso il dono io voglio affermare il mio valore, non il valore del dono, e – di più – voglio quel ‘riconoscimento’ che passa attraverso l’accettazione del dono, poiché tale accettazione conferma il mio valore nell’ambito più vasto delle reti sociali all’interno delle quali si inserisce la relazione sottesa al dono in questione.
La cosa donata non è mai inerte: sempre in qualche modo ‘animata’, spesso individualizzata da colui che la dona e comunque ‘intenzionata’ dalla relazione che mira a instaurare o sulla quale si innesta, essa tende a ritornare presso il focolare d’origine, producendo un’equivalenza che la sostituisca o un’eccedenza che mantenga in vita il dono-scambio e con esso la relazione sottesa. Certo il valore ‘intrinseco’ della cosa donata ha una sua importanza, si dona generalmente qualcosa a cui si possa attribuire un qualche pregio a prescindere dal donatore, tuttavia tale ‘valore’ non è che l’involucro necessario di un valore sottostante e sostanziale, costituito dall’essenza di chi dona e dalla rel...
Indice dei contenuti
- PREMESSA
- 1. DINAMICHE DEL DONARE
- 2. IL DONO PIÙ GRANDE
- 3. PER CHI SPLENDE IL SOLE
- 4. DEL NUOVO AMORE
Domande frequenti
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